Archive for aprile 2012

A me che mio nonno è stato prigioniero in Germania dal settembre 1943 all’aprile 1945 e quando è tornato, il 20 aprile, pesava 45 chili (per 183cm di altezza), comprese le schegge di bomba che aveva in pancia.

A me che mia nonna, suo genero (che è poi mio padre) lo ha sempre guardato un po’ storto, per via delle sue origini altoatesine, troppo vicine al confine con i cattivi tedeschi.

A me che sono cresciuta con i racconti di mia mamma, sfollata in colllina, a Castelvetro, a poco più di un anno, quando mio nonno (suo padre) lo avevano portato via i tedeschi e in città il rischio dei bombardamenti era troppo alto perché mia nonna (sua madre) rimanesse a Modena con due bambini in fasce.

A me che sempre mia mamma mi raccontava che un giorno a Castelvetro sono arrivati sette soldati austriaci che hanno occupato la casa dove abitava mia mamma, mandando lei, suo fratello e mia nonna a vivere in soffitta e volevano che ogni giorno si tirasse il collo a una gallina perché avevano fame e il maresciallo biondo che guidava il gruppo, mia mamma se la prendeva sempre in braccio e le dava dei pezzettini di cioccolata che tirava fuori dalla tasca della giacca e una mattina quando mia mamma si è svegliata i soldati austriaci non c’erano più e qualche giorno dopo è arrivato mio nonno e mia nonna che l’ha visto così magro non smetteva più di piangere.

A me che a sentire la Giulia che raccontava che andava a trovare suo nonno Ermanno per scrivere con lui il Bignami della storia della Repubblica di Montefiorino che lui aveva fondato sulle nostre montagne insieme ad altri patrigiani coraggiosi, mi è sembrato di farne parte anch’io di quella bella storia di coraggio e democrazia.

A me che mi piace sentirmi un po’ Milton, il giovane partigiano protagonista del romanzo di Fenoglio Una questione privata, nella sua corsa inarrestabile e disperata per cercare di dare un senso alla sua vita.

A me che resistere mi sembra tanto più necessario, quanto più sarebbe comodo e semplice non farlo.

A me che i miei bambini li ho addormentati tutti e tre, da quando sono nati, cantando Bella Ciao.

A me che l’altra sera, quando ho portato Davide e Michele a sentire il coro delle mondine di Novi, a vederli seduti in prima fila, con la bocca aperta, gli occhi spalancati, a battere le mani appassionatamente, mi si sono inumiditi gli occhi per l’emozione.

A me che domani è il 25 aprile, in testa sento già la banda suonare, e non vedo l’ora di essere in piazza a festeggiare.

colonna sonora: Bella ciao, Coro delle mondine di Novi

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Nuovi supereroi

Ho l’influenza: febbre, male alle ossa, ghiandole del collo ingrossate, gola rossa e orecchie in fiamme, lo sguardo un po’ spento, i capelli appiccicati sulla fronte, il naso colante e gli stessi vestiti da tre giorni. Però non me lo sono sognato, c’ho pensato e ripensato, è successo davvero, ha detto esattamente così:

“Sono PAPPEMEN”
“C’ho le pile, tante pile”
“AARGH!!!”
“Sono uguale PAPPEMEN”
“PAPPEMEN ha sempre pile”

Michele è incredibile,
anche adesso che ho dovuto mettere in lavatrice la sua tuta da PAPPEMEN (l’uomo ragno, per chi non mastica l’inglese), perché “stava in piedi da sola”, e per compensare il suo piccolo proprietario col caschetto biondo gira per casa nudo con un paio di mutande rosse e gli inseparabili guanti di lana, anch’essi rossi,, in ricordo dei bei tempi andati (che torneranno non appena l’operazione di asciugatura sarà conclusa). E soprattutto adesso che la “golpe”, quell’animaletto dispettoso e furbo con cui ha un rapporto stretto di amore-odio, si è portata via i suoi ciucci, e il piccolo moschettone a forma di cuore che li teneva insieme giace triste e solo, con il cordino da scalata penzolante e tranciato dai denti dell’animale, nel cassetto di cucina.

