DH-TREASURES-FROM-THE-WRECK-OF-THE-UNBELIEVABLE-300x200Finché sono piccoli i bambini fanno ridere. Come tutti i cuccioli sono buffi sia quando si muovono che quando dormono. I cuccioli di uomo in più parlano anche in modo strano: ascoltarli è un piacere per le orecchie e per lo spirito, e secondo me una delle cose più belle che possa capitare a un genitore. Considerato l’effetto tra l’esilarante e il terapeutico di questi momenti, fin da quando Quello-più-grande ha iniziato a emettere i primi suoni simil-articolati, mi piaceva chiacchierare con lui, e a ruota con Quello-di-mezzo e poi con Il-più-piccolo e molto spesso con tutti e tre insieme. Quelle sessioni di dialoghi senza meta mi sorprendevano sempre, non tanto perché molte delle parole che uscivano – storpiature camuffate di qualcosa di vagamente familiare o neologismi fanciulleschi di cristallina semplicità – non le conoscevo e in un modo o nell’altro necessitavano una mia interpretazione, quanto per quello che generavano una di fianco all’altra: pronunciate da bambini diversi o inframmezzate da affondi di più matura provenienza, davano vita a preziosi scambi parlanti di coscienze intrecciate, che mi attraversavano il corpo dalla testa ai piedi con la forza di un fulmine, e come un fulmine mi sparivano davanti agli occhi senza neanche darmi il tempo di accorgermi che erano passati.

È anche per provare in qualche modo a fermare quegli istanti magici che ho pensato di trascriverli, mettendomi a caccia dei lampi linguistici dei miei Mongi boys, faticando non poco per sottrarli a una quotidianità vorticosa che ogni giorno rimpiazza quello passato, senza lasciare spazio a nessun senso di memoria vissuta. E quando mi capita di rileggere pezzi come La festa dei maghi, Il Polonio, Tre o Marese mi sento avvolta da una pellicola di tenerezza ancestrale che mi solletica le pareti dello stomaco, mi scalda le budella e si irradia lungo tutte le mie terminazioni nervose, animandole da morbide scosse di felicità domestica.
Bloccare nella scrittura pezzi di passato qualunque mi dà la sensazione di poterli toccare ancora, tutte le volte che ne ho voglia, accarezzandoli a ritmo lento e sentendo tra le dita scorrere il pelo morbido di un gatto che fa le fusa. È molto rassicurante saperli congelati lì, e allo stesso tempo sapere di poterli risvegliare alla prima carezza, quando senti il bisogno di scavalcare quel cielo senza colore che ti lascia colare in testa sbavature di caldo appiccicose come grasso di salsiccia.

Crescendo i bambini fanno ridere meno, il loro linguaggio diventa più corretto, le parole si sistemano naturalmente al posto giusto, i pensieri si complicano e anche il tono e i contenuti di quello che si potrebbe scrivere per bloccare la quotidianità cambiano: scrivere dei Mongi boys adesso che Quello-più-grande sta per iniziare la scuola media e che Quello-più-piccolo è già ben navigato in quella elementare è molto più delicato, significa scattare fotografie con problemi di luce, dove bilanciare l’esposizione tra le zone d’ombra e le improvvise schiarite sembra impossibile.
Diventa più difficile anche regolare la profondità di campo: non sei più solo il fotografo, ma diventi parte della scena, senza avere un autoscatto a disposizione per scrollartela di dosso anche solo per qualche istante. Forse bisogna provare a partire da più lontano, parlando di noi attraverso brandelli di altri. Se l’inquadratura è quella giusta, l’obiettivo da usare non è altro che una scelta tecnica. Che sia un teleobiettivo o un marco, in sottofondo si sentiranno comunque le fusa del gatto.

Nota: l’immagine è tratta dalla mostra di Damien Hirst, Treasures from the Wreck of the Unbelievable, attualmente in corso a Venezia.

colonna sonora: Childhood, Craig Armstrong

SCIALOJA_trichecoFino a qualche anno fa se qualcuno mi parlava di ‘saggio’, mi veniva subito in mente un parallelepipedo più o meno spesso di sottili fogli di carta con distillati dentro pensieri ‘saggi’ su qualche tematica più o meno attuale ma solitamente non troppo leggera. In pratica uno di quei libri che tipicamente leggevano i padri delle mie amiche del liceo su società, politica e ‘cose da grandi’ in generale.

Per i saggi bisognava appunto essere almeno un po’ saggi, la gioventù spensierata (o disperata) mal si addiceva a questo genere di letture. A conferma di questo, posso dire che ho preso consapevolezza che una patina di pesantezza non solo fisica mi si era appoggiata alle spalle senza che riuscissi a soffiarla via (è il tempo che passa, baby), quando ho iniziato a cercare sugli scaffali delle librerie i saggi, nel mio caso roba in qualche modo filosofica, ma non troppo complicata, intrecciata con economa e umanità varia, ondeggiante in un mare di ricerca di senso esistenziale che spesso burrascoso riempiva una zona ampia del mio corpo, compresa più o meno tra milza, cistifellea e bronchioli.

