Archive for marzo 2013

Mongi daddy

IMG-20130326-WA0000Il lunedì è il pomeriggio del papà. Io lavoro fino a tardi e Luk si è organizzato per andare a prendere lui i bambini a scuola: il Mongi mini all’asilo nido, il medium Mongi alla scuola materna e il Mongi maxi alle elementari, in un’infilata magica di cubotti di cemento uno a fianco all’altro. Nel raggio di venti metri ci sono tutte le scuole necessarie alla Mongi family, oltre alla gelateria più grande di Modena, al posto più cool dove mangiare kebab, a un parco smisurato e al farmer market bio del venerdì sera.

Il lunedì pomeriggio è il momento in cui il papà fa il mammo, senza mamma tra i piedi, a dettare le regole del gioco, a suggerire soluzioni, a organizzare il tempo.
Un papà mammo si dimentica la felpa all’asilo, non chiede alle maestre se i bimbi hanno mangiato, non si accorge se hanno il moccolo al naso e non chiede se devono fare la pipì; non si porta dietro la bottiglietta d’acqua e la frutta per merenda; compra gelati oversize e in macchina canta Jovanotti a squarciagola; usa la cravatta per pulire baffi di cioccolata e dissemina la casa di giacche e scarpe di tutte le misure; si addormenta sempre prima dei bambini quando prova a metterli a letto e compra Ringo e Bucaneve a gogò.
Un papà mammo fa i gnocchi di patate insieme ai bimbi, gli insegna a fare la sfoglia, gli disegna tatuaggi improbabili sulle braccia, gli fa vedere come pubblicare le foto su Instagram, legge Internazionale con loro, si commuove mentre guardano abbracciati sul divano il dvd di Alberto Tomba, gli fa ascoltare i Pink Floyd, carica in macchina biciclettine, monopattini e skateboard e li porta alla gobbe; gli fa usare l’IPad, gli mette chili di gel nei capelli e non usa mai l’ombrello.

Quando torno a casa, il lunedì sera, trovo un’armonia magica, una complicità maschia, una spensierata leggerezza e non mi stupisco più di trovarli tutti e quattro, i miei Mongi boys, nella vasca, tra quintali di schiuma, acqua dappertutto e risate chiassose.
Non mi stupisco più ma mi sento fortunata, perché un papà mammo non è mica una cosa che capita tutti i giorni!

19 marzo: festa del papà

Il mio papà è simpatico come gli sport.
Il mio papà è gentile come un parrucchiere.
Il mio papà è forte come un cultoristi.
Il mio papà è furbo come un cane.
Il mio papà è l’amore.

Mongi maxi, prima elementare, quaderno di italiano

colonna sonora: Per te, Jovanotti 

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Lavatrice_foto_carmelo_bongiornoLa lavanderia è uno degli spazi comuni su cui si discute di più nei cohousing: noi di Irughegia le abbiamo dedicato più tempo che ad ogni altra cosa e ancora non abbiamo trovato un accordo. Ricordo una sera una discussione infinita sulle abitudini di lavaggio&stendaggio di ogni famiglia e la sensazione di impotenza di fronte alle resistenze a condividere il magico oblò. “Toccatemi tutto, ma non la lavatrice”, avremmo potuto intitolare quella serata, che ha messo a dura prova la compattezza del gruppo, più di molte altre decisioni.
In generale quasi tutti i progetti di cohousing la prevedono ma in  realtà pochi abitanti decidono di fare a meno della lavatrice in casa. D’altra parte la lavatrice è stata una tappa decisiva dell’emancipazione femminile e oggi nessuno tra quelli che l’hanno provata ne farebbe più a meno. Anche gli ambientalisti più integralisti, quelli più attenti ai consumi energetici, che non usano né l’automobile né la lavastoviglie, hanno la lavatrice, come ci insegna Hans Rosling in questa magistrale lezione.

