Archive for ottobre 2012

Luca Bolori

Magrino, moretto, con gli occhi grandi alla Miyazaki e con indosso una tuta blu petrolio un po’ troppo grande per lui. Me lo immagino così il nuovo amico di Michi, il suo compagno preferito, che ha conosciuto due mesi fa, quando ha iniziato la scuola materna. Si chiama Luca Bolori (forse c’è un altro Luca nella classe, penso tra me e me, visto che Michi lo cita sempre con nome e cognome), non gli piacciono le zucchine mentre adora le uova, dorme nella brandina vicino a Michi, corre velocissimo e ha una bicicletta da corsa.

Per me, che quello che succede all’asilo è una specie di mistero, Luca Bolori è una certezza, un punto fermo. Tra piccoli flash, in cui Michi mi parla di aquiloni, di fogli dipinti immergendo le mani nel colore, di bimbi che vogliono stare sempre in braccio alla tata e di campanellini attaccati al polso, spunta costante e rassicurante Luca Bolori: di lui Michi mi dice quando è malato o quando hanno giocato insieme ai pirati in giardino; mi racconta di una volta che Luca Bolori ha mangiato quattro uova una dopo l’altra e di un’altra che ha sputato per terra tutte le zucchine; mi  fa vedere i disegni che ha fatto e qual è il suo sacco con i vestiti di ricambio.

Visto che la scuola materna è iniziata da poco, molti compagni di Michi non li conosco ancora, e faccio fatica ad abbinare un nome ad una faccia. Stessa cosa succede anche per Luca Bolori. Così l’altro giorno, quando sono andata a prendere Michi alle quattro, ho chiesto alla tata Lisalanna (reinterpretazione michelesca di Annalisa) se tra i bimbi seduti ai tavolini a fare merenda c’era per caso Luca Bolori, “che lo vorrei conoscere, che Michi ne parla sempre”.

“Luca? Bolori? Sai che non c’è nessun Luca in questa classe.. Sei sicura che Michi non abbia detto un altro nome?”

Sono sicura sì, Luca Bolori esiste, esiste eccome, esiste come Bembo, lo storico amico immaginario di Michi. Anzi, è pure un grande amico di Bembo, scoprirò poi, quando mi deciderò a fare qualche domanda indagatoria. Domande da cui imparo che, come Bembo, anche Luca Bolori è alto fin’il cielo; che anche lui va in giro quasi esclusivamente di notte, da solo, al buio, senza la mamma e il papà; che a casa Bolori i bimbi possono stare in piedi sul tavolo, mangiare ciambelline alla crema a letto e saltare dalla credenza al divano, senza che nessuno abbia niente da ridire.

“Mamma, stasera viene a mangiare da noi anche Luca Bolori” mi fa qualche sera fa Michi, piuttosto convinto. “Va bene – rispondo io pensando di cavarmela con poco – apparecchiamo anche per lui e speriamo che il pesto gli piaccia”. Mezz’ora dopo è pronto, chiamo i bimbi a tavola. Michi non vuole venire, rimane in camera sua, un po’ imbronciato. Lo vado a chiamare, “Cosa c’è che non va?” gli chiedo. “Mamma, Luca Bolori non è ancora arrivato, quando c’è un ospite bisogna aspettarlo”. Cala il gelo, deglutisco come nei fumetti, impalata e atterrita. “E adesso?”, pochi secondi di panico poi mi viene un’illuminazione risolutrice: “Mi ha telefonato la sua mamma, Luca Bolori ha un po’ di febbre, non può venire ogg..”. Non faccio in tempo a finire la frase che Michi è già in piedi, diretto verso la cucina. “Va bene, allora andiamo a mangiare noi! Quando non ha più la febbre però posso chiamarlo a dormire, Luca Bolori?”

