Archive for marzo 2012

Ieri sera sono stata con Chiara e Cosetta a Bologna ad uno swap party, che poi non è altro che un modo per rifarsi gratis un look glamour e firmato (almeno così te lo vendono). L’idea è quella antichissima del baratto, rivisitato in versione cool&fashion, dove la moda non si acquista ma si scambia, a suon di bottoni colorati, in un ambiente trendy, all’ora dell’aperitivo.
Con una borsa di vestiti a testa e un abbigliamento non proprio consono alla serata, abbiamo timidamente varcato la soglia dello show room di parquet che ospitava l’evento, nella prima periferia di Bologna, circondate da uno stuolo di aspiranti veline/letterine/controfigure delle Chiarlie’s Angels. Intanto nella mia testa si affollavano pensieri a me solitamente estranei: “dai Silvia, che stasera senza rossetto e eyeliner non vai da nessuna parte”, “ma perché non sono andata dalla parrucchiera, che ho una testa che sembra un piatto di spaghetti di soia appena saltati in padella al ristorante cinese Bambù”, “e non ho neanche fatto in tempo a farmi la doccia!”, “cavolacci, io che ho sempre pensato che tailleur e scarpa da ginnastica fossero trendy.. scopro stasera quanto possono essere trash, tra tacchi di ogni foggia e colore!”, “per non parlare dello zainetto nero Lowe Alpine da 25 litri.. quello davvero lo potevo lasciare in macchina!”.
Una fila di quasi sole donne, molte giovani e fashion addicted, si snodava attraverso il locale, in attesa di farsi valutare dalla giuria di esperte di moda i propri capi di abbigliamento, per poi scambiarli con altri di pari valore all’apertura dello swap shop. Come moneta di scambio bottoni colorati, un adattamento in versione moda delle fiches del casinò: i bottoni gialli per vestiti di basso valore, i fucsia per l’extra top, in mezzo bottoni verdi e blu.
Abbiamo cercato di confondere in mezzo a quella coda profumata e vaporosa il colore verdognolo della nostra pelle, tipico delle facce emiliane in inverno, e l’inesistente messa in piega, senza riuscire a levarci di dosso la scomoda sensazione di sentirci “pesci fuor d’acqua”. Per fortuna il clima si è presto sciolto, grazie all’open buffet davanti al quale anche le aristocratiche e eteree signore della moda “scendono – come si dice – dal pero” e iniziano a allargare i gomiti e a parlare con la bocca piena, con in mano un calice di vino bianco, in bocca un tramezzino di troppo e nello sguardo la concentrazione del gatto affamato che punta l’uccellino che cinguetta ignaro, concentrazione diabolica tutta rivolta al vassoio di voulevant ondeggiante sulla mano del cameriere in sala.
Man mano che ci avvicinavamo al banchetto della giuria, nonostante la buona dose di vino ingerita, cresceva in noi la “sindrome da esame di maturità”: sudorazione diffusa, voce tremolante, gambe molli, pancia in subbuglio, iper salivazione e difficoltà a deglutire, accelerazione del battito cardiaco, testa leggera. La paura che ci venisse rifiutato tutto quello che avevamo portato era palpabile, e terribili le facce disgustate delle giurate, nell’esaminare gonne e giacche che a me sembravano perfette. Anche perché la cosa più trendy che avevo portato era sicuramente la borsa di plastica marchiata Paul Smith nella quale avevo la notte prima infilato a casaccio camicie di Luca con colli immensi in stile anni Ottanta e maglioni intrisi di naftalina che non mettevo da anni. Tra questi un Ballantyne dalla fantasia improponibile, brutta anche per un pigiama, che però, grazie al nome, mi è valso un bottone verde da spendere allo swap shop. Terminato il lavoro della giuria, le porte di quell’improvvisato negozio senza moneta si sono aperte, e una folla indisciplinata di ragazze chiassose vi si è riversata dentro. Faticosissimo muoversi (figuratevi con lo zainetto Lowe Alpine da 25 litri in spalla..), difficilissimo arrivare agli abiti, quasi impossibile impossessarsi di quello che si sarebbe voluto. Non so dire quanto tempo siamo rimaste in quella sala larga e corta, troppo piccola per contenere anche solo la metà di noi, ma non direi più di mezz’ora, anche se la situazione era fuori dal tempo. È stata come un’invasione delle cavallette (a proposito di economia della condivisione o del mutuo soccorso..) e a noi novizie, prestate allo swapping per una sera, non sono rimaste che le briciole lasciate sul campo di battaglia dalle più esperte navigatrici di quel genere di party. Penso che non sarebbe stata un’impresa facile neanche per quella Sophie diventata famosa con I love shopping, perché un conto è lo shopping, un altro lo swapping.