E quindi, mentre tutti sono pronti a sostenere l’utilità di una lavanderia comune, pochi sono quelli disposti a uscire di casa con il cesto della biancheria sporca, andare nella lavanderia comune, caricare una delle lavatrici a disposizione con la propria roba, tornare in casa e un paio d’ore dopo ritornare fuori a stendere. Il risultato di questo pensiero è che la lavanderia comune è uno spazio molto diffuso nei cohousing (8 progetti su 10 la prevedono) ma spesso sottoutilizzato (poco più di 2 famiglie su 10 non hanno una lavatrice in casa e usano solo la lavanderia comune.

Se ben progettata, in termini di spazio e di localizzazione, la lavanderia diventa, subito dopo la cucina, il posto più frequentato in un cohousing, oltre che può trasformare un’attività quotidiana noiosa in un momento piacevole di socializzazione, recuperando la parte bella, di chiacchiere e confidenze, delle donne che, fino agli anni Sessanta, in Italia si ritrovavano a lavare i panni al fiume in campagna o al lavatoio comunale in città.

Per funzionare, per prima cosa la lavanderia comune deve essere sufficientemente grande da contenere le macchine necessarie a soddisfare le esigenze delle famiglie (una lavatrice ogni quattro famiglie sembra essere un rapporto equilibrato), oltre a essere organizzata per stendere i maniera efficiente (e magari anche per stirare in compagnia); poi deve essere vicino ad altri spazi comuni usati di frequente, ad esempio la sala giochi per i bambini, in modo da combinare più attività insieme; e ancora deve essere comoda da raggiungere da tutti gli appartamenti, senza dovere indossare giacca e capello in inverno o aprire l’ombrello se piove. Personalmente penso che per cohousing fino a 15 appartamenti bisognerebbe cercare di realizzare un unico spazio adibito a lavanderia, per rafforzare la funzione socializzante di questo ambiente e consentire le maggiori economie di scala possibili. Perché la lavanderia comune, oltre al suo potenziale relazionale, permette di risparmiare soldi (se si decide di non comprare la lavatrice in casa), di diminuire i consumi energetici (ottimizzando i carichi comuni) e di recuperare spazio nei singoli appartamenti.

Spesso la sera, mentre mi trascino su per le scale del condominio con la cesta della roba sporca tra le braccia per andare in solaio dove è confinata la mia lavatrice, sogno un robot capace di gestire la lavanderia che avrò in comune con gli altri abitanti di Irughegia, di suddividere il bucato di ogni famiglia a seconda che si tratti di roba bianca, colorata o delicata, di programmare i lavaggi, di ottimizzare i carichi e di comunicarmi quando i miei vestiti saranno puliti e pronti per essere ritirati. Lavando-matic mi piacerebbe chiamarlo, e chissà che un giorno..

 

Nota: l’immagine è una fotografia di Carmelo Bongiorno intitolata Lavatrice.

colonna sonora: Music From A Dry Cleaner, Diego Stocco

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infografica_emilia_romagnaA Torino questo fine settimana si sono trovati diversi gruppi di coabitanti (o aspiranti tali) a raccontare i loro progetti, tra sogni, bisogni e difficoltà, tutti seduti in cerchio al Teatro dell’officina del Cecchi Point, durante il primo di una serie di incontri intitolati Vicini+Vicini organizzati dall’associazione Coabitare. C’erano i nuovissimi coabitanti di Numero Zero, un gruppo di Genova, un altro di Milano, La corte dei girasoli di Vimercate, la Toscana, Pandino e poi Ferrara, Castelmerlino, Bologna, Faenza, noi di Modena, Fidenza e tanti curiosi.

