Archive for agosto 2012

È tornato a casa con la medaglia al collo. Che sorrideva, felice e fiero, lo si capiva anche a guardarlo di spalle, quelle spalle strette e magre di chi non ha ancora sei anni e da poco ha superato i venti chili.
Era un anno esatto che aspettava di giocare.
L’anno scorso, a Ferragosto, avevano giocato solo i grandi, nella squadra dei maschi giocava il papà, in quella delle femmine la mamma, tre contro tre, adattamento della formula “gabbia”. Noi donne avevamo sognato, conquistato la finale, dato spettacolo. E eravamo tornate a casa con la medaglia d’argento, al collo di Davide, il nostro piccolo grande tifoso, prima in lacrime inarrestabili per la sconfitta, subito dopo radioso e scintillante per la medaglia.
Era un anno che Davide aspettava di giocare, non capiva questa regola che escludeva “i piccoli”; nel suo mucchio di cose da portare in montagna aveva messo scarpe con i tacchetti, pantaloni del Barcellona, maglia del Bologna, mini parastinchi e una valanga di grinta.
Quest’anno, il torneo dell’estate lo avremmo giocato con le nostre regole, in campo ci sarebbe stato anche Davide, glielo avevo promesso, mentre lo mettevo a letto, quella sera di Ferragosto di un anno fa. E così è successo, a Ferragosto di quest’anno: dieci squadre miste – una donna, un uomo, un bambino – tre chili di gesso per fare le righe del campo, due mini porte di Decathlon, un arbitro con la trombetta al posto del fischietto, un prato assolato dietro la chiesa di Montalbano, grigliata imperiale nel boschetto accanto, gli amici dell’estate a dividersi salsicce, brindare a Heineken e sfidarsi in campo. Per Davide, e tutti gli altri “piccoli”, che ogni anno sono sempre di più.
In palio tre medaglie, tre sezioni dello stesso ramo di faggio – quattro centimetri di diametro, uno al massimo di spessore – segati, cartavetrati e rifiniti a pennarello, a imperitura memoria. Le hanno vinte loro, “i piccoli” di Montalbano, quelli che le medaglie le hanno fatte con le loro manine, in una splendida mattina di sole (i tre nanerottoli Pittons, falegnami per qualche ora), quelli che qui giocano in casa (i Lupis brothers), quelli che aspettano un fratello con cui giocare a scartini, quelli che vanno ancora a gatto e quelli che giocano con le ballerine numero 23, quelli che probabilmente non riusciranno mai a parlare ma basta guardarli negli occhi che ti hanno già spiegato tutto, quelli col nome esotico che finisce per “elle” e quelli che se continuano così tra una decina d’anni magari li vedrai in Nazionale.

 Mentre tornavamo verso casa ho capito per la prima volta una cosa, distintamente, senza appannamenti, a dispetto di tutto quel fumo di griglia che mi era girato intorno il pomeriggio: guardando Davide che urlava al cielo la sua soddisfazione per la medaglia d’argento, Vangio con una costoletta in mano, una in bocca e un’altra in tasca e Michele, cubetto saltellante di muscoli esplosivi, mi sono resa conto che nella mia vita non avrei mai avuto una squadra del cuore, non ci sarebbe mai stato un primo della lista, il mio tifo sarebbe sempre stato uno e trino, proprio come la Trinità, un tifo assoluto, unico, estremo, non diviso ma moltiplicato per tre, i miei tre nanerottoli Pittons.

colonna sonora: Survival, Muse

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Cieli azzurrissimi, prati verdissimi, mucche al pascolo, sedie a sdraio, cornetti Algida, scogliere a picco, spiagge dorate, teli colorati, ombrelloni di paglia, corpi al sole, acque chiare, travel bike, vele all’orizzonte, architetture esotiche, sedie bianche, gambe abbronzate, castelli di sabbia, bibite fresche, picnic in quota, cascatelle scroscianti, sorrisi bianchi, relax a bordo piscina, balli notturni, palle a spicchi, bambini biondissimi..

Su Facebook, su Instagram, su Corso 12 e chissà-dov-altro, in questi giorni, è un fiorire continuo di immagini di vacanza, di riposo, di sole-cuore-amore alla massima potenza.
Finora le ho guardate con piacere (e con una certa stanchezza), a distanza, ancora bloccata in città, legata alla quotidiana timbratura del cartellino, a produrre non so bene cosa, nel caldo padano.

Ma tra poche ore tocca a me! Parto anch’io, dopo il lavoro, con Luca; raggiungiamo i nostri tre monellini nella casetta selvaggia sui monti tra Bologna e Firenze, sul Sentiero degli Dei.

