Archive for settembre 2012

Tre non è sempre il numero perfetto. Sicuramente non lo è quando devi addormentare i tuoi tre nanerottoli (che non si addormentano da soli per nulla al mondo, nonostante tu le abbia provate tutte, o almeno sei convinta di averlo fatto) e tutti e tre ti vogliono vicino. In quel caso tre sono troppi.

È una partita persa in partenza lanciarsi in azzardati calcoli combinatori per dimostrare alla prole urlante che “se sto in mezzo tra te e tuo fratello non posso essere anche vicino a Davide” e che “se mi metto tra te e Michi, immediatamente Vangio ti scavalca e mi salta in groppa” e che “se sto tra te e il muro allora gli altri due escono pazzi e scoppia il finimondo”.

Sicuramente il letto-senza-soluzione-di-continuità – il triplice tatami dove dormono i bimbi, uno di fianco all’altro a inizio sonno e uno sopra l’altro o al posto dell’altro dopo qualche ora – non aiuta l’autonomia dei piccoli nel momento di addormentarsi, visto che nel loro mega lettone, per una persona in più, c’è sempre posto, figurarsi poi per una mamma magrina magrina.

Così tutte le sere, tra le otto e mezzo e le nove, dopo il passaggio obbligato in bagno (cacca, pipì, bidet, mani, faccia, denti), dopo il quotidiano match di wrestling nel quale si affrontano in memorabili incontri, sul triplice tatami da combattimento, sempre gli stessi avversari (i tre astuti little Mongi brothers contro il forzuto big Mongi daddy), dopo varie soffiate di naso, dopo le coccole mentre uno aiuta l’altro a infilarsi il pigiama, dopo la storia inventata, dopo qualche canzone del repertorio scout e qualche altra di Vasco, dopo plurimi e pressoché inascoltati inviti al silenzio, dopo dopo dopo, mi ritrovo sdraiata anch’io sul triplice tatami, tra un bimbo e l’altro, spesso con il terzo avvinghiato a un braccio, che penso a quanto tempo dovrò stare lì prima che i tre little Mongi brothers crollino esausti e io possa alzarmi silenziosa, uscire furtivamente dalla cameretta e raggiungere di là il forzuto big Mongi daddy (che è poi sempre e ancora mio marito), con il quale, a addormentamento bambinesco avvenuto, ci troviamo a chiacchierare o a guardare un film, troppo spesso uno di fianco all’altro mentre pieghiamo sul mensolone della sala, in un’interrotta catena di montaggio, montagne di calze e mutande .

Stasera ci sarò stata una dozzina di minuti, lì sdraiata sul triplice tatami, ad aspettare l’addormentamento. Circa 6120 secondi nei quali mi sono arrivati una tempesta di piedini calcianti sulla schiena, un pugno a bruciapelo nell’occhio sinistro, un rutto in un orecchio, due graffi sul collo, uno starnuto in faccia e un paio di tirate di capelli. Ma anche carezze leggere, bacetti dolci, parole segrete, respiri vicini, manine morbide che cercano le tue, piedini caldi che si attorcigliano intorno alle tue caviglie.

Quando tutto tace e nessuno si muove è il momento di fuggire.
Qualche ora fa, mentre ormai con un piede ero giù fuori dal letto, sento una vocina: “Mammina – fa Michi – i pompieri tu lo sai cosa fanno?”. La domanda mi spiazza, non rispondo subito, forse è un sogno penso tra me e me. Michi allora mi toglie ogni dubbio: “Mangiano polpette – continua. – Non lo sapevi eh?” La risposta mi spiazza più della domanda. Ormai sono certa che sia un sogno. E invece ancora una volta Michi mi riporta alla realtà: “Mammina, sei stanca. Vai a metterti il pigiama adesso”. Ha ragione lui, vado. Buonanotte.

