Archive for settembre 2013

firenze_maglia_mutuInfilo la valigia nel bagagliaio, i bimbi ci buttano dentro i monopattini, ci sta anche il passeggino e una borsa piena di fogli e colori.
Io: “Ricordati di soffiargli il naso.” Lui: “Ok”. Salgono in macchina.
Io: “Hai preso i pigiami?” Lui: “Sì”. “E gli spazzolini?”, “Sì, ho preso anche quelli”.
Io: “Buon viaggio allora”. Loro: “Ciao mamma, ciao Silvia” La macchina parte, baci nell’aria, mani che salutano, la musica che esce decisa dal finestrino semiaperto.
Io: “Aspetta un attimo.. Ricordati che Davide deve fare i compiti”. Lui frena, mette in folle: “Va bene”, poi riparte. Io, all’inseguimento: “Ah, mi raccomando fagli fare la pipì prima di andare a letto”. Lui frena di nuovo: “Sta’ tranquilla, ce la possiamo fare!” Io: “Sì, sì, scusa..” La macchina riparte, sento la musica sparire lontano mentre io, sguardo fisso sui fanali posteriori che diventano sempre più piccoli, continuo a urlare “Hai preso la bottiglia d’acqua? E i fazzoletti di carta? Non andate a letto troppo tardi, fagli mangiare un po’ di frutta, se c’è freddo mettigli la felpa, salutate Albert e la Laura, fai delle foto..”.

I miei uomini – i tre nanerottoli e il sales&marketing director più affascinante che esista – sono partiti, direzione Firenze, a trovare i vecchi amici dell’Erasmus, lui artista hacker lei cuore d’artista, per un fine settimana senza mamma, “a fare i matti”, come dice Albert, “visto che la Silvia non c’è”. Sono le dieci e mezzo, ho sei ore di tempo prima che mi passino a prendere, direzione Cervia, per partecipare al triathlon a coppie che Davide non non si capacita proprio che io voglia fare (stamattina prima di salire in macchina mi fa: “Se ti prendono in giro, non ti preoccupare, sali sulla bici, vai in stazione, prendi il treno e torna a casa” e io rispondo: “Ma perché dovrebbero prendermi in giro?” e lui serafico “Perché arrivi ultima, no?”). L’anno scorso a Cervia ci siamo andati tutti insieme noi Pitton e a me è toccato gareggiare tra i pianti disperati dei miei tre nanerottoli, offesi fino al midollo per lo strappo affettivo della loro mamma, che per un’ora buona li abbandonava preferendogli la competizione sportiva. Così quest’anno i Pitton hanno deciso di separarsi, gli uomini a ovest, le donne a est. Ricongiungimento previsto dopo circa trenta ore.

“E adesso? Mancano sei ore prima che Gaia mi passi a prendere.. Che faccio?” Torno in casa alquanto stranita, accendo un po’ di musica perché il silenzio mi infastidisce, sparecchio la colazione, preparo la borsa da portarmi al mare, controllo di aver preso il costume, gli occhialini, le scarpe da corsa, esco a comprarmi una canottiera per l’occasione, torno a casa, faccio i letti, vado in solaio a stendere, leggo un articolo di Internazionale, mi metto al computer che devo finire di scrivere un paper per la prossima settimana ma non mi viene niente, ho la testa leggera, mi sudano le mani, vado in bagno tre volte, mi metto a guardare le fotografie dell’estate, riapro la borsa per accertarmi che il costume ci sia, chiamo mio fratello, gli chiedo come si fa a nuotare in mare, controllo se Luca mi ha mandato un messaggio, faccio stretching per le caviglie, vado in garage a gonfiare la bici da corsa che è ferma dal triathlon di Cervia dell’anno scorso, cambio le pile al contachilometri ma continua a non funzionare, mi metto una felpa perché in casa sento freddo, annaffio la salvia e il timo, cambio musica che ITunes si è incantato su Branduardi che mi sta martellando la testa, faccio partire la lavastoviglie, bevo acqua gassata, ricontrollo di aver preso il costume e infilo nella borsa anche una matita nera per occhi, decido di guardare le previsioni del tempo, poi cambio subito idea, per scaramanzia, Luca mi chiama, sono arrivati a Firenze. È passata un’ora e mezzo da quando sono partiti. Ne mancano 28 e mezzo. Mangio un piatto di fagioli all’uccelletto, guardo il cellulare tra un boccone e l’altro, caso mai Luca abbia richiamato e io non abbia sentito, continuo a provare a scrivere il paper ma non riesco a togliermi dalla testa l’immagine dei miei nanerottoli, seduti e cinturati nel sedile dietro della Subaru che mi salutano allegri, Michele con un coltellino svizzero al collo che sventola fiero mentre mi fa ciao con la mano, Davide con i capelli che si sta facendo crescere raccolti in un mini-codino e le carte da gioco in tasca e Giovi, con un cerotto in testa, che ieri ha avuto anche lui il battesimo dei “punti al pronto soccorso”.