A conti fatti, la serata è stata comunque anche per me fruttuosa (nel bottino una coppola di simil peluche Emporio Armani per mio marito, un vestito floreale firmato Pinko, un paio di jeans neri limited edition Dondup un po’ abbondanti e una gonna Le jean de Marithè Francois Girbaud conquistata grazie all’occhio lungo della mia amica ex-stilista-forever-trendy-mamma-fulltime Chiara). Quando mi sono infilata sotto le coperte, alle dieci e mezzo, nel silenzio della notte più profonda che regnava a quell’ora in casa mia, mi sono addormentata di botto, con il rimpianto di essermi lasciata scappare uno splendido chiodo rosa pallido e un trench verde brillante, ma anche con la consapevolezza che si può fare di meglio, e che uno swap party prima o poi sarebbe carino anche organizzarlo.

colonna sonora: Oh, Pretty Woman, Roy Orbison

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T’immagini

Immaginati un grande rettangolo verde. Vuoto di erba.
Immaginati un prato. In periferia. Abbandonato.
Immaginati una strada che finisce a un certo punto. Puoi parcheggiare sul bordo senza dare fastidio. Non ci parcheggia nessuno. Perché dovrebbe? Non c’è niente intorno, solo prato.
Immaginati un buco nella città (forse qualcuno se ne è dimenticato).
Immaginati la ferrovia che lambisce il prato. E taglia in due la città. Di qua il prato, di là capannoni ormai arrugginiti, un pezzo glorioso della storia di Modena.
Immaginati un pomeriggio di inizio primavera.
Immaginati che non c’è bisogno della giacca, l’aria è calda, quasi la primavera fosse alla fine.
Immaginati magliette a righe, felpe colorate, qualche manica corta, un cappellino rosso, riccioli neri e caschetti biondi, teste pelate e lunghi capelli, un cane felice, peloso e grigio, che corre sull’erba.
Immaginati corse, cadute, salti della corda, palle che rotolano, pedali che girano, monopattini che scorrono, qualche carrozzina e passeggino.
Immaginati grandi&piccini, sparsi nel prato. Per qualche ora piacevolmente chiassoso e straordinariamente vivo.
Immaginati un picnic su quel prato.
Immaginati pane di farine tedesche sapientemente impastato, affettato su un tagliere di legno, appoggiato per terra. Da mangiare con mortadella emiliana.
Immaginati una grande ciotola di macedonia, la spuma del lambrusco che canta nei bicchieri, la crostata di albicocche con uova di quaglia e burro di bufala.
Immaginati quadretti di pizza casalinga e cannoli di pasticceria, focacciagenovese e succhi di frutta.
Immaginati una cassa di arance e mandarini, un piatto di ananas tagliato a quadretti, pane burro e marmellata (ma niente nutella), crescente al rosmarino e torta di mele specialissima.
Immaginati un thermos di té al limone dimenticato nella borsa.
Immaginati tovaglioli di carta e bicchieri di plastica, un pennarello per scriverci sopra il nome, un piccolissimo tavolo da campeggio, di quelli pieghevoli con quattro seggioline attaccate.
Immaginati coperte e plaid stesi intorno al tavolino.
Immaginati altezze diverse: persone in piedi, bambini, adulti, qualcuno sdraiato, qualcuno seduto per terra, quattro bambini sulle seggioline del tavolino da campeggio, altri uno sopra l’altro, altri ancora sul sellino della bici, il cane all’altezza di un cane, Luca un po’ piegato dal mal di schiena.
Immaginati un signore a passeggio che si ferma a parlare con quelle persone sul prato, famiglie che passano in bici che guardano quell’insolito picnic incuriosite.
Immaginati papà con la macchina fotografica al collo, facce sporche di aranciata e cioccolata, mamme che allattano, bimbi che gridano e si rincorrono.
Immaginati il treno che passa e ripassa, in accelerazione quando viene da sinistra, lento quando viene da destra.
Immaginati il rumore del treno, che tutte le volte irrompe sulla scena e per qualche istante sembra bloccarla.
Immaginati i bambini, un po’ spaventati e un po’ emozionati, quando sentono il treno che arriva e poi lo vedono sempre più vicino, e poi di nuovo che si allontana, una carrozza dopo l’altra, lasciando nelle orecchie il ricordo del suo sferragliare.
Immaginati quei bambini che alla vista del treno lo salutano felici, che si sbracciano, che gli corrono incontro.
Immaginati che un treno ricambi il saluto fischiando. E che un altro addirittura si fermi. E si metta a chiacchierare con quei bambini. E dia loro un appuntamento per il giorno dopo, stessa ora stesso posto.
Immaginati il sole che illumina le facce dei bambini, gli fa stringere gli occhi, gli scurisce la pelle.
Immaginati il tempo che passa veloce, le chiacchiere che lo scaldano, i giochi che lo animano.
Immaginati i sorrisi diffusi, lo stupore di un incontro collettivo improvvisato, la sensazione che non te l’aspettavi così facile e così bello, un pomeriggio di inizio primavera in mezzo a un prato abbandonato, la prima volta tutti insieme, grandi&piccini.

