fullsizerender-1La prima volta che sono stata a Cerreto venivo dalla Liguria, al ritorno da un viaggio attraverso le Alpi francesi, in bicicletta. Quando siamo arrivati al passo stava calando la sera e posto per dormire non ce n’era. Così il gestore del rifugio ci aveva lasciato piantare la tenda nel prato dietro casa. A cena, nel rifugio, eravamo nel tavolo di fianco a Giovanni Lindo Ferretti, qualche anno prima che uscisse il suo libro Reduce, e lui decidesse di tornare stabilmente a vivere sulle montagne in cui era nato. Era il 2003, noi eravamo giovani e forti e pensavamo di poter cambiare il mondo, meglio se in sella a una bicicletta.

Dopo quella volta a Cerreto non ci sono più tornata, e nella mia memoria si è cristallizzato il ricordo della lunga salita per arrivarci, attraversando la Garfagnana, e del vento freddo che ci aspettava all’arrivo, nonostante fosse ancora estate. Dopo aver pedalato sulle strade delle vette più famose delle Alpi francesi, quelle di Cerreto, molto più basse e tonde, mi erano sembrate montagne di un altro tempo e di un altro pianeta: mi sentivo un po’ come Atreyu in sella al suo cavallo, in mezzo a un deserto di pietra, nel quale non sembrava esserci più spazio per l’Uomo. Le forze del Nulla minacciavano le terre raccontate nella Storia infinita come quelle di Cerreto. Cerreto Alpi, il paesino storico, stava morendo: quasi tutti gli abitanti avevano lasciato le loro case e si erano trasferiti più a valle; in una trentina di anni i residenti erano passati da 1000 a 60 e stava chiudendo anche l’ultimo bar rimasto.

Mentre io pedalavo inconsapevole sulle strade di Cerreto, in quel piccolo paesino dove l’indice di vecchiaia è dieci volte più alto della media italiana, stava succedendo qualcosa di molto potente: per la prima volta nella loro storia, le persone rimaste, preoccupate per la loro sopravvivenza e sollecitate dall’emergenza, avevano fatto uno sforzo di volontà comune: avevano deciso insieme di tenere aperto il bar, al quale aggrapparsi per non essere spazzati via da una modernità che non lascia spazio per chi vuole vivere in montagna.

Così i ragazzi rimasti in paese hanno aperto un circolo per gestire il bar, dal circolo è nata la cooperativa di comunità dei Briganti di Cerreto, che ha riportato a Cerreto Alpi lavoro e bambini, i due migliori antidoti contro l’abbandono.

Oggi in paese gli abitanti hanno ricominciato timidamente a crescere, chi aveva una seconda casa l’ha ristrutturata e ci viene a passare l’estate; c’è un circolo con 430 soci, un ambulatorio medico, il bar, un negozio di alimentari, una cooperativa che dà lavoro a dieci persone e ha aperto pure una fondazione culturale. Il suo animatore è quel Giovanni Lindo Ferretti che avevo visto tante volte cantare su un palco in giro per l’Italia, lo stesso che, mentre io attraversavo i suoi monti in bicicletta, lui aveva deciso di tornarci a vivere. Sempre quello che, a distanza di diciannove anni da Tabula Rasa Elettrificata e di tredici anni da quando l’ho incontrato al rifugio del passo del Cerreto, ho rivisto venerdì e sabato scorso, alla scuola delle cooperative di comunità, dove tra le altre cose ha ricordato che ‘dieci posti di lavoro nell’alta valle del Secchia oggi, equivalgono, in termini di percentuale di occupati sulla popolazione, alla Fiat a Torino negli anni d’oro’.

Oltre alla notte passata al mulino, col rumore del torrente a cullare il mio sonno rimboccato sotto un piumone morbido, alle superbe lasagne di Angela e Bruna, alla passeggiata all’alba con Simona e Chiara per le vie del paese cantato da Silvio d’Arzo nel suo ‘racconto perfetto’, alle storie di Alessio tra il fumo caldo dell’ultima sera col metato acceso, oltre a tutto questo sono tornata a valle – questa volta senza pedalare – con l’immagine di tante persone di ogni parte d’Italia, accomunate dall’avere una visione un po’ spiritata negli occhi: quella di ridare valore a territori vulnerabili riattivando le risorse già presenti nelle loro comunità, senza dimenticare quello per cui Elinor Ostrom, studiando le modalità di gestione dei Commons, ha vinto il premio Nobel per l’economia. Cioè che che non esiste una ricetta unica da replicare, ma ogni cooperativa di comunità va costruita e gestita a partire dal territorio in cui si colloca e dalla comunità che vi abita; e che, proprio per questo, il protagonismo locale – l’altra faccia del local empowerment – è imprescindibile.

Lasciando stare i massimi sistemi, nei quali è facile cadere quando si parla di cooperazione e comunità, la grammatica delle cooperative di comunità è fatta sostanzialmente di nomi e verbi. Non ‘nomi propri’, ma ‘nomi comuni’, perché le cooperative di comunità fanno proprio rigenerazione e produzione di beni comuni a partire da risorse e territori ‘minuscoli’, quasi scomparsi dalle carte geografiche e dalle nostre mappe mentali. Sono questi ‘attrattori deboli’ – territorio, legami, presidi sociali – che ci sono ma non si vedono più, che bisogna riscoprire e ai quali bisogna restituire valore, per trasformare le connessioni in relazioni, gli spazi in luoghi, la comunanza in comunità.
Si tratta di processi maledettamente concreti, dove le opportunità passano attraverso il pecorino dei Cavalieri di Succiso e le ruspe dei Briganti di Cerreto; dove la mutualizzazione non è solo dei bisogni, ma soprattutto delle risorse, alle quali i legami restituiscono valore. E quando la cooperazione cresce, il bisogno di risorse diminuisce, in un circolo virtuoso che produce cambiamento.

Per funzionare, le cooperative di comunità, hanno bisogno di un vocabolario dissonante, capace di mandare in corto circuito il sistema di relazioni esistente: ‘briganti’, ‘cavalieri’, ‘ribelli’ sono i paladini di micro azioni di rottura e disubbidienza, tutte fatte con limpida intenzionalità, per i più vista come follia. Perché, per far funzionare una cooperativa di comunità, bisogna amare il rischio e decidere di investire sul proprio territorio quando non ci scommetterebbe nessuno. Per trasformarlo, attraverso l’attivazione di economie di scopo, in luogo ospitale per comunità intraprendenti.
Così come le comunità, i verbi di questa particolare grammatica hanno tutti un elevato contenuto di concretezza e materialità: è la dimensione del ‘fare’ a guidare l’azione, e la sua coniugazione all’avverbio ‘insieme’ apre le porte alla cooperazione, che diventa il sistema per produrre valore e creare sviluppo.

