Archive for luglio 2012

Villa L.

È una casetta bianca, a due piani.
Nel giardinetto un bel pergolato di uva rampicante, a luglio ancora acerba, a settembre appena matura.
Le biciclette lì le puoi lasciare aperte, che tanto nessuno le tocca.
Ci sono una decina di camere, ogni anno ne rammodernano qualcuna, a rotazione. Quest anno siamo capitati in una di quelle rinnovate, con il parquet bianco, i doppi vetri, le porte lucide, un letto matrimoniale, uno a castello e uno con le sponde.
A piano terra ci vivono “i vecchi signori” di Villa L., 98 anni lui, qualcuno di meno lei. Hanno festeggiato lo scorso inverno i 70 anni di matrimonio, Giuseppe, una vita passata nelle saline, e Maria, che ancora tira la sfoglia e che delle sue abilità in cucina ha fatto un mestiere.
Per andare in sala da pranzo attraversi tutto il corridoio, passi la loro camera da letto, la loro cucina, il bagno e il salotto che, quando Villa L. è aperta, si trasforma nella sala Tv per gli ospiti, dove i bambini si ipnotizzano dopo pranzo mentre i grandi devono il caffè.
Siamo in Riviera, a un’ora e mezzo di auto da casa, in un posto che sembra essersi fermato alla fine degli anni Cinquanta, quando probabilmente è nato.
Io che mi son sempre detta “in Riviera, d’estate, con i bimbi, Io non ci andrò mai”, a Villa L. ci sono capitata l’anno scorso e ci son tornata entusiasta anche quest anno. Perché Villa L. fa sembrare bello anche il mare di Cervia, la spiaggia ustionante, la distesa interminabile di ombrelloni e la folla di bagnanti del weekend.
A Villa L. sembra di essere a casa, e effettivamente si è a casa di qualcuno, ospiti a pensione della famiglia B. Qui i bambini scorazzano liberi e indipendenti, tutte le porte sono aperte, ci sono rubinetti (e non miscelatori), chiavi (e non tessere magnetiche), Giuseppe sul dondolo in giardino che saluta chi arriva (e non il portiere alla reception), il mangiare è superbo, alle 12,30 si pranza, alle 19,30 si cena, al venerdì c’è il pesce, una sera la minestrina, un’altra piada e salumi, la domenica lasagne e dolce, il giovedì a pranzo fritto misto.
A Villa L. ci sono bambini piccoli, mamme e papà, nonni e nipoti, nonni e basta. Ci sono bolognesi, ferraresi, faentini, una coppia di Milano e una famiglia di Torino, clienti storici e fedelissimi. C’eravamo anche noi Pittom, rumorosi e ingombranti, come solo tre nanerottoli con le molle sotto i piedi e una mamma un po’ selvatica riescono a essere. Adesso siamo a casa, più biondi e più neri di prima. Ma ci torneremo, alla faccia di chi “in Riviera, d’estate, con i bimbi, Io non ci andrò mai”.

 colonna sonora: Seven Seas, Echo and the Bunnymen

Read Full Post »

In fondo a J.S. street, dove sono nata e cresciuta, quando ero già abbastanza grande per giocare in strada e abbastanza piccola per divertirmi a farlo (circa venticinque anni fa), in tarda primavera, al pomeriggio, dopo i compiti, giocavamo a tennis. Con mio fratello attaccavamo un estremo della rete da pesca a strascico del papà al cancello verde del nostro mini condominio e l’altro, con un moschettone, al cancello di fronte, dall’altro lato della strada. E giocavamo a tennis, di qua e di là da quella rete simil professionale, su un campo in puro asfalto di dimensioni quasi regolari, che J.S. street è sempre stata molto più larga della gran parte delle strade senza uscita di Modena.