Poi un paio di anni fa nella mia vita è arrivato maggio, e con maggio la trasfigurazione di quello che in testa associavo alla parola ‘saggio’, non più vessillo di maturità e conoscenza, ma quanto di più anarchico e infantile si possa immaginare. Quando nella tua vita entrano dei bambini il binomio maggio-saggio diventa esplosivo, e il mese odoroso cantato da Leopardi finisce in un crescendo hardcore di spettacoli e esibizioni bambinesche organizzate per dimostrare ai genitori le capacità acquisite dai loro figlioli in una qualche disciplina sportiva, musicale o artistica di ogni genere: si tratti di calcio, ginnastica, chitarra, nuoto, danza aerea, inglese, teatro o qualsiasi altra attività extrascolastica intrapresa dai nostri cuccioli (scelta tra l’altro sempre meno eludibile, che satura il pomeriggio di genitori e bambini e allo stesso tempo ha svuotato di urletti giocosi i parchi cittadini), maggio è il momento della resa dei conti e ogni spazio libero si riempie di coreografie danzanti, tornei intergalattici, concerti imperdibili per partecipare ai quali frotte impazzite di genitori amorevoli chiedono ore di permesso al lavoro, dimenticano per giorni e giorni di fare la spesa (per la gioia di pizzerie da asporto e rosticcerie cinesi, che probabilmente a maggio concentrano buona parte del loro fatturato annuale), rischiano incidenti catastrofici sfrecciando da una parte all’altra della città, incuranti delle più basiche norme del codice della strada per arrivare in tempo almeno per ‘quando si esibisce il Mio Bambino’, in sella a una bicicletta (se hanno un’anima green o recenti trascorsi per ‘guida in stato di ebrezza’) o più spesso chiusi dentro incandescenti scatolette di lamiera motorizzate. Incandescenti perché – sarà colpa dei cambiamenti climatici, del buco dell’ozono o delle multinazionali americane – da qualche anno a questa parte la seconda metà di maggio a Modena si schiatta di caldo, l’asticella dell’igrometro raggiunge picchi da togliere il fiato e la gente inizia a prendere le prime febbri della stagione da eccesso di aria condizionata. Così è molto comune ritrovarsi seduti su seggioline infantili schiacciati tra braccia translucide di sudore, confusi tra vestiti appiccicati a pelli boccheggianti, annebbiati da odori animaleschi, ad aspettare di utilizzare le ultime energie residue a disposizione per applaudire meccanicamente l’entrata in scena del corso avanzato dei baby cuccioli di wushu o dopo un paio di ore il pezzo conclusivo dell’orchestra di fiati dei ragazzi della quarta B.

Tutto questo succede a maggio, e ogni maggio disgraziatamente si ripete, rendendo il mese della Madonna uno soggetto classico per gli incubi dei genitori, anche di quelli come me che pensano di essere diversi, che loro in queste pratiche barbare non ci cascheranno mai e che a tutto c’è un limite. E invece il limite non c’è, e a queste pratiche non ci si può sottrarre, pena immolare sull’altare dei saggi nonni, zii o personale stipendiato allo scopo; e poi ritrovarsi la sera a cena in famiglia, impastati di sensi di colpa, a sfogliare con gli occhi lucidi le foto inviate sul gruppo di whatsapp ‘baby cuccioli di wushu‘ dagli altri genitori sempre presenti.

Non è che il maggio appena passato per la famiglia Pitton sia stato troppo diverso da così, anzi: dopo alcuni anni in cui lo sport (uno) dei piccoli (tre) veniva deciso dai grandi titolari di patria potestà (due), senza badare a predisposizione o passioni, ma solo in nome della razionalizzazione di orari e spostamenti, il 2017 ha sancito la svolta democratica, che ha permesso a ognuno dei Mongi boys di scegliere in maniera sufficientemente libera a quale attività extrascolastica dedicarsi. E questo ha significato la moltiplicazione dei saggi di cui sopra, oltre alle immancabili cene sociali, merende di squadra e feste di fine anno, tutte concentrate gli ultimi dieci infuocatissimi giorni di maggio.

Ma alla fine maggio è finito e stiamo (ancora) tutti bene, e allora.. non ci resta che prendere fiato aspettando il prossimo maggio.

Nota: l’immagine è tratta dal libro ‘Tre per un topo’, di Toti Scialoja, edizioni Quodlibet