M’immagino gli aerei che sono passati sopra a quel prato, a quelle persone, a quel picnic, quel pomeriggio. Chissà cos’avranno pensato le persone lassù. Chissà..

colonna sonora: T’immagini, Vasco Rossi 

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120 secondi sono il tempo che ho provato a ritagliarmi oggi pomeriggio per stare da sola. Due minuti. Non sono riuscita a superare il minuto e mezzo, senza che nessuno richiedesse la mia partecipazione alla gara di salto acrobatico dal divano o volesse compagnia mentre faceva la cacca o mi si aggrappasse alle caviglie per essere preso in braccio o gridasse semplicemente “maaammaaaa” per accertarsi di non avermi perso. A due minuti non ci sono arrivata, ho fermato il cronometro a 94 secondi, il tempo “solo mio” che mi è stato concesso. Già, perché 120 secondi sono troppi, sono qualcosa di completamente estraneo al concetto di “mamma di tre pupotti nati in quattro anni dei quali il più grande ha un’età che sta sulle dita di una mano”. E alla fine 94 secondi sono un risultato da incorniciare! Provare per credere.

 51 post-it (più tre virtuali, scritti via cellulare) sono il senso estetico di una serata che sinceramente non mi aspettavo così interessante&interessata, nella quale le persone (adulte) di Irughegia si sono confrontate su motivazioni, aspettative e dubbi del loro progetto di cohousing “a misura di bambino”, nato per scherzo e che per davvero cresce e prende forma. La cosa per me più potente di questa avventura che mi sono ritrovata a vivere è che il progetto cresce insieme al gruppo che lo porta avanti: famiglie che fino a pochi mesi fa non si conoscevano iniziano ad ascoltarsi nel profondo, a condividere valori, a dedicare tempo agli altri, a credere in un sogno, e a provare a costruirlo. Tante volte mi sono chiesta se quest’alchimia un po’ speciale sia venuta per caso o se invece una “mano invisibile” stia in qualche modo guidando così sapientemente un processo di conoscenza reciproca e di creazione collettiva che mai mi sarei aspettata si sarebbe realizzato così bene.
Senza voler fare un report serio di questo lavoro di gruppo, mi sembra però utile sottolineare che i post-it più ricorrenti parlano di concetti quali socialità, aiuto reciproco, valori comuni, arricchimento personale, vita sana, senso di comunità, impegno sociale, tutti principi che ricorrono in varie esperienze di cohousing e che possono essere riassunti nel lapidario “sbattersi meno, vivere meglio” sentenziato da Corrado a metà serata. Nella topten dei desiderata, il verde e il contatto con la terra la fanno da padroni, ma non mancano i supporter del camino e del forno a legna, quelli che vogliono realizzare un gruppo d’acquisto e perché no un mercatino a km zero sui binari dismessi della ferrovia, quelli che vorrebbero abbandonare l’auto di proprietà per condividerne una con gli altri e quelli che, accanto all’orto, sognano di avere galline e caprette. La sintesi su questo ce la regala la compagna di Corrado che se ne esce dicendo che “Irughegia sarà semplicemente il più bel posto di Modena dove andare a vivere”.
Su tutto e su tutti, sempre in primo piano, sempre al centro, ci sono i bambini, quelli intorno ai quali ruota questa co-casa e il suo sistema di welfare futuribile, quelli per i quali tutti si impegnano, quelli che a tutto questo danno davvero un senso.

