Archive for giugno 2012

Scriveva Majakovskij in una poesia che ho letto la prima volta vent’anni fa in Boccalone, il romanzo di Enrico Palandri in stile Jack Frusciante anni Settanta, qualcosa del tipo che ci sono momenti speciali in cui senti dietro la schiena, tra le scapole, un prurito strano, e forte, come se da un momento all’altro, dovesse spuntarti un paio d’ali.
Beh, l’altra sera, dopo l’aperitivo sull’erba (alta) che abbiamo fatto insieme, noi, grandi e piccoli, di Irughegia, a ora aperitivo invece che merenda, con un menù più estivo – insalata di farro e frutta mista (ciliegie e albicocche al posto di arance e mandarini), vista la stagione, ma con i fondamentali inalterati: sempre sull’erba, sempre con il treno vicino, sempre i bambini a farla da padroni, sempre coperte e plaid stesi intorno al tavolino, sempre con quel clima difficile da descrivere ma piacevolissimo da vivere, come l’altra volta,
beh, l’altra sera, mi sono sentita così, un po’ come Majakovskij in quella poesia, però il prurito lo avevo ai piedi, per l’accanimento delle zanzare, ma la sensazione di avere le ali era la stessa e per la prima volta in tanti mesi ho pensato davvero “Si può fare!”.
Si parte allora, tutti in carrozza!

PS: non ricordandomi a chi ho prestato Boccalone, ieri pomeriggio, dopo aver riscontrato che anche Google ha dei limiti, sono passata in libreria a sbirciare esattamente cosa diceva Majakovskij a proposito di prurito, scapole e ali.
E ho pensato: “bravo ‘sto Vladimir! Se conoscessi un russo gli chiederei di leggermela in lingua originale, per volare davvero..”
La sua poesia è questa:

“Se dal cielo l’arcobaleno penzola
o è azzurrissimo senza neanche una toppa,
possibile che non vi prudano tutte e due le scapole?
Possibile che non desideriate che da sotto le bluse,
dove prima c’era la gobba,
liberatevi dall’impiccio delle camicie,
si spieghi finalmente
un paio d’ali?”

colonna sonora: Si può fare, Angelo Branduardi

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Domani è un giorno importante per me e il maiuscolo Mr. Z. Ci giochiamo tutto. O la va o la spacca.

Sono un po’ a terra stasera, il caldo mi scioglie, l’inerzia mi frustra, i dubbi mi demotivano, le non risposte mi fiaccano, le zanzare mi stuzzicano e l’entusiasmo si sgonfia, come le ruote di una bicicletta lasciata troppo al sole.

Sono mesi che la mia testa e le mie energie sono in gran parte occupate da questo progettone di “simil cohousing con i bambini al centro”, sono mesi che cerco di immaginare una soluzione abitativa nuova, che provo a costruirci intorno un gruppo di famiglie pioniere, che mi faccio in quattro per concordare questo e quello con l’uno e con l’altro.
Sono mesi che tutto sembra andare per il verso giusto e poi, quando è il momento di quagliare, succede sempre qualcosa che grippa il motore, mi obbliga a una brusca frenata, mi fa tornare al punto di partenza.

Sarà il caldo che l’ha fatta evaporare, ma ho quasi finito la benzina, mi è rimasta giusto quella per dare il massimo nella mezz’ora che ci è concessa domani per provare a farci amico il mostro finale e chiudere la partita. Almeno una.

Sarà che il quotidiano è pesante, che i bimbi mi prosciugano, che l’afa mi schiaccia, ma stasera vedo nero. E forse non mi sarei dovuta mettere a scrivere, forse sarei dovuta andare a correre, sudare sulle piste ciclabili, accelerare nei parchi deserti, attraversare i parcheggi illuminati, fermarmi tra i palazzi tutti uguali che uno dopo l’altro scandiscono il paesaggio dei miei allenamenti, e convincermi che quella è la Soluzione, e che una casa me la devo cercare lì, senza tanti svolazzi pindarici.