colonna sonora: Il ballo di San Vito, Vinicio Capossela

Con e senza

fullsizerender-2In un cestino di paglia abbiamo messo i bigliettini e in una specie di ‘gioco della pesca’ ne avrebbe dovuto scegliere uno, con gli occhi bendati. Sopra c’era scritto biblioteca, piscina, carrucola gigante, fare un brindisi a mezzanotte, mountain bike nel fango, Miyazaki abbracciati sul divano, il giro dei parchi in bicicletta, comprare una cravatta, pista degli skateboard, colazione al bar, lavorare la creta, andare a caccia di fossili, costruire una tenda in camera da letto e andarci dentro a leggere una storia con tante figure, mangiare cinque tipi diversi di cioccolata.
Questo fine settimana eravamo da soli a casa, io e Quello-di-mezzo, e in segreto i giorni prima avevamo fatto diversi piani. Troppi, per trovare un accordo, così avevo proposto di scriverli sui bigliettini e lasciare decidere alla sorte.
So che forse sarà una delusione per chi legge, ma non racconterò cosa Quello-di-mezzo ha estratto e quello che abbiamo fatto insieme dopo. Fa parte delle nostre cose segrete, abbiamo fatto un patto, e intendo rispettarlo. Dico solo che è stato divertente senza essere lineare, come spesso succede quando c’è un bambino di mezzo (che casualmente è anche Quello-di-mezzo).
Quello-di-mezzo adesso dorme ancora, nel mio letto, perché abbiamo dormito insieme la notte scorsa. In casa c’è un silenzio perfetto, sento chiaramente il ticchettio delle lancette dell’orologio di cucina, e niente altro. Dalla finestra vedo un merlo sul terrazzo che becchetta i chicchi di riso alla cantonese che ho scosso dalla tovaglia ieri sera. Sembra che la cucina orientale sia di suo gradimento; mi intrippo a pensare ai gusti alimentari del merlo e a come possono essere condizionati dalle nostre briciole.
Mi sento libera, ed è proprio questo strano senso di libertà che mi ha fatto venire voglia di scrivere. In passato avevo raccontato dell’ebrezza che mi colpiva quando riuscivo a starmene un po’ da sola, o meglio, più che sola in senso filosofico, sola senza bambini. Quando hai un bambino piccolo, prima che ti nuota dentro la pancia, poi che ha bisogno di te per mangiare, la libertà te la dimentichi, e quando ti ricapita ti colpisce così forte da farti quasi male, si mescola ai sensi di colpa, ha il sapore del proibito, non è mai libera del tutto. Poi, mentre i bambini crescono, pian piano riacquisti giurisdizione sul tuo tempo, è vero che il lavoro complica le cose, ma è anche vero che tutte le volte che ti lasci alle spalle la porta dell’asilo ti senti leggera, libera di timbrare il cartellino, non hai più bisogno di scappare per rincorrere l’odore della libertà perché ce l’hai in mano e l’unica cosa che devi fare è imparare a usarla di nuovo: così decidi di fare l’abbonamento in piscina, di ricominciare a correre, di uscire per un aperitivo con le tue vecchie compagne del liceo o di andare ogni tanto al cinema.
Poi succede che marito, figlio grande e figlio piccolo vanno a sciare il fine settimana e tu rimani a casa con Quello-di-mezzo che voleva andare alla festa di compleanno di un’amica. E ti accorgi che la libertà è cambiata ancora: non è più una libertà-senza, costruita per sottrazione di bambini, ma si è trasformata in una libertà-con, vissuta insieme, alimentata da bigliettini da pescare e da avventure da condividere. Mentre mangiamo il pollo arrosto con le mani, seduti uno di fronte all’altra, Quello-di-mezzo mi dice con la bocca piena che quello è il pranzo più bello della sua vita, si alza ogni trenta secondi per abbracciarmi stretto e mi sussurra in un orecchio se possiamo pescare un altro bigliettino anche quando abbiamo finito di mangiare. Guardo le sue ciglia lunghissime che si muovono mentre mastica, sento la sua felicità strabordargli dalle mani unte, capisco che la libertà adesso è pescare un bigliettino insieme e mi godo ‘l’attimo fuggente’, pensando che tra qualche anno la sua libertà sarà, giustamente, senza di me.

colonna sonora: Nothing feels natural, Priests 

fullsizerender-1La prima volta che sono stata a Cerreto venivo dalla Liguria, al ritorno da un viaggio attraverso le Alpi francesi, in bicicletta. Quando siamo arrivati al passo stava calando la sera e posto per dormire non ce n’era. Così il gestore del rifugio ci aveva lasciato piantare la tenda nel prato dietro casa. A cena, nel rifugio, eravamo nel tavolo di fianco a Giovanni Lindo Ferretti, qualche anno prima che uscisse il suo libro Reduce, e lui decidesse di tornare stabilmente a vivere sulle montagne in cui era nato. Era il 2003, noi eravamo giovani e forti e pensavamo di poter cambiare il mondo, meglio se in sella a una bicicletta.

Dopo quella volta a Cerreto non ci sono più tornata, e nella mia memoria si è cristallizzato il ricordo della lunga salita per arrivarci, attraversando la Garfagnana, e del vento freddo che ci aspettava all’arrivo, nonostante fosse ancora estate. Dopo aver pedalato sulle strade delle vette più famose delle Alpi francesi, quelle di Cerreto, molto più basse e tonde, mi erano sembrate montagne di un altro tempo e di un altro pianeta: mi sentivo un po’ come Atreyu in sella al suo cavallo, in mezzo a un deserto di pietra, nel quale non sembrava esserci più spazio per l’Uomo. Le forze del Nulla minacciavano le terre raccontate nella Storia infinita come quelle di Cerreto. Cerreto Alpi, il paesino storico, stava morendo: quasi tutti gli abitanti avevano lasciato le loro case e si erano trasferiti più a valle; in una trentina di anni i residenti erano passati da 1000 a 60 e stava chiudendo anche l’ultimo bar rimasto.