 

colonna sonora: Aggiungi un posto a tavola, Johnny Dorelli 

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Tra qualche ora sarò a parlare di “nuove forme dell’abitare” all’incontro su crisi economica e opportunità per le famiglie, organizzato dal Centro per le famiglie del Comune di Modena.
L’incontro è in pieno centro storico, in piazzetta Redecocca, una delle piazze della mia città che preferisco, con le scale larghe che salgono morbide in circoscrizione su un lato, il portico basso dall’altro, le case popolari, due trattorie storiche che d’estate mettono i tavolini fuori, gli alberi inaspettati nel mezzo. Piazzetta Redecocca sembra un cortile di una volta, aperto ma protetto, dove ci si può sedere a fare due chiacchiere con i vicini, dove si può giocare a pallone o, con un gessetto rubato a scuola, disegnare anche la settimana e poi, su un piede solo, saltare da una casella all’altra, senza pestare le linee tracciate per terra.
Mi ricordo che sei o sette anni fa, per questioni di lavoro, mi è toccato di fare il rilevamento dei flussi pedonali proprio di piazza Redecocca. E mi ricordo benissimo che un sabato pomeriggio (da sempre giorno di massima affluenza per il centro cittadino), circa di questa stagione, sarà stato fine settembre, un pomeriggio di sole come oggi, mi sono seduta in piazza su una panchina, con un quadernino e una penna in mano, per fare una crocetta tutte le volte che una persona (a piedi, in bicicletta e in macchina) fosse passata di lì. Beh, quel pomeriggio ho contato più piccioni che esseri umani. Questa è piazzetta Redecocca, e non penso che l’incontro su crisi economica e famiglie possa incidere più di tanto sui flussi pedonali..

Per diffondere il mio pensiero oltre la materialità di piazzetta Redecocca, ecco in sintesi un’anteprima di quello di cui parlerò tra poco. Se poi a qualcuno interessa qui ci sono anche le slide del mio intervento.
Partirò dalla crisi economica e dalle conseguenze economiche sulle famiglie (aumento della disoccupazione e precarizzazione del lavoro; calo del potere di acquisto, del tasso di risparmio e della spesa per consumi; aumento dei costi energetici, stretta creditizia), in una situazione generale di progressivo invecchiamento della popolazione, di nuclearizzazione delle famiglie e di forte immigrazione.
Partirò dalla crisi economica per riflettere su una crisi più generale nella quale siamo sprofondati negli ultimi decenni: la crisi della socialità, delle relazioni, il trionfo dell’individualismo sociale, dell’egoismo condominiale (che in Italia provoca a una rissa ogni dieci minuti), la sconfitta dello spazio pubblico collettivo, dell’idea di polis.
Partirò dalle crisi per sottolineare con gioia un ritorno di interesse per una dimensione comunitaria della vita, una dimensione comunitaria non ideologica ma pratica, dove il Noi vince sull’Io, in primis per convenienza e comodità.
Sulla condivisione e sulla mutualità sono nate esperienze, oggi sempre più diffuse e in forte crescita, in tutti gli ambiti della nostra vita: dal co-housing al co-working, dagli orti urbani ai gruppi di acquisto solidale, dal car-sharing al couchsurfing, dal baratto al crowdfounding.
Parlando di “abitare”, già nel 1932 la sociologa premio Nobel Alva Myrdal, metteva in luce l’irrazionalità delle residenze isolate “dove venti donne preparano le loro polpette in venti piccole cucine mentre venti bambini giocano soli nelle loro camerette”, gridando i benefici di un modello alternativo di abitare collaborativo, che prevede la condivisione di spazi, tempo, impegno, risorse, attrezzature, valori, energie, nell’assoluto rispetto della privacy e dell’autonomia individuale.
Da allora questo “nuovo modello di vivere vecchio come il mondo”, come recita lo slogan dell’associazione CoAbitare di Torino http://www.coabitare.org, è stato, soprattutto nel Nord Europa, molto sperimentato, è cresciuto, si è sviluppato e si è diversificato, pur mantenendo una matrice comune.
Il co-housing, come ha magnificamente espresso ieri il maiuscolo Carlo Olmo nel suo intervento a Bologna, è una risposta intellettuale alla crisi della socialità delle parti più alte della società, la manifestazione del bisogno di luoghi di relazione sociale, in cui lo stare insieme porti anche ad una crescita culturale, il tentativo di piccole comunità di persone di ricostruire uno spazio pubblico che non c’è più, partendo dalla condivisione di alcuni valori collettivi, che per definizione non valgono per tutti, ma sono le regole di quel particolare co-housing, che quindi è diverso da tutti gli altri.
Su questo sfondo, agiscono, nel nostro caso, due fenomeni diversi ma complementari che servono per spiegare la declinazione irughegiana dell’abitare collaborativo: il lusso democratico e un diverso welfare.
Lusso democratico, come lo ha felicemente definito l’amico architetto Federico Zanfi, spiega da cosa è nata l’idea di Irughegia: da un desiderio di stare insieme non ideologico, ma ancora una volta pratico, di famiglie con bambini piccoli, che decidono di stare insieme per rispondere a bisogni a cui prima si rispondeva singolarmente, per affrontare costi non più sostenibili da soli, per godere di servizi che individualmente non ci si potrebbe più permettere. E che pensano che abitando vicini sia più facile raggiungere gli obiettivi del loro stare insieme.
La messa in discussione del sistema nazionale dei diritti sociali e la diminuzione palpabile dei servizi alla persona a livello macro, associate alle caratteristiche di condivisione, partecipazione, mutualità che a livello micro connotano gli irughegiani, ci ha portato ad approfondire nuove modalità di progettazione e gestione di servizi collettivi aperti al territorio, che vorremmo sperimentare dal basso proprio ad Irughegia, con un sistema nuovo e volontario di auto-organizzazione sociale, promosso da cittadini attivi e intraprendenti, secondo un diverso modello di welfare.