 D’altra parte Michele è PAPPEMEN e c’ha tante pile..

colonna sonora: Spiderman, Michael Buble 

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L’uomo del Monte ha litigato con quelli che producevano le scatolette per i suoi ananas sciroppati. Quelli che sono diventati ricchi e potenti grazie agli ananas dell’uomo del Monte. Quelli che con gli ananas dell’uomo del Monte hanno costruito la loro fortuna. Beh, questi qua hanno deciso che era tempo di kiwi, altrettanto esotici ma molto meno impegnativi dei loro cugini ananas, molto più comodi da sbucciare, molto più veloci da mangiare, molto più facili da coltivare. E così da un giorno all’altro, questi qua hanno deciso che l’uomo del Monte non gli serviva più, sorpassato, inadeguato, scomodo, appuntito come i suoi ananas.

L’uomo del Monte io l’ho conosciuto una mattina di sole, mentre andava a scegliere, come tutti i giorni dell’anno, gli ananas più dolci e maturi. E mi ha dato l’impressione di essere una persona sincera, appassionata del suo lavoro, una persona che conosce bene la terra, quello che può dare ma anche quello che bisogna darle perché rimanga fertile, una persona con il viso sempre rosso, per il sole e per il carattere, una persona che sa che ci vuole ben più di un anno perché un ananas raggiunga la perfetta maturazione, una persona che assaggia, si sporca le mani, ci mette del suo, una persona che non abbandonerebbe mai gli ananas perché i kiwi sono più adatti alle logiche del mercato.

In soldoni è successo che quelli che con le scatolette per gli ananas dell’uomo del Monte sono diventati ricchi e potenti a un certo punto hanno rinnegato l’ananas, tutto d’un tratto troppo grande, troppo dolce, troppo giallo, troppo corazzato. Hanno dichiarato che così non si poteva andare avanti, tutto il business dell’ananas in scatola dipendeva troppo e solo dalla figura dell’uomo del Monte, l’unico in grado di capire quando l’ananas è maturo al punto giusto, l’unico che ha l’autorità di dire “sì”, che assicura che gli ananas siano raccolti e messi in scatola il giorno stesso, il primo che anche a noi, a suo tempo, aveva detto “sì”, con convinzione e trasporto.

La situazione è complessa e delicata, non sappiamo che fine farà l’uomo del Monte, ma il problema non è tanto legato alle sorti di un singolo uomo (seppur dotato di una capacità straordinaria di riconoscere il momento dell’esatta maturazione dell’ananas): da questa faccenda dipende infatti il futuro dell’ananas in generale, la sopravvivenza di piatti che hanno fatto conoscere la cucina cinese nel mondo o di cocktail universalmente famosi come la Pina colada. Tra ananas e kiwi sono ufficialmente aperte le ostilità, non si sa come andrà a finire, si sa solo che sul mercato non c’è posto per tutti e due.

colonna sonora: Should I stay or should I go?, The Clash

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Sento girare la chiave nella serratura della porta. Luca fa il suo ingresso in giacca e cravatta nel nostro “attico al quarto piano senza ascensore” dell’Harlem bulding, la palazzina multietnica in Party’s street in cui abitiamo. Sono le otto e ventisette, fuori inizia a venire buio e dentro è il solito “mercoledì di ordinaria follia”: Davide è nel bagno rosso a fare la cacca che mi reclama a gran voce perché mi sieda di fianco a lui a raccontargli una storia di quando giocavo a calcio; Michi è in piedi sul suo letto, con la chitarra elettrica a tracolla che canta la sua hit del momento: la canzone del vigilino con la paletta rossa e verde; Vangio scappa ridacchiando per la sala, lasciando orme bagnate sul pavimento (disseminato, come al solito, di macchinine, matite colorate e attrezzi da meccanico), mentre cerco di prenderlo e togliergli i vestiti fradici di dosso, dopo che di soppiatto si è infilato nel bidet, ha aperto il rubinetto e si è lavato completamente, per fortuna senza sapone..

Il mercoledì Luca torna sempre tardi, o comunque ad un orario che i bimbi non resistono senza mangiare, e così io e i bambini, il mercoledì, ceniamo da soli: un’esperienza che vale la pena raccontare. Già mentre cerco di preparare qualcosa di commestibile, soprattutto se sono passate le sette, orario della “massima fame da lupo”, mi trovo Vangio attaccato a una gamba che piange e strilla senza sosta, Michi seduto al suo posto con cucchiaio e forchetta in mano che tamburella sul tavolo mentre canta “pappa-pappa-pappa!” e Davide che, incurante del fatto che intanto io sto mescolando i piselli, salando l’acqua per la pasta, lavando l’insalata e cuocendo gli hamburger, mi chiede, a seconda del mercoledì, se posso aiutarlo a incollare un foglio, scrivere hamburger su un altro foglio, fare un nodo corsoio, dipingere una tela con le tempere o cucire un calzino. Non so se la descrizione rende l’idea ma di sicuro quelli prima di cena sono i dieci minuti acusticamente più inquinati della giornata: in casa c’è un rumore pazzesco, in particolare le sere, come questa, in cui sono accese contemporaneamente lavastoviglie e ventola del forno (acceso per scaldare il pane che avevo dimenticato di tirare fuori dal congelatore) e Pippo, cane gigante, peloso e depresso che vive nel giardino della villa di fianco al nostro Harlem building latra disperato alla luna.

