Archive for marzo 2014

container_city_londono_alternative_housingIf you live in London or have friends living there, please, read this post.

I’m carrying out a research about alternative housing in London, promoted by London School of Economics and Royal Geographical Society.
The aim is narrating London’s present alternative housing scene by the point of view of Italian people living there.I have started to interview some of them and to do some photographic tests.

At the same time, I have taken the side task of collecting pictures of alternative housing in London by whoever would like to contribute: co-housing, work-live spaces, squatting and “bed in sheds”, luxury detach houses or old victorian mansion houses, shared housing, gated communities and common-interest development, social housing, self-build housing, houseboat and whatever you think is “alternative housing”. Photos of interior and exterior are both welcome.

The collection of these images will be merged into a graphical representation of the alternative housing scene in London.

The results of my research will be presented in London at the end of August.
If you like to contribute to the project, please send images of alternative housing in London by the end of May by e-mail to my address sittons@gmail.com

Please send these information about you together with the images:
– name
– sex
– age
– country of birth
– district where you live (with the first two letters of Postal Code)
– job
– a picture of your house door

Thank you for your collaboration!

NB: The photo is a picture of Container City project by Nicholas Lacey & partners, London’s East India Dock area, downloaded here.

colonna sonora: London Calling, The Clash

 

 

 

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Zoo domestico

grizzlyman7,00 am

Stamattina ho trovato una cimice addormentata sul collo della bottiglia d’acqua sulla tavola di cucina. Non appena ha sentito che mi avvicinavo è volata via, lasciando sul collo della bottiglia l’odore inconfondibile di cimice spaventata che non sono ancora riuscita a togliermi dal naso, dopo che oggi lo avrò infilato una decina di volte in un bicchiere per bere.

11,30 am

Un qualche animaletto di fisico microscopico e anima bastarda si è infilato di soppiatto nella gola di Giovi e, come constatato dal dottore che lo ha visitato, gli ha fatto venire le tonsille elefantiache, curate adesso con cucchiaiate di Amoxicillina. Per limitare i danni, in una sorta di teatro dell’assurdo, somministro al piccino altri animaletti in gocce (volgarmente chiamati fermenti lattici), con i quali preservare la sua flora intestinale, anch’essa formata da altre simpatiche bestiole di etnia batterica.

5 pm

Squilla il telefono, la mamma che mi ha chiamato ha una brutta notizia da darmi: Davide non ha voluto fare i compiti (vabé) e (rullo di tamburi) ha i pidocchi (noooooo). I pidocchi sono un flagello divino, che obbliga tutta la famiglia a massacrarsi vicendevolmente il cuoio capelluto con fittissimi aculei di ferro e a cospargersi la testa con sostanze gelatinose e puzzolenti. Ma per sconfiggere questi esserini saltanti non bastano le punizioni corporali: non si può infatti prescindere dal lavaggio e stiraggio (“perché il vapore del ferro da stiro li elimina perfettamente”, mi istruisce una serafica farmacista ignara del fatto che la mia “collaboratrice domestica” è in ferie per un mese) di tutto quello che è possibile infilare in una lavatrice (lenzuola, cuscini, piumoni, copridivani, giacche, vestiti, cappelli). E per quello che in lavatrice non ci va ci sono due opzioni, continua la gentile farmacista: sigillarlo in un sacco nero (davvero il nero fa la differenza, mi chiedo, mentre seguo attentamente il labiale della farmacista e cerco di memorizzare ognuna delle sue parole salvifiche) e aspettare che i pidocchi muoiano soffocati oppure infilarlo in congelatore (e immediatamente visualizzo me medesima, coi capelli impiastricciati di gel antiparassitario, impegnata nel tentativo senza speranza di chiudere in freezer la coperta del letto dei bimbi).

8 pm

Michi capisce che la situazione è cupa e allora tira fuori il suo nuovo smartphone di ceramica bianca (composto da un pezzo speciale marchiato Mutina preso oggi dalla sala mostra dove siamo andati a scegliere il pavimento per il terrazzo su cui papà-Luchi, tra un trattamento anti pidocchi e l’altro, con pennarello indelebile ha disegnato pulsanti, schermo touch screen e simbolino della mela morsicata) e chiama Bembo. Lo sento in camera sua che discute animatamente, poi ci raggiunge in cucina e lapidario dice: “Ha detto che bisogna bruciare tutto”. “Cosa, chi??” faccio io allarmata e stravolta. “Per uccidere i pidocchi ci vuole il fuoco- spiega – me lo ha detto Bembo che quando li ha avuti sua mamma gli ha bruciato tutti i capelli con l’accendino”. Poi, come se avesse detto “che si mangia stasera?”, rimette lo smartphone in tasca e torna in camera sua.