Io sono convinta che Irughegia possa diventare un’alternativa (che oggi a Modena manca) interessante per molte famiglie, ma perché questo succeda c’è bisogno che si realizzi, per far vedere le proprie potenzialità e per sfatare tutta una serie di falsi miti che avvolgono ancora l’abitare comunitario. Ci manca poco, ma quello che ci manca è fondamentale, per provare, innovare, sperimentare, parole che a Modena sembrano essere sparite non solo dal vocabolario ma anche nei fatti. Noi irughegiani non facciamo niente di illegale, non vogliamo fare la rivoluzione, non siamo pericolosi, siamo giovani (ancora per poco), ottimisti e intraprendenti, ci serve un supporto (e chi ce lo può dare lo sa benissimo!) perché un esperimento piccolo possa provare a diventare un modello grande, il più economico, sostenibile inclusivo possibile.

 

colonna sonora: C’è crisi, Bugo

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“Mamma, mi passeresti il blu chiaro?”

Siamo seduti al tavolo di cucina, io e Davide, a fare un disegno. Pesco con le mani dal suo astuccio zeppo di matite colorate e, mentre gli passo il blu chiaro, dico: “Che belli i tuoi colori, sono colori professionali”.

“Ce li ha papà così professionali?” mi chiede Davide che ha capito che suo padre e il disegno hanno un rapporto serio.

“Sì, papà li ha proprio così”. Lo so che lo sa; quando siamo andati a comprare il necessario per la prima elementare non c’è stato verso, li ha voluti con quelli di papà, i più professionali del negozio, quelli che li vendono solo sfusi, e puoi scegliere la sfumatura che ti piace di più, dopo averli provati tutti, quelli che disegnano morbido, quelli che la punta non si rompe mai, quelli che se ci passi sopra con un pennello diventano acquerelli. Lo sa benissimo Davide che le sue matite colorate sono uguali a quelle di papà, ma Davide chiede sempre conferma, gli piace sentirsi dire quello che si aspetta tu gli dirai, gli piace farti sempre le stesse domande, per avere le stesse rassicuranti risposte.