Ma la notte mi fa paura, e allora mi sono messa a scrivere. Facevo meglio a uscire a correre, che il nero della notte non sarebbe stato così nero come quello che mi frulla in testa. Speriamo sia solo un temporaneo black-out. E che domani non sia l’ennesimo incontro di pugilato (che di pugni ne ho presi abbastanza e le forze sul ring non sono equiparabili), ma che per una volta si giochi nella stessa squadra, perché noi vogliamo giocare insieme, non contro. Cavolacci!

colonna sonora: Black-out, Francesco Guccini

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La schiacciatella [schiac-cià-tèl-la] è una condizione umana particolare, di quando ti trovi seduto su una sedia, con le gambe sotto il tavolo, così sotto che le costole (o l’addome, a seconda dell’altezza della sedia e del tavolo) spingono forte contro il bordo del tavolo da lasciarti senza respiro, così sotto che tra lo schienale della sedia e il bordo del tavolo tutto lo spazio è occupato dal tuo corpo e il tuo corpo occupa tutto lo spazio, senza una fessura, senza un buchino, senza via d’uscita.
La schiacciatella è un neologismo derivante da fusione, il risultato dell’impasto di due parole, un po’ schiacciato (nel senso di deformato in seguito a compressione), un po’ frittella (nel senso di impasto semiliquido dolce o salato, fritto in abbondante olio). E proprio così ci si sente quando qualcuno ti fa la schiacciatella, un po’ schiacciati perché compressi, spinti contro il tavolo il più possibile, un po’ frittelle, così unte da far male, così buone che chissenefrega se fanno male!
La schiacciatella è un’invenzione del mio Michi, una richiesta quotidiana, indice forse del bisogno di sentirsi sicuri, protetti, di sentirsi ancorati, contro quel tavolo di cucina, che per un bambino di tre anni vuol dire soprattutto casa e significa soprattutto famiglia.
La schiacciatella a casa nostra è usata quasi esclusivamente in locuzioni del tipo: “Mamma, mi fai la schiacciatella?”, “Papà, mi fai la schiacciatella?”, senza preferenze di giorno e ora, ma sempre e solo in relazione al tavolo di cucina.

Lo schiaccia-schiaccia [schiac-cià-schiac-cià] è una condizione non umana, un aggettivo che si accompagna non a persone bensì alla parola panino. Lo schiaccia-schiaccia contraddistingue quel panino che, dopo che lo hai farcito, lo appoggi sul tavolo, ci metti sopra il palmo delle mani – una mano sopra l’altra nella posizione da tenere quando si fa il massaggio cardiaco -, ti alzi in piedi e con tutto il peso del corpo lo schiacci per almeno venti secondi, mantenendo costante la pressione, per ridurre al massimo lo spessore.
I vantaggi del panino schiaccia-schiaccia sono evidenti: addentare il panino diventa molto più facile perché dopo questo particolare trattamento la sua altezza si riduce notevolmente, e inoltre il gusto si trasforma (e ci guadagna!) in quanto, per effetto dello schiacciamento, farcitura e pane si compattano insieme dando luogo ad un sapore unico e strabiliante a contatto con il palato.
Il panino schiaccia-schiaccia è una tradizione di quando ero piccola, un procedimento affinato negli anni, una procedura perfezionata in parallelo allo sviluppo muscolare del mio little brother, il re indiscusso dello schiaccia-schiaccia, una condicio sine qua non in tema di panini per i miei figli, dipendenti fino al midollo dallo schiaccia-schiaccia, capaci di perdere le staffe e urlare offese ineguagliabili al primo barista non pronto a soddisfare la loro richiesta precisa di “panino schiaccia-schiaccia”.

PS: Ieri sera Michi mi ha detto: “Mamma, mi fai la schiacciatella che voglio mangiare il panino schiaccia-schiaccia?” E io, in quel momento, ho capito di essere insostituibile, almeno come interprete..

colonna sonora: Parole parole, Mina e Alberto Lupo

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È qualcosa di diverso rispetto a leggere il Quaderno..

Ma mi sembra che anche la versione fotografica del World Café di Irughegia dia una bella immagine del lavoro fatto insieme..