Noi coabitanti in progress dell’Emilia Romagna abbiamo organizzato una presentazione unica per descrivere i dieci progetti della nostra regione, sintetizzati in questa infografica, che mette in luce che in Emilia la condivisione si fa prima di tutto a tavola (l’attività collettiva più gettonata è il mangiare insieme, in inglese cooking team), partendo dal cibo (oltre la metà dei cohouser vuole creare gruppi di acquisto solidali), in una bella sala conviviale (che non manca mai), preferibilmente non in automobile (il 50% dei gruppi è interessato a sperimentare forme di mobilità in sharing).

I coabitanti emiliani sono gente pratica, a cui piace sporcarsi le mani (orto e officina sono tra gli spazi comuni più ricorrenti), aperta al territorio (diversi sono anche i progetti che nascono dentro i cohousing per realizzare servizi aperti al pubblico come micronidi, ludoteche e biblioteche, dopo scuola, residenze temporanee per persone in difficoltà, cura del verde pubblico, attività di animazione), solidale e cooperante. Come dice il sindaco di Modena al giornalista di Libération Eric Jozsef “qui c’è la tradizione a mettere le cose in comune per risolvere i problemi”, e i cohouser partono proprio da questo principio per provare a vivere meglio. Ma la politica oggi non sembra andargli dietro più di tanto, se la burocrazia, la mancanza di interlocutori adeguati e i tempi lunghi sono gli ostacoli principali contro i quali si scontrano i progetti di coabitazione. Chi porta avanti progetti di cohousing è spesso un innovatore generoso, convinto che sia possibile coniugare interessi individuali con benefici collettivi, è una risorsa preziosa in un periodo di crisi marcia e immobilismo dilagante, è una speranza a cui agganciarsi e uno stimolo a guardare più lontano. La politica non dovrebbe far altro che allungare una mano, avere un po’ più di fiducia nell’innovazione, un po’ più di voglia di sperimentare, dare una possibilità a chi vede quello che altri ancora non vedono: e cioè che il rafforzamento delle relazioni di vicinato possa essere una chiave di sviluppo delle città, che la filosofia della condivisione possa promuovere la rinascita dello spazio pubblico, che l’autogestione di servizi collettivi possa diventare un nuovo modello di welfare. Basterebbe ascoltare e provare a incentivare i germi di innovazione sociale, invece che considerare come una scocciatura tutto quello che esce dai binari consolidati. Se non si vuole vedere crollare il proprio bel castello impotenti, oggi non basta più amministrare, ma bisogna responsabilmente sostenere il cambiamento. Dopo aver letto il Buongiorno di Gramellini di venerdì scorso chiunque lavori nella pubblica amministrazione non può far finta di niente. Io per prima.

Nota: un grazie speciale a Cristina, mamma dell’infografica, che ha superbamente tradotto in un’immagine tutte le informazioni che avevo raccolto sui cohousing dell’Emilia Romagna, proprio come ce le avevo in testa. E lo ha fatto tutto in una notte!

colonna sonora: Emilia paranoica, CCCP

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Lezioni di italiano

cacca_pupuIntermezzo stamattina a colazione, tra un cucchiaio di yogurt e un sorso di tè..

Dadi: “Giovi dici cacca”.
Giovi: “Cacca”.

Dadi: “Giovi dici culo”.
Giovi: “Ulo”.

Dadi: “Mamma, mamma, Giovi ha imparato a parlare!! Sa dire cacca e anche culo
Io: “Culo?”
Giovi: “ì, ulo, empe!” [che per chi non conosce il linguaggio vangiano vorrebbe dire “sì, culo, sempre!”]

Michi: “Giovi dici scoreggetta puzzetta
Giovi: “Etta etta
Michi: “Mamma, mamma, non è vero che Giovi sa parlare. Sa dire cacca e culo ma per dire scoreggetta puzzetta dice etta etta e non si capisce niente..”

Dadi: “Michi, dobbiamo insegnargli meglio!”
Michi: “Giovi dici sco-reg-get-ta puzzettina caccolina piscolina
Io: “….?!”

 

colonna sonora, Mi scappa la pipì, Pippo Franco

 

 

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