Mi ricordo partite intense e combattute, urla di vittoria e epiche delusioni, mi ricordo sbucciature sull’asfalto, volée imprendibili e perfetti passanti lungolinea. Mi ricordo una fila di piccole boe arancioni a amplificare il net e impreziosire la rete e quell’odore indelebile di mare che ci girava intorno. Mi ricordo le racchette di legno, le palle sgonfie, l’espressione soddisfatta di mio padre, i nostri pantaloncini cortissimi e la sensazione di essere Gabriela Sabatini a Wimbledon.

Quei pomeriggi non succedeva quasi mai che dovessimo interrompere la partita per smontare al volo la rete e far passare qualcuno: J.S. street, soprattutto verso il fondo, era pochissimo battuta e anche quando avevamo provato a organizzare piccoli mercatini di giochi usati per finanziarci, le nostre entusiastiche aspirazioni commerciali erano state pesantemente frustrate dalla quasi totale assenza di passaggio di potenziali clienti: rari i pedoni, poche le biciclette, ancora meno le moto, mentre in auto passavano solo i residenti.

Adesso le cose sono molto cambiate, le persone sono invecchiate, molti hanno messo su la badante,  i bambini sono molti meno di una volta e quelli che ci sono non giocano più in strada. La strada però è nuova, l’asfalto liscio, sotto ci scorre la banda larga, hanno piantato nuovi alberi, intorno ci hanno costruito delle vere aiuole, di fianco al cassonetto dell’immondizia c’è anche la campana del vetro, il contenitore per la carta, quello per la plastica e il bidoncino dell’organico. Il nostro cancello è ancora lì, lo hanno solo ridipinto di marrone, mentre quello di fronte non c’è più; e non ci sono più neanche le case popolari dove abitavano famiglie chiassose e sciabattanti che assistevano ai nostri match dalla finestra. Al loro posto tanto lussuose quanto anonime villettine in mattoncini faccia a vista, in perfetto stile American Beauty delimitate da cancellini automatici dietro ai quali parcheggiare macchinoni preferibilmente tedeschi.

I pedoni in J.S. street continuano a essere rari, ancora poche le biciclette che decidono di passare di lì per entrare in centro (anche perché attraversare Builders street, all’altezza di J.S. street senza semaforo e strisce pedonali, è ormai diventato una specie di roulette russa), mentre le moto che vi sfrecciano, per evitare un semaforo, sono in grande aumento, e così anche le auto, che in venticinque anni a Modena sono cresciute esponenzialmente.

In J.S. street adesso le auto fanno a gara per parcheggiare, tanto che, in certi orari, c’è la colonna di macchine in fila per un posto, strombazzamenti di automobilisti nervosi, ruote parcheggiate sulle aiuole, auto in doppia fila, sgasamenti di Suv oversize impantanati uno dietro l’altro in J.S. street, strada senza uscita larga per giocare a tennis ma stretta per far manovre con un maxi fuoristrada. Dalla finestra della cucina dei miei genitori guardo queste scene quotidiane e ripenso con struggente nostalgia alle mitiche partite di tennis di quando ero bambina, con la rete da pesca tirata da una parte all’altra della strada.

Mi chiedo se l’apertura del Novi Park (un parcheggio interrato da 1720 posti, aperto 24 ore su 24, a ridosso del centro storico che inaugura domani) e il nuovo modo di parcheggiare in città (che in soldoni vuol dire tante linee blu, anche in J.S. street) cambieranno qualcosa, e i miei figli, che dai nonni, in J.S. street, ci sono quasi tutti i giorni, potranno anche loro giocare a tennis, con quella rete da pesca a strascico tirata da una parte all’altra della strada, senza essere infastiditi da agguerriti cercatori di parcheggio.

