Archive for dicembre 2013

Tre

foto (1)Si aggira per casa con un paio di forbici in una mano nell’altra un foglietto di carta (uno qualsiasi, la bolletta del telefono, il preventivo dell’idraulico, il menù dell’asilo o la ricetta dell’antibiotico, a seconda di quello che trova per primo) che stagliuzza in minuscoli pezzetti che poi abbandona sul pavimento.

Prima di addormentarsi racconta ai suoi fratelli storie esilaranti fatte di infilate di sostantivi intrammezzati da riflessivi schiocchi di labbra.

La mattina lo senti arrivare in cucina dal rumore di piedini scalzi che si avvicendano sul pavimento, quando gli altri dormono ancora.Ieri, con gli occhi ancora chiusi, è scattato a sedere sul letto e, alzando le braccia al cielo, con le dita incrociate, ha detto “Mamma, famo ioga?” (sì, proprio yoga, la disciplina orientale che per concentrazione, staticità e aplomb meno ha a che fare con un Mongi boy in età prescolare).

È capace di capricci fantasmagorici per le calze di Ben10, il cucchiaio di Paperino e le mutande di Cars.

Va in giro con i pantaloni sempre troppo corti o troppo lunghi, retaggio del fatto che non ha mai avuto vestiti solo suoi e che la mamma sconta pesanti inefficienze nella gestione del “cambio armadi” di tre figli piccoli e tutti nati in inverno.

Si sta specializzando nel “ringhio della lince selvatica (e piuttosto arrabbiata)”, modalità di espressione che gli dà ancora più soddisfazioni della lingua italiana.

Quando non ringhia come la lince selvatica, ti prende la faccia tra le sue manine cicciottelle e in un orecchio ti sussurra “Ti voglio tanto tanto tanto bene”.

Sa essere elegante anche con un maglioncino infeltrito tra le spalle. E porta le bretelle sui pantaloni del pigiama che sembra un damerino del Settecento.

È specializzato nel taglio delle zucchine, che invece di mettere nella pentola si mangia crude con avidità, mentre i miei occhi non si staccano dal fotogramma coltello-zucchina-ditina -tagliere, pronti a far intervenire le corda vocali con urla di monito ogni qualvolta la sequenza coltello-zucchina si sposta pericolosamente verso quella coltello-ditina.

Dopo aver scaravoltato e disseminato per la cucina le sporte della raccolta differenziata (organico compreso) ed essersi preso una sonora sgridata, mi si avvicina con le orecchie basse e lo sguardo di chi la sa lunga, e dice “Mamma, no faccio più il zubbo [furbo, N.d.T]. Plomesso”, rispolverando le sue vecchie conoscenze di lingua cinese (Quando era più piccolo, i suoi fratelli, stupiti dai suoi sproloqui incomprensibili, mi chiamavano preoccupati dicendo “Mamma, Vangio parla in cinese!”, N.d.R.).

Alla nonna del suo amichetto che gli dice “Sai che hai proprio la faccia da brighella”, risponde sonoramente “Bighella tu! Pito?”, che si potrebbe poi tradurre in qualcosa tipo: “Cara la mia signora assai poco educata, vista la sua affermazione azzardata, ci tengo a sottolineare, se non ne fosse pienamente cosciente, che l’unica persona del circondario etichettabile come brighella sarà lei, non sicuramente il sottoscritto angioletto dalla chioma bionda e i muscoli d’acciaio, sono stato chiaro?”, risposta che ha fatto sì che la nonna del suo amichetto non mi saluti più.

Raggiunge l’effetto “tubo di gomma per innaffiare il giardino che spara impazzito l’acqua in tutte le direzioni perché nessuno lo comanda”, quando, tutti i giorni, si ostina a fare da solo la pipì in piedi, con due o tre macchinine in mano, cercando una precaria stabilità sulle punte come una ballerina.

Appena sveglio si stira gaudente, inarcando la schiena e allungando braccia e gambe, che lasciano scoperti polpaccini cicciotti che quotidianamente faccio finta di addentare come fossero uno salsiccia appena tolta dalla griglia.

Un paio di giorni fa mi ha preso la faccia tra le sue piccole mani e guardandomi negli occhi, a meno di cinque centimetri di distanza, con sguardo obliquo, mi d ha detto “Tu no poi venie pecché sei a semmina. Solo macchi vengono alla fetta dei draghi puta foco”, mentre mi sbaciucchia le guance, lasciandomi solo la possibilità di immaginare le magnificenze dei festeggiamenti che organizzano nel periodo dell’Avvento i draghi della famiglia degli sputafuoco.

Quando fa un marachella non fai in tempo a riprenderlo (“non si fa/non si dice/non si tocca/non si può”) che, con voce lirica e virile, gonfiando il petto dice “Ha detto tata Gera che sì” giustificando il suo comportamento con l’approvazione virtuale della Tata Gera, sua adorata maestra dell’asilo, che una di ‘ste volte glielo chiedo se è lei che gli insegna le canzoncine della cacca e che gli permette di arrampicarsi sulla libreria e saltare giù come l’uomo ragno.

Si crede uno sciatore provetto e sulla neve non lo puoi mollare un attimo perché, lasciato da solo, lui immediatamente si incurva tutto, piega i gomiti a novanta gradi e li appoggia sulle ginocchia e, incosciente come solo un Mongi boy di 35 mesi e 28 giorni sa essere, urla “Mamma, io vovo”, che più prosaicamente significa che se non lo blocchi, nei trenta secondi successivi, nel tentativo di imitare la posizione a uovo che utilizzano gli sciatori per raggiungere la massima velocità, potresti trovarlo “strapazzato” in mezzo al boschetto in fondo alla pista.

Tra due giorni compie tre anni e questo post è per lui, che è da luglio che ripete che io domani è il mio buon compleanno, che quando mi chiede se gli metto il gel per fare la cresta come i ragazzini mi emoziono tutte le volte, che sa essere così carino che ogni tanto vorrei essere la sua babysitter se ce l’avesse, che se non avesse sempre il moccio al naso sarebbe un perfetto latin lover e che per la sua mamma sarà sempre il suo piccolo Giogi anche se ormai è un bimbo glande.

 Buon compleanno in anticipo Giogi!, che tra un’ora (se smetto di scrivere e vado a preparare le valigie) si parte per la montagna e, complice il digital divide,  lassù internet è ancora fantascienza..

Nota: nella foto Giogi al termine della sessione “paint your room“, realizzata il giorno prima che cominciassimo i lavori di ristrutturazione della nostra nuova casa,  e che, in un’ora di attività, tre litri e mezzo di colore a tempera e cinque bimbetti all’opera, ha trasformato una camera di tre metri per due in un’opera d’arte che nessuno dei genitori che ha assistito alla performance si dimenticherà facilmente!

colonna sonora: Beautiful Boy, John Lennon

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