colonna sonora: Neve Ending Story. Limahl

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Ho visto bambini in pantaloncini corti e altri in abito da cerimonia, cartelle fluo da trainare con le ruote e una lanterna di carta alzarsi in volo e perdersi nel cielo.
Ho sentito voci acute e qualche singhiozzo, starnuti, battiti di mani, musiche festose e parole importanti.
Ho visto genitori distratti nascosti dietro macchine iper tecnologiche e genitori fin troppo attenti nascosti dietro macchine fotografiche iper tecnologiche; e poi tanti sorrisi preoccupati e felici, a varie altezza, dal metro in su.
Ho respirato la magia del primo giorno di scuola e ho chiuso gli occhi per congelarla dentro di me, mentre il mio cuore batteva lento e ritmato.
Quando ho riaperto gli occhi, mi sono come risvegliata in mezzo a un gran muoversi e vociare di bambini e genitori emozionati e mi sono passati davanti in una frazione di secondo gli ultimi 69 mesi della mia vita.

Tutto intorno si è fermato e l’ho guardato.
Ho visto il suo ciuffo morbido e mielato che gli copriva il sopracciglio sinistro, il cerotto bianchissimo sul mento ricucito dopo la prima caduta seria in bicicletta, lo zaino da arrampicata pieno di quaderni e matite stretto sulle spalle a punta, le maniche rimboccate della felpa del Bologna di suo cugino, ancora troppo grande ma già così indispensabile, e sotto, che spuntava appena, la maglietta lisa color petrolio di Marco zio quando era piccolo.
Ho guardato la bicicletta da salti di seconda mano rimessa a nuovo in ciclofficina parcheggiata nel cortile della scuola, ho provato a seguire i suoi occhi da cerbiatto, luminosi e profondi, costantemente alla ricerca di una diversa inquadratura, di un particolare da non farsi sfuggire, ho rincorso con lo sguardo le sue gambe da puledro, gli ho letto in faccia il piacere e il fastidio di avere le farfalle nella pancia, ho visto l’emozione nelle sue mani agitate e il sale di una lacrima cristallizzato su una guancia. L’ho guardato entrare in aula, sedersi composto nel banco verde acqua che non ricordavo così basso, salutarmi con la voce un po’ distorta dalla paura e con quegli occhi magnetici che aveva anche il giorno in cui è nato.
Nonostante gli piaccia farsi allacciare le scarpe e ogni tanto la sera mi chieda di lavargli i denti, “non perché non sono capace, ma perché è una bella coccola”, nonostante prima di addormentarsi voglia ancora massaggiarmi un orecchio tra pollice e indice e mi chieda sempre di raccontargli com’era quando era piccolino, che era pelato come un bimbo americano, voleva sempre la titta, lanciava la pappa dappertutto, camminava a gatto, non sapeva saltare, aveva paura del rumore delle moto e dei martelli pneumatici, chiamava bicio il camion e iotete lo yogurt, nonostante continui a non piacergli combattere e a Babbo Natale abbia chiesto corde e moschettoni per scalare, nonostante sembri un piccolo lord anche in pigiama e con 40 di febbre, nonostante questo e nonostante quegli occhi, sempre uguali da quando è nato e ogni giorno diversi, Davide sta diventando grande.

Pausa.

A questo punto alla sua mamma le lacrime scorrono copiose. E continuare a scrivere non migliorerebbe la situazione, peraltro già piuttosto umidiccia. Meglio chiuderla qui, e continuare a guardarlo crescere, e crescere con lui.