colonna sonora: I cento passi, Modena City Ramblers 

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“Tu vuoi essere Mario o Luigi?” mi fa Davide.
“Mario o Luigi: chi sono costoro?” penso tra me e me, sicura che la domanda non sia rivolta a me ma uno dei suoi fratelli, con i quali è spesso impegnato in avventure realisticamente fantascientifiche. Ma mi sbagliavo e infatti, con voce squillante e un po’ scocciata insiste: “Mamma, ma non mi senti? Ti ho chiesto se vuoi essere Mario o Luigi. Scegli che poi giochiamo alla ”. La è la Wii, la console da casa di Nintendo che ha inaugurato una nuova era nel mondo videoludico. Rispetto ai classici videogiochi, sempre più complessi e con sempre più pulsanti, il telecomando della Wii diventa un’appendice con cui prendere parte all’azione come se il gioco fosse realtà: il telecomando si trasforma in una spada con cui colpire gli avversari o in una racchetta da tennis con cui sbracciarsi per colpire la pallina. La prima volta che ho visto la Wii in azione è stato durante un match di tennis tra mio marito e un suo amico, uno che non avresti mai detto potesse avere la Wii: i due, uno a fianco all’altro seppur avversari, saltavano per tutta la stanza con quella specie di bacchetta magica in mano, concentratissimi sullo schermo della televisione, per vedere dove rimbalzava la pallina, mentre gli uscivano urla che di solito senti solo nel campo centrale del Roland Garros e le magliette si riempivano di sudore, tutt’altro che virtuale.. Anche molti amichetti di Davide sono entrati nel magico mondo della Wii e per mio figlio, che ha una mamma che a mala pena sa accendere la televisione, andare a casa loro è un’esperienza unica: torna che mi spiega come si gioca a bowling, a golf, mi racconta che ha vinto la finale del campionato di calcio spagnolo e che a nuoto ha battuto Ian Thorpe. Però a casa nostra di Wii, Nintendo Ds, Palystation, Xbox e affini neanche l’ombra (almeno per ora..). E di conseguenza Davide, la sua , se l’è costruita da solo: come hardware una scatola di cartone grande come una piccola valigia, che ha forato in vari punti e messo in verticale, tenendola ferma con scotch e cordini. E poi insieme a Michele ci giocano a tennis, infilando da una parte penne e matite in quei fori, prendendole fuori dall’altra e rinfilandole di nuovo, in un botta e risposta adrenalinico, come fossero Federer e Nadal a sfidarsi.
Mario e Luigi con il tennis non c’entrano, almeno così ho capito. Alla fine io mi sono trovata a essere Luigi, con un pacchetto di fazzoletti di carta come telecomando, Davide era Mario e aveva in mano uno schiaccianoci, Michele, dotato di una molletta da bucato, il piccolo Luigi (che poi Davide mi ha spiegato è Luigi senza baffi) e Vangio non poteva che essere baby Mario (impegnato a difendere dagli attacchi nemici due biscotti e un quarto di mela). È stata la partita di bowling più assurda che mi sia mai capitato di giocare, tutti in fila, seduti per terra, a guardare la scatola di cartone e a muovere il polso nel migliore dei modi per tentare lo strike. Purtroppo tutto è finito quando Vangio si è mangiato mela e biscotti ed è rimasto senza telecomando. D’altra parte la qualità dei materiali è importante quando si maneggiano oggetti tecnologici. E anche se biologici, mela e biscotti sono troppo deperibili per dare garanzia di durata..