Alla fine, quando riesco finalmente a mettere la cena in tavola e quindi a far smettere Vangio di piangere e strillare attaccato alla mia gamba, Michele di tamburellare e canticchiare “pappa-pappa-pappa!”, Davide di chiedermi di tutto, nell’ordine di solito succede che:

– Michele si scotta la lingua al primo cucchiaio di minestra di verdura e mentre urla di dolore sbatte d’istinto il cucchiaio nel piatto e si schizza anche la faccia di brodo caldo, intensificando le urla;

– Davide dice “non mi piace la pappa verde”, Michi dice “non mi piace la pappa verde”, Vangio dice “bleah”

– Vangio rovescia il bicchiere d’acqua che gli ho appena versato e poi si diverte a spargerla sulla superficie più ampia possibile del tavolo;

– Davide mi propone di fare il “gioco degli imboccamenti incrociati”: io imbocco Michi, Michi imbocca Davide, Davide Vangio e Vangio dà da mangiare a me;

– telefona una delle nonne per sapere se stiamo bene (scusate la parentesi, ma dico, sono domande da fare il mercoledì alle sette e mezzo al “attico al quarto piano senza ascensore” dell’Harlem bulding in Party’s street, senza pensare che in quel frangente un’innocente telefonata può mettere a repentaglio una vita umana?)

– Vangio si alza in piedi sul gradino più alto della sua sedia stokke e con il petto in fuori, l’espressione furba e compiaciuta che lo contraddistingue e la sua parlantina cinese tiene un comizio di argomento ignoto, miracolosamente sospeso tra lo spigolo della finestra, il muro e il pavimento;

– io cerco con dolcezza di spiegare a Vangio che mettersi in piedi sul gradino più alto della sua sedia stokke non solo non è educato mentre si mangia, ma è anche pericoloso;

– Vangio cade per terra dal gradino più alto della sua sedia stokke, sopravvive senza gravi conseguenze, ma trasforma in pianto acuto e prolungato il trauma psicologico dovuto alla caduta;

– Michele, con gli occhi truci, sgrida Vangio per la sua imprudenza e per essere più efficace lo fa mettendosi in piedi sul gradino più alto della sua sedia stokke (…);

– Davide si toglie una caccola e mi chiede dove può appoggiarla (“per non perderla – gli chiedo – o puoi anche pensare di avvolgerla nel fazzoletto di cui sei dotato e buttarla nella spazzatura?”)

– Michele si alza per raccogliere il cucchiaio che gli è caduto;

– Davide canta “il più bello spettacolo dopo il Big Ben, il più bello spettacolo dopo il Big Ben, siamo noi” (e non ha tutti i torti..);

– Michele si rialza per raccogliere il cucchiaio che gli è ricaduto;

– Vangio si rovescia addosso il bicchiere d’acqua che gli ho appena versato;

– Davide si rovescia sulla lingua una spruzzata poderosa di ketchup;

– Vangio si rialza in piedi sul gradino più alto della sua sedia stokke;

– io cerco di spiegare a Vangio, con molta meno dolcezza di prima, che mettersi in piedi sul gradino più alto della sua sedia stokke non solo non è educato mentre si mangia, ma è anche pericoloso;

– Michele si tiene stretto con una mano i pantaloni, scende dalla sedia, inizia a girare vorticosamente su se stesso e dice “pipì-pipì-pipì”, poi corre in bagno, prende il vasino, lo porta in cucina, lo sistema per terra di fianco alla mia sedia e fa la pipì;

– Michele finisce tutta la minestra di verdura, alza il piatto per farmi vedere la sua performance e dice “Sono stato blavo eh mamma?”

– Vangio tenta di rialzarsi in piedi sul gradino più alto della sua sedia stokke ma questa volta lo frego perché lo afferro per un piedino e lo incastro sotto il tavolo limitando pesantemente la sua libertà di movimento nonostante la sua strenua opposizione;

– Michele dice “Mamma mi aiuti?”