Quello che viene prodotto, è un valore difficilmente misurabile, ma indispensabile per lo sviluppo: Paolo Venturi ha parlato di ‘break even comunitario’, nel quale ad esempio il bilancio del circolo può essere ‘sopportabilmente in passivo’, perché in attivo è il suo contributo per la comunità come luogo di aggregazione, ritrovo, scambio.
Il prefisso ‘co’ ritorna in molti verbi delle cooperative di comunità, dando valore alle relazioni interpersonali e alla produzione come ‘fatto sociale’. Quello attuale è forse il momento storico in cui la logica dell’homo economicus sembra vacillare di più e in cui utilità, interessi e convenienze possono essere reinterpretati attraverso il paradigma dell’economia della reciprocità e della we-rationality in una chiave che dà potere, nel senso di possibilità di agire, al principio di autorganizzazione comunitaria.

A due giorni di distanza dalla morte di Fidel Castro è forse blasfemo parlare di rivoluzione, ma mi sembra che nell’aria ci sia l’opportunità di consolidare ‘conversazioni’ in grado, come diceva Keynes, ‘ di sfrondare le idee vecchie che si ramificano negli angoli della mente di tutti coloro che sono stati educati come lo è stata la maggioranza di noi’. E su questo – cito ancora Venturi – le cooperative di comunità hanno un importante ‘valore segnaletico’ da mettere in gioco.

colonna sonora: Siamo i ribelli della montagna, Ustmamò

PS: ringrazio maestri e compagni della scuola delle cooperative di comunità per tutto quello che ho imparato. Sono in debito con loro per le varie suggestioni che spuntano da questo post, frutto dell’ascolto e delle chiacchiere dense fatte a Succiso e Cerreto.

Nota: La targa nella fotografia è attaccata al muro di una delle case di Cerreto Alpi; girando per il paese se ne incontrano molte altre.

fullsizerenderIeri a Il-più-piccolo è caduto un dente.
Niente di epico (come era successo in passato), quanto piuttosto normale segnale del tempo che passa, anche per Il-più-piccolo. Che così piccolo a dire il vero non è più, anche se il più piccolo lo rimarrà sempre, come mio fratello piccolo, che continua a essere piccolo, in quanto il più piccolo, anche adesso che ha compiuto 35 anni.

Sapevo che quando avrebbe iniziato le elementari anche il-più-piccolo, sarebbe finita un’epoca. La scuola era lo spartiacque tra il prima e il dopo, uno spartiacque assordante, come il rumore metallico di un cancello che si chiude dopo essere stato sbattuto con forza.
Il prima erano stati gli ultimi dieci anni, passati tra notti in bianco, pannolini sporchi, ripetuti cicli di areosol e invincibili pidocchi, che avevano scandito giornate fitte di microscopici episodi, tutti finiti in un impasto magmatico ancora caldo nel quale era impossibile distinguere i singoli pezzi. I Mongi boys erano cresciuti, e lo avevano fatto senza che io me ne accorgessi, questo è il senso dell’impasto.

Adesso che stavo acquistando consapevolezza dell’accaduto, la mia pancia era attraversata da lampi di panico. Di quell’epoca chiusa dietro il cancello della scuola, che cosa rimaneva?

Quel dente caduto, in un pomeriggio umido di autunno emiliano, mi aveva angosciato: negli ultimi dieci anni erano successe troppe cose insieme, e io me le stavo dimenticando una dopo l’altra. Quando i Mongi boys avevano perso il primo dentino? Quando avevano mosso i primi passi? Quando avevano iniziato a parlare? Il vuoto, non mi ricordavo nulla.
E la mia ansia è cresciuta man mano che aumentava la mia percezione di quanto poco avevo curato la ‘memoria fotografica’ di quegli anni. Disordine assoluto anche lì: un inutile marasma digitale, sparso su più computer e altri supporti, senza nessuna protezione da un qualunque virus che avrebbe potuto distruggere tutto da un momento all’altro, immagini perdute su nuvole inesistenti che non avrei mai più ripescato, sparute foto microscopiche appese al frigo, nessun ritratto di famiglia in cornice, nessun album dei primi anni di vita, nessun antidoto cromatico per risvegliare la memoria.
Perché non avevo annotato su un quaderno quanto pesavano alla nascita, a che ora erano nati, la prima parola che avevano detto? Cosa rimaneva nella mia testa degli ultimi dieci anni? Nessuna data, pochissime certezze, il senso di nausea e disorientamento che ti prende quando scendi da una giostra che ha girato troppo veloce, il bisogno di appoggiarti a qualcosa, il desiderio di mettere tutto in pausa, per avere il tempo di ricostruire la storia, per leggerla e provare a darle un verso.
Questo pensavo mentre stringevo la gengiva sanguinante del-più-piccolo.

Con i ricordi ho sempre avuto un rapporto strano. A casa mia si è sempre vissuto più nel passato che nel presente, sono cresciuta come spettatrice di vite passate, dimenticandomi che intanto stava passando la mia. Più grande ho sviluppato un’allergia per l’accumulazione, gli strati di passato soffocavano il mio presente, che continuava a sfuggirmi di mano. In quel periodo ho smesso di dare importanza ai ricordi, zavorre inutili che ti legano a cose che non ci sono più. Il passato è passato, mi dicevo, è il presente che si merita tutta la mia attenzione. E così il presente se l’è presa tutta la mia attenzione, perché il presente è vorace, assorbe senza rilasciare, ti inebria senza prospettiva, è stupido e arrogante. Non tollera la memoria, che lo riporta subito a una condizione marginale di passato.

