Archive for novembre 2013

fotoIuto!! Un vemme!!” urla Giovi battendo nella terra rivoltata i suoi piedini impauriti, mentre mima il battito d’ali di un colibrì con gli arti superiori.
Sono saliti sulla collina di corsa, lui e Michi, che c’era il cielo azzurro e l’aria gelida e ancora luce nel parco davanti all’asilo oggi pomeriggio. A caccia di lombrichi. Con due bastoni nodosi e rinsecchiti in mano, da usare per zappare. Si sono fermati in un punto a metà costa, con la terra moddiba e odorosa di campagna bagnata e hanno iniziato a scavare, con i bastoni, con le mani, con un sasso, hanno tolto ciuffi d’erba con le radici attaccate, hanno trovato gusci minuscoli di lumachine ibernate, si sono tolti i guanti e le mani gli sono diventate rosse mentre il sole scendeva dietro i palazzi più in là, hanno piantato semi immaginari, raccolto insalata selvatica, impastato palle di terra, le hanno messe in fila e poi le hanno spinte giù dalla collina per vedere se arrivavano al lago. Michi mi ha fatto indovinare la forma di un sasso. Gli ho detto nell’ordine che era: una barca a vela, l’orecchio di un gatto, il tetto di una casa norvegese, un dente di squalo, il naso di una strega, una fetta di torta al cioccolato. E lui ogni volta mi rispondeva tranquillo, continuando a scavare “Pensaci bene mamma, dai che indovini” e quando ha intuito che la mia fantasia era agli sgoccioli mi è venuto in aiuto dicendo: “Gualda i lati, uno, due, tle, tli-lan-glo-lo, capito? È una fomma..”. Si sono trasformati da contadini in pirati e hanno seppellito nel buco dove fino a un minuto prima piantavano carote una manciata di centesimi di euro, e domani andiamo a vedere se il tesoro c’è ancora. Ogni tanto, all’improvviso, mentre scavava, Giovi si impanicava per un fantomatico vemme mai manifestatosi davvero, mentre Michi gli spiegava serafico che i lombrichi non fanno paura perché sono come noi solo che vivono sotto la terra, ma hanno anche loro i genitori, dei lettini per dormire, vanno in un asilo fatto di terra e stanno sotto la terra per ripararsi dal freddo perché non riescono ad infilarsi né guanti né cappello. Sempre concentratissimi si sono sporcati di erba e di fango i pantaloni (perché si scava meglio in ginocchio), mi hanno riempito le tasche del cappotto di palle di terra, hanno detto che stava venendo buio, mi hanno dato in custodia una foglia gigante e il tappo di plastica di una bottiglietta d’acqua e sono corsi giù dalla collina, lasciando le zappe nodose e rinsecchite di fianco al tesoro, che “domani torniamo vero mamma? Però prendi gli stivaletti che i contadini veri li usano sempre!

È passata un’ora così, senza che nessuno salisse su quella collina verde punteggiata da moquette di foglie gialle. Nemmeno un lombrico.

colonna sonora: Microcosmos, Bruno Coulais  

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A colazione

PicsArt_1383606618779Sono le 7,30 in casa Pitton.
Figlio grande è appoggiato con la fronte sul tavolo di cucina, le braccia a penzoloni nel vuoto, le ginocchia larghe, la colonna vertebrale rilassata, dalla bocca escono suoni velatamente onomatopeici e sicuramente incomprensibili che sanno di autunno, di foglie cadute, di attese e di scalpiccii. A casa Pitton non è l’ora della meditazione orientale, ma è il breakfast time e figlio grande sta ripassando la poesia che tra meno di un’ora dovrà recitare alla sua maestra di italiano.
Figlio di mezzo, in perfetto stile da figlio di mezzo, ride rumorosamente con tre fette biscottate alla Nutella in bocca e un paio di bigodini della nonna Gigliola-col-gl in testa.
Figlio piccolo non pervenuto. Papà, intento a sbucciare montagne di frutta che sistema ordinatamente su un piatto al centro del tavolo, lo chiama suadente promettendogli merendine piene di additivi chimici, tazze di zucchero bagnato in due dita di té, barrette di cioccolata e interi tubi di Ringo.