Mi chiedo anche – ma lo dico solo tra me e me – se per ridurre le auto in città (e tutto quello che ne consegue, dall’inquinamento al traffico, dal sovrappeso agli incidenti, dai costi economici a quelli ambientali) i 40 milioni di euro spesi (o non incassati, a seconda dei punti di vista) per il Novi Park, potevano essere spesi diversamente. Ma non voglio fare polemica, e quindi me lo chiedo solo tra me e me, mentre continuo a pensare che a Modena, della macchina, si potrebbe proprio fare a meno.

colonna sonora: Bang Bang, Cher

Read Full Post »

Un pomeriggio d’estate, qualche giorno fa, Vangio in camera che dorme, io, Davide e Michele in cucina a spaciugare con matite colorate, fogli a quadretti, pennarelli, forbici e scotch. A un certo punto, senza alcun preavviso, parte una conversazione piuttosto circostanziata su una fantomatica festa dei maghi, un appuntamento super esclusivo a cui Michele, di tanto in tanto, da un anno a questa parte, viene invitato. E a cui finora né suo fratello Davide né tanto meno il suo superamico immaginario Bembo avevano mai avuto l’onore di partecipare.

Dopo le prime battute capisco che c’è “trippa per gatti”, così opto per smettere di spaciugare e inizio a usare fogli e pennarelli per prendere appunti, cercando di trascrivere le parole precise di quella conversazione. Ecco a voi la festa dei maghi.

“Mamma ti ricordi che stasera c’è la festa dei maghi?” esordisce Michi senza alzare gli occhi dal foglio su cui sta disegnando una pompa di benzina.

“La festa di che?” faccio io già preoccupata di doverlo caricare in bicicletta e, grondante di sudore, portare  da una qualche parte a una qualche festicciola di un qualche amichetto sotto il sole cocente di quel caldissimo pomeriggio.

“La festa dei maghiiii!! Siamo d’accordooo, vengono a prendermi i miei amici maghi per andare alla loro festaaaa!!! Capitoooo??”

“Michi, posso venire io?” chiede Davide che ci prova da un anno a farsi invitare a ‘sto fantomatico rendez-vous, senza aver mai ottenuto l’ok da suo fratello, piuttosto esclusivista quando si parla di maghi.

Questa volta è diverso: senza far trasparire alcuna emozione, Michele, maiuscolo e imprevedibile, risponde sornione “Si-si. Tu puoi, perché non sei più piccolo” – segue lunga a interlocutoria pausa di silenzio – “Bembo no. Non viene Bembo, perché è piccolo lui. È ancora dentro la pancia lui. Della sua mamma. È inglese.”

“Chi è inglese?” chiedo per approfondire quel particolare.

“La sua mamma. Si chiama Pankicellai”

“Ah, come la canzone che canti sempre tu..”

“Si-si, canto in inglese io, come la mamma di Bembo.” E via così! Con Michi sotto i riflettori, in piedi sulla sedia, con testa ondeggiante, occhi chiusi, gambotta tieni-il-tempo, mani in posizione chitarra elettrica, voce heavy metal, che canta qualcosa del tipo: “Pankicellai, svarittosilo, margyttinisi, akirikuri, pankicellai, darivoratto, wolobologho yeahh yeahhh yeah”.

Davide sorride compiaciuto per l’esibizione del fratello front-man, io mi prodigo in applausi sfacciati e urletti adolescenziali, Michele, assai compiaciuto, fa come per lanciare la chitarra elettrica giù dal palco e poi riprende come se nulla fosse: “I maghi vengono col camion, il camion dei maghi. Si ferma qui sotto, in strada, fa “pooo-pooo”, noi scendiamo con le nostre robine e via che si va, tutti alla festa!”

“Robine?!? Che intendi per robine?”

“Ognuno alla festa dei maghi si porta il suo zainetto, con dentro le sue robine – interviene Davide – lo spazzolino, il pigiama, le mutande di ricambio, io poi mi vesto con i jeans, maglia bianca, calzettoni lunghi e Vans ai piedi. Le Reebok le porto nello zainetto, me le metto per fare le pozioni e le riunioni”.

“E tu Michi invece come ti vesti?”

“Io da Pappemen

La conversazione sta decollando, decido di andare più a fondo, a questa storia dei maghi: “Allora siete pronti adesso? Avete tutto?”

“No no, bisogna portarsi anche dei guanti caldi” prosegue Davide che aggiunge “io prendo una chitarra..”