“Ce li ha così anche quell’uomo francese?”

Non ho la minima idea a chi si riferisca, inarco le sopracciglia in tono interrogativo, gli chiedo qualche indizio con gli occhi.

“Paolo dico, ti ricordi Paolo?” mi fa lui.

Apro i coperchi dei ricordi, cerco di cancellare quello che non c’entra e con la mente sgombra penso ai Paoli della mia vita. Mi viene in mente anche l’apostolo (davvero!) , il bimbo (che non ho mai visto) della tata dell’asilo di Michi, un tal Paolo Pinzuti  che scrive di biciclette e seguo su Twitter, Paola de Paola, la sorella mezza inglese di mia cognata, ma non riesco a risalire a quel Paolo francese che usa matite colorate professionali. Quel Paolo proprio non me lo ricordo. E le mie sopracciglia rimangono interrogative, mentre i miei occhi implorano un ulteriore indizio.

“Dai mamma, quello che fa quei quadri bellissimi..”

Illuminazione folgorante.

“Ah sì, ho capito, vuoi dire Pablo! Quel Pablo Picasso che è ritratto nella fotografia incastrata nello specchio del bagno di cui mi chiedi sempre di raccontarti la storia”.

“Sì mamma, proprio quel Pablo lì volevo dire. Li usa Paolo i colori come i miei?”

colonna sonora: Pablo, Francesco De Gregori 

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Non appena mi siedo da qualche parte, sul divano, oppure a tavola, o anche su un prato a gambe incrociate, ogni tanto anche sulla bicicletta, con un balzo inaspettato, qualcuno mi salta in grembo e mi si avvinghia addosso (stasera, non mi hanno fatto neanche entrare in casa e, coalizzati in tre, mi hanno letteralmente atterrato sullo stuoino, senza permettermi alcuna contromossa). Quel qualcuno di solito è Michele, che sembra sempre in costante insufficienza mammesca, attento ai miei spostamenti per non perdere l’opportunità di placcarmi e di affermare quella necessità di possesso fisico che sazia tutte le sue voglie e colma tutti i suoi bisogni.
Non appena conquistato il contatto con la mamma, quel qualcuno (sempre Michele) si inizia a guardare sospettosamente intorno, per scongiurare possibili attacchi nemici, sferrati da qualche temerario fratello. Quel qualche temerario fratello di solito è Vangio, che al grido di “è mia, è miaaa, è mmmiaaaa!!!”, roteando nell’area a braccino alzato un qualsiasi giocattolo, meglio se contundente, si avvicina minaccioso e instabile con l’intenzione di usurpare il trono occupato senza provati diritti dal fratello e conquistare il posto d’onore, neanche a dirlo in braccio alla mamma.

Detto che Davide, ormai esperto di queste dinamiche fraterne (o fratricide, a seconda dei punti di vista), non ci prova neanche a entrare nella mischia e si limita a darmi appuntamenti segreti, solitamente in bagno, per ritagliarsi uno spazio esclusivo e che i suoi tentativi indipendentisti falliscono dopo non più di un paio di minuti, con suo rassegnato disappunto e con l’irrompere dei suoi rumorosi fratelli (che hanno vita facile nell’assalto, visto che io, causa claustrofobia dilagante, ho fatto sparire tutte le chiavi dalle serrature delle porte), detto che forse anche per tutta questa situazione, quel Davide che per due anni è stato addirittura figlio unico (esperienza unica in casa Pitton!) si è calato nel ruolo di Semola, fiducioso di trovare una “spada nella roccia” da estrarre per comprovare il suo destino divino di unico e solo legittimato erede al trono, detto questo, vi assicuro che niente riesce a farmi sentire più “donna oggetto” di queste schermaglie tra il pianto e il grido che quotidianamente si ripropongono sulle mie gambe. I miei figli, ancor prima di intendere e volere, hanno mostrato gli effetti sulla loro psiche della società capitalista in cui sono nati, rivendicando uno spiccatissimo e assoluto senso della proprietà privata, tutto concentrato sulla loro mamma, senza possibilità di alcuna condivisione, alla faccia della sharing economy.