11 pm

La casa è nuda: mucchi di vestiti, asciugamani e altre tessuterie varie giacciono inermi sul pavimento di ogni stanza mentre la lavatrice al piano di sopra rischia di ingolfarsi per l’uso ininterrotto che ne sto facendo. Mi guardo intorno sconfortata mentre sento prurito dappertutto e vorrei che stanotte ci facesse visita il papà di Ponyo con il suo diserbante a spruzzo, per svegliarmi domattina e poter dire “allora è stato solo un brutto sogno”.

colonna sonora: Nel mio giardino, Cristina Donà

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persianaNon riesco ancora a spiegarmi come mai, a una certa eta, quando uno dice che ha freddo, invece ha caldo. Succede dai due anni e qualche mese ai tre anni, poi, col compimento del trentaseiesimo mese, come puoi iniziare a maneggiare le sorpresine dell’ovetto Kinder senza pericolo di mangiartele e soffocarti, così il cervello si raddrizza e sistema il freddo nella casellina del freddo e il caldo in quella opposta.

Giovi mi chiama nel cuore della notte, mi alzo di scatto con gli occhi ancora chiusi, faccio per scavalcare il mio husband profondamente addormentato al mio fianco in direzione dell’uscita e inciampo nelle sue tibie tonificate dal CrossFit, urto la spalla contro la porta rimasta socchiusa e con uno scatto felino sono da lui, che nel buio strisciato di luce che si infila tra le fessure delle persiane e si riflette sul soffitto, mi dice: “Mamma, ho feddo”. Lo guardo con i piedini nudi fuori dal futon, a bordo pavimento, visto che il letto non è più alto di quindici centimetri. Mi chiedo che ci sta a dire un materasso giapponese di fianco ad un armadio Ikea in una casa emiliana di un secolo e mezzo fa; ma vista l’ora propendo per non soffermarmi a filosofeggiare su globalizzazione&melting pot, così come sulla correlazione tra il mancato ricorso al feng shui e i movimenti notturni del bambino, che mentre dorme abbandona il cuscino per appoggiare la testa alla coscia di suo fratello, girandosi di un centinaio di gradi rispetto alla sua posizione originaria, con i piedini fuori dal futon. Lo prendo in braccio e lo riporto nel verso occidentalmente giusto, con la testa sul cuscino e i piedi di conseguenza. E poi, ricordandomi del motivo della sua chiamata, mi inginocchio e gli sistemo sopra il piumino fiorato che usavo anch’io da bimba, stando attenta di coprirlo per bene che a me di notte mi si congelano sempre le braccia. Mi sto rialzando per tornare in camera mia che parte una specie di calcio volante acrobatico accompagnato da un suono morbido e netto, e spezzata dalla luce a fessure, vedo una gambotta cicciotta alzarsi per aria e ricacciare nell’angolo del letto da cui lo avevo recuperato il soffice piumino. “Ma non avevi freddo?” gli faccio lievemente spazientita. “Sì, tanto feddo, mamma”.

Tutto regolare. Il freddo non è altro che il caldo, così come il bianco (Voglio scappe bianche) è il nero, e la mattina, sempre in ritardo, ti perdi in una tavolozza di colori mescolati a casaccio e non capisci più che scarpe vuole quel nanerottolo con la maglietta rosa del Palermo anche a dicembre. O ancora, sporco sta per pulito, alto per basso e piccolo per grande. Tutto regolare, basta farci l’abitudine.

Merita la versione iperbolica del freddo e del caldo, quando una volta, davanti ad un piatto di tortellini hand made cotti nel brodo vegetale biologico, Giovi urla piangendo “Ahh!! Che ghiaccio!”. E io, che ormai ho capito il giochetto: “Vuoi dire che bruciano?” E Giovi: “Sì mamma, il ghiaccio bucia, coi tottellini”.

Ecco, io non ho ancora capito, dopo tre figli, come funziona questo fatto che per circa nove mesi i bambini sotto i tre anni che iniziano a padroneggiare la lingua usano aggettivi opposti al contrario di quello che per tutti gli altri significano e lo fanno convinti e non sbagliano mai. Se qualcuno me lo spiega sono felice. Nel frattempo un po’ confusa.

