Archive for gennaio 2013

IMG_20130123_213646Non ho più la sinusite. Il catarro ha iniziato a sciogliersi e a scendermi dalla testa giù verso i bronchi. Sono in casa da venerdì pomeriggio, e da tre giorni dopo, cioè da quando il catarro ha iniziato a scendere, non ci starei poi così male, se fossi da sola. E invece non sono sola: insieme a me, al mio catarro e alla mia gola rossa, ci sono anche i miei tre piccoli, adorabili e incontenibili nanerottoli, anche loro influenzati. Così mi sono trovata in trappola a casa mia, malata a dovermi occupare di bambini malati, senza potermi prendere dieci minuti di pausa, stendermi sul letto ad ascoltare un po’ di musica, leggere uno a caso degli ultimi trenta Internazionali che non sono ancora riuscita a sfogliare, decidere di saltare il pranzo, di fare un pisolino, di guardare un film, di telefonare a un’amica, senza nemmeno riuscire a fare le inalazioni indisturbata! Indisturbata è una parola che non fa più parte da anni del mio lessico familiare: ho sempre almeno un bimbo in braccio, un urlo in un orecchio, una domanda a cui devo ancora rispondere, un culetto da lavare, una storia di lupi da raccontare, un pranzo da preparare, un moccolo da pulire e qualche danno a cui rimediare. E in questi giorni non posso fuggire (nemmeno a lavorare!), braccata da Michi-segugio che va in allarme se non mi tocca da più di cinque minuti, da Vangio-combinaguai che se mi assento un attimo per fare la pipì, in quell’attimo è capace di frantumare lenti e montatura degli occhiali da vista superlight del suo “ppapppàà” e poi scaravoltarsi addosso tre mensole di libri, da Dadi-sanguisuga che passerebbe le sue giornate febbricitanti tra le tue braccia a massaggiarti il lobo di un orecchio e, dulcis in fundo, dal Medico Fiscale.

Ieri pomeriggio ho iniziato a sentirmi in apnea, senza avere più fiato per rimanere sott’acqua, ma senza riuscire a salire in superficie. Sensazione per nulla piacevole.
Mi è venuta una voglia irrefrenabile di leggere No kid, il libro di quella psicanalista francese che spiega perché non avere figli è meglio di averli.
Ho anche sentito il bisogno di andare da un bravo analista, per provare a capire perché, invece di godermi queste giornate di simbiosi forzata con i miei figli, passo il tempo a scervellarmi su come poter rimanere un paio d’ore da sola.

Adesso che i bimbi dormono e sono da sola, a letto, a scrivere, non posso dimenticarmi che mio marito non è di fianco a me perché è uscito a comprare la medicina contro i vermi intestinali, simpatica novità della serata.
Ma stracavolacci stracavolacciosi, quand’è il mio turno di stare un po’ da sola, vermetti infami?

colonna sonora: Io lo so che non sono solo, Jovanotti 

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due_piu_tre“Cosa cambia quando si passa da due a tre figli?” domanda Vito sulla rubrica Dear Daddy di Internazionale a Claudio Rossi Marcelli. La sua riposta si può leggere qui; di seguito invece come la penso io, per punti, un po’ come sono fatta io.

1. Innanzitutto è una questione di tempo. Molto infatti dipende da quanto tempo c’è tra un figlio e l’altro: più i bambini sono vicini tra loro, più i primi anni saranno una lotta per la sopravvivenza dei genitori, perennemente insonni, sommersi da pannolini, con tendiniti multiple da “cullamento”, assuefatti a omogenizzati di frutta e semolino di riso, sempre in ritardo con tutti e senza un attimo di tempo per se stessi.

2. Poi è una questione di spazio: banalmente ti serve una stanza in più, un frigo oversize, una lavatrice industriale e possibilmente qualcuno che ti aiuti a stirare..

3. Una grossa differenza la fa il sesso. Se dei tre figli una almeno è una bambina, gli equilibri familiari migliorano di sicuro: la tua casa non sarà costantemente un campo di battaglia, ogni tanto i bambini giocheranno seduti e a bassa voce, intervalleranno i travestimenti da indiani a quelli da principesse, diminuiranno gli schizzi di pipì fuori dal water, i pugni e i calci dispensati qua e là e, più in là nel tempo, le puzze adolescenziali.

4. E poi dipende dai numeri: avere due gemelli e poi un altro figlio è raro, ma se dopo aver avuto due figli, scopri che il terzo in arrivo non è uno ma sono due, allora puoi ambire a una menzione nel Guinness dei primati. (capito Simo?)

5. Sempre è una questione di rapporti di forza. Avere tre figli vuol dire che loro saranno sempre di più di noi, e essere in minoranza, nel rapporto genitori-figli, è un casino: quattro mani grandi per allacciare sei scarpine piccole (benedetti gli stretch!), quattro occhi stanchi per non perdere di vista sei gambine veloci e vagabonde, due bocche per rispondere a tre domande in contemporanea, due genitori per tre bambini, nessuna via di scampo.

6. Muoversi non è più uguale, almeno fino a quando i bambini sono piccoli. A piedi si è quasi obbligati a scegliere un passeggino doppio più pedanina (superando i tre metri di lunghezza e precludendosi di conseguenza l’accesso a qualsiasi locale pubblico); per andare in bicicletta, visto che non ne hanno ancora inventato un modello in grado di caricare tre bambini insieme, bisogna insegnare al più grande a pedalare da solo non appena impara a camminare; quanto alla macchina, non ne ho ancora trovata una in grado di sistemare tre seggiolini omologati nei sedili posteriori.

7. Scegliere il nome, soprattutto se i figli sono dello stesso sesso, diventa un’impresa. Se si escludono i nomi stranieri e quelli inventati e non si vuole ripescare un nome scartato per i primi due figli, trovarne uno per il terzo non è cosa facile. E in ogni caso, almeno un paio di volte al giorno per tutta la vita, con tre figli, sarà impossibile non chiamare uno con il nome dell’altro.

8. Difficile anche riconoscere chi è uno e chi è l’altro nelle fotografie dei primi due anni di vita, considerando le somiglianze tra fratelli, il riciclo dei vestiti, gli sfondi domestici simili e gli stessi occhi allucinati del genitore immortalato con la sua creatura tra le braccia.

9. Due più uno nel caso dei figli non è un’operazione matematica. Sarebbe sbagliato dire che il risultato è tre: quando da due si passa a tre figli aumentano troppo di più di uno, gli impegni, la fatica, le preoccupazioni; e ancora di più si moltiplicano le risate, gli episodi buffi, la voglia di stare insieme, l’energia, la felicità che ti cresce dentro ogni giorno che passa e che ti fa dire, anche dopo tre notti di fila che non dormi, anche dopo un mese ininterrotto di varicella, anche dopo un pomeriggio di capricci a ripetizione, anche dopo la quinta volta che a cena Vangio si rovescia l’acqua in testa, che Michi si butta di testa dal divano e che Dadi mi fa uscire di testa urlando a squarciagola in piena notte che nell’armadio di camera sua ci sono i mostri e lui ha paura, anche dopo tutto questo, ti fa dire che la tua vita non potrebbe essere meglio di così. E che la matematica può anche essere un’opinione.

10. Passare da due a tre infine fa tendenza. La mia dolce metà, non appena diventato padre per la terza volta, ha comprato su Ugmonk la t-shirt della foto, e mi è venuto a prendere bello&bladanzoso all’ospedale, sfoggiandola orgoglioso. E da quel momento, Ugmonk a casa Pitton è diventato un must.

 

colonna sonora: Three, Massive Attack

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