Grazie a FrancescoBoni per l’assemblaggio!

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Non troppo lungo, non troppo corto.
Non tutto a colori, non solo in bianco e nero.
Non eccessivamente grande, non fastidiosamente piccolo.

Parole facili, immagini vere.
Pagine che parlano, voci che rimangono.

Qualcosa già fatto, tanto da fare.
Persone speciali, da ritrovare.

Il primo mattone dello spazio bambini di Irughegia è questo quaderno, il report del World Café del 23 maggio.

Leggetelo e dite la vostra. Questa volta non sono solo  chiacchiere!

colonna sonora: Come As You Are, Nirvana

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È stata un’impresa, una di quelle imprese eroiche, ma ce l’abbiamo fatta.
Saranno stati trecento metri, trecento lunghissimi metri, non penso di più.
Ci aspettavano fragoline di bosco di città, amarene del vicino, pale, badili, rastrelli, secchielli e pure una carriola, nel giardino labirintico del nostro nuovo amico di giochi.
Siamo partiti in quattro, io e i miei tre nanerottoli scatenati, un qualche pomeriggio caldo fa, da casa dei nonni, diretti verso il giardino labirintico trecento metri più in là: Davide e Michele ognuno sulla sua bici, io spingendo il passeggino e Vangio il suo carrello, il suo carrellino della spesa, arancione, di plastica, con un pallone blu dentro.
Pensavo che dopo qualche decina di metri, magari al primo gradino o davanti ad una strada da attraversare, Vangio avrebbe abbandonato il suo carrello e sarebbe corso verso il passeggino. E invece no. Vangio il suo carrello non l’ha mollato mai, neanche quando l’ho supplicato di farlo, mentre i suoi fratelli in bicicletta acceleravano sui pedali e uscivano pericolosamente dalla mia vista.
Ci abbiamo messo quasi un’ora a fare trecento metri. Vangio si è fermato meravigliato a raccogliere ogni sassolino trovato sulla sua strada, ha controllato attento il tubo di scappamento di tutte le macchine parcheggiate, con lo sguardo indagatore di un vero meccanico navigato, ha annusato inebriato tutti i fiori che spuntavano da dietro i cancelli di tutti i giardini che abbiamo oltrepassato, si è intrattenuto in chiacchiere incomprensibili con un pizzaiolo, due cani, un immobiliarista, un parrucchiere, una signora araba, una badante moldava, due muratori alla fine del turno, una Ducati rosso fiamma, un gattone rosso, una famiglia di uccellini e una vecchietta ingioiellata, ha dispensato ruggiti da tigrotto (la sua specialità del momento) a destra e a manca, specchiandosi soddisfatto in tutte le superfici minimamente riflettenti. Tutto senza mai mollare un attimo il suo carrello.
I suoi fratelli, prima spazientiti dall’eccessiva lentezza, hanno poi capito la portata dell’impresa, e si sono trasformati da compagni di viaggio in tifosi sfegatati, prodighi di applausi e incitamenti da stadio per il mini-Vangio, proiettato, passetto dopo passetto, interruzione dopo interruzione, urletto di stupore dopo urletto di stupore, verso un traguardo insperato.
Il cancello del giardino labirintico, quello pieno di fragoline di bosco di città, amarene del vicino, pale, badili, rastrelli, secchielli e pure una carriola, si è aperto festante, accogliendo in trionfo il carrello e il suo piccolo guidatore, con l’occhio alla John Wayne, la maglia da pirata, il cappellino da pescatore e un canino appena spuntato.
Adesso che una missione è stata compiuta il nostro eroe si gode il meritato riposo, e domani si riparte, alla ricerca del carrello, dimenticato colpevolmente nel giardino labirintico..

colonna sonora: Ludwig van Beethoven, sinfonia n. 3 Eroica, dir. Leonard Bernstein