Sono le 7,40. Figlio piccolo non si vede. Abbandono lo yogurt, mi alzo per andarlo a chiamare di persona. Lo trovo sdraiato a pancia in alto sul letto giapponese, con le gambe allungate verso il soffitto, che muove ritmicamente su e giù. “Giogi, cosa fai” gli chiedo. Mi risponde con un mugolio che non riesco a decifrare. “CosaWhat?” domando sperando nella replica., che pronta arriva: “‘natica, mamma!”. [Per tutti quelli che nella parola natica non ci vedono altro che una parte del corpo umano, solitamente protetta dalle mutande, ecco la traduzione: “Mamma ma sei cieca? Non ti sembra evidente che quello che sto facendo non è altro che una salutare seduta di ginnastica mattutina, volta a rinvigorire i miei arti inferiori intorpiditi dal sonno e a dare elasticità alle mie fibre muscolari compresse dal riposo notturno?”] “Ah, ginnastica.. Bravo Giogi. Dai però che facciamo tardi all’asilo” gli dico mentre mi abbasso allungandomi verso di lui per prenderlo in braccio e portarlo in cucina a fare colazione.
“No, no, mamma – fa lui – vengo a ‘pente”.
“?!?” faccio io. Di nuovo attivo il servizio di interpretariato bambinesco e, complici un paio di sinapsi geniali, decifro in quattro e quattr’otto il messaggio, più o meno di questo tenore: “No mamma, non ti disturbare a prendermi in braccio mettendo a repentaglio la tua già provata colonna vertebrale; raggiungerò la cucina in autonomia, sdraiato a pancia a terra, utilizzando la sola forza delle braccia per muovermi, strisciando come un vero serpente. Non faccio in tempo ad imbracciare la macchina fotografica che figlio piccolo, tramutatosi in un mini marines, è già arrivato a destinazione, si è già arrampicato sulla sua seggiolina e sta reclamando a squarciagola la “schiacciatella”.

Sono le 7,50, figlio piccolo è perfettamente schiacciatellato tra lo schienale della sedia e il bordo del tavolo, quando figlio di mezzo, con un’altra fetta biscottata alla Nutella in bocca, dice: “Giogi, sei un seppente stamattina? Pss, pss, pss”. Mannaggia il serpente! In un attimo si scatena l’inferno: figlio piccolo, stimolato dal verso dell’animale, agitando il tubo dei Ringo con la mano destra, con la sinistra tenendosi stretto il pigiama in zona mutanda, inizia a urlare “Pipì, pipì!”, senza riuscire a liberarsi dalla morsa della schiacchiatella. Mi alzo di scatto per aiutarlo a alzarsi, figlio grande riemerge dal suo stato di trance e sostiene il fratello in emergenza con ripetuti “corri, corri” ritmati dal battito delle mani sul tavolo. Figlio piccolo è lanciato verso il bagno, sempre con la mano sinistra stretta nel tentativo di fermare l’impeto urinario e con il tubo dei Ringo nella destra; piegato in curva sbatte con una spalla contro lo stipite della porta di cucina, prova a rimettersi in pista ma scivola sulla navicella spaziale di Buzz Lightyear abbandonata sul pavimento, entra in bagno a gattoni.

Sono le 8,00, il bagno è allagato di pipì, figlio piccolo piange perché è tutto bagnato, figlio grande, dopo aver constatato l’inutilità del suo incitamento è ripiombato nello stato di trance, figlio di mezzo si è appiccicato una fetta biscottata alla Nutella al gomito destro, papà non si è accorto di avere inzuppato la cravatta nella tazza di té, io sono ancora in pigiama, tra cinque minuti dovremmo essere tutti fuori di casa. Dovremmo.

colonna sonora: Breakfast in America, Supertramp 

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