colonna sonora: Una canzone per te, Vasco Rossi

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I bambini tedeschi sono biondi, bianchi e magrini. In spiaggia usano la maglia dell’Italia per non bruciarsi e in acqua ci vanno senza braccioli perché sanno nuotare già a tre anni.
I bambini tedeschi, all’isola d’Elba, sono tantissimi, molti di più dei bambini italiani. Se piove si bagnano, se c’è il sole si mettono la maglia dell’Italia per non bruciarsi. E non gnolano.
I bambini tedeschi chiamano i bambini italiani klein italienisch, vanno a zonzo per il campeggio ad ogni ora, sempre scalzi, senza torcia di notte, senza cappellino di giorno.
I bambini tedeschi vanno a fare pipì da soli, si lavano i denti da soli, si mettono il costume da soli e da soli si infilano il pigiama. Apparecchiano, sparecchiano e – sempre da soli – vanno a lavare i piatti.
La sera vanno a letto presto, senza fare storie, e si addormentano senza la mamma.
I bambini tedeschi non hanno bisogno che il papà li aiuti a fare un castello di sabbia o giochi a palla con loro, hanno fame solo quando la mamma li chiama per fare merenda e quando escono dall’acqua non urlano a squarciagola immobili sul bagnasciuga nella certezza che qualcuno gli porterà l’asciugamano (o ancora più irrealisticamente l’accappatoio); se hanno freddo se lo vanno a prendere da soli.
I bambini tedeschi non dicono mai “mamma mi fai”, “mamma mi porti”, “mamma mi prendi”,  “mamma mi cerchi”, ma “fanno, vanno, prendono, cercano”.
I bambini tedeschi hanno mamme tedesche (che a differenza delle mamme italiane non sentirete mai dire “corri piano”, “non sudare”, “non bere a collo”, “mangia adagio”, “mettiti il cappellino che ti viene un colpo di sole”, “non fare il bagno che ti viene una congestione”, “mettiti le ciabatte che se no ti vengono le verruche”, “non toccare che è velenoso”, “dove vai da solo? aspettami che andiamo insieme”, “hai fame, hai sete, hai sonno, hai freddo, hai caldo , hai la pipì, devi fare la cacca, ti sei fatto male, sei sudato?”), e questo aiuta, senza ombra di dubbio.

Dopo qualche giorno di vacanza, un pomeriggio che eravamo in acqua, mentre Davide mi chiedeva di mettergli gli occhialini, Michele di andargli a prendere i braccioli sotto l’ombrellone e Giovanni, in braccio, mi batteva in testa una paletta rossa, ho inaugurato un nuovo gioco. “Alt un attimo! – ho detto – facciamo finta che siete bambini tedeschi?” Sguardi interlocutori, sopraccigli interrogativi, espressioni di smarrimento hanno accompagnato la mia proposta. E così ho continuato: “i bambini tedeschi gli occhialini se li mettono da soli, i braccioli se li vanno a prendere e non prendono a palettate la mamma. Che ne dite se giochiamo ai bambini tedeschi e facciamo che provate ad arrangiarvi da soli, senza chiedere sempre tutto alla mamma?” Silenzio incerto, sguardi incrociati, poi i due “grandi” sono esplosi in un “sììììììì!!!” entusiasta, ritmato da applausi scroscianti del piccolo.

I risultati sono stati tanto sorprendenti quanto inaspettati, il gioco dei bambini tedeschi è stato il più giocato della vacanza e anche adesso i bimbi me lo chiedono spesso, divertiti e soddisfatti. È piuttosto ridicolo guardarli mentre si aiutano l’uno con l’altro a vestirsi e poi si dedicano al più piccolo, provando a infilargli la maglietta e a allacciargli le scarpe. E non è per niente facile lasciarli fare, senza mettergli al dritto i pantaloni, senza dirgli che la felpa che hanno messo a Vangio è tutta sporca, senza sistemargli i bottoni allacciati storti, senza perdere la pazienza perché vestirsi così da soli è lunghissimo, senza intervenire. Provare per credere.

colonna sonora: Heroes, Kruder & Dorfmeister

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Giusto un post fa dicevo che Luca (che non so quando potrò smettere di scriverlo, ma comunque in questo blog che un po’ racconta pezzi della mia vita, è sempre mio marito) lo zen abitualmente se lo mangia a colazione. Sicuramente né lo zen né qualsiasi altro esercizio di concentrazione meditativa li pratica mentre monta una tenda. Soprattutto se quella tenda non l’aveva mai vista (figurarsi montata) prima, se non avesse mai pensato che una tenda potesse pesare 30 chili, essere lunga 5 metri e mezzo e larga 6, avere due camere da letto (matrimoniali), un comodo ripostiglio e un’ampia living room, dove non doversi neanche ingobbire per non toccare il soffitto telato.

