Archive for novembre 2012

Ogni giorno è la stessa storia: “Mamma, hai una borsina per me?”, “Mamma, mi daresti una scatolina”, “Mamma, dov’è la mia valigina blu?”, “Mamma, mi aiuti a fare un pacchettino?”.
Ogni giorno, più volte al giorno, Michi fa i bagagli. I suoi bagagli speciali.

E la casa ormai è piena di pacchettini, infilati dentro bustine, stipati a loro volta dentro sportine, racchiuse poi in zainetti nascosti nei posti più improbabili: dal guardaroba al frigorifero, dal cassetto delle calze al mobiletto del bagno, dalla borsa di lavoro del papà all’immancabile “sotto il cuscino”.
In queste sportine puoi trovare, a seconda della dimensione e della giornata, monetine in nichel, una macchinina, rametti di legno, castagne, un paio di biscotti smangiucchiati, qualche sasso, libri minuscoli, foglietti con scarabocchi geroglifici, pacchettini di carta con dentro sorpresine improvvisate, pezzi di scotch, matite colorate, una pallina da tennis, mutande e calze di ricambio, una fotografia, occhiali da sole, qualche animaletto di plastica, un asciugamanino, mazzi di chiavi, medaglie piratesche, figurine, un cacciavite e una sega giocattolo, un mandarino, cucchiaio, forchetta e coltello, un fischietto, fili di lana, una bustina di the, un bandana, le ciabatte, un telefonino, l’uncino di Capitan Uncino, un barattolino con una pozione magica, l’apribottiglie, una chiavetta usb, continuando all’infinito in una lista di oggetti per un profano assolutamente casuali ma invece scelti con la massima cura.

Michi in questo è maniacale, costruisce le sue borsine con grande attenzione, selezionando attentamente gli oggetti, per non dimenticare niente di indispensabile (!) e allo stesso tempo cercando luoghi protetti dove appoggiare i suoi tesori, per preservarli dalla curiosità distruttrice dei fratelli. Con il passare del tempo e l’esercizio quotidiano le sue manovre sono diventate sempre più veloci: alla mattina il sacchettino da portare all’asilo è pronto in pochi minuti, la sera la bustina da appoggiare sotto il cuscino si riempie in un battibaleno, ed ogni occasione è buona per fare la valigia, nascondere un barattolino, svuotare uno zainetto e riempire una scatolina.

Difficile stargli dietro, ricordarsi quello che prende ma che sarebbe meglio non avesse preso, quello che infila in quei sacchettini e che, se da quei sacchettini non esce in fretta, marcirà sicuramente, quello che nasconde così bene che il giorno dopo non si ricorderà più dove l’ha messo.
Così una volta ho cercato per più di una settimana le mie chiavi della macchina, non tanto perché avevo bisogno di usarla, visto che non la uso mai, quanto perché avevo lasciato nel bagagliaio lo skateboard. Ma in quella settimana di ricerche serrate, pensandoci adesso, non ho pensato neanche una volta di sgridarlo, anzi, ho continuato ad osservare i suoi preparativi giornalieri, ad ammirare la sua cura inusuale, a stupirmi di quell’attenzione per i particolari, a godere del silenzio della concentrazione, a guardarlo crescere, durante i riempimenti di tutte le borsine, scatolette, valigine, zainetti, barattolini, pacchettini, bustine che, disseminate qua e là, ormai fanno parte dell’arredamento di casa Pitton.

colonna sonora: Living in a Box, Living in a Box 

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Continuerò a sfrecciare in bicicletta in via Emilia centro tutto le mattine, a fare la spesa al mercato Albinelli, a mangiare passatelli&tortellini d’inverno e pomodoro&mozzarella d’estate, a condire l’insalata con l’aceto balsamico, a bere lambrusco e a prendere il sole in balcone.

La famiglia Pitton non si trasferisce in Galles. Cardiff ha scelto un gallese, per il PhD in Innovative Housing Models. Come mi hanno scritto questo pomeriggio dall’università di Cardiff: “I regret that we are not able to offer you the sponsorship, but would like to say that we thought you had many strengths and you were a serious candidate. We were particularly impressed by your understanding of engagement processes coupled with knowledge and experience of a range of techniques. You also demonstrated a strong research methods background, and a welcome focus on bottom -up methodologies. However we felt that your understanding of the type of area and culture that exists in South Wales could have been better expressed. I should stress that with seven strong candidates, this was a difficult decision.”