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Martedì scorso (29 maggio, ndr) la terra è tornata a tremare. Forte, più forte dell’altra notte (20 maggio, ndr).
Luca era uscito presto quella mattina, quando noi dormivamo ancora tutti. Un po’ dopo ci siamo alzati io e Davide, abbiamo mangiato una tazza per uno di yogurt mescolato a orzo in polvere e zucchero, bevuto un bicchiere di tè, ci siamo lavati e vestiti leggeri – che finalmente sembra sia arrivato il caldo – e siamo usciti veloci e silenziosi, attenti a non svegliare Michi e Vangio, tutti e due ancora a letto, un po’ malatini, lasciati in custodia a Patt-woman, la super nonna tuttofare, arrivata in soccorso da Bologna sulla sua Patt-mobile.
Fuori l’aria era calda e un po’ pesante, preludio della cappa estiva che ciclicamente avvolge Modena e soffoca chi ci abita. Da casa all’asilo, è stato un inseguimento a ripetizione, una gara e controgara a chi, tra me e Davide, faceva girare più veloci le gambe per superare la bicicletta dell’altro: io sul mio bolide giallo “made in Comacchio” equipaggiato con doppio seggiolino porta bimbi, parabrezza rattoppato e campanello arrugginito, Davide sulla sua mini bici grigia e rossa, eredità ammaccata della cugina più grande.
Salutato Davide, ho attraversato Modena a gran velocità per tentare il record: timbrare il cartellino prima delle nove. Arrivata a destinazione, sono scesa dalla bicicletta al volo, l’ho legata al palo sotto la Municipality Tower e sono entrata di corsa, con il cartellino tra i denti, per tentare l’impossibile. Il marcatempo ha suonato alle 8,58, addirittura con due minuti d’anticipo. Ho salutato l’assessore che stava uscendo con un gran sorriso di soddisfazione stampato in faccia, la fronte sudata e una immaginaria medaglia d’oro al collo e mi sono avviata spedita su per le scale, diretta al mio ufficio, al quinto piano.
Avevo fatto appena in tempo a togliermi lo zainetto, sedermi e accendere il computer che il palazzo ha iniziato a ondeggiare, il pavimento a sussultare, le colonne a scuotersi, i vetri a tremare. Un rumore sordo e primordiale, misto a urla terrorizzate intervallate da inviti baritonali alla calma, accompagnavano quella scena apocalittica. A me è venuto in mente subito l’11 settembre, tutte quelle persone intrappolate sulle Torri gemelle, il panico generalizzato, la sensazione di sentirsi spacciati. La cosa più assurda, che mi fa ancora impressione a pensarci, è stata che mi sono sentita per la prima volta non davanti ad uno schermo, sicuramente coinvolta ma lontana da quelle immagini terribili, ma protagonista di quelle immagini, come se sulle torri ci fossi anch’io, in carne ed ossa, a sperare non si sa bene cosa con l’inferno intorno. Mentre mi sentivo in trappola sulle Twin Tower emiliane, mi sono ricordata che, dopo la scossa della settimana prima, ci avevano dato istruzioni di dove rifugiarci in caso di emergenza, e che quello era il momento di eseguirle. Ripararmi sotto la scrivania, per una claustrofobica di prima categoria quale sono, non mi sembrava l’idea migliore, il solo pensiero di ritrovarmi viva, sepolta sotto montagne di macerie ad aspettare che qualcuno mi “estragga”, mi terrorizza anche adesso che scrivo, a mente fredda, rifugiata in montagna da allora, lontano dalle scosse e dall’ansia palpabile della pianura ferita. E così, scartata l’opzione scrivania, ho ripiegato sulla ricerca del più vicino muro portante a cui ancorare braccia e speranza. Mi sono attaccata alla colonna e ho ballato con lei, pregando che quella musica devastatrice finisse in fretta. E invece è durata un’eternità, secondi infiniti che ho passato a occhi chiusi, spalle incurvate, ginocchia piegate a tentare di ripetere le tecniche respiratorie del pranayama imparate nei miei trascorsi yoga, a convincermi che l’importante era concentrarsi per abbassare la frequenza cardiaca e evitare un infarto, a pensare che forse era solo un incubo e che dovevo svegliarmi. Mentre ero così figurativamente rannicchiata, immobile e muta, alla mia colonna, a un certo punto, di colpo, la tempesta è finita, il silenzio ha riempito il vuoto, il palazzo si è fermato, la nausea da “mal di mare” rientrata.
Quel gigante che mi immagino abiti sonnacchioso sottoterra, la Nostra terra, probabilmente aveva solo cambiato fianco ed era tornato placido e mansueto a dormire, ignaro degli effetti rovinosi che i suoi movimenti, anche minimi, provocano a noi umani qui sopra.
A distanza di qualche ora, intorno all’una, il gigante è tornato a muoversi. Forse un prurito, forse uno starnuto, forse un crampo, tant’è che la terra ha tremato di nuovo, lasciandosi dietro altre macerie, distruzione, angoscia, lacrime e morte.
I movimenti del gigante sono imprevedibili, i suoi effetti pure, nessuno si sente più sicuro in casa, le strade sono intasate, i parchi della città affollati di gente disorientata, le linee telefoniche impraticabili, chi può infila qualcosa in fretta e furia in un borsone e fugge lontano (maledicendo il consumismo che ci ha riempito di cose, tanto inutili quanto difficili da selezionare), altri si attrezzano per passare la notte fuori casa, Decathlon in un pomeriggio finisce tutte le tende disponibili in magazzino, la gente parla solo di terremoto, la televisione trasmette solo immagini di terremoto, le prime pagine dei giornali sono piene di parole sul terremoto, Facebook e Twitter lo raccontano in tempo reale, più seguiti degli aggiornamenti dell’istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.
Quand’ero piccola ho letto un libro di Roal Dahl, un bel libro divertente e colorato, intitolato Il GGG, che sta per il Grande Gigante Gentile. Tutte le sere, dopo il 20 maggio, quando vado a letto, cerco di convincermi che quello addormentato che abita qui sotto questo pezzo di Emilia piatta non può che essere un GGG, così dolce e buono che non farebbe male a nessuno..