Chi lo conosce bene, quel Luca, mi aveva chiesto, in tempi non sospetti, qualche giorno prima che partissimo per l’avventura, di ricordarmi di fare un video (comprensivo di audio) con Luca in primo piano durante il montaggio. Beh, quando mi sono trovata lì, una giornata caldissima, col sole allo zenit, non un soffio di vento, i bambini stanchi e affamati, il market del campeggio chiuso, l’acqua dei bagni imbevibile come in ogni isola che si rispetti e Luca con una T-shirt nera così sudata da essere diventata quasi una seconda pelle, beh, non ho avuto il coraggio di tirare fuori il telefonino e filmare. La mia carriera di reporter d’assalto, d’altronde, non penso di essermela giocata lì, quasi mai anche in passato ho avuto la prontezza e il coraggio di documentare in diretta quello che stava succedendo, e  nel caso in oggetto, le probabili conseguenze non promettevano niente di buono, facendomi optare per il silenzio stampa.

Un’ora e mezzo (“in due in una mezzoretta montate tutto”, mi aveva rassicurato Elena, sopravvalutando altamente le mie capacità di assemblaggio e sottovalutando enormemente i rischi della perdita – seppur temporanea – della ragione del mio consorte) di silenzio assoluto, facendo finta di non sentire il fiume di parole tanto impetuose quanto feroci che echeggiavano per il campeggio, di non capire che erano tutte rivolte a me, colpevole di una specie di indelebile peccato originale e di non vedere le facce nordiche tra il disgustato e l’incredulo dei per fortuna rari campeggiatori di passaggio nei pressi della nostra piazzola in quei momenti di furibonda ira verbale mista a allucinata disperazione facciale.

Il soggetto, dopo dieci anni di vita di coppia legalizzata, lo conosco bene. E so bene che una risata per sdrammatizzare o una parola per minimizzare avrebbero potuto rovinarci il seguito della vacanza o ancor più drammaticamente sgretolare un matrimonio (quasi) perfetto. È sempre stato così, mi alzavo sui pedali e partivo in fuga per scansare le sassate verbali che mi piovevano addosso, tutte le volte che partivamo per un viaggio in bicicletta, il primo giorno “tutto male”, dal secondo giorno in avanti “mai fatto niente di così bello e entusiasmante”. E così, saggiamente, sono stata zitta per un’ora e mezzo abbondante, a pensare che più che una mega tenda igloo a me sembrava una mini moschea bizantina e a guardare i nostri bambini, attentissimi lettori della situazione, che per quell’ora e mezzo abbondante hanno mangiato, bevuto, fatto pipì, giocato e dormito in completa autonomia, senza farsi sentire, a dispetto dei loro dieci anni scarsi in tre.

Nonostante tutto, quella notte abbiamo dormito in (quella) tenda, comodi e beati, rilassati e calmi come se nulla fosse mai accaduto. Come in una favola.

E nonostante tutto, in questo momento, e in ogni momento libero da quando siamo tornati alla civiltà, quel Luca di prima è su internet a confrontare diversi modelli di tende, studiarne le caratteristiche, valutarne le dimensioni, soppesare gli accessori, godere delle finiture. È caduto nella trappola, il nostro prossimo acquisto sarà sicuramente una tenda!