È per avere un po’ di aria, per assaporare la sensazione inebriante che ti dà la libertà, per staccare la spina e non pensare a quanto sei sempre in ritardo e mai abbastanza organizzata, per guardarti intorno e sentirti felicemente per un po’ sola, è per questo che una mamma come me non rinuncerebbe mai a un lavoro fuori casa, e a tutto quello che questo permette, che sia una nuotata in piscina in pausa pranzo, una pausa caffè rilassata, due chiacchiere senza fretta o un ritorno a casa in bicicletta con musica nelle orecchie e guida spericolata.

E comunque, questo costante “scacco al re”, a colpi di spinte, strattoni e vocine urlanti, riesce a raggiungere picchi di poesia inaspettati quando l’altra sera ad esempio, mentre fuori pioveva a dirotto e noi Pitton al gran completo, intorno al tavolo di cucina, impastavamo allegramente calzoni di pizza, Michele se ne esce così: “Mamma, portalo in pioggia Giovi. E poi tu torni su” (che poi nel suo linguaggio asciutto e criptico vorrebbe dire “Mamma, non è che prenderesti con la forza il mio fratellino adorato, alcune volte soprannominato Vangio, altre volte Giovi, che però non mi lascia mai in pace, morde e graffia, piange e fa i capricci e ogni tanto anche le puzzette e che in questo momento non la smette di rubarmi la pasta della pizza e di spargermi il pomodoro nei capelli, scenderesti di corsa con lui in braccio i quattro piani di scale che ci separano dalla terraferma, apriresti il portone del palazzo e lo lasceresti da solo sotto la pioggia senza preoccuparti dei suoi pianti disperati che non sono altro di un miserabile tentativo di commuoverti, poi richiuderesti il portone, accertandoti che lui sia fuori sotto la pioggia e che la porta sia ben chiusa, percorreresti a ritroso i quattro piani di scale e ti accomoderesti vicino a me così facciamo i calzoni di pizza insieme senza interferenze disturbanti?”) e prosegue “Se no buttalo da Pippo, che quando arriva lo mangia. Per davvero, per davvero” (che, tradotto, significa: “se no, in alternativa, se non hai viglia di fare così tante scale, puoi prenderlo in braccio, aprire la finestra del balcone e buttarlo giù, che dopo un volo non indifferente dovrebbe cadere direttamente nel giardino di Pippo, il grande cane nero, peloso, ululante e apparentemente ferocissimo della villa confinante con l’Harlem buiding – la palazzina multietnica in cui abitiamo – il quale Pippo lo aspetterebbe a fauci spalancate felice di mangiarselo; e in ogni caso se Pippo per caso avesse appena finito la cena e si sentisse sazio, ci sarebbe sempre la pioggia e mal che vada lo recupereremmo non prima della mattina successiva vivo ma considerevolmente bagnato. E ci tengo a precisare che non sto parlando con leggerezza, ma le proposte che ti faccio, cara mamma, le puoi considerare proposte serie e ponderate, che tu non devi prendere come uno scherzo, ma che devi seriamente portare a compimento”).

Gli esperti – psichiatri infantili, pedagogisti, educatori – sottolineano l’importanza di lasciare esprimere la gelosia tra fratelli, senza bloccarla o nasconderla. In questo caso mi sembra che lasciare esprimere la gelosia a parole sia più che sufficiente, o no?

colonna sonora: Jealous Guy, Beatles 

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