Non è stata sicuramente una genialata, a questo proposito, confessare, durante il colloquio, di non aver mai sentito parlare di Cardiff prima di allora e neanche anticipare che non sarebbe stato facile trasferire al di là della Manica una sgangherata famiglia italiana con tre piccoli scatenati children al seguito, tutti maschi, per di più. Ma d’altra parte sono convinta che certi dettagli (la notte russo, vado in sonnambula, non sopporto il calcio, fumo in camera da letto, odio il mare, non so cucinare, ..) non vadano omessi, soprattutto quando ancora non ci si conosce ma c’è la concreta possibilità di diventare intimi.

Non ha nemmeno aiutato che Vangio si sia svegliato due volte costringendomi a interrompere il colloquio per andare a riaddormentarlo, ma la chiacchierata maccheronica con i tre professori gallesi mi ha dato nuovi stimoli, in particolare in due direzioni: migliorare il mio inglese (il gallese è tutta un’altra storia, ve lo assicuro!) e proporre il mio progetto di ricerca, con l’interessantissimo approccio cardiffiano, a qualche possibile finanziatore italiano, con il valore aggiunto di poter sperimentare modelli di abitare innovativi, comparando due realtà in fermento come l’Emilia Romagna (dove vivo) e il Galles (dove sono stata lì lì per trasferirmi).

In fin dei conti, l’unica cosa che davvero mi dispiace sul serio è che non potrò mai entrare nel “gnocco fritto café” nella piazza principale di Cardiff; su quello non avevo nessun dubbio, sarebbe stato un successone! Ed erano già arrivate le prime prenotazioni..

colonna sonora: I don’t wanna grow up, Tom Waits

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Tra mezz’ora ci conosciamo. E non ho assolutamente il tempo di prepararmi come avrei voluto, mi volevo anche fare la doccia ma Eatworks, il pediatra della famiglia Pitton mi ha fatto aspettare un’ora e mezzo in sala d’attesa, prima di ricevermi e dirmi che Vangio è in iper produzione di cellule grasse e che gli devo dare meno da mangiare se non voglio che entri a far parte dell’esercito in costante crescita dei bambini obesi.

E così sono arrivata a casa adesso, non riuscirò a farmi la doccia e nemmeno a prepararmi un discorso. In inglese poi, non ce la posso fare! Ah, sì, dimenticavo, è inglese, gallese per la precisione. L’ho trovato su internet per caso e ho capito subito che era fatto apposta per me. Conquistarlo non sarebbe stato per nulla facile, ma dovevo provarci, anche se il tempo era pochissimo per farlo: mi rimanevano una ventina di ore scarse, notte compresa. E così, mentre Luca era in Calabria a lavorare, i bimbi in camera a dormire, in una notte, in preda a una sorta di sacro furore, ho scritto il progetto di ricerca, compilato l’application e spedito tutto.

Tra un’ora ho il colloquio orale, via Skype con questo fantomatico Lui, un Phd in modelli di abitare innovativo, che poi in soldoni vuol dire cohousing. Non ho nessun tipo di speranza di essere selezionata, anche perché il mio inglese è tremendamente italiano, ma se lo fossi mi chiederanno di trasferirmi a Cardiff, capitale del Galles, affacciata sul cosiddetto “Celtic Sea”, che con la nostra Riviera penso proprio c’entri poco.. Fino a venti giorni fa, per la verità, Cardiff non l’avevo mai sentita nominare e ancora adesso mi immagino che là gli uomini abbiano tutti folti baffi rossastri e indossino i tipici copricapi vichinghi, di latta, con le corna ai lati, dai quali spuntano lunghi capelli raccolti in trecce.

Se mi prendono, la famiglia Pitton si trasferisce per un paio d’anni in Galles, e già mi immagino la trasformazione di una sgangherata famiglia italiana in una famiglia “very English style”: i miei tre bimbotti in fila sul marciapiede, con le guance rosse e la pelle bianca, sotto una pioggia fine, con indosso un cappottino stretto e in mano un ombrello scuro, strattonato dal vento; una casetta in mattoncini rossi con le scale interne di legno scricchiolante ripidissime e la moquette anche in bagno; biscotti digestive a colazione e “il the delle cinque” per merenda; spaghetti al ketchup e succo di mirtillo nella mensa della scuola; telefonate strappalacrime con le nonne italiane nelle classiche cabine liberty rosse e soprattutto una babysitter come Mary Poppins.

Il top sarebbe Luca, direttore commerciale di una software house qui a Modena, là gestore di successo di uno sciccosissimo “gnocco fritto café”, nella piazza principale di Cardiff.

Fantascienza..

 

colonna sonora: God Save the Queen, Sex Pistols

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