PS: questo post l’ho scritto cinque giorni fa, il giorno dopo la scossa che ha fatto 16 morti nella bassa modenese, sbriciolando il duomo di Mirandola, distruggendo capannoni, danneggiando case, facendo dormire fuori oltre 200mila persone, in paesi devastati dal gigante del sottosuolo, tra San Felice sul Panaro, Medolla, Finale Emilia, Camposanto, Cavezzo, Novi, Cocordia e Mirandola naturalmente, la cittadina di Pico in cui tra l’altro sono nata anch’io.
L’ho scritto alla Peschiera, la vecchia casa di pietra, al limitar del bosco, circondata da prati inclinati, alberi di amarene, cataste di legno, caprioli e silenzio che Patt-woman e Màssolo-man, i nonni di Bologna, hanno affittato a oltranza sul nostro appennino. Sono sfollata qui, a venti minuti di sentiero da Sestola, con i miei tre Mongi-boys, per smarrire l’ansia, dormire tranquilla e restituire forza ai miei muscoli indolenziti dalla paura. So che in questi casi scappare non serve, che le scosse possono durare mesi e che dove e quando picchieranno nessuno lo sa e nessuno lo può prevedere. So anche che a Modena dopo poco avrei dovuto tornarci, che la mia casa è ancora al quarto piano e il mio lavoro al quinto, e che la Peschiera, nella mia vita, è solo una parentesi vacanziera. Ma so anche che a volte una boccata d’aria è quello che serve, un po’ di aria pulita con cui riempirsi i polmoni e ripartire, per smettere di sentire costantemente muoversi la sedia, ballare il pavimento, traballare il tavolo, per smettere di sentirsi continuamente in pericolo.
Lo pubblico oggi, tornata da poco in città, perché alla Peschiera – incredibile davvero in un mondo altamente interconnesso e nell’era dei social network – internet non arriva e neanche i cellulari funzionano.
Lo pubblico adesso, con le gambe ancora un po’ molli dalla scossa delle nove, poco prima di andare a letto, nel mio letto giapponese al quarto piano, sperando che il gigante del sottosuolo stanotte dorma tranquillo, perché sono stanca e vorrei proprio dormire tranquilla anch’io.

colonna sonora: The Final Countdown, Europe

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