Mentre io pedalavo inconsapevole sulle strade di Cerreto, in quel piccolo paesino dove l’indice di vecchiaia è dieci volte più alto della media italiana, stava succedendo qualcosa di molto potente: per la prima volta nella loro storia, le persone rimaste, preoccupate per la loro sopravvivenza e sollecitate dall’emergenza, avevano fatto uno sforzo di volontà comune: avevano deciso insieme di tenere aperto il bar, al quale aggrapparsi per non essere spazzati via da una modernità che non lascia spazio per chi vuole vivere in montagna.

Così i ragazzi rimasti in paese hanno aperto un circolo per gestire il bar, dal circolo è nata la cooperativa di comunità dei Briganti di Cerreto, che ha riportato a Cerreto Alpi lavoro e bambini, i due migliori antidoti contro l’abbandono.

Oggi in paese gli abitanti hanno ricominciato timidamente a crescere, chi aveva una seconda casa l’ha ristrutturata e ci viene a passare l’estate; c’è un circolo con 430 soci, un ambulatorio medico, il bar, un negozio di alimentari, una cooperativa che dà lavoro a dieci persone e ha aperto pure una fondazione culturale. Il suo animatore è quel Giovanni Lindo Ferretti che avevo visto tante volte cantare su un palco in giro per l’Italia, lo stesso che, mentre io attraversavo i suoi monti in bicicletta, lui aveva deciso di tornarci a vivere. Sempre quello che, a distanza di diciannove anni da Tabula Rasa Elettrificata e di tredici anni da quando l’ho incontrato al rifugio del passo del Cerreto, ho rivisto venerdì e sabato scorso, alla scuola delle cooperative di comunità, dove tra le altre cose ha ricordato che ‘dieci posti di lavoro nell’alta valle del Secchia oggi, equivalgono, in termini di percentuale di occupati sulla popolazione, alla Fiat a Torino negli anni d’oro’.

Oltre alla notte passata al mulino, col rumore del torrente a cullare il mio sonno rimboccato sotto un piumone morbido, alle superbe lasagne di Angela e Bruna, alla passeggiata all’alba con Simona e Chiara per le vie del paese cantato da Silvio d’Arzo nel suo ‘racconto perfetto’, alle storie di Alessio tra il fumo caldo dell’ultima sera col metato acceso, oltre a tutto questo sono tornata a valle – questa volta senza pedalare – con l’immagine di tante persone di ogni parte d’Italia, accomunate dall’avere una visione un po’ spiritata negli occhi: quella di ridare valore a territori vulnerabili riattivando le risorse già presenti nelle loro comunità, senza dimenticare quello per cui Elinor Ostrom, studiando le modalità di gestione dei Commons, ha vinto il premio Nobel per l’economia. Cioè che che non esiste una ricetta unica da replicare, ma ogni cooperativa di comunità va costruita e gestita a partire dal territorio in cui si colloca e dalla comunità che vi abita; e che, proprio per questo, il protagonismo locale – l’altra faccia del local empowerment – è imprescindibile.

Lasciando stare i massimi sistemi, nei quali è facile cadere quando si parla di cooperazione e comunità, la grammatica delle cooperative di comunità è fatta sostanzialmente di nomi e verbi. Non ‘nomi propri’, ma ‘nomi comuni’, perché le cooperative di comunità fanno proprio rigenerazione e produzione di beni comuni a partire da risorse e territori ‘minuscoli’, quasi scomparsi dalle carte geografiche e dalle nostre mappe mentali. Sono questi ‘attrattori deboli’ – territorio, legami, presidi sociali – che ci sono ma non si vedono più, che bisogna riscoprire e ai quali bisogna restituire valore, per trasformare le connessioni in relazioni, gli spazi in luoghi, la comunanza in comunità.
Si tratta di processi maledettamente concreti, dove le opportunità passano attraverso il pecorino dei Cavalieri di Succiso e le ruspe dei Briganti di Cerreto; dove la mutualizzazione non è solo dei bisogni, ma soprattutto delle risorse, alle quali i legami restituiscono valore. E quando la cooperazione cresce, il bisogno di risorse diminuisce, in un circolo virtuoso che produce cambiamento.

Per funzionare, le cooperative di comunità, hanno bisogno di un vocabolario dissonante, capace di mandare in corto circuito il sistema di relazioni esistente: ‘briganti’, ‘cavalieri’, ‘ribelli’ sono i paladini di micro azioni di rottura e disubbidienza, tutte fatte con limpida intenzionalità, per i più vista come follia. Perché, per far funzionare una cooperativa di comunità, bisogna amare il rischio e decidere di investire sul proprio territorio quando non ci scommetterebbe nessuno. Per trasformarlo, attraverso l’attivazione di economie di scopo, in luogo ospitale per comunità intraprendenti.
Così come le comunità, i verbi di questa particolare grammatica hanno tutti un elevato contenuto di concretezza e materialità: è la dimensione del ‘fare’ a guidare l’azione, e la sua coniugazione all’avverbio ‘insieme’ apre le porte alla cooperazione, che diventa il sistema per produrre valore e creare sviluppo.