I figli hanno di nuovo cambiato la mia prospettiva (o forse è colpa degli anni). Comunque entrambi hanno il potere di fare entrare in contatto passato e presente. E ancora una volta ho modificato strategia: ho disseminato di ricordi casuali luoghi improbabili, per costruire tracce di memoria, flash sensazionali, per sapere che il tesoro esiste, anche se tu non hai la mappa. Così mi può capitare di scovare una vecchia foto sfogliando un libro di ricette, di trovare una lettera adolescenziale in una scatola di biscotti, o un disegno infantile dentro un vaso di fiori. E di godere di quella sensazione calda e pastosa che mi intasa il cervello e mi riporta al tempo della vecchia foto, della lettera adolescenziale o del disegno infantile. Non so se quello che mi ricordo di quei momenti è vero, ma il senso del passato è così forte che tutto sembra stare accadendo in quel momento, e io ci galleggio in mezzo, appagata. Molte volte capita che non scovi niente, e allora il passato sembra non esserci stato, e la testa riprende a girare come sulla giostra, come ieri quando al-più-piccolo è caduto il dente.

colonna sonora: Alive, Pearl Jam 

13296063_815801541888846_1933471420_nAssocio quella voce sentita al telefono qualche giorno prima a una montatura arancione appoggiata ad un viso imbrunito dal sole del crinale, che vedo sfuocata da dietro il vetro di una vecchia jeep rossa macchiata di fango. Dopo le curve strette tutto quel cielo intorno mi disorienta, respiro l’azzurro che mi sovrasta a pieni polmoni. Il profilo dei monti che circondano a semicerchio la valle sembra disegnato, il Cimone da quella visuale è maiuscolo nella sua aridità d’alta quota. Lo sguardo scorre leggero verso l’infinito. La primavera è inoltrata e il paesaggio è saturo di mazzi di tonalità di verde, la linea grigiastra delle montagne sembra eyeliner, nessuna sbavatura nella secchiata di azzurro intenso che mi schiaccia la testa e mi libera i pensieri.
L’odore della terra del bosco mi solletica le narici, mi sale alle orecchie il sapore di bagnato che viene dall’erba, più lontano sento il torrente scorrere, l’acqua fluidifica l’inquadratura. Il rifugio sta lì in mezzo, come se ci sia sempre stato, cresciuto insieme ai faggi e ai narcisi, cullato dal rumore dell’acqua.

Evaporano davanti a una pirofila fumante di pasta alla Norma i ricordi di queste terre di Giovanni, che di questa valle in cui è venuto a prendere moglie conosce i sentieri, i fiori e le poesie, e che a essere a pranzo un giorno in mezzo alla settimana in un ristorante vuoto dove il tempo sembra essersi fermato ad un passato indefinito con un manipolo di personaggi troppo giovani per avere un motivo per essere lì, gli brillano gli occhi di quella passione un po’ folle che lo fa alzare nonostante la schiena dolorante; si sovrappongono le storie dell’infanzia romagnola di un pilota dell’Alitalia in pensione, che è partito da Fusignano con la sua Nella e dopo aver solcato i cieli di mezzo mondo vent’anni fa ha comprato l’albergo sulla curva del paese; e oggi, da lì dentro, lancia maledizioni a tutti, sotto un paio di folti baffi, mentre ci sparecchia controvoglia il tavolo. Tra un bicchiere di vino rosso e una forchettata di broccoli selvatici escono intrecci inaspettati delle vite dei compagni di quella tavolata improvvisata; mi passano davanti agli occhi immagini che non ho vissuto: la vecchia stazione ferroviaria di Pracchia, la statua di Baracca a Lugo, le scorribande al passo del Colombaccio, una tipografia artigianale con i caratteri mobili macchiati d’inchiostro ancora sparsi in giro. Il sole entra di sbieco dalla porta d’ingresso, sbatte sulla polvere appoggiata alle bottiglie di amaro del bar e la spara sopra le nostre teste in una nuvola di granelli lucenti.

Siamo a Fellicarolo, un giovedì qualsiasi di fine maggio. Quattro chilometri più avanti, dove la strada finisce e la valle si allarga, ci sono i Taburri, con l’odore di terra del bosco. Quell’odore speziato qualcuno ce l’ha nei geni, ad altri gli è entrato dentro a forza di camminarci sopra, a me mi è rimasto impigliato nelle narici per sbaglio e non c’è stato starnuto capace di farlo uscire. Così ho cambiato strategia, ho provato a inspirare forte, per farlo salire del tutto, e mi è entrato nel cervello, si è radicato tra le mie sinapsi laterali e ha inquinato il mio liquido cerebrale che ora scorre al ritmo del torrente.

Il rifugio dei Taburri è chiuso, la prossima settimana scade il bando per scegliere chi lo gestirà per i prossimi sei anni e i primi di luglio dovrebbe finalmente essere di nuovo aperto. Le mie sinapsi macchiate della terra del bosco si stanno scaldando. E mi sembra che anche quelle di tante altre belle persone stiano facendo un gran movimento. Stiamo a vedere da che parte tira il vento.

colonna sonora: The Mountain Song, Garcia, Crosby, Slick & Kantner

FullSizeRender (1)Durante le mie peregrinazioni in giro per l’Italia per cercare di capire cos’è l’abitare condiviso e che forme assume, mi è capitato di entrare nello Spazio del Mutuo Soccorso, un progetto che nasce come occupazione abitativa di alcune vecchie palazzine abbandonate, di proprietà di un grande gruppo immobiliare nel quartiere San Siro a Milano, e che a distanza di qualche anno è diventato a mio modo di vedere un interessante modello di “condominio produttivo”, nel quale non solo ci abitano un centinaio di persone che prima non avevano casa, ma dove, attraverso l’autorecupero, sono stati attrezzati anche spazi per servizi e attività collettive aperti al quartiere, come ad esempio il gruppo di acquisto solidale popolare (GASP), la palestra popolare autogestita, un negozio basato su scambio e riuso, la ciclofficina, uno spazio tutto dedicato ai bambini e pure l’università popolare.

Come ho scritto dopo aver conosciuto la gente dello Spazio del Mutuo Soccorso, un’esperienza del genere si basa sulla convinzione che sia arrivato il momento di smetterla di cercare soluzioni individuali a problemi collettivi, e che invece sia necessario costruire meccanismi di solidarietà reciproca, che incentivino la collaborazione e oltre a soddisfare un bisogno costruiscano un nuovo modo di relazionarsi agli altri, che va in direzione di una vita più condivisa, regolata da principi di co-responsabilità, autogestione e mutuo aiuto.