– Davide dice “Mamma guardiamo Kelly Sildaru?”

– Vangio sbadiglia con varie stelline Barilla appiccicate alla faccia;

– io mi chiedo perché continuo imperterrita, ogni settimana, a condire l’insalata che non riuscirò mai a mangiare di mercoledì, e intanto non so se ridere o piangere.

Poi di solito sento girare la chiave nella serratura della porta. E tiro un sospiro di sollievo.

colonna sonora: She lost control, Joy Division

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Mercoledì è stato l’ultimo giorno di asilo prima delle vacanze di Pasqua. Asili chiusi, mamma e papà al lavoro, i bimbi sono andati in trasferta dai nonni. A Bologna, tutti e tre, per quarantottore.

Stordita da un tempo dilatato e mio come da anni non mi capitava di avere, ho vissuto in una specie di stato di ebrezza non molesta per due giorni. Ho dimenticato in un battibaleno cos’è la responsabilità, non mi sono preoccupata di cosa fare da cena, sono andata a correre con Luca (non lo avevamo più fatto insieme da quando erano nati i bimbi), ho nascosto la sveglia, sono uscita dopo cena, a cena e anche prima di cena, sono andata a letto senza accendere la lucina notturna, ho dormito di filato fino a quando non mi sono svegliata da sola e ho addirittura fatto il cambio dell’armadio! A Modena, senza “quei tre”, per quarantottore, mi sono sentita libera di pensare solo per me, libera di non fare niente o di fare tutto, libera di mettere la musica a tutto volume, libera di mangiare nutella&patatine, libera come non mi ricordavo si potesse essere. Col vento tra i capelli e l’occhio obliquo, senza condizionamenti.

Poi è arrivato venerdì e, come gli asili, anche il lavoro ha chiuso per le vacanze di Pasqua. E così, con mamma e papà a casa, i bimbi sono tornati dalla trasferta bolognese. Con i capelli tagliati di fresco, un paio di scarpette con i tacchetti per giocare a calcio, una chitarra vera di legno, il cd del lombrico dispettoso e una borsa piena di uova di cioccolato.
Davide mi ha detto che non ha mangiato l’hot-dog perché il wurstel era troppo grande per la sua bocca, che aveva organizzato di notte una festa sul divano dei nonni, mi ha chiesto se lo prendevo in braccio, se gli raccontavo la storia dell’orso che tossiva sempre, se mi sedevo sul bidet di fianco a lui, in chiacchiera sul water. Con la faccia da furbetto mi ha svelato che a Bologna era andato a letto senza lavarsi i denti, aveva fatto le puzzette sotto le coperte della nonna e aveva mangiato salame e cioccolata.
Michi, in grandissima forma, in piedi sullo sgabello del bagno, con le mani sotto il rubinetto, mi ha chiesto: “Mamma, dov’è la puzzoletta?”, ha corso nudo per casa urlando “Sono ‘ktivo io, però!”, mentre emetteva versi da mostro, con le manine contratte in posizione da combattimento. E poi, stremato dalla performance, si è placato sul divano con un ciuccio in bocca, un altro in un orecchio e il terzo in mano.
Vangio ha sorriso, e poi riso, e riso ancora. Stretto tra le mie braccia come un koala al suo eucalipto, con la goccia al naso, gli occhi vispi e i piedi cicciotti.

Nel giro di neanche mezz’ora sono tornata in modalità “mamma di tre bimbotti piccoli, rumorosi, caccolosi e famelici”, ho riniziato a pensare che ero sicuramente in ritardo per la cena, che non avevo ancora pensato cosa cucinare, che in ogni caso il frigorifero probabilmente era vuoto, e che invece la cesta della biancheria sporca era sicuramente piena.
Nonostante questo, devo ammettere che il ritorno alla mia quotidiana condizione di libertà condizionata, dopo quella due giorni di eccezionale libertà, mi ha dato un senso di felicità incondizionata come quella che immagino proverei se imparassi a  respirare sott’acqua.

colonna sonora: La libertà, Giorgio Gaber

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Macchinine

Stasera, mentre mi lavavo i denti, l’occhio mi è caduto sulla macchinina color grigio canna di fucile appoggiata sul mobile bianco del bagno. “Da quanto è ferma lì quella macchinina?” ho pensato. E mentre pensavo a quello, pensavo anche a quante macchinine erano in quel momento sparse per casa. E ho deciso di contarle. Di seguito quello che ho trovato (dopo aver tanto cercato..).

