Archive for febbraio 2014

Modelli

foto (2)Ho visto entrare un uomo e una donna, uno dopo l’altra, e da dietro il vetro li ho visti allontanarsi verso le loro case patinate, sul vialetto del giardino a corte, stando ben attenti a non pestare l’erba, moderna quanto i trenta loft che vi si affacciano intorno. Un saluto accennato col mento e nessun’altra interazione tra di loro, come due condòmini qualunque. Con in più piscina e hobby-room in comune. Davanti alla vecchia fabbrica di tappi trasformata nel più famoso cohousing d’Italia ci sono capitata per caso, mentre pedalavo a Bovisa, le gambe all’inseguimento del movimento perenne della bicicletta fissa, in un febbraio precocemente primaverile con un cielo così azzurro da sembrare ritoccato. Il vetro che divide lo spazio privato del cohousing dalla strada è grande per lasciare entrare lo sguardo dei curiosi e robusto quanto basta per non fare entrare nient’altro.

Passata Bovisa, ancora più a Nord, in via Scarsellini hanno costruito due palazzi, cento appartamenti ciascuno, uno di fronte all’altro, in mezzo un giardino pubblico, tra i piani una grande living room e la sala giochi per i bambini. A Scarsellini hanno un gruppo di acquisto per tutto, dalla roba da mangiare all’arredamento, organizzano corsi serali di ogni tipo e hanno pure creato un social network di condominio.

La mia amica ET si è trasferita a Milano per lavoro; vive, con altre quattro persone fisse e tante altre di passaggio, in una grande casa vicino alla stazione centrale che ricorda gli appartamenti berlinesi, con mobili recuperati, poster di ogni tipo appesi alle pareti con lo scotch, i bagni fascinosamente scrostati, la cucina in metallo industriale con il fornello incrostato e i piatti nel lavandino, la grande veranda con panorama post apocalittico piastrellata in fucsia e nero, con un limone mezzo morto, zucchine con parassiti, le carote, il bonsai Dafne e il tronchetto Stecco, unico accesso alla stanza della mia amica ET, che anche per andare in bagno deve attraversare quella strana terrazza coperta. È una casa con finestre grandi che riempiono di sole le stanze, da cui esce musica di ogni tipo, in un incrocio di suoni e di stili che si mescolano all’odore di curry dei vicini asiatici. Quando si dà una festa, la casa è sommersa di gente, amici, imbucati, i vetri della veranda appannati con scritte disegnate nella condensa, persone che si baciano, dj improvvisati, bicchieri lasciati in posti assurdi ed il pavimento nero il giorno dopo. Una scusa per pulire da cima a fondo quella casa cosi grande, dove ti senti in famiglia, non sei mai solo e non ti senti mai solo. Basta sedersi sul divano arancione che trovi sempre qualcuno con cui fare le chiacchiere, fumare l’ultima sigaretta della giornata, ridere e piangere tra gente che va e gente che viene. Casa Bruschetti si chiama, ed è un altro modello di abitare collettivo.

 

Nota: il mio tour milanese non sarebbe stato possibile se non avessi avuto il supporto della T-Bubble Champagne, la bicicletta fissa col telaio colore champagne, frizzante come la sua padrona, a cui mi sono già affezionata. Grazie a Marco, che me l’ha gonfiata, abbassata e che mi ha dato il lucchetto (oltre a un letto per la notte).
La fotografia è un’immagine della veranda di Casa Bruschetti e me l’ha mandata la mia amica ET. Grazie anche ad Anna per l’appassionata descrizione.

colonna sonora: Antonio Vivaldi, Le quattro stagioni, brano di apertura del concerto finale di Music Streets tenutosi martedì scorso in piazza Gae Aulenti a Milano, nel quale hanno suonato insieme gli artisti di strada e i musicisti della Filarmonica della Scala, dove sono arrivata senza saperlo, tra una pedalata e l’altra, in sella alla T-Bubble Champagne.. (nel video, dal minuto 5.58)

Read Full Post »

