Archive for luglio 2013

PicsArt_1374088790949“Vuoi un po’ d’acqua anche tu Michi?”
Nessuna risposta.

“Michi, hai sete?”
Silenzio.

Michi è seduto in mezzo, tra Dadi e Giovi, tutti e tre allineati sul bordo del letto, davanti alla televisione che trasmette le avventure della loro eroina del momento, la maialina più famosa d’Italia, la mitica Peppa Pig.

Giovi mi ha appena chiesto da bere e si è scolato il bicchiere intero, Dadi ha visto che Giovi beveva e mi ha domandato anche lui dell’acqua.

“Michi, vuoi da bere?”, provo ad alzare il tono della voce ma Michi sembra non sentire.

Provo allora a solleticare le sue papille gustative, chiedendogli se preferisce CocaCola, aranciata o succo di albicocca. Ma anche in questo caso non ottengo risposta.

Gli faccio popi-popi sul naso, gli tiro un orecchio, provo a fargli il solletico sotto i piedi, ma niente.

Michi – sguardo fisso (verso l’infinito e oltre, come diceva Buzz Lightyear in Toy Story), concentrazione cubica, immobile come un coccodrillo prima di sferrare l’attacco – è completamente assorto, come se fosse in un mondo parallelo, forse troppo occupato a saltare nelle pozzanghere di fango insieme alla sua beneamata Peppa per sentire la mia voce, in ogni caso insensibile a qualsivoglia suono o manipolazione corporea provenienti dall’esterno di quel suo esclusivo universo.

Mi viene in mente quando mia mamma, quando eravamo piccoli, chiedeva ai miei fratelli dieci volte se volevano ancora un po’ di pastasciutta, prima di trasformarsi un mostro urlatore armato di ramina rotante e a quel punto ottenere una pallida reazione, del tipo “hai detto qualcosa mamma?”. Oppure quando sono nel pieno di un racconto entusiasmante di qualcosa di veramente fantastico che mi è appena successo e, insospettita dall’innaturale immobilità e dallo sguardo assente del mio husband Luchi, mi metto a recitare il Padre Nostro senza provocare in lui nessun cambiamento.

Luchi dice che è perché le donne parlano troppo e gli uomini, sfiancati da tante parole, attivano lo scudo del suono, per proteggersi. Sarà, ma allora, per osmosi genetica, ai miei figli deve essere passato uno scudo del suono intergalattico!

Intanto che medito su queste vicende finisce Peppa Pig, spengo la televisione, Michi si stira e dice: “Mamma, mi dai dell’acqua che ho sete?”

colonna sonora: When you were a postcard, Giardini di Mirò

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20130712_203744C’est plus facilecome diceva il barista della reclame mentre stappava un SanBittèr – quando c’è qualcuno che fa da mangiare, apparecchia e sparecchia, pulisce il bagno, rifà i letti, va a fare la spesa e a colazione ti fa trovare le brioches calde. E per giunta mentre tu sei in ferie.

È più facile fare la mamma quando c’è qualcuno che pensa al resto e tu devi pensare solo a loro, i tuoi tre nanerottoli. Quelli là in fondo, quei tre zingarelli – come li chiama guardandoli amorevolmente la nonna Gi – sempre insabbiati, scalzi e con la pelle dorata incrostata di sale marino mal risciacquato, quelli che corrono e saltano senza fermarsi un attimo tra il mare e la spiaggia, in un turbinio di attività infantilmente entusiastiche e naturalmente avventurose, quelli che insabbiati, scalzi e con le incrostazioni di sale marino sulla pelle lo sono anche quando non sono al mare, a spasso per Cervia come a tavola, a letto addormentati come rapiti a guardare Pigga Pig (come chiama Giovi la sua adorata maialina antropomorfa, regina incontrastata delle sedute televisive pre-nanna dei Mongi boys).

Fare la mamma diventa ancora più facile se, oltre agli aiuti materiali che la squadra di Villa L. offre ai suoi “migliori clienti”, decidi di lasciare nel cassetto del comodino il cellulare, di non leggere le mail e di rispondere agli sms non oltre cinque giorni da quando sono arrivati.

Fare la mamma è facile davvero se ti convinci che viene bene se fai quello e basta, che vuol dire addormentarsi con loro e con loro svegliarsi, essere felice di avere tutto il giorno davanti solo per giocare, divertirti a fare i pirati sul canotto, preparare file sterminate di polpette di sabbia, fare a gara a mangiare il Cucciolone in dieci morsi, non domandarti mai che ore sono, perdere le staffe in un pandemonio di “santalò e cavolacci” se qualcuno ti ha nascosto la tua paletta verde e soprattutto se prometti di non guardare mai con invidia la vicina di ombrellone stesa placidamente sul lettino a leggere il giornale, con le cuffie nelle orecchie, gli addominali abbronzati, senza un granello di sabbia addosso e lo smalto perfetto.

Fare la mamma allora, oltre che facile è anche piacevole, perché i nanerottoli respirano quell’aria magica e si mettono in modalità “bimbi perfetti”: vanno a letto senza fare storie, usano il tovagliolo per non sporcarsi, mangiano con le posate e ruttano solo se bevono la CocaCola, si vestono da soli, non si litigano la palla, si aiutano a vicenda a mettersi i braccioli, dividono l’ultima albicocca rimasta, non dicono mai di no, non si parlano sopra l’uno con l’altro urlando sempre più forte e a rotazione si avvicinano al tuo orecchio per sussurrarti con pathos “ti voglio tanto bene mamma!”