Quello che viene prodotto, è un valore difficilmente misurabile, ma indispensabile per lo sviluppo: Paolo Venturi ha parlato di ‘break even comunitario’, nel quale ad esempio il bilancio del circolo può essere ‘sopportabilmente in passivo’, perché in attivo è il suo contributo per la comunità come luogo di aggregazione, ritrovo, scambio.
Il prefisso ‘co’ ritorna in molti verbi delle cooperative di comunità, dando valore alle relazioni interpersonali e alla produzione come ‘fatto sociale’. Quello attuale è forse il momento storico in cui la logica dell’homo economicus sembra vacillare di più e in cui utilità, interessi e convenienze possono essere reinterpretati attraverso il paradigma dell’economia della reciprocità e della we-rationality in una chiave che dà potere, nel senso di possibilità di agire, al principio di autorganizzazione comunitaria.

A due giorni di distanza dalla morte di Fidel Castro è forse blasfemo parlare di rivoluzione, ma mi sembra che nell’aria ci sia l’opportunità di consolidare ‘conversazioni’ in grado, come diceva Keynes, ‘ di sfrondare le idee vecchie che si ramificano negli angoli della mente di tutti coloro che sono stati educati come lo è stata la maggioranza di noi’. E su questo – cito ancora Venturi – le cooperative di comunità hanno un importante ‘valore segnaletico’ da mettere in gioco.

colonna sonora: Siamo i ribelli della montagna, Ustmamò

PS: ringrazio maestri e compagni della scuola delle cooperative di comunità per tutto quello che ho imparato. Sono in debito con loro per le varie suggestioni che spuntano da questo post, frutto dell’ascolto e delle chiacchiere dense fatte a Succiso e Cerreto.

Nota: La targa nella fotografia è attaccata al muro di una delle case di Cerreto Alpi; girando per il paese se ne incontrano molte altre.

fullsizerenderIeri a Il-più-piccolo è caduto un dente.
Niente di epico (come era successo in passato), quanto piuttosto normale segnale del tempo che passa, anche per Il-più-piccolo. Che così piccolo a dire il vero non è più, anche se il più piccolo lo rimarrà sempre, come mio fratello piccolo, che continua a essere piccolo, in quanto il più piccolo, anche adesso che ha compiuto 35 anni.

Sapevo che quando avrebbe iniziato le elementari anche il-più-piccolo, sarebbe finita un’epoca. La scuola era lo spartiacque tra il prima e il dopo, uno spartiacque assordante, come il rumore metallico di un cancello che si chiude dopo essere stato sbattuto con forza.
Il prima erano stati gli ultimi dieci anni, passati tra notti in bianco, pannolini sporchi, ripetuti cicli di areosol e invincibili pidocchi, che avevano scandito giornate fitte di microscopici episodi, tutti finiti in un impasto magmatico ancora caldo nel quale era impossibile distinguere i singoli pezzi. I Mongi boys erano cresciuti, e lo avevano fatto senza che io me ne accorgessi, questo è il senso dell’impasto.

Adesso che stavo acquistando consapevolezza dell’accaduto, la mia pancia era attraversata da lampi di panico. Di quell’epoca chiusa dietro il cancello della scuola, che cosa rimaneva?

Quel dente caduto, in un pomeriggio umido di autunno emiliano, mi aveva angosciato: negli ultimi dieci anni erano successe troppe cose insieme, e io me le stavo dimenticando una dopo l’altra. Quando i Mongi boys avevano perso il primo dentino? Quando avevano mosso i primi passi? Quando avevano iniziato a parlare? Il vuoto, non mi ricordavo nulla.
E la mia ansia è cresciuta man mano che aumentava la mia percezione di quanto poco avevo curato la ‘memoria fotografica’ di quegli anni. Disordine assoluto anche lì: un inutile marasma digitale, sparso su più computer e altri supporti, senza nessuna protezione da un qualunque virus che avrebbe potuto distruggere tutto da un momento all’altro, immagini perdute su nuvole inesistenti che non avrei mai più ripescato, sparute foto microscopiche appese al frigo, nessun ritratto di famiglia in cornice, nessun album dei primi anni di vita, nessun antidoto cromatico per risvegliare la memoria.
Perché non avevo annotato su un quaderno quanto pesavano alla nascita, a che ora erano nati, la prima parola che avevano detto? Cosa rimaneva nella mia testa degli ultimi dieci anni? Nessuna data, pochissime certezze, il senso di nausea e disorientamento che ti prende quando scendi da una giostra che ha girato troppo veloce, il bisogno di appoggiarti a qualcosa, il desiderio di mettere tutto in pausa, per avere il tempo di ricostruire la storia, per leggerla e provare a darle un verso.
Questo pensavo mentre stringevo la gengiva sanguinante del-più-piccolo.