il_posto_immagineÈ uscito ieri al cinema Smetto quando voglio, l’ultimo lavoro di Francesca e Roberta Vecchi, che di mestiere vestono gli attori.
In gergo si dice che fanno le film costume designers, stiliste di costumi per il cinema. In sostanza le sorelle Vecchi leggono la sceneggiatura, dialogano con il regista per giorni interi, facendosi raccontare dove abitano i suoi personaggi, com’è il quartiere dove vivono, in che anni è ambientato il film, che mestiere fa il protagonista, cosa gli piace, il suo passato e anche il suo futuro, ricostruendo a tavolino la psicologia dei personaggi, senza sapere ancora chi sarà a interpretarli. Ascoltano la musica che si immaginano ascolterebbero loro, leggono i libri che evocano l’atmosfera del film, vanno a vedere dal vivo i posti dove verranno girate le scene e poi tornano a casa e iniziano a pensare come vestire gli attori, creando tutte le volte un librone di fotografie, disegni, appunti, che presentano al regista. Se gli piace si parte, Francesca e Roberta si mettono alla ricerca del cappotto vintage, delle scarpe rosa col tacco a spillo, della camicia scozzese di flanella o della felpa Best Company che vedremo al cinema indosso agli attori. Alcune cose le prendono dal loro archivio, di altre si mettono alla ricerca frugando mercati, negozi e magazzini di mezzo mondo, altre ancora le fanno fare alla loro sarta di fiducia. E poi, di nuovo sedute, tra una sigaretta e una tazza di tè, si annotano, scena per scena, quanti sono e quando vanno fatti i cambi di abito, per evitare che il cappello della prima scena sia di un colore diverso da quello di quattro scene dopo. Alla fine di un lavoro immenso, i personaggi sono tutti vestiti dalla testa ai piedi, occhiali e anelli compresi. E si può iniziare a giare il film.
Francesca e Roberta che per entrare in questo mondo hanno semplicemente mandato il curriculum, (come ormai succede solo nei film) le ho incontrate la prima volta un pomeriggio umido e buio al Posto, un antico appartamento nel centro storico di Modena che hanno trasformato nel loro atelier, dove progettano i nuovi film e dove hanno accumulato abiti e accessori provenienti da set cinematografici e teatrali scovati in vent’anni di ricerca tra Europa e Stati Uniti, dai tempi in cui vestivano i cantanti nei videoclip musicali.
Sono entrata in punta di piedi, chiedendo permesso, in una casa dove potresti viverci davvero, con la cucina con i bicchieri sul tavolo e gli spazzolini da denti in bagno, il salone con le finestre grandi, un corridoio stretto e tortuoso, proprio come nelle case vecchie, e anche un bel terrazzino. In ogni stanza, mescolati a oggetti di recupero e pezzi di design, stanno in bellavista file di abiti ordinatamente appesi, scaffali da libreria riempiti con scarpe eleganti di fianco a sneaker colorate, tutte disponibili in un solo numero, mensole con in fila occhiali da sole, anelli e collane attaccate al muro, rotoli di stoffa e posate vintage, pile di cappelli e foulard.
Quel pomeriggio al Posto potevi andare a cercare l’abito da cocktail da sfoggiare a cena, o una cintura di pelle da regalare a tuo padre, una borsa da spiaggia a righe bianche e azzurre o anche un paio di pantaloni di velluto. Io sono tornata a casa con un paio di spille usate in Diaz e la giacca di Radiofreccia. Per non sentirti “fuori posto”, al Posto la prima volta devi andarci introdotto da qualche amico, che ti apra le porte di un ambiente se no troppo privato e intimo, dove puoi comprare abiti usati esposti in una cucina, con sottofondo di “apple cake e rock&roll”, come recitava l’invito diffuso via mail.
Il Posto è uno spazio troppo newyorkese per essere a Modena, che a Modena non ti aspetteresti ma che invece c’è. È uno spazio tanto familiare quanto anticonvenzionale, un punto di incontro tra diverse forme di espressione artistica, con la musica a fare da collante: quella musica sempre accesa quando Francesca e Roberta progettano i costumi, te la ritrovi spesso la sera, quando capita che suoni alla porta qualche musicista loro amico con la chitarra pronta a suonare, o che insieme ci si ritrovi ad ascoltare scricchiolanti vinili e a evocare l’atmosfera dell’epoca in cui quelle canzoni sono nate; o che ancora che la musica diventi il sottofondo per i readings di qualche attore di passaggio tra uno spettacolo teatrale e l’altro. E la serata passi così, tra musica e chiacchiere nel corridoio, con una fetta di salame in mano e un bicchiere di lambrusco nell’altra.
Il Posto è condivisione e contaminazione insieme, è un qualcosa senza confini chiari (muri a parte), sostenuto da alchimie relazionali un po’ magiche, dove si mescolano la dimensione intima della casa con l’atmosfera produttiva tipica degli ambienti di lavoro, la musica con la moda, il gnocco fritto con la Bauhaus. È un luogo privato di giorno, quando Francesca e Roberta progettano i loro costumi, che si trasforma in spazio pubblico la sera, quando apre le sue porte all’improvvisazione artistica e a non artistici spettatori. Il Posto funziona perché alla fine è un appartamento, attira proprio per la sua familiarità, riesce a sviluppare relazioni tra estranei a cui ti viene sempre da dare fiducia, e, come a casa di un amico, lasci tranquillo il portafoglio sul tavolo di cucina senza temere che qualcuno ti porti via i soldi, anche se lì non conosci nessuno. È uno dei superpoteri della sharing economy, che ti spingere a condividere l’auto con uno sconosciuto, o a andare a dormire a casa sua, o a portarti a casa l’abito che ha indossato Margherita Buy nel film Lo spazio bianco, mentre il giradischi suona Kind of blue di Miles Davis e una trentina di sconosciuti lo ascoltano insieme.

colonna sonora: Piccola città, Francesco Guccini 

Read Full Post »