Ho raccolto anche le voci degli abitanti dell’Hotel Patria Occupato (e prima o poi scriverò qualcosa anche su questo), dove vivevano una trentina di studenti universitari che a Palermo non trovavano alloggi a prezzi calmierati e che hanno quindi deciso di occupare insieme un vecchio albergo di lusso del centro storico che dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e tantissimi anni di abbandono era stato acquistato dalla Regione e destinato a studentato, senza che però i lavori di ristrutturazione venissero mai portati a termine.Attraverso un modello ben studiato di autogestione e autotassandosi per allestire gli spazi, gli occupanti sono riusciti ad aprire lo studentato, attrezzando anche diversi spazi comuni aperti all’esterno come sale studio e altri spazi per laboratori, seminari e attività ricreative.
L’obiettivo di questi ragazzi era ridare funzione e valore ad un edificio storico che era diventato per la città il simbolo del degrado e dell’abbandono, rispondendo ad un bisogno reale degli studenti e contemporaneamente facendo pressione sui soggetti competenti per risolvere il problema. E infatti quando l’Università e la Regione hanno riattivato le pratiche per l’apertura dello studentato, sei mesi fa, dopo due anni e mezzo di occupazione, gli studenti occupanti hanno riconsegnato le chiavi all’Ente regionale per il diritto allo studio, disoccupando volontariamente lo stabile. Che però per i “corsi e ricorsi” che troppo spesso caratterizzano l’amministrazione pubblica è oggi di nuovo bloccato, rischiando di ricadere nel vortice del degrado da cui i ragazzi occupanti, insieme a tanti abitanti del quartiere della Kalsa che collaboravano con loro, lo avevano tolto.

Sono stata poi a Roma, a vedere alcuni dei progetti di autorecupero, tutti nati da esperienze di occupazione, “ufficializzate” grazie ad una legge semplice e sulla carta potentissima, che dovrebbe essere “copiata” in tutta Italia e che prevede che l’Amministrazione comunale, per far fronte all’emergenza abitativa, individui immobili pubblici abbandonati adatti ad interventi di recupero, e che poi tramite bando selezioni cooperative di cittadini che si occuperanno di ristrutturare gli interni di questi immobili, trasformandoli in abitazioni e dotandoli di spazi comuni attraverso i quali sviluppare forme di condivisione, tanto tra residenti che con il quartiere.

Ho avuto anche la fortuna di vedere la “potenza” dell’occupazione abitativa dell’ex Telecom a Bologna nello sviluppare una comunità auto organizzata, pratiche di condivisione tra i residenti, relazioni di prossimità e forme di aiuto reciproco con il quartiere. Ma di questo preferisco non parlare, perché la “ferita” di quello sgombero irresponsabile, che ha spezzato molti dei legami fragili e preziosi che erano nati all’interno dell’ex Telecom è ancora aperta. E perché alcune cose le ho già scritte qui e qui, e adesso voglio raccontare un’altra storia.

La retorica di chi giustifica gli sgomberi con il dovere istituzionale di “ripristinare la legalità” rivela dal mio punto di vista un atteggiamento irresponsabile di coloro che avrebbero invece a disposizione molti strumenti istituzionali, più o meno conosciuti, per coltivare i germogli di innovazione che nascono nelle occupazioni e che devono essere protetti e nutriti se si vuole alimentare una “primavera abitativa” con cui provare a rispondere ai crescenti segnali di emergenza sociale.
Il filosofo Roberto Mancini, in una lezione che ha fatto recentemente proprio a Modena, ha parlato di “truffa ideologica mediatica” riferendosi al comportamento di coloro che si appellano al rigore per giustificare interventi iniqui o assecondare poteri forti, facendo passare come superfluo e insostenibile il tentativo – più complesso sì, ma anche più lungimirante e produttivo – di avviare politiche di trasformazione (e non di riforma, sempre riprendendo le parole di Mancini) della società, che propongano un nuovo modello di convivenza basato sulla solidarietà.

Esempi di risposte istituzionali a chi in tutto il mondo rivendica spazi dismessi e terreni abbandonati per realizzare progetti sostenibili di abitare collaborativo ce ne sono diversi, come sottolineano anche Christian Iaione e Sheila Foster nel loro lavoro The City as a Commons: molto conosciuto è il caso del quartiere di Dudley street a Boston , dove i cittadini sono riusciti a farsi assegnare in proprietà collettiva sei ettari di terreni abbandonati pubblici e altrettanti privati sui quali costruire un “villaggio urbano” fatto di case con affitti calmierati, negozi di autoproduzioni, aree verdi e spazi in cui favorire la socializzazione e la costruzione di reti di collaborazione e solidarietà tra gli abitanti; ma i due studiosi raccontano anche molte altre esperienze di trasformazione di spazi dismessi in beni pubblici collettivi, come i community garden, le fattorie urbane, tanti micro progetti di abitare collaborativo, di autogestione di spazi culturali e di organizzazione di servizi collettivi.
In tutte le esperienze riuscite, i soggetti pubblici hanno la funzione di abilitare la gestione dei beni comuni da parte dei cittadini, facilitando la transizione verso modelli di proprietà condivisa che passano dal riconoscimento della “funzione sociale” della proprietà. Questi esperimenti si concretizzano in contesti in cui il Pubblico è consapevole del valore e dell’utilità sociale in termini di capitale relazionale, integrazione, opportunità lavorative, risparmi e stimoli culturali che la cogestione di risorse condivise da parte di gruppi di cittadini può creare per la propria comunità, rispetto a un controllo esclusivo, pubblico o privato, di quelle risorse.
Quando emerge un interesse collettivo a gestire insieme ad altri cittadini risorse condivise è stupido interpretarlo come rivendicazione antagonista, ma bisogna invece valorizzarlo per quello che è, cogliendo le forme di attivismo illuminato che lo animano e che hanno bisogno di un modello di governance policentrico in cui inserirsi.

Anche nel “quadrato” compreso tra via Sant’Eufemia, Carteria e Bonacorsa si sarebbe potuto provare a mettere la proprietà (inutilizzata) a disposizione della comunità, inserendola in un circuito di “produzione sociale”.
E invece ieri l’ex caserma di Sant’Eufemia, la palazzina di via Bonacorsa, la palestra popolare e l’ex deposito carcerario di via Carteria in cui ogni lunedì c’era il mercatino delle autoproduzioni e gli altri giorni veniva usato come ludoteca, palcoscenico per spettacoli di teatro e concerti sono stati sgomberati.
La colpa è grave perché in quel “quadrato” si erano iniziate a muovere parecchie cose, non si partiva da zero, c’erano dei possibili interlocutori: non ascoltare o non saper ascoltare i segnali che arrivano dal territorio (ce ne sarebbe da dire su come quell’area è stata “gestita”!, ma me lo tengo per un’altra volta) è molto preoccupante, se si vogliono innescare processi di rigenerazione urbana che vadano oltre la dimensione edilizia.
In ogni caso la mossa di ieri evidenzia come non si è voluto (o non si è stati capaci) di cogliere l’opportunità di valorizzare “un quadrato ad alto potenziale”.