“E io il contrabbasso!” incalza Michi.

“E poi ci vogliono gli occhiali da sole”

“E tigelle, e burro anche, tanto burro”

“Burro?!, ma che ci fai con il burro Michi?” chiedo divertita.

“È il regalo per i maghi – risponde serissimo Michele – i maghi mangiano sempre burro, tanto burro”

“Noi siamo gentili mamma e portiamo il burro ai maghi perché dove vivono i maghi non c’è il burro” precisa Davide, che, ora che ha ricevuto il permesso di partecipare alla festa, sembra investito del sacro sapere assoluto del mondo dei maghi.

“Ma dove vivono i maghi?” continuo sempre più incuriosita.

“Dietro al castello dei cavalieri, vicino ai coniglietti, ti ricordi i coniglietti?”

“Sì, sì, me li ricordo Michi”

“Beh, quando arrivi ai coniglietti poi vai a destra, c’è un passaggino segreto, dopo vai dritto, poi ancora di là e trovi una porta. E io c’ho la chiave. Apro, entro e dentro c’è la festa dei maghi.”

“Partiamo stasera mamma” fa Davide sottovoce “Quando è buio”

“Buio buissimo che non si vede niente”

“Torniamo a notte fonda”

“Io, papà e Vangio possiamo venire?”

“Vangio è troppo piccolo, sta con Bembo; tu e papà siete troppo grandi, dovete badare Vangio, e Bembo anche”

“Ma non avete paura? Da soli? Di notte? Al buio?”

“Mamma, non c’è paura, ci sono anche i maghi grandi, capito?”
“Tutto chiaro bimbi, figurarsi se c’è da aver paura a una festa notturna di maghi che vanno a prendere i selezionatissimi invitati uno per uno sotto casa in camion, quando poi alla festa ci sono anche i maghi grandi..”

 

La mattina dopo, Davide, appena sveglio, ancora a letto, mi dice: “Mamma, ma Michi stanotte c’è andato via coi maghi? Io ero così stanco che non l’ho mica sentito il camion..”
“A dir la verità non l’ho sentito neanch’io, il camion. Quando Michi si sveglia glielo chiediamo. Così mi faccio spiegare meglio anche la faccenda del burro, che ancora mi chiedo da dove sarà saltato fuori questo burro, che a casa non lo usiamo mai e a me non piace neanche..”

 

colonna sonora: Taranta power, Eugenio Bennato

Read Full Post »

È mezzanotte e un po’.
Tra neanche dodici ore, a mezzogiorno e un po’, li rivedo.
In frigo ho messo la pasta fredda, l’acqua e il succo di mela, per il pranzo.
Ho controllato che i lettini fossero rincalzati, la camera in ordine, le matite colorate al loro posto, le biciclettine gonfie.
Non ho mangiato in casa una volta, in questi ultimi cinque giorni, sono andata a correre quasi tutte le sere, ho bevuto birra, visto gli amici, dormito sul divano, coccolato Luca. Non ho mai rifatto il letto, mai lavato le tazze della colazione, mai perso la pazienza, mai vuotato l’immondizia.
Sono stata in ufficio senza preoccuparmi dell’orario, del frigo vuoto, di arrivare tardi, di stendere il bucato, dello spray anti zanzare.
Ho pensato a loro quasi ad ogni respiro, ripetendomi che si stavano sicuro divertendo, rimproverandomi di non essere a divertirmi con loro. Ho rimuginato sul fatto che erano piccoli per stare senza mamma e papà anche di notte, che ero una madre snaturata, che me l’avrebbero rinfacciato per mesi.
Cinque giorni possono essere anche molto lunghi, soprattutto se c’è caldo, se l’aria appiccica, la gola brucia, le zanzare pizzicano e il lambrusco è sgasato.
Una mamma, anche se lo sa, non lo fa; anche se potrebbe non lo farebbe; anche se glielo dicono non ci crede. Una mamma riesce a essere in gabbia anche quando le sbarre non ci sono.
Non vedo l’ora di tornare in gabbia per sentirmi libera. Tornano a pranzo, i miei tre nanerottoli, non vedo l’ora.