Nota: Tutto questo è successo veramente qualche sera fa, nella mezz’ora che va dalle sei e mezzo alle sette, quando di solito io sto inventando la cena, i bimbi mi giocano intorno (o più precisamente sotto, stesi sul pavimento, rischiando ripetutamente di farmi rovinosamente cadere su di loro con una ciotolina di pesto o un piatto di ceci in mano) e il papà è in coda, in qualche strada della città, che sta provando a tornare a casa come troppi papà contemporaneamente, a quell’ora.

colonna sonora: Barbie Girl, Aqua

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Nelle ultime settimane negli asili di Modena si è parlato di famiglia.
Alla scuola materna i bambini di cinque anni hanno descritto la loro famiglia, per presentarla ai loro nuovi compagni, che li aspettano il prossimo anno alle elementari. Davide ha scelto una delle poche foto dove ci siamo tutti e cinque e l’ha descritta così: “siamo a Sestola in montagna, abbiamo una casa che prima l’abbiamo noleggiata e poi l’abbiamo comprata. Siamo in cinque. Giovanni è il più piccolo, ha un anno, papà è il più grande e ha 36 anni, la mamma è media ma quasi alta come il papà, si chiama Silvia e il 17 marzo compie 36 anni. Michele è mio fratello e ha due anni e a volte mi fa lo sgambetto e io sono il fratello maggiore. La mamma è il capo del Comune di Modena, papà fa quello che prende i soldi dell’autostrada e lo fa a Cesena. Quando è proprio festa o c’è un’emergenza tipo quando vomito o mi sanguina il naso, dormiamo tutti insieme nel lettone con mamma e papà”.
Al nido, ai bambini, la famiglia l’hanno fatta disegnare. Nel disegno di Michele ci sono delle specie di cerchi (che sono le persone) con intorno tante lineette (che sono i capelli). Ci sono il cerchietto di Dadi, di Vangio e di Michi, della mamma e del papà. E poi c’è Bembo. Bembo è l’amico di Michele, con un gran testone e pochi capelli, si direbbe dal disegno. Bembo è una presenza costante da quasi un anno nella vita della nostra famiglia, una presenza che non parla ma di cui si parla, e molto. Bembo è un bambino di età variabile tra i due e gli otto anni, a seconda dei giorni, che sa andare molto fotte in bicicletta, abita in una casa gialla là fonno quella strada, vedi mamma? Ma quando ci passiamo davanti, alla sua casa, Bembo non si affaccia mai per salutare. Perché dorme. Bembo domme sempe sempe.
Quando trovo il bagno allagato è tatto Bembo, quando Michi è senza giacca in mezzo alla neve ho pettata a Bembo, quando chiedo “chi l’ha detto che si mangiano con le mani gli spaghetti?” m’ha detto Bembo. Nel letto Michi, la sera, lascia sempre un posto per Bembo, quando fa il bagno vuole mettersi gli occhialini perché Bembo lo schizza, se la nonna gli regala una caramella, Michi gliene chiede subito un’altra, se no Bembo piange. Quando parla di Bembo, Michi smette di balbettare, si esprime sicuro, come un cantante davanti a un microfono, sa tutto di lui e è orgoglioso di essere l’unico depositario della conoscenza dell’universo-Bembo, l’unico in grado di rispondere a qualsiasi domanda sul suo amico. Spesso è Davide (un po’ a disagio per il fatto che il suo inseparabile fratellino abbia un amico così intimo che lui non ha mai nemmeno visto) che chiede storie su Bembo a Michi e stare a ascoltare le loro conversazioni è magnifico: Davide è molto attento, indaga nella vita di Bembo, scende nei particolari. E Michi lo soddisfa, con quello sguardo da golpe di chi ha un amico speciale nel taschino, un amico tutto suo e solo suo, che giorno dopo giorno impariamo a conoscere sempre meglio ma che non vedremo mai. Perché quando passiamo là fonno quella strada, dove c’è la casa gialla, Bembo dorme. Perché Bembo ha motto sonno e domme sempe sempe.
Non lo vedremo mai, ma Bembo è uno di famiglia a tutti gli effetti. Non mi ha nemmeno stupito più di tanto che Michi lo abbia disegnato insieme a noi cinque: quando la tata Cri mi ha chiesto chi fosse ho risposto candida: “è l’amico di Michele, da quest’estate sono inseparabili”. Mi sono dimenticata di precisare che si tratta di un amico immaginario, ma ormai anch’io faccio fatica a non pensarlo come un bambino vero.