Con i ricordi ho sempre avuto un rapporto strano. A casa mia si è sempre vissuto più nel passato che nel presente, sono cresciuta come spettatrice di vite passate, dimenticandomi che intanto stava passando la mia. Più grande ho sviluppato un’allergia per l’accumulazione, gli strati di passato soffocavano il mio presente, che continuava a sfuggirmi di mano. In quel periodo ho smesso di dare importanza ai ricordi, zavorre inutili che ti legano a cose che non ci sono più. Il passato è passato, mi dicevo, è il presente che si merita tutta la mia attenzione. E così il presente se l’è presa tutta la mia attenzione, perché il presente è vorace, assorbe senza rilasciare, ti inebria senza prospettiva, è stupido e arrogante. Non tollera la memoria, che lo riporta subito a una condizione marginale di passato.

I figli hanno di nuovo cambiato la mia prospettiva (o forse è colpa degli anni). Comunque entrambi hanno il potere di fare entrare in contatto passato e presente. E ancora una volta ho modificato strategia: ho disseminato di ricordi casuali luoghi improbabili, per costruire tracce di memoria, flash sensazionali, per sapere che il tesoro esiste, anche se tu non hai la mappa. Così mi può capitare di scovare una vecchia foto sfogliando un libro di ricette, di trovare una lettera adolescenziale in una scatola di biscotti, o un disegno infantile dentro un vaso di fiori. E di godere di quella sensazione calda e pastosa che mi intasa il cervello e mi riporta al tempo della vecchia foto, della lettera adolescenziale o del disegno infantile. Non so se quello che mi ricordo di quei momenti è vero, ma il senso del passato è così forte che tutto sembra stare accadendo in quel momento, e io ci galleggio in mezzo, appagata. Molte volte capita che non scovi niente, e allora il passato sembra non esserci stato, e la testa riprende a girare come sulla giostra, come ieri quando al-più-piccolo è caduto il dente.

colonna sonora: Alive, Pearl Jam 

13296063_815801541888846_1933471420_nAssocio quella voce sentita al telefono qualche giorno prima a una montatura arancione appoggiata ad un viso imbrunito dal sole del crinale, che vedo sfuocata da dietro il vetro di una vecchia jeep rossa macchiata di fango. Dopo le curve strette tutto quel cielo intorno mi disorienta, respiro l’azzurro che mi sovrasta a pieni polmoni. Il profilo dei monti che circondano a semicerchio la valle sembra disegnato, il Cimone da quella visuale è maiuscolo nella sua aridità d’alta quota. Lo sguardo scorre leggero verso l’infinito. La primavera è inoltrata e il paesaggio è saturo di mazzi di tonalità di verde, la linea grigiastra delle montagne sembra eyeliner, nessuna sbavatura nella secchiata di azzurro intenso che mi schiaccia la testa e mi libera i pensieri.
L’odore della terra del bosco mi solletica le narici, mi sale alle orecchie il sapore di bagnato che viene dall’erba, più lontano sento il torrente scorrere, l’acqua fluidifica l’inquadratura. Il rifugio sta lì in mezzo, come se ci sia sempre stato, cresciuto insieme ai faggi e ai narcisi, cullato dal rumore dell’acqua.

Evaporano davanti a una pirofila fumante di pasta alla Norma i ricordi di queste terre di Giovanni, che di questa valle in cui è venuto a prendere moglie conosce i sentieri, i fiori e le poesie, e che a essere a pranzo un giorno in mezzo alla settimana in un ristorante vuoto dove il tempo sembra essersi fermato ad un passato indefinito con un manipolo di personaggi troppo giovani per avere un motivo per essere lì, gli brillano gli occhi di quella passione un po’ folle che lo fa alzare nonostante la schiena dolorante; si sovrappongono le storie dell’infanzia romagnola di un pilota dell’Alitalia in pensione, che è partito da Fusignano con la sua Nella e dopo aver solcato i cieli di mezzo mondo vent’anni fa ha comprato l’albergo sulla curva del paese; e oggi, da lì dentro, lancia maledizioni a tutti, sotto un paio di folti baffi, mentre ci sparecchia controvoglia il tavolo. Tra un bicchiere di vino rosso e una forchettata di broccoli selvatici escono intrecci inaspettati delle vite dei compagni di quella tavolata improvvisata; mi passano davanti agli occhi immagini che non ho vissuto: la vecchia stazione ferroviaria di Pracchia, la statua di Baracca a Lugo, le scorribande al passo del Colombaccio, una tipografia artigianale con i caratteri mobili macchiati d’inchiostro ancora sparsi in giro. Il sole entra di sbieco dalla porta d’ingresso, sbatte sulla polvere appoggiata alle bottiglie di amaro del bar e la spara sopra le nostre teste in una nuvola di granelli lucenti.