colonna sonora: Confusa e felice, Carmen Consoli

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Compagnoni_buco_nel_muroIl liceo d’arte di Reggio Emilia mi è davvero piaciuto: in pieno centro storico, di fronte al teatro Valli, è una scuola viva, dove video e grafica computerizzata si mescolano alle tradizioni artigiane di ceramica e pittura e in cui anche i muri trasudano cultura. Il lungo corridoio che porta alle aule si arrotola intorno al cortile interno, e dalle grandi finestre con gli infissi di legno un po’ scrostato, spuntano alberi secolari.
L’altra mattina ci sono entrata per assistere alla presentazione del Compagnoni, un quartiere popolare della città interessato da un mega progetto di riqualificazione urbana, per il quale il Comune chiede ai ragazzi del liceo d’arte un contributo di idee per rigenerare lo spazio urbano.
Entro nella piccola biblioteca che ospita l’incontro mentre una signora sorridente con gli occhi furbi racconta che tutti nasciamo in un luogo, cresciamo in un cortile, ci allontaniamo da adolescenti, magari andiamo ad abitare lontano, ma ci rimane sempre addosso un senso di appartenenza per il luogo dove siamo nati. Mi torna in mente il libro di Ozpetek Rosso Istanbul che ho appena finito e che inizia così: “È una serata calda a Roma, ma so che mi accoglierà un vento fresco nella città che mi aspetta: Istanbul. Dove mi aspetta la mia vecchia casa. La villa antica e bianca in cui sono cresciuto e che ho lasciato, e non avevo ancora diciott’anni. Ma in un qualche modo, sempre casa”.
Passando da Rosta Nuova al Villaggio Stranieri, da via Roma al Foscato, dal Villaggio Architetti al Compagnoni, la signora, con parole appassionate, ripercorre la storia dei quartieri popolari di Reggio e racconta l’idea del quartiere come territorio chiuso, da difendere, una monade autosufficiente da cui ci si può anche permettere di non uscire mai, come succede ancora a tanti anziani per i quali i confini del loro quartiere sono una sorta di moderne Colonne d’Ercole, oltre le quali finisce il mondo; un mondo che si limitano a guardare dalla finestra, davanti alla quale sostano ore intere, ad osservare da lontano il ritmo della vita che scorre.
I quartieri popolari sono nati per liberare il centro storico, da sempre luogo del potere e della ricchezza, dai poveri: i ladri di galline, le prostitute, gli zingari e il resto della feccia che un tempo abitava via Roma, dove i fascisti passavano con i manganelli con scritto sopra “disinfettante” e che poi, abbattute le vecchie casupole che li ospitavano, sono stati deportati al Compagnoni, costruito apposta, in campagna, lontano da tutto e senza niente intorno (a parte le case, non vengono costruiti né negozi, né scuole, né biblioteche, né campi sportivi o altri servizi di vicinato).
Nonostante questo il Compagnoni diventa un quartiere vivace, colorato, fatto di gente sì povera ma anche orgogliosa e appassionata che continua a vivere insieme come nelle vecchie famiglie patriarcali, una vita collettiva che cresce in strada, caratterizzata da un forte senso di appartenenza e solidarietà; una vera comunità dove la gente, solo per il fatto di esserci, esercita un potente controllo implicito, stempera le tensioni, fa sentire tranquilli e protetti. Perché relazioni sociali e violenza sono inversamente proporzionali; e, come dice un proverbio africano, “ci vuole un villaggio per crescere un bambino”.
All’opposto dei moderni condomini borghesi, con grandi appartamenti in cui la gente si è trincerata dentro o della moderna architettura asociale delle ville esclusive, protette da muri di cinta che non permettono di vedere dentro ma neanche fuori, al Compagnoni le case sono piccole perché la vita è fuori, è una pratica collettiva da fare insieme, in strada.
Anche se le nuove case hanno standard qualitativi elevati, la concentrazione nel quartiere di oltre 1500 persone provenienti da realtà sociali fortemente degradate non permette la rigenerazione dei residenti, ma anzi amplifica il processo di marginalizzazione degli abitanti e configura il Compagnoni sempre di più come un ghetto impossibile da gestire e anti economico. A questo proposito Turner, filosofo dell’edilizia abitativa, grande conoscitore delle “città costruite dai poveri” in America Latina e strenuo difensore dell’abitare autogestito (tema tanto caro anche ai ragazzi del Sottotetto che avevano proposto un bel progetto di autorecupero per il Compagnoni), già negli anni Settanta nei suoi libri Freedom To Build e Housing by People, sosteneva che la soddisfazione di chi abita una casa non è necessariamente collegata all’imposizione di livelli di qualità, perché l’abitazione non è ciò che essa è, ma ciò che essa fa nella vita della gente: e ciò che la gente esige non si misura solo in termini di efficienza energetica, disposizione delle finestre, spessore dei muri, ma soprattutto tramite il grado di accessibilità a parenti e amici, alla comodità ai servizi, alla facilità di raggiungere il posto di lavoro, agli spazi di socialità, tutti fattori molto più umani che tecnologici, fondamentali per raggiungere il benessere individuale e sociale di un quartiere.
Tornando al Compagnoni, con il passare degli anni, i cinquecento alloggi pubblici costruiti negli anni Sessanta, sui quali non vengono fatti mai interventi di manutenzione, diventano anche esteriormente sempre più degradati, accentuando la nomea di Bronx di Reggio Emilia che è stata affibbiata al quartiere. Per migliorarele condizioni abitative e urbanistiche e garantire una maggiore vivibilità alla zona, il Pubblico (Comune ed Acer) decide di intervenire con un complesso progetto di riqualificazione urbana iniziato nel 2004 e che dovrebbe terminare nel 2015. In soldoni, in mezzo a tantissime cose migliorative come spazi verdi, percorsi pedonali, riduzione del traffico, una nuova piazza sulla quale si affacciano negozi e un centro polifunzionale per favorire aggregazione e socialità (e anche per permettere tutti gli interventi migliorativi) si decide di abbattere circa due terzi delle vecchie case pubbliche, che in parte verranno ricostruite.
La demolizione, per la gente del Compagnoni, è un trauma – continua a raccontare la signora con gli occhi furbi a una platea di adolescenti attentissimi – perché sradica le persone dalla loro vita, le disperde, le sistema temporaneamente in altre zone della città, mina l’identità della comunità che si era creata. E a me, mentre la ascolto, torna di nuovo alla mente Rosso Istanbul “Si lasciano mai le case dell’infanzia? Mai: rimangono sempre dentro di noi, anche quando non esistono più, anche quando vengono distrutte da ruspe e bulldozer, come succederà a questa”.
Per salvare dalle ruspe la storia del quartiere, il Comune ingaggia il Teatro dei/nei Quartieri, un gruppo di artisti che, coinvolgendo gli abitanti, interviene prima delle demolizioni per portare via quello che non si può trasportare: i muri, la vita vissuta, quello che si vede dalla finestra, fotografati un attimo prima di essere abbattuti e poi trasformati in carte da parati, tovaglie, tende e altri oggetti che si possono riprodurre all’infinito e per sempre, tanto che adesso il Compagnoni è un quartiere che può entrare in una casa.
L’immaginario da Bronx del Compagnoni è molto diverso da quello conosciuto e riportato dagli artisti del Teatro dei Quartieri, che fanno con i residenti un lavoro profondo che rafforza la coesione sociale e li lega ancora di più alle sorti del loro quartiere. Adesso che la ricostruzione è in fase avanzata e molti vecchi residenti sono tornati ad abitare al Compagnoni, sarebbe interessante indagare come è cambiata la loro qualità dell’abitare e da che cosa dipende per loro l’abitabilità, derivante dall’interazione tra casa, quartiere e usi che ne fanno. Ma questo in un’altra puntata.