 Nelle ultime settimane negli asili di Modena si è vista una mobilitazione straordinaria.
Genitori, bambini, insegnanti, cittadini, tutti compatti contro il piano di esternalizzazioni delle scuole dell’infanzia varato dal Comune.
A Modena, dove nel 1969 è stato aperto il primo asilo nido d’Italia, prima ancora della legge che li avrebbe istituiti, i nidi, in pochi giorni sono state raccolte 3800 firme per dire no alle esternalizzazioni.
Tra due giorni, sabato 17 marzo, piazza XX settembre farà fatica a contenere tutti i genitori, i bambini, gli insegnanti, gli asili nido, le scuole materne e tutti quelli che pensano che i servizi all’infanzia 0-6 siano una eccellenza di Modena e facciano parte delle radici identitarie della nostra comunità. Saranno tutti in piazza per dire ai nostri amministratori “giù le mani dagli asili”. Io io mio compleanno lo festeggerò lì!

colonna sonora: El pueblo unido jamas sera vencido, Banda Bassotti

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Luca mi ha regalato un quadro. Un quadro quadrato di 30×30 cm, incorniciato in un elegante porta LP londinese, bordato di bianco, opaco anche al tatto.
Sopra una città anonima, ci sono dipinti tre specie di bambolotti, quello in mezzo ha la cravatta e una corona gigantesca sulla testa. Ha il naso e la bocca, a differenza degli altri due, e anche le mani e i piedi. Forse per questo l’hanno fatto re, perché è tutto intero. E forse perché è il re ride, o forse ride perché ha la bocca. Sopra a quei tre bambolotti, sulla destra, c’è una bicicletta. Direi che sia una Graziella. Una Graziella con le rotelle, una Graziella di qualche bambino probabilmente. In basso, sotto la striscia di palazzi di quella città anonima, c’è scritto, in corsivo: “la Città è dei Bimbi”. Quel verbo di una lettera, così corto e così potente insieme, messo proprio in mezzo alla frase mi ha fatto pensare: se non ci fosse stato, la frase sarebbe diventata “la Città dei Bimbi”, che presupponeva l’esistenza di una città dei bambini, in qualche modo contrapposta a una città degli adulti, magari una città pensata dagli adulti “a misura di bambino”, comunque una città altra rispetto alla città vera, una specie di riserva indiana per i bambini.
Con quella parolina in mezzo, la frase è tutta diversa: “la Città è dei Bimbi” non dà spazio ad interpretazioni: vuol dire semplicemente che la città è dei bambini. E di nessun altro. Chissà come sarebbe il mondo se le città fossero dei bambini. È un’ipotesi talmente assurda e lontana dalla realtà, che non riesco neanche a immaginarmela una città così. Domani lo chiedo a Davide e Michele come sarebbe la loro città. Può essere un buon inizio, partire dai bimbi, anche per pensare allo spazio dei bambini che vogliamo costruire nel nostro cohousing e aprire ai bambini della città. Lì, sulla porta d’ingrasso, il quadro di Colette ci starà sicuramente bene.