Ci sentiamo via foto, con le parole ci si rivede tra un po’. Buone vacanze!

 

colonna sonora: Salsa e merende, Gappa

NB: Grazie a Pippo per la fotografia, pubblicata ieri su Instagram col titolo “Celebrità oggi al bagno Sandra”

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I bimbi una settimana in montagna dai nonni, Luca ed io a casa da soli, nel caldo appiccicoso di fine luglio, a lavorare, tra notti di sonno interrotto, corsette al tramonto, concertini serali, birrette fresche, coccole dimenticate, cene a ore improbabili, leggerezza diffusa.

Dopo un paio di giorni di acclimatamento a quella (per noi) insolita e devo confessare, assai piacevole, situazione, decidiamo di ricollegare (almeno per qualche ora) i neuroni della responsabilità di genitori al cervello in vacanza e partiamo alla volta del Grandemilia, 40mila metri quadrati coperti e un parcheggio per 4.000 auto, di fianco alla tangenziale e all’autostrada, per fare la mega spesa di detersivi, scatolame, farine, pannolini e bevande che, nelle nostre intenzioni, dovrebbe consentirci di sopravvivere tra farmer market, Natura Sì e lo storico mercato Albinelli almeno per un paio d’anni.

L’ultima volta che ci ero capitata, al Grandemilia, ero sempre estate, ero incinta di Davide (che a settembre inizia la prima elementare), e sono tornata a casa, pedalando, con un modem wireless nel cestino della bici. E nient’altro.

L’altro giorno siamo usciti con 390 euro in meno sul conto corrente, due carrelli e un borsone da danza stipati di roba, mal di testa da aria viziata mista a aria condizionata, e un insano nervosismo addosso, scatenato dal fatto di aver dovuto passare alla cassa per il controllo casuale, dopo aver letto, un pezzo alla volta, il codice a barre di tutti i prodotti acquistati con il Salvatempo, “il modo veloce di fare la spesa che permette di fare da soli il conto della spesa, passando alla cassa solo per pagare, senza dover scaricare i prodotti sul nastro”, come recita il sito della Coop. Quando funziona aggiungo io, o non sei il fortunato a cui scatta il controllo casuale, altrimenti ti sei rovinato la giornata senza possibilità di recupero. E oltre a questo hai rovinato la giornata anche della cassiera di turno, che non c’entra nulla, ma che è diventata, anche ieri l’altro, il naturale capro espiatorio di tutti i nostri malumori, per la sfortuna del controllo casuale, per il nervoso esploso, per il tempo perso, per l’assurdità della cosa. Quando mi ha chiesto se volevo i bollini (19, per la precisione), ho detto “sì grazie” e poi li ho lì davanti accartocciati nervosamente tra le mani, con volontà distruttive, prima di gettarli nel primo cestino dei rifiuti sulla mia strada.

Il paradosso di tutta ‘sta storia, a conti fatti, è che la Coop, con la rilettura della nostra spesa, ci ha pure perso 10 euro, visto che facendo da soli avevamo per errore caricato due volte l’ammorbidente e lo sgrassatore universale, che la gentile cassiera ci ha giustamente scontato.

Schiacciati dal peso dei carrelli, in forte difficoltà a comandarli e a andare dritto, ci siamo diretti verso l’uscita del mega-super-maxi-ipermercato, dopo aver fatto i garretti ad almeno tre persone e aver perso per strada ripetutamente shampoo e dentifrici, dopo essere sopravvissuti al passaggio dall’aria condizionata ghiacciata dell’interno al caldo assoluto dell’esterno, dopo essere riusciti ad arrivare alla macchina, parcheggiata nella fila più lontana, abbiamo aperto il bagagliaio per caricare i 390 euro di acquisti appena fatti e la scena è stata sconfortante: la nostra leggerezza vacanziera, di coppia senza bambini, ci aveva fatto dimenticare della tenda, dei materassini, dello zaino porta bimbi, del canotto, della biciclettina di Michele, del monopattino di Davide, della palla dei Barbapapà di Vangio, dei secchielli e delle palette, del boomerang e delle scarpe da calcetto e di altre minuzie che non avevamo mai scaricato.

Da quel momento in poi il racconto diventerebbe “vietato ai minori”, quindi non proseguo oltre. Ci tengo solo a dire che, una volta arrivati a casa, dopo aver scaricato tutto e portato al quarto piano senza ascensore sacchetti e sacchiettini, cartoni e cartoncini, borsine e borsoni, fustini e fustoni, ci siamo guardati negli occhi, stanchi e affamati, e abbiamo ordinato una pizza perché in casa non c’era niente da mangiare..

 

colonna sonora: Grande, grande, grande, Mina

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