colonna sonora: Vengo anch’io no tu no, Enzo Jannacci 

Read Full Post »

Era dall’aprile del 2000 che non bevevo caffè: ripetuti attacchi di fortissima emicrania a grappolo e un consulto specialistico post Tac mi avevano convinto a smettere. Mi ha convinto a riprovare, almeno per una volta, Grazia, che ha accompagnato i pasticcini che le avevamo portato con cinque tazze di sottile porcellana bianca fumanti di un odoroso caffè “made in moka”, ordinato con gentilezza alla Gigia, la sua giovane governante marocchina.
Partiamo in quattro da Modena, con un caldo opprimente nonostante l’ora presta: Chiara, Elena, Cosetta ed io, il nocciolo montessoriano di Irughegia. Viaggiamo a metano, dirette verso Castellanza, dove ci aspetta Grazia Honegger Fresco, l’ultima allieva diretta di Maria Montessori,che al nostro world café non è riuscita a partecipare, fondamentalmente per una questione di gradini, difficili da superare se le gambe non collaborano.
Ci riceve nel suo studio, pieno di libri catalogati su scaffali e mensole di legno, su cui, a penna, su foglietti irregolari, sono scritte diverse etichette: “nascita”, “canto”, “Montessori Italia”, “riviste estere”, “musica”, “gioco”, “neonato”, “nido e simili”, “libri per bambini”, “quaderni Montessori”, “vita pratica”, “botanica”, “alimentazione”, “non violenza”, “zoologia”.
Ci stringe la mano rimanendo seduta, con a fianco il carrellino a cui si appoggia per camminare. “Accomodatevi, sedetevi, che cose ghiottissime che avete portato”, il suo accento romano è ancora forte, nonostante siano più di quarant’anni che si è trasferita qui in Lombardia, dove il marito dirigeva un’importante fabbrica di filati.
Siamo al chiuso, ma le grandi finestre che danno sul bel giardino con i sui altissimi cedri centenari mi danno l’illusione di essere all’aperto, seduta sull’erba a mangiare pasticcini ghiottissimi, sorseggiare – un po’ timorosa degli effetti, per la verità – caffè nero bollente e ascoltare l’intelligenza fine di Grazia.
Siamo venute a trovarla per confrontarci con lei sulla nostra idea di costruire nel nostro simil cohousing uno spazio per i bambini aperto a tutta la città, le diamo una copia del Quaderno che raccoglie gli spunti e le idee dei quali si è discusso nel world café.
C’è un po’ d’ombra?” chiede quasi subito, “i bambini hanno bisogno di angolini, di posticini riparati”. Dai suoi occhi capisco che il nostro progetto la intriga, ci sta ad ascoltare, fa tante domande, ci butta sul tavolo stimoli, contatti, esperienze, ci fa riflettere, non offre soluzioni ma pone problemi, il suo pensiero è profondo e logico, sembra un fiume in piena quando parla, inarrestabile e imprevedibile. Le cose facili non sono per lei, si vede. Per capire il mondo bisogna essere aperti alla complessità, saper guardare oltre, ascoltare anche quello che all’apparenza non c’entra, costruire un puzzle con pezzi di scatole diverse. Tutto torna alla fine, dopo tre ore di conversazione fitta ritrovo nei miei appunti un filo conduttore chiaro; mentre ascoltavo Grazia in diretta invece, concentrata per non perdere qualche pezzo, mi sentivo in centrifuga, ubriacata dal suo pensiero tentacolare, dalla sua capacità di spaziare, dal suo rigore concettuale.
Tutto torna, niente è detto per caso, il filo è robusto: il Mammut di Scampia, l’educazione attiva dei CEMEA, i laboratori di Giacomo Borella, la Maison Verte di Francoise Dolto, la Cà Gioiosa di Vittorino da Feltre, il villaggio Ceis di Rimini, l’orchestra di ragazzini delle favelas venezuelane di José Abreu, la Casa dei Bambini di Milano, Baden-Powell, ogni cosa ha il suo perché, la mente di Grazia è una specie di pozzo delle meraviglie, da cui pescare in un crescendo di ritmo.