colonna sonora: Asilo Republic, Vasco Rossi 

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“Non so e non voglio sapere se il vostro matrimonio è felice, però il cd di partecipazione è davvero bello, anche dopo quasi 10 anni! Mi scuso per il disturbo e saluto. Dario”.

Mentre cenavamo, stasera, il mio cellulare ha trillato, qualche ora dopo, poco fa, quando ho controllato il motivo del trillo, ho scoperto questo sms.
Di Dario, al nostro matrimonio, ce n’era uno solo, un personaggio maiuscolo, girovago per lavoro del padre dal Nord al Sud Italia, stanziale negli anni dell’università nella città universitaria per eccellenza, Bologna, dove il mio Luca è nato e cresciuto e dove con Dario si è incontrato, per vie di obiettori, amici comuni, zampini dell’Arci.
Dieci anni fa al mio numero di cellulare rispondeva Luca, e sulla partecipazione-cd avevamo indicato il suo numero per raccogliere le conferme al pranzo in piedi e alle immediatamente a seguire danze sfrenate (grazie ancora all’avantissimo remix del ducacontemanu dj), nell’agriturismo di campagna alle porte di Modena dove ogni tanto facevo la bagnina.
Di getto ho risposto a quel Dario che da tanto non sentivo e ho scoperto che non era quel Dario che pensavo io, ma un tizio di Spilamberto che non conosco e di cui non so nulla se non che si chiama Dario, che abita a Spilamberto, che vive in mezzo a libri e musica e che il nostro cd-partecipazione l’ha preso al mercatino di Fiorano, dove è probabilmente finito dopo che qualche invitato se ne è sbarazzato (e a questo punto mi piacerebbe sapere anche chi è stato!).
Incredibile ‘sta storia, tanto che mi prudono le mani a raccontarla da quanto mi sembra inverosimile nella sua magica realtà e il cervello mi si impalla di sinapsi per il fiume di ricordi che quel Dario ha mosso e che adesso viaggiano come impazziti da un neurone all’altro.
Grazie allora a Dario per avermi mandato quel sms, per avermi ricordato quel cd che il nostro IMac non legge neanche più, per avermi fatto tornare in mente il sole d’ottobre, i miei capelli sparati, le calze a righe di Luca, la sua cravatta arancione, il mio vestito irregolare, le stampelle di Mauro, i capelli della Giuli, Satu e Junni che si rincorrono nel prato, l’entrata trionfale delle mie compagne di squadra, i miei compagni di liceo che non ho più perso di vista, il maggiolone rosso scoperchiato con cui sono arrivata in Piazza Maggiore accompagnata dal Felpani, ottimo autista, neonato papà, testimone altissimo di Luca, mio unico compagno di casa la notte prima delle nozze, che il suo maggiolone l’aveva lucidato due ore, la mattina di quel cinque ottobre, con la cera, come solo Karate Kid avevo visto fare. Vado a letto con quella festa nel cuore, i balli, le parole, la partenza la mattina dopo per cinque indimenticabili settimane su e giù per la cordigliera andina, in Patagonia, la gioia di quando ti sposi perché “tutto l’amore che c’è” lo vuoi gridare al mondo, l’incredulità che “tutto l’amore che c’è” c’è ancora, più forte e felice che mai.

colonna sonora: Pensiero stupendo, La Crus

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