Adesso che l’umore è sotto le scarpe, l’unica cosa sensata che mi viene in mente, per non disperdere tutto, è di proporre una candidatura collettiva del complesso demaniale dell’ex caserma e degli attigui spazi del vecchio carcere che erano stati occupati, autorecuperati e trasformati in spazi collettivi aperti alla collettività, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, nell’ambito dell’iniziativa con la quale il Governo ha stanziato 150milioni di euro per ristrutturare o reinventare luoghi pubblici segnalati dai cittadini, nell’ottica di restituirli alla collettività.

colonna sonora: Unità di produzione, CSI

IMG_1924L’Adriatico riempie per oltre 400 chilometri il finestrino del treno che da Bari viaggia verso nord. La potenza del mare più snobbato di tutto il Mediterraneo è tale a guardarlo di qua del vetro che sembra che da un momento all’altro lo possa sfondare, inondando violentemente il vagone.

Sto tornando a Modena dopo tre giorni di sharing school a Matera e non riesco a staccare lo sguardo da tutta quell’acqua. Vorrei invece essere calamitata dallo schermo del computer, per scrivere qualche pensiero volatile che mi gira per la testa, alimentato dalle parole che ho ascoltato nelle ultime ore. Ci provo rubando al mare sprazzi ondosi di attenzione, ne viene fuori un vortice torbido di schiuma, alghe e salsedine che disorienta chi vi si immerge. Niente a che vedere con le acque cristalline del mar di Sardegna, delle coste ioniche o delle isole dell’Egeo, ma ogni tanto per ritrovare la strada bisogna perdersi. Ecco le mie riflessioni ancora umide:

Non un rischio ma una certezza
Il rischio che la sharing economy venga interpretata in chiave Silicon Valley non è più un rischio, ma un dato di fatto. L’orientamento al mercato incarnato in modelli di business costruiti intorno a piattaforme informatiche che consentono di intercettare clienti altrimenti improbabili corrisponde a una lettura individualista della condivisione: la relazione qui è solo un mezzo, viene utilizzata appunto strumentalmente per ottenere maggiori profitti. Ragionare in questi termini porta a dividere e isolare, piuttosto che a condividere e a costruire reti. Più che la collaborazione viene favorita la competizione.

La sharing economy ormai una definizione in Italia ce l’ha
Non si tratta di dare giudizi di valore, perché il punto non è questo. Ma ritengo che continuare a insistere sulla mancanza di una definizione di sharing economy e intanto continuare a raccontare le storie di piattaforme come Airbnb, Blablacar o Gnammo abbia portato il grande pubblico a identificare la prima con le seconde. E questo sicuramente non fa bene allo sviluppo dell’economia della reciprocità, che è tutta un’altra cosa.

L’economia della reciprocità
L’economia della reciprocità è un modo di guardare la realtà, un berillo intellettuale come l’ha definita Zamagni che risponde a logiche di giustizia sociale, è fortemente radicata sui territori, attiva le persone per sviluppare relazioni e progetti comuni. A questo paradigma corrisponde una lettura inclusiva della condivisione, che incentiva la partecipazione e sviluppa modelli innovativi di sviluppo locale; modelli caratterizzati da civic collaboration, orientamento all’interesse generale, open commons, in cui, investendo in relazionalità, la bilancia si sposta dalla condivisione verso la collaborazione. È quello che alla sharing school ci hanno in parte raccontato Christian Iaione, che prova ad applicare alle città il metodo sperimentale sulla gestione dei beni comuni della Ostrom, e Flaviano Zandonai, che insieme a Paolo Venturi ha appena pubblicato un libro sulle imprese ibride: imprese sociali di capitale, cooperative di comunità, startup a vocazione sociale, società benefit che sviluppano modelli di innovazione sociale costruendo community hub intorno ai quali rigenerare valore.
L’economia della reciprocità è un filone di studi economici che affonda le sue radici nella tradizione italiana dell’economia civile, che a partire da Antonio Genovesi, vissuto a Napoli a metà del 1700, ha letto l’intera economia e società come una faccenda di cooperazione e reciprocità. L’idea del mercato come insieme di rapporti di mutua assistenza, dove le relazioni interpersonali sono il fulcro, è ritornata in auge alla fine del secolo scorso, dopo sostanzialmente “duecento anni di solitudine” tra economia e socialità, come ha ben argomentato Luigino Bruni nel suo libro Reciprocità. Dinamiche di cooperazione, economia e società civile.

Questione di rete
Tornando al nocciolo della questione, se il web 2.0 è stata la tecnologia abilitante per sviluppare la sharing economy, mentre questa cresceva, la virtualità della Rete ha contribuito a distruggerne lo spirito originario: i venture capitalists americani in questa storia sono solo gli acceleratori di un processo market-oriented iniziato dentro il Web, regolato dal principio del buying cheap and selling dear che è alla base di molti business model delle imprese simbolo della sharing economy, nel quale dietro alla ricerca del profitto si è perso per strada l’obiettivo di costruire reti reali di persone in carne ed ossa.
Basti pensare al dibattito intorno agli scarsi meccanismi di tutela del lavoro e al rischio di elusione fiscale che accompagna ultimamente la narrazione sulla sharing economy, sintomo di un mercato – per dirla con Zamagni, – incivile, escludente, che acuisce le diseguaglianze invece di combatterle.
Per costruire un mercato civile, in grado di dilatare gli spazi della civitas, bisogna tornare al territorio, attivare le persone che ci vivono, aggiornare il concetto di comunità e riscoprire la “coscienza dei luoghi”, come ci insegna con grande acume Giacomo Becattini nel suo ultimo libro.
Questo non vuol dire demonizzare Internet, anzi: le reti virtuali sono uno strumento chiave per sviluppare un modello di mercato civile, fintanto che rimangono ancorate al territorio; e questo sostanzialmente dipende dagli obiettivi che stanno dietro all’uso del Web.