Sono persa. Mi addormento con i fagioli sullo stomaco. Quando mi sveglio la separazione si è ridotta a 25 ore, considerando che otto spero di dormirle e poi un altro paio sarò in trance agonistica è quasi fatta. Mi consolo, mi stiro, mi guardo allo specchio e mi vien da ridere. Sono pronta a partire anch’io.

colonna sonora: Supermassive Black Hole, Muse

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IMG_20130915_214202I due mesi appena passati non li dimenticherò facilmente. Per la prima volta mi sono trovata a gestire i miei tre mini ometti quasi in autonomia, grazie alla possibilità (da me sfruttata) di prendere la maternità facoltativa, ma con dei nanerottoli già troppo grandi (niente più allattamento, niente più pannolini, niente più pappe speciali per svezzamenti in corso) per necessitare una persona fissa in aiuto. Ho cominciato a stare a casa l’8 luglio e il 25 non vedevo già l’ora di rientrare in ufficio.
Perché d’estate ai bambini non solo gli devi preparare la colazione, lavargli i vestitini, piegarli dopo che si sono asciugati, raccontagli le storie, giocare a ladri e mostri vari, pulirgli il sedere dopo che hanno fatto la cacca, rimboccargli le coperte, rattoppargli le ginocchia sbucciate, preparargli la cena, fargli il bagno, asciugargli i capelli, leggergli un libro, portarli in piscina (oltre a fare la spesa e espletare le altre varie amenità domestiche) ma d’estate – cavolacci! – ‘sti bambini continuano a mangiare anche a pranzo, e, senza asili e scuole in soccorso, gli devi preparare pure quello! E mettere a tavola almeno tre volte al giorno tre nanerottoli affamati, tra merende, pasti e colazioni, mi sembrava di essere sempre dietro a far da mangiare. Non importa si mangiasse su un classico tavolo da cucina o su un più bucolico telo da picnic o ancora su un basico tavolino pieghevole in campeggio, non importa si fosse all’aperto o al chiuso, in un parco o sugli scalini di una chiesa, ma se guardo indietro mi vedo troppo spesso con un cucchiaio in mano, intenta a tagliare pomodori, aprire scatolette di tonno, cuocere fusilli, pelare patate e sgurare pentolame vario.

A parte questa impattante abitudine del nutrirsi con regolarità che hanno i bambini, l’estate è passata leggera, tra bagni salati e sentieri nel bosco, scandita dai rassicuranti ritmi infantili, senza computer, con il cellulare contingentato, la testa libera dagli affairs lavorativi e gli occhi aperti per evitare di cadere nei trabocchetti costruiti da quei tra nanerottoli inselvatichiti.

È stata un’estate che rimarrà nella storia della famiglia Pitton per il bagno con i girini alle sorgenti del Savena, l’ascesa al monte Rocca che ci ha ricompensato con le prime e inaspettate more della stagione e la settimana passata con Mordicchio, tartaruga di terra trovatella, patita per il gioco con la palla e famelica di piedi da sbranare; per le pizze-coniglio dal pizzeraio di Marciana, i picnic sulla spiaggia a guardare il sole tuffarsi nel mare, le magliette con lo stencil di Bud Spencer fatto dal papà e le gare di bosching(*) tra castagni e faggi; per la bronchite di Giovi, guarita in campeggio sotto la tenda e le rinnovate prove di divorzio durante il montaggio della stessa tenda sotto cui è guarita la bronchite di Giovi; per i teutonici bambini tedeschi che hanno ceduto al Peppa Pig Power e sono venuti in tenda da noi a mangiare la Nutella con il cucchiaino, per il tuffo da sei metri di scogli di Davide, dopo che al lago si era fatto sparare in aria sdraiato sul “salamone gofiabile” alla festa freestyle; per la medaglia d’argento di Michele al torneo di calcio di Montalbano, durante il consueto pranzo sull’erba di mezza estate, per la volpe che ha colpito ancora e si è portata via anche il ciuccio ‘cione (ciuccio del procione) di Giovi, per le scorribande in canotto di capitan Lupaccio (in arte Giovi) e del suo amico capitan Libeccio (in arte Tommi), gli unici e inimitabili pirati con i braccioli e per le stelle che quando è buio e ti sdrai sull’erba a guardarle tutti e cinque abbracciati il cielo ti sembra di toccarlo con un dito.

Adesso i Pitton sono tornati alla base, nella loro micro-rent-house col pavimento lavico, un bagno piccolo piccolo, le aromatiche sul davanzale, i navigati lettini giapponesi e un omino di carta che fa l’altalena su una molletta da bucato appeso ad una trave del soffitto della cucina.
Pronti per ricominciare la scuola, abituarsi alla pioggia autunnale e prepararsi alla stagione sciistica. Con il naso che cola e il piumino sul letto.

(*) Il bosching è quella disciplina sportiva di cui i bimbi Pitton vanno matti che consiste nel lanciarsi in discesa giù per i boschi, a tutta velocità, urlando bosching!! come grido di battaglia.

colonna sonora: Sul lungomare del mondo, Jovanotti

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