Siamo a Fellicarolo, un giovedì qualsiasi di fine maggio. Quattro chilometri più avanti, dove la strada finisce e la valle si allarga, ci sono i Taburri, con l’odore di terra del bosco. Quell’odore speziato qualcuno ce l’ha nei geni, ad altri gli è entrato dentro a forza di camminarci sopra, a me mi è rimasto impigliato nelle narici per sbaglio e non c’è stato starnuto capace di farlo uscire. Così ho cambiato strategia, ho provato a inspirare forte, per farlo salire del tutto, e mi è entrato nel cervello, si è radicato tra le mie sinapsi laterali e ha inquinato il mio liquido cerebrale che ora scorre al ritmo del torrente.

Il rifugio dei Taburri è chiuso, la prossima settimana scade il bando per scegliere chi lo gestirà per i prossimi sei anni e i primi di luglio dovrebbe finalmente essere di nuovo aperto. Le mie sinapsi macchiate della terra del bosco si stanno scaldando. E mi sembra che anche quelle di tante altre belle persone stiano facendo un gran movimento. Stiamo a vedere da che parte tira il vento.

colonna sonora: The Mountain Song, Garcia, Crosby, Slick & Kantner

FullSizeRender (1)Durante le mie peregrinazioni in giro per l’Italia per cercare di capire cos’è l’abitare condiviso e che forme assume, mi è capitato di entrare nello Spazio del Mutuo Soccorso, un progetto che nasce come occupazione abitativa di alcune vecchie palazzine abbandonate, di proprietà di un grande gruppo immobiliare nel quartiere San Siro a Milano, e che a distanza di qualche anno è diventato a mio modo di vedere un interessante modello di “condominio produttivo”, nel quale non solo ci abitano un centinaio di persone che prima non avevano casa, ma dove, attraverso l’autorecupero, sono stati attrezzati anche spazi per servizi e attività collettive aperti al quartiere, come ad esempio il gruppo di acquisto solidale popolare (GASP), la palestra popolare autogestita, un negozio basato su scambio e riuso, la ciclofficina, uno spazio tutto dedicato ai bambini e pure l’università popolare.

Come ho scritto dopo aver conosciuto la gente dello Spazio del Mutuo Soccorso, un’esperienza del genere si basa sulla convinzione che sia arrivato il momento di smetterla di cercare soluzioni individuali a problemi collettivi, e che invece sia necessario costruire meccanismi di solidarietà reciproca, che incentivino la collaborazione e oltre a soddisfare un bisogno costruiscano un nuovo modo di relazionarsi agli altri, che va in direzione di una vita più condivisa, regolata da principi di co-responsabilità, autogestione e mutuo aiuto.

Ho raccolto anche le voci degli abitanti dell’Hotel Patria Occupato (e prima o poi scriverò qualcosa anche su questo), dove vivevano una trentina di studenti universitari che a Palermo non trovavano alloggi a prezzi calmierati e che hanno quindi deciso di occupare insieme un vecchio albergo di lusso del centro storico che dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e tantissimi anni di abbandono era stato acquistato dalla Regione e destinato a studentato, senza che però i lavori di ristrutturazione venissero mai portati a termine.Attraverso un modello ben studiato di autogestione e autotassandosi per allestire gli spazi, gli occupanti sono riusciti ad aprire lo studentato, attrezzando anche diversi spazi comuni aperti all’esterno come sale studio e altri spazi per laboratori, seminari e attività ricreative.
L’obiettivo di questi ragazzi era ridare funzione e valore ad un edificio storico che era diventato per la città il simbolo del degrado e dell’abbandono, rispondendo ad un bisogno reale degli studenti e contemporaneamente facendo pressione sui soggetti competenti per risolvere il problema. E infatti quando l’Università e la Regione hanno riattivato le pratiche per l’apertura dello studentato, sei mesi fa, dopo due anni e mezzo di occupazione, gli studenti occupanti hanno riconsegnato le chiavi all’Ente regionale per il diritto allo studio, disoccupando volontariamente lo stabile. Che però per i “corsi e ricorsi” che troppo spesso caratterizzano l’amministrazione pubblica è oggi di nuovo bloccato, rischiando di ricadere nel vortice del degrado da cui i ragazzi occupanti, insieme a tanti abitanti del quartiere della Kalsa che collaboravano con loro, lo avevano tolto.

Sono stata poi a Roma, a vedere alcuni dei progetti di autorecupero, tutti nati da esperienze di occupazione, “ufficializzate” grazie ad una legge semplice e sulla carta potentissima, che dovrebbe essere “copiata” in tutta Italia e che prevede che l’Amministrazione comunale, per far fronte all’emergenza abitativa, individui immobili pubblici abbandonati adatti ad interventi di recupero, e che poi tramite bando selezioni cooperative di cittadini che si occuperanno di ristrutturare gli interni di questi immobili, trasformandoli in abitazioni e dotandoli di spazi comuni attraverso i quali sviluppare forme di condivisione, tanto tra residenti che con il quartiere.

Ho avuto anche la fortuna di vedere la “potenza” dell’occupazione abitativa dell’ex Telecom a Bologna nello sviluppare una comunità auto organizzata, pratiche di condivisione tra i residenti, relazioni di prossimità e forme di aiuto reciproco con il quartiere. Ma di questo preferisco non parlare, perché la “ferita” di quello sgombero irresponsabile, che ha spezzato molti dei legami fragili e preziosi che erano nati all’interno dell’ex Telecom è ancora aperta. E perché alcune cose le ho già scritte qui e qui, e adesso voglio raccontare un’altra storia.