Sostenibilità vs profittabilità
Nel confronto tra sharing economy e economia della reciprocità rientra anche il tema della sostenibilità: non si può infatti prescindere, in nessuno dei due casi, dal tema delle risorse, anche se anche su questo bisogna fare alcune distinzioni: la value proposition di Airbnb è accrescere la community per aumentare i profitti aziendali, quella dei Briganti del Cerreto accrescere la community per garantirsi la sostenibilità necessaria a generare valore sociale ed economico sul territorio.
È probabile che i venture capitalists, per la loro specifica mission, siano più portati a investire su Airbnb che sui Briganti del Cerreto. Quindi, come trovare le risorse che consentono anche alle imprese dell’economia civile di svilupparsi? La domanda meriterebbe risposte articolate (oltre a competenze molto più strutturate delle mie). Giusto per dare un piccolo contributo, lancio però una suggestione (per alcuni forse una provocazione) su questo punto: io penso che le risorse a favore delle imprese che co-producono valore sociale dovrebbero essere drenate da chi non produce valore sociale, secondo un sistema di tassazione progressiva costruito in base a un gradiente di impatto sociale. È la stessa logica di quei sistemi fiscali che ci ha illustrato Pigou strutturati per far pagare i costi ambientali ai soggetti che li producono, trasformando una quota dell’interesse individuale che determinati comportamenti producono nella tutela di benefici di carattere generale: in termini economici significa tassare che produce esternalità negative e sussidiare chi produce esternalità positive.
Provvedimenti di questo tipo non sono popolari perché si poggiano su una scelta esplicita e radicale di che cosa si vuole sostenere, che mal si adatta con lo spirito di mediazione e compromesso che contraddistingue l’azione politica, ma non per questo non possono essere proposti e sostenuti.

Il concetto di massa critica
Continuando il parallelismo, la massa critica ricercata da Airbnb è funzionale a far crescere il profitto. Per alimentarsi ha bisogno di riforme, con cui aggiustare il sistema vigente alle nuove declinazioni del modello capitalistico: la questione sulle regole sta infatti monopolizzando il dibattito mediatico sulle piattaforme di sharing.
La massa critica che vogliono coinvolgere i Briganti del Cerreto si differenzia per essere composta da persone con un volto e un’identità, e la scelta di strutturarsi in una cooperativa di comunità è emblematica di questo modello. La massa critica qui è funzionale alla creazione di un nuovo modello di convivenza, attraverso il quale avviare una trasformazione culturale della società. Sull’attualità della categoria politica della trasformazione, rispetto a quelle delle riforme e della rivoluzione tradizionalmente utilizzate in Europa per designare il cambiamento, mi rifaccio alle parole del filosofo Roberto Mancini che nel suo libro Trasformare l’economia spiega come “trasformare è diverso sia dal mero riformare un sistema per mantenerlo, sia dal cercare di abbatterlo con la violenza in un’epica giornata”.

Non solo forma
Potrebbe sembrare alla fine di questo ragionamento che la mia sia solo una questione formale, su quali termini sia meglio utilizzare nel dibattito italiano sulla sharing economy. Ma a mio parere la forma in alcuni casi diventa sostanza: nell’era dello storytelling raccontare la sharing economy non è più produttivo per sviluppare ecosistemi collaborativi in grado di produrre valore condiviso. Quindi se si vuole sostenere veramente la collaborazione e generare impatto sociale oltre che valore economico bisogna aggiornare il vocabolario: su cooperazione, mutuo aiuto, economia civile l’Italia può insegnare a parlare anche agli americani, gli inglesismi per una volta lasciamoli da parte.

colonna sonora: Telefonami tra vent’anni, Lucio Dalla (interpretata da Rocco Papaleo, Alessandro Gassman e Luigi Lo Cascio nel film Il nome del figlio)

 