Se poi ti capita che la signora Rosa, in vacanza con le nipoti adolescenti, mentre tu, capello improbabile, costume fradicio e vergognandoti un po’ torni su dalla spiaggia con il canotto sottobraccio, lo zainetto in spalla, una borsa di giochi in mano e il passeggino tra i denti, con al seguito i tuoi tre zingarelli a culo nudo (perché ti sei dimenticata i costumi di ricambio), insabbiati (perché la doccia era troppo fredda e tu avevi dimenticato anche gli asciugamani), scalzi (tranne Giovi che gira sempre solo con la ciabattina destra) e variamente incrostati di sale (perché quest’anno va così), la signora Rosa dicevo, ti fermi per dirti “sa che è proprio una brava mamma lei?”, beh, allora succede un po’ come in Cenerentola quando la zucca si trasforma in carrozza, il cavallo in cocchiere e i topolini in splendidi cavalli bianchi e tutto c’est plus facile!

colonna sonora: Live to rise, Soundgarden

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PicsArt_1372977195693Mentre sono sdraiata sul futon senza più tatami, con Giovi addormentato sulla pancia e la gamba di Dadi arrotolata alla mia tibia, Michi sfregando il suo nasino sudato contro il mio nasone altrettanto sudato, sottovoce mi sussurra all’orecchio “Mamma, io voglio stare SEMPRE con te”.

Immobile a pancia in alto, mi guardo intorno muovendo solo gli occhi, per non rischiare di svegliare il piccolo che mi russa sulla pancia e il grande che fa altrettanto intorno alla tibia: i tatami sono impilati contro il muro, le ante dell’armadio sono spalancato e dentro è tutto vuoto, sul pavimento è rimasto un salvadanaio, qualche pentolino di plastica, una coppia di cavallini di legno, tre pennarelli, degli stracci impolverati e un bicchiere con dentro delle vecchie monete usate per giocare ai pirati.

E mentre il pensiero vola dieci metri più in là, nella sala sfigurata da scatoloni di tutte le misure, mentre penso che in cucina non è rimasto neanche un bicchiere, neanche una forchetta, neanche il sale, rispondo a Michi, anch’io con voce bassa e morbida:

“Davvero vuoi stare sempre con la mamma? Anche mentre impilo i tegami in una sporta di dimensioni super maxi, e mentre scotchio scatoloni di libri che non ricordavo assolutamente di avere?
Anche mentre smonto un armadio dell’Ikea che non riuscirò mai a rimontare e mentre carico la macchina di vestiti di tutte le taglie da 0 ai 37 anni che non so dove mettere?
Anche mentre non mi capacito di avere in casa 14 pacchi di spaghetti ancora da cominciare e mentre mi chiedo a chi potrebbe interessare un impianto stereo della Bose mai usato, il mio vecchio Solex fermo da quindici anni e una valangata di coppette assorbilatte di cui avevo perso le tracce e di cui non ho più bisogno?
Anche mentre telefono a Hera per attivare le utenze nella nuova casa, all’Anagrafe per cambiare la residenza, a Infostrada per trasferire la linea telefonica?
Anche mentre scrivo a Internazionale per comunicare il nuovo indirizzo a cui spedire il giornale e al notaio per consegnare la certificazione energetica e la documentazione relativa alla conformità edilizia dell’appartamento che abbiamo appena venduto?
Anche mentre mi guardo intorno e mi faccio prendere dalla sconforto vedendo la casa ancora relativamente piena e il termine per liberarla sempre più vicino?
E anche mentre conto i gradini, tutte le volte che scendo le scale carica di scatoloni e mentre le risalgo, pensando ai prossimi scatoloni che dovrò portare?”

Interrompo il “mantra del trasloco” con il sorriso sulle labbra, appena mi accorgo che Michi dorme come un tasso, anche se l’elenco dello cose da fare per liberare la casa e attrezzarne un’altra potrebbe alimentare il mantra per pagine e pagine.

PS: Oggi è l’ultima sera che dormiamo nella nostra bella casina al quarto piano senza ascensore dell’Harlem Building in Party Street; domattina io e i bimbi partiamo per Villa L. e al ritorno, papà Luchi e il maiuscolo Kalid avranno finito di traslocare nella nostra temporanea nuova dimora quello che resta ancora sparso sul pavimento.
Come mi ha detto il buon vecchio Remo ieri pomeriggio, affacciato alla finestra del primo piano, con la voce spezzata dall’emozione, “La vita non si può fermare, ma mi mancherà sentire i tuoi bimbi urlanti mentre salgono le scale dell’Harlem Building”. E anche a me mancherà l’Harlem Building, con l’odore di spezie che esce dagli appartamenti, l’intonaco scrostato, i filippini e i moldavi, i vecchietti modenesi e le coppie miste, la fila di passeggini nell’atrio, i calci al pallone in cortile, gli ululati di Pippo, cane depresso della Modena bene che abita nella villa di fianco, ma soprattutto mi mancheranno Immanuel e Oliver, i fratellini ghanesi del nostro pianerottolo, anche loro in partenza, a cui auguro con tutto il cuore buona strada e che mi auguro di rincontrare, prima o poi. Ma questa è un’altra storia.

colonna sonora: Divenire, Ludovico Einaudi

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