colonna sonora: La canzone del bosco, Punkreas

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Forse perché non eravamo per nulla preparati.
Forse perché la nostra attrezzatura è assolutamente ridicola.
Forse perché il mio senso pratico è praticamente nullo (nonostante un documentato passato scout).
Forse perché mio marito lo zen abitualmente se lo mangia a colazione (e sicuramente non lo pratica mentre monta per la prima volta una tenda enorme senza istruzioni).
Forse perché anche noi Pitton siamo completamente assuefatti alle quotidiane comodità casalinghe.
Forse perché abbiamo tre nanerottoli scatenati, che sommando le loro età non arrivano nemmeno a fare dieci anni in tre.
Forse perché essere circondati dall’efficienza, dalla calma e dall’equipaggiamento delle famiglie tedesche ha messo ancor più in risalto il nostro italianissimo e sgangheratissimo spirito da Armata Brancaleone.
Forse perché siamo ancora qui a ridere (di noi) e a pensare a quando rifarlo.
Forse perché il profumo della macchia mediterranea, il gusto del sale dell’acqua dell’Elba e il sapore dei sughi pronti Barilla mi sono rimasti dentro, così come l’entusiasmo perenne e la meraviglia assoluta dei bimbi, le coccole mattutine sul materassone sgonfio, le cene illuminate solo dalla luna piena, le spedizioni notturne al “blocco bagni”, la fila di costumini colorati appesi ad asciugare ai tiranti della tenda, i risvegli dei piccoli quando il sole inizia a illuminare la tenda e le andate a letto quando fuori è buio, forse anche per tutto questo, il campeggio della famiglia Pitton mi è sembrata un’esperienza degna di essere raccontata. Con il giusto distacco (visto che ormai siamo tornati tra le nostre quotidiane comodità casalinghe) ma con i ricordi ancora freschi (visto che siamo a casa da poco più di otto lavatrici).

I prossimi post parlano di campeggio, ogni cosa che troverete scritta è realmente accaduta e nulla è stato ingigantito o distorto. Per questo si sconsiglia la lettura a chi si addormenta regolarmente sul divano davanti alla televisione, a chi prende la macchina anche per andare a comprare il giornale, a chi senza il bagno in camera non potrebbe vivere, a chi mangia regolarmente primo e secondo, a chi non sa cos’è un picchetto e a chi ha uno di quei frigoriferi americani con lo sportellino da cui esce il ghiaccio triturato, a chi va dalla parrucchiera tutti i venerdì e a chi anche in vacanza si porta il Bimby, a chi non esce di casa se non ha la maglietta stirata, a chi fa le vacanze al Club Med o nei villaggi Alpitour  e a chi non è mai piovuto in testa mentre era a letto che dormiva.
A tutti quelli invece a cui il campeggio tutto sommato attira, ma che hanno, come noi Pitton, poca esperienza e tanti figli piccoli, consiglio di non soffermarsi sui particolari, di convincersi che sicuramente non può essere successo tutto davvero e di ricordarsi che, alla fine, nonostante quello che potrebbe sembrare, ci siamo proprio divertiti.

Ringrazio Elena e Daniele per la tenda, il fornellino, il materassino matrimoniale bucato e la pompa per rigonfiarlo tutte le sere, Annalisa e Nicola per l’ombrellone rosso e le mini scarpine da roccia, Patrizia e Massimo per i piatti vintage, il termos e le stuoie, Livia per la storica lampada a gas e le seggioline a righe, Bacca per la guida delle spiagge, Francesco del call center della Toremar che ci ha permesso di rientrare in traghetto due giorni prima del previsto e il Manuale delle Giovani Marmotte per i suoi sempre fondamentali consigli.
Senza tutti loro, i Pitton non sarebbero mai potuti partire (e tornare vivi) dal campeggio.

Un ringraziamento speciale a Luca, mio marito. Senza di lui sarei ancora lì a cercare di capire da dove partire per iniziare a montare la tenda. E mai sarei riuscita a far stare in macchina tutto quello che invece siamo (é) riuscito a caricare. Senza di lui sarei ancora lì a cercare di capire..

colonna sonora: Guaranteed, Eddie Vedder

 

 

 

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