6eea14220066edf49ce5d482721c2a37G. è a casa con febbre, tosse, raffreddore e sprazzi di mal di pancia. Si cura prevalentemente con dosi massicce di iPad, in situazioni normali contingentato a casa Pitton, ma sfoderato senza remore nelle emergenze.
Oltre ai sintomi dell’influenza ha pure un dentino che gli dondola. Il secondo, se non contiamo i due incisivi di sopra che ha perso due anni fa sbattendo la faccia contro il cancello dell’asilo e che non sono ancora ricresciuti, lasciandogli un sorriso asimmetrico, fatti di tanti pieni e un inusuale vuoto per un bambino della sua età.
Il dentino traballante è da togliere, sia perché balla davvero tanto, sia perché quello sotto è già spuntato e rischia di crescere storto per colpa di quello vecchio che non vuole cedergli il posto.
Sembra però che nessuno riesca nell’impresa, alimentando di giorno in giorno una leggenda degna di quella della spada nella roccia.
Aspiranti Artù si improvvisano ieri pomeriggio D. e M., fratelli più grandi del malaticcio G., rispettivamente infermiere scelto e dottore specializzato in dentologia.
M. si conquista il titolo di dottore senza fatica, avendo dato prova in passato di estremo coraggio e risolutezza nello sradicarsi da solo i suoi denti da latte, dopo essersi isolato in una camera separata per raggiungere la concentrazione necessaria. D. è comunque soddisfatto del ruolo subalterno ma indispensabile di assistente alla poltrona (nel caso specifico più che di poltrona sarebbe più corretto parlare di divano, visto che è lì che giace G., in attesa dell’operazione), visto che il suo trascorso in materia di denti è più prosaicamente costellato di episodi di terrore acuto, attacchi di paura distillata e pomeriggi a bocca aperta ad aspettare la caduta spontanea, con conseguente sovra produzione di saliva e anchilosamento della mascella, tutti fattori che hanno pesantemente influenzato la scelta del piccolo G. di richiedere a gran voce il temerario M. come suo dottore personale.
Detto questo, vale la pena aprire e chiudere una parentesi per sottolineare l’accuratezza mai vista prima nelle operazioni di lavaggio delle mani dei due dentologi in erba: sapone solido, sapone liquido, olio di oliva, detersivo per i piatti, risciacqui con il colluttorio, spugne, spugnette e spazzolini di ogni foggia sono stati impiegati per rendere le mani idonee all’intervento, durante una bath session a ritmo di musica di almeno quindici minuti.
Al momento di entrare in azione però tutta la tranquillità esibita da G. fino a quel momento svanisce di colpo e i suoi dentini, per uno strano incantesimo, si chiudono in una morsa impenetrabile.
Segue un’ora abbondante di contrattazione estenuante, fatta di svariati tentativi di persuasione – dall’offrire al paziente una serie di bicchieri d’acqua con cui ammorbidire la stretta (ma che come effetto collaterale mandano G. in bagno a fare pipì tre volte) all’uso del ghiaccio per anestetizzargli la bocca, dallo spennellamento di miele sul palato per fargli arretrare la lingua al classico rimedio del filo attaccato alla porta, dall’idea di giocare a basket tramando di colpirlo sul labbro con una pallonata a quella ancora più violenta di tirargli direttamente un cazzotto ben assestato – che però non riescono a bucare la fiducia del più piccolo dei tre, che si sottrae di volta in volta agli attacchi dei fratelli adducendo iperboliche scuse (basta, smettetela che io ho così tanta febbre che non mi si apre la bocca), improvvisi bisogni fisiologici (Alt, time, ho la cacca!), divieti perentori (voi non mi staccate niente, nè oggi nè mai!) o soluzioni condizionali (va bene se lo facciamo domani, di mattina?)
Questa schermaglia porta allo sfinimento le parti: da un lato G., a cui quella situazione ha messo addosso sempre più ansia, dall’altro i suoi fratelli che alternano richieste gentili (Non avere paura piccolino mio) a vere e proprie implorazioni (Dai, ti prego, fallo per i tuoi fratelli), fino ad arrivare a minacce esplicite (Scegli tu: o ti stacco il dente o ti stacco la testa).
Ad accusare di più il colpo della “determinazione anti-dentista” di G. è però in particolare il tutto d’un pezzo dottore dentologo M., che a un certo punto, quando ormai è chiara l’impossibilità di riemergere da quella contrattazione paludosa, scoppia in un pianto inconsolabile, ululando alla luna e bagnandosi copiosamente di lacrime le guance. “Però io voglio staccare un dentino ogni tanto”, sono le parole con cui condisce la sua espressione disperata, mentre tira su col naso e singhiozza a fiumi.
Entra in casa in quel frangente il Mongi daddy, di ritorno dal lavoro. Trova M. in lacrime, G. con le orecchie basse, triste per il pianto del fratello e preoccupato per il suo dente, e D. un po’ defilato che cerca di trattenere sorrisini tra l’incredulo e il divertito.
Prendendosi paternamente M. sulle ginocchia, lancia allora una proposta per superare l’impasse: “G., ti prometto che vado a prendervi il gelato se fai provare al dottore M. a toccarti il dentino”.
La parola “gelato” fa cessare i pianti come per magia e G. acconsente docile a farsi mettere le mani in bocca. Così, mentre io mescolo le zucchine e il Mongi daddy si toglie le scarpe, con rapida mossa e colpo da maestro, M. risolve in un baleno la questione ed esclama, trionfante e lapidario “Staccato, staccato, staccato!!!!”, sventolando nella mano sinistra il minuscolo dentino con la radice ancora sanguinante.
D. si affretta a portare soccorso al paziente un po’ stralunato, gli avvicina alle labbra un bicchiere d’acqua, gli porge un fazzolettino con cui tamponare la ferita e gli accarezza premurosamente la testa.
G. con il fazzoletto in bocca e il bicchiere in mano assiste all’accaduto ancora non del tutto consapevole, mentre D. e M. gli saltano intorno esultanti, gridando a turno “dentino, gelato, dentino, gelato”.
D., nella parte dell’allievo interessato, chiede lumi sull’operazione al maestro dentologo, che candidamente risponde “è stato facile, ho infilato le unghie sotto il dente e ho spezzato i nervetti con le mani”, e poi aggiunge, rivolto a G. “hai visto che non fa male con me?”. G., chiamato in causa, con la voce impastata dal fazzoletto azzarda un timido “un po’ malino si..”, a cui l’altro ribatte con un “dai Giovi, è solo una specie di tic, non è proprio un male, non devi neanche dire ahi!”.
Mentre i Mongi boys si scambiano profusamente baci (smack, smack) e abbracci (pat, pat), ringraziamenti (grazie Michi, vieni qui che ti do un’abbracciatona) e cortesie (prego Giovi, non c’è di che, mi fa sempre piacere staccare i denti a me), D. nella sua veste di fratello grande richiama saggiamente gli altri due all’evidenza dei fatti, ricordando al Mongi daddy la promessa del gelato.
Io nel frattempo assisto alla scena cercando di rimanere estranea, mi appunto sulla lavagna della cucina gli scambi di battute più evocativi e mi limito a riportare il tono della voce dei miei ragazzi a un livello accettabile, quando la concitazione della trattativa la spinge troppo in alto.
E con il senno di poi sarebbe stato meglio se avessi continuato a rimanere estranea. Mi spiego meglio: comprare il gelato risultava un problema, considerato che il Mongi daddy aveva il portafoglio vuoto e che la Mongi mummy (che poi sarei io) si era accorta in quel momento di aver dimenticato il suo in biblioteca qualche ora prima. Così i bimbi si sono lanciati a recuperare da salvadenai e cassettine segrete il necessario. Racimolato il gruzzolo, M. ha fatto per allungarlo al Mongi daddy che senza volere gli ha urtato con un gomito la manina aperta, facendo volare gli spiccioli in giro per la sala, tra un allegro ticchettare metallico. È seguita la fase del recupero, che ha visto tutta la Mongi family impegnata e chinata nello svolgimento delle operazioni.
Senonché, mentre mi rialzo compiaciuta con in mano una monetina da 1 euro e nell’altra una da 50 cent, sbatto con slancio contro lo spigolo della ribaltina della libreria rimasta inavvertitamente aperta e mi ritrovo gambe in aria e ghiaccio in testa, distesa sul vecchio tappeto afgano della sala. “Il gelato è rimandato a domani per cause di forza maggiore” recitano i titoli di coda di un fine giornata vissuto pericolosamente a casa Pitton.

colonna sonora: Dentist! (Little Shop of Horrors), Steve Martin

IMG-20160315-WA0007Al parco ho conosciuto una ragazza che mi ha detto che il giorno dopo avrebbe compiuto quarant’anni.

Forse avrei dovuto dire signora, che a quarant’anni non è che uno è ancora un ragazzo, ma quella signora ha circa la mia età e a me quando mi chiamano signora mi fa un effetto strano, per niente bello, così io i miei coetanei li chiamo tutti ragazzi, maschi e femmine, sperando che loro facciano lo stesso con me, quando mi incontrano.