La retorica di chi giustifica gli sgomberi con il dovere istituzionale di “ripristinare la legalità” rivela dal mio punto di vista un atteggiamento irresponsabile di coloro che avrebbero invece a disposizione molti strumenti istituzionali, più o meno conosciuti, per coltivare i germogli di innovazione che nascono nelle occupazioni e che devono essere protetti e nutriti se si vuole alimentare una “primavera abitativa” con cui provare a rispondere ai crescenti segnali di emergenza sociale.
Il filosofo Roberto Mancini, in una lezione che ha fatto recentemente proprio a Modena, ha parlato di “truffa ideologica mediatica” riferendosi al comportamento di coloro che si appellano al rigore per giustificare interventi iniqui o assecondare poteri forti, facendo passare come superfluo e insostenibile il tentativo – più complesso sì, ma anche più lungimirante e produttivo – di avviare politiche di trasformazione (e non di riforma, sempre riprendendo le parole di Mancini) della società, che propongano un nuovo modello di convivenza basato sulla solidarietà.

Esempi di risposte istituzionali a chi in tutto il mondo rivendica spazi dismessi e terreni abbandonati per realizzare progetti sostenibili di abitare collaborativo ce ne sono diversi, come sottolineano anche Christian Iaione e Sheila Foster nel loro lavoro The City as a Commons: molto conosciuto è il caso del quartiere di Dudley street a Boston , dove i cittadini sono riusciti a farsi assegnare in proprietà collettiva sei ettari di terreni abbandonati pubblici e altrettanti privati sui quali costruire un “villaggio urbano” fatto di case con affitti calmierati, negozi di autoproduzioni, aree verdi e spazi in cui favorire la socializzazione e la costruzione di reti di collaborazione e solidarietà tra gli abitanti; ma i due studiosi raccontano anche molte altre esperienze di trasformazione di spazi dismessi in beni pubblici collettivi, come i community garden, le fattorie urbane, tanti micro progetti di abitare collaborativo, di autogestione di spazi culturali e di organizzazione di servizi collettivi.
In tutte le esperienze riuscite, i soggetti pubblici hanno la funzione di abilitare la gestione dei beni comuni da parte dei cittadini, facilitando la transizione verso modelli di proprietà condivisa che passano dal riconoscimento della “funzione sociale” della proprietà. Questi esperimenti si concretizzano in contesti in cui il Pubblico è consapevole del valore e dell’utilità sociale in termini di capitale relazionale, integrazione, opportunità lavorative, risparmi e stimoli culturali che la cogestione di risorse condivise da parte di gruppi di cittadini può creare per la propria comunità, rispetto a un controllo esclusivo, pubblico o privato, di quelle risorse.
Quando emerge un interesse collettivo a gestire insieme ad altri cittadini risorse condivise è stupido interpretarlo come rivendicazione antagonista, ma bisogna invece valorizzarlo per quello che è, cogliendo le forme di attivismo illuminato che lo animano e che hanno bisogno di un modello di governance policentrico in cui inserirsi.

Anche nel “quadrato” compreso tra via Sant’Eufemia, Carteria e Bonacorsa si sarebbe potuto provare a mettere la proprietà (inutilizzata) a disposizione della comunità, inserendola in un circuito di “produzione sociale”.
E invece ieri l’ex caserma di Sant’Eufemia, la palazzina di via Bonacorsa, la palestra popolare e l’ex deposito carcerario di via Carteria in cui ogni lunedì c’era il mercatino delle autoproduzioni e gli altri giorni veniva usato come ludoteca, palcoscenico per spettacoli di teatro e concerti sono stati sgomberati.
La colpa è grave perché in quel “quadrato” si erano iniziate a muovere parecchie cose, non si partiva da zero, c’erano dei possibili interlocutori: non ascoltare o non saper ascoltare i segnali che arrivano dal territorio (ce ne sarebbe da dire su come quell’area è stata “gestita”!, ma me lo tengo per un’altra volta) è molto preoccupante, se si vogliono innescare processi di rigenerazione urbana che vadano oltre la dimensione edilizia.
In ogni caso la mossa di ieri evidenzia come non si è voluto (o non si è stati capaci) di cogliere l’opportunità di valorizzare “un quadrato ad alto potenziale”.

Adesso che l’umore è sotto le scarpe, l’unica cosa sensata che mi viene in mente, per non disperdere tutto, è di proporre una candidatura collettiva del complesso demaniale dell’ex caserma e degli attigui spazi del vecchio carcere che erano stati occupati, autorecuperati e trasformati in spazi collettivi aperti alla collettività, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, nell’ambito dell’iniziativa con la quale il Governo ha stanziato 150milioni di euro per ristrutturare o reinventare luoghi pubblici segnalati dai cittadini, nell’ottica di restituirli alla collettività.

colonna sonora: Unità di produzione, CSI