Osserva, segui il bambino, non giudicare”: ritorna più volte, quella mattina, il leitmotiv montessoriano, anche in riferimento al nostro spazio per i bambini. Grazia ci ricorda l’attenzione particolare di cui hanno bisogno i piccinissimi, i bambini da 0 a 3 anni, esseri speciali e delicatissimi, quelli che più di tutti hanno bisogno di un contatto stabile, di un linguaggio stabile, di punti di riferimento stabili. Grazia suggerisce di dedicare a loro il nostro spazio la mattina, quando i più grandi sono all’asilo o a scuola, di creare per loro e per le loro mamme uno spazio protetto, in cui stare insieme, uno spazio intangibile che si chiude e scompare al pomeriggio, quando arrivano i bambini più grandi. Con loro “la scuola è malefica (le parole di Grazia, quando si parla di scuola non fanno sconti a nessuno),tratta gli adolescenti come bambini e ai bambini fa fare cose che sono adatte a ragazzi del liceo”, quando invece ancora una volta basterebbe “osservare, seguire il bambino, non giudicare”, cercando di sostenere il bisogno di scoperta dei bambini delle elementari e soddisfare il bisogno di rendersi utili per la comunità e la voglia di mettersi all’opera degli adolescenti. La scuola deve essere viva, deve poter essere continuamente reinventata, deve abbandonare il duplice modello dell’”esercito e del convento”, deve essere capace di lasciare da parte gli antichi Romani e dedicarsi ai serpenti e ai pescecani, se su serpenti e pescecani si concentrano l’interesse e l’entusiasmo dei bambini.
L’adulto deve diventare una sorta di mentore per il bambino, è importante che capisca dove deve stare (in particolare in uno spazio come quello che vogliamo realizzare noi, dove l’adulto è l’organizzatore dello spazio, l’accompagnatore dei bambini, ma è anche genitore) e che sia nelle condizioni migliori per svolgere il proprio ruolo: Grazia suggerisce che lavori con piccoli gruppi, proponga attività semplici, ma anche belle e raffinate e pensi queste attività in funzione dei bambini che ha di fronte. Grazia è disponibile anche ad aiutarci a pensare specifici momenti di formazione e condivisione riservati al gruppo di genitori di Irughegia, per costruire una base comune da utilizzare nella gestione dei bambini. Bisognerà pensarci.
Parlando di tecnologia (un tema molto dibattuto nel world café), Grazia è consapevole che “la tecnologia è il loro mondo, ma ai bambini bisogna offrire altro. Perché la mano non funziona più, e bisogna ritornare ad usarla” Bisogna stare attenti all’uso che si fa della macchina, perché non sia un uso distruttivo della capacità creativa, bisogna riequilibrare i bisogni del corpo con quelli della mente,ritornare al modello rinascimentale in cui il gioco della palla aveva la stessa dignità dello studio del latino. Molto suggestiva l’idea di concepire il nostro spazio bambini come una moderna Cà Gioiosa, che anche non so cosa vuol dire fino in fondo, mi suona piuttosto bene.
Se devo provare a fare sintesi, alla fine viene fuori che l’identità del nostro spazio potrebbe ruotare intorno al “costruire”, nel senso di fare con le mani, di sporcarsele quelle mani, di paciugare e sciappinare.
Ormai i pasticcini sono finiti, il poco caffè rimasto è diventato freddo, la Gigia entra un paio di volte a ricordare che il pranzo è in tavola, il tempo è scaduto, si torna in Emilia, si aprano le danze!

colonna sonora: Boléro, Ravel, Valery Gergiev, London Symphony Orchestra 

Read Full Post »