Comunque questa ragazza l’ho incontrata che stava riempendo una borraccia di plastica trasparente viola alla fontana. Se fossi andata a prendere un caffè, non l’avrei incontrata di certo perché mi ha detto che al bar non ci va più. C’è stato però un periodo della sua vita, quando aveva circa ventisette anni, che invece al bar ci andava eccome, prendeva sempre un cannolo alla crema e un caffè d’orzo in tazza grande. Poi è successo che capitava spesso che entrasse al bar e che i cannoli alla crema fossero finiti, così le toccava prendere solo il caffè d’orzo perché non si attentava a uscire dal bar senza prendere niente dopo che si era accorta che nella vetrina delle paste i cannoli alla crema non c’erano più. Il problema è che il caffè d’orzo del bar ha un gusto amarissimo, piacevolissimo se miscelato con la crema del cannolo, ma improponibile se bevuto da solo. In ogni caso lei non aveva mai pensato di ordinare qualcosa di diverso dal caffè d’orzo quando nel bar non c’erano cannoli alla crema e nemmeno di ripiegare su un orzo piccolo, che si poteva buttare giù in un sorso solo, accorciando la sofferenza. Aveva invece deciso di non andare più al bar per non trovarsi in quelle spiacevoli situazioni, che quando le capitavano le rovinavano oltre il palato anche l’umore, almeno per una mezza mattina.

Da quella storia sul caffè d’orzo, i cannoli alla crema e la frequentazione dei bar avrei dovuto capire che c’era qualcosa di anomalo nel modo di ragionare di quella ragazza. Tanti anni prima, nel bel mezzo di una accesa discussione tardo adolescenziale, quella ragazza aveva spiegato l’incompatibilità comunicativa che ogni tanto scattava nel suo gruppo di amiche con la metafora dell’albero: tronco comune ma tanti rami diversi, alcuni dei quali crescono senza mai incrociarsi con gli altri. Lei capitava quasi sempre si trovasse su uno di quei rami indipendenti, tanto robusti quanto difficili da raggiungere. Dopo aver razionalizzato la cosa non è che le dinamiche del gruppo fossero cambiate, ma le sue amiche avevano uno strumento in più per gestire la relazione e la ragazza aveva acquistato consapevolezza del fatto che quello che a lei sembrava perfettamente normale, era ai più incomprensibile.

Non sto parlando di cose non così diffuse ma comunque plausibili come divertirsi a correre nel bosco, andare a prendere i bambini a scuola in monopattino, pranzare in cima all’half pipe della pista degli skateboard o avere sempre in borsa un coltellino Opinel a punta tonda con cui tagliare fettine sottilissime di mela.

E neanche di cose un po’ più strane, come tenere i finestrini della macchina aperti anche in autostrada, per paura che si blocchino le chiusure elettroniche e si resti intrappolati dentro, oppure temere l’attacco di uno squalo nuotando in piscina, essere terrorizzati dalla profondità del mare nonostante un brevetto da bagnina o ancora tentare la “scalata” dell’Empire State Building a piedi piuttosto che salire in ascensore.

Mi riferisco piuttosto a un fatto che mi ha raccontato davanti alla fontana, con la sua voce inconfondibilmente emiliana e lo sguardo un po’ asimmetrico. Mi diceva che aveva bisogno di un paio di pantaloni un po’ eleganti, per un’occasione di lavoro, e quindi era uscita per andare a comprarli. Si era tenuta un po’ di tempo per fare una passeggiata in centro e guardare le vetrine, visto che normalmente ci sfreccia davanti in bicicletta senza riuscire a mettere a fuoco niente, a parte la fiammata di colori che le attraversa il campo visivo lateralmente e si dissolve alle sue spalle mentre le gambe continuano a far girare i pedali.
Quell’incedere lento, a piedi, fermandosi spesso, le aveva fatto venire un po’ di formicolio intorno alle anche, una specie di prurito, sintomo forse di un’anomala intolleranza alla lentezza. Non è infatti che il suo abituale passo veloce o la sua pedalata fulminea derivassero da una reale necessità di essere a un determinato orario a un determinato appuntamento, piuttosto erano un suo modo di essere, dato dal gusto per la velocità auto-prodotta, che insieme al sudore liberava le tossine emotive bloccate sotto pelle. In ogni caso di pantaloni belli o quantomeno interessanti dal suo punto di vita, alcuni ne aveva trovati. Uno in particolare, nero opaco e con le tasche larghe, le sembrava quello più adatto a lei. Stava per entrare nel negozio quando dietro la porta aveva individuato la commessa, immobile come una sentinella su due tacchi sottili che la facevano sembrare ancora più magra. Il profilo marmoreo di quella figura proiettava un’ombra sinistra davanti ai piedi della ragazza, che incautamente si era presentata all’ingresso con indosso un paio di jeans bucati sul ginocchio e delle Tiger con la suola completamente consumata. Il suo senso di inadeguatezza era acuito dal fatto che una predisposizione genetica e i suoi trascorsi da calciatrice le avevano lasciato in eredità due “cosce a prosciutto” difficilmente addomesticabili dentro i pantaloni stretti che vanno per la maggiore adesso. Con la mano sulla maniglia, le si era fermata la saliva a metà dell’esofago, tanto quella situazione gliel’aveva resa densa. E le era tornato in mente quello che le succedeva al bar, quando i cannoli alla crema erano finiti e le toccava bersi l’amarissimo caffé d’orzo. Così aveva lasciato scivolare via la mano dalla maniglia e voltato le spalle ai pantaloni sotto scorta, tornando verso casa a passi svelti, con i suoi vecchi jeans bucati sul ginocchio. Da allora non era più entrata in un negozio accessoriato di commessi premurosi, per la stessa ragione che l’aveva indotta a stare alla larga dai bar.

A volte basterebbe scendere un po’ dal ramo su cui si è finiti, cercare un appiglio diverso e provare a salire da un’altra parte, magari optare per la combinazione “spremuta e panino al prosciutto” se i cannoli alla crema sono finiti, ma arrampicarsi sugli alberi non è una cosa che si impara dalla sera alla mattina. Se ci pensiamo bene, succede anche a proverbiali arrampicatori quali sono i gatti, di aver bisogno dei pompieri per scendere, quando si avventurano troppo in alto su rami isolati.

Detto questo, non so neanche come si chiama quella ragazza che è cresciuta su un ramo molto laterale, ma se in borsa ha un Opinel a punta tonda e la borraccia di plastica trasparente viola allora non ci sono dubbi, è lei. Chi la incontrasse le faccia i miei auguri di buon compleanno.

colonna sonora: Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale, Calibro 35