Sotto il tavolo di cucina
Vagone del treno Superfast, bianco, nero e rosso, Made in England, 7cm, inizio anni Ottanta; carro attrezzi di 6,5cm, prevalentemente marrone, con occhi spalancati e denti storti, della linea Cars; astronave di Buzz Lightyear a retrocarica, Toy Story, 9cm.

In sala, sul divano
Ferrari F2005 da Formula Uno, 12cm alettone compreso, gadget benzinaio Shell; betoniera gialla di 7cm, plasticamente Made in China, provenienza ignota; Fiat Uno color nocciola (per non dire cacca) con finestrini anteriori rotti, vernice scrostata, fanale anteriore destro mancante e semiasse posteriore da sostituire, pezzo originale riesumato dal bidone blu delle macchinine di quando ero piccola.

Di fianco agli spazzolini da denti
Bmw 335i coupé, colore grigio canna di fucile, in metallo, 9cm di lunghezza (quella da cui è partito questo censimento delirante).

Nel cassetto dei calzini
Elicottero bianco e rosso, con rotore centrale nero, fabbricato nel 1976 in Inghilterra, 5 cm per 21 grammi.

Sotto il cuscino
Honda Civic marchiata Mattel, prodotta in Malesia, scorrevolezza perfetta, numero 8 stampato sulle portiere e sul cofano, interni rossi, sotto il cuscino di Vangio; sotto quello di Michele camioncino giallo “site dumper” con cassone ribaltabile rosso, fine anni Settanta; Davide invece, per conciliarsi il sonno, ha scelto una Ferrari F512M di colore bianco, con ammaccature sia anteriori che posteriori, 53 grammi e 6,5cm di lunghezza, Made in Thailand.

Dentro alla scarpa sinistra di Luca
Ambulanza della Croce Rossa Italiana, modello di auto non riconoscibile, bassa inerzia alla spinta e materiale scadente (se domattina Luca sopra pensiero infila il piede nella scarpa, l’incidente sarà irrimediabile anche per un’ambulanza).

In mezzo alle mele (fuji)
Fiat Regata rossa da rally, numero 71, priva di ruota anteriore destra, sponsor sul cofano: Mobil, Novolan, Cibie, Firestone, Canon, scala 1:43, Made in Italy, marca Burago.

Sopra la tastiera del computer
Mercedes 560SEC blu chiaro metallizzato, senza fanali, con scotch sul tetto, cerchi in lega, portiere apribili, 11cm (dalla lettera D alla lettera L della tastiera comprese).

Nel vasino (meglio lì che nel water)
Fiat 500 nuovo modello, rossa, con tettuccio apribile, priva di sedili anteriori e fanali, scala 1:24, con retrocarica, regalata a Davide per il suo terzo compleanno.

Tra le pagine di Don Chisciotte
Prototipo futuristico di monoposto a tre ruote (due davanti e una dietro), con posto di guida vetrato, ad apertura a “visiera del casco”, regalata dai Forna boys un pomeriggio che sono venuti a trovarci i Mongy boys.

In lavatrice
Citroen Due cavalli verde prato pesantemente incidentata (e la centrifuga della lavatrice non ha sicuramente giovato alla carrozzeria), completa di tanica di benzina per le emergenze e scaletta interna per raggiungere i due posti dietro rialzati, non più lunga di 6cm.

Sul parquet (in rovere champagne, spazzolato&bisellato)
Aereo idrovolante giallo di 24cm di lunghezza e 27cm di larghezza, con quattro motori ad elica (tutte viola, tutte girevoli tranne una che è rotta) sulle ali e timone orientabile sotto la coda, regalato a Michele dalla nonna Giglio; riproduzione in plastica di Saetta Mc Queen, protagonista del cartoon Disney-Pixar Cars, 8cm; schiacciasassi in metallo giallo con rullo di pressa orientabile a destra e sinistra, ricordo d’infanzia, 8cm completo, 4,5cm senza rullo; vagone del treno Superfast, bianco, nero e rosso, Made in England, 7cm, inizio anni Ottanta, gemello di quello recuperato sotto il tavolo di cucina.

Nella mia borsa
Taxi nero con interni rossi e guida a destra, buona scorrevolezza, 7cm per 65grammi, souvenir di Londra portato dai nonni di Bologna di ritorno da un viaggio in Inghilterra, pezzo di qualità, come dimostra il peso.

That’s all. Buonanotte.

colonna sonora: Il motore del 2000, Lucio Dalla 

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