 PS: Grazie a Agnese, che mi ha presentato il Compagnoni, mi ha raccontato la sua storia e mi ci ha pure portato in gita, in un pomeriggio reggiano grigio come la pioggia fitta che ci ha fatto compagnia.

Nota: La fotografia raffigura l’interno di un appartamento del Compagnoni in fase di demolizione ed è stata scattata da Lorenza Franzoni, Teatro dei/nei Quartieri.

 colonna sonora: Cioccolato IACP, Offlaga Disco Pax

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michi_compleanno5Alla sua festa di compleanno ha voluto solo femmine (tranne il suo amico L. super esperto di dinosauri, topi e serpenti di ogni specie). E visto che era Carnevale ha spento le candeline circondato da principesse, con gonne larghissime, difficilissime da gestire nel momento della pipì. Il pomeriggio lo hanno passato a pattinare intorno al tavolino dell’ingresso del nostro temporary-nano-flat, a mangiare pop-corn sui futon giapponesi nella cameretta dei Mongi brothers, a litigarsi bacchette magiche plasticose e un esclusivo mantello in velluto viola.

Lui, con lo sguardo fiero del cinquenne navigato e il piglio cavalleresco di un Artù in miniatura, lo vedevi perfettamente a suo agio nella parte del “beato tra le donne” che si era furbescamente costruito. Da animale da palcoscenico qual è, il mio cubetto biondo si è scatenato in un’esibizione live in piedi su una sedia per i suoi piccoli invitati, improvvisando una danza tribale, con il corpo completamente abbandonato all’inseguimento di pensieri vorticosi, il mantello di Superman svolazzante, gli occhi chiusi e la voce da duro. Michele in versione rocker è uno spettacolo, e l’amplificatore non poteva essere regalo più azzeccato, per uno che da quando ha imparato a parlare dice che da grande vuol fare il ballerino di hip hop e che si muove come un piccolo Billy Elliot.

Era già a letto da un po’, con l’armonica regalata dalle principesse stretta in una mano, che lo sento che mi chiama: “Mamma, mamma, vieni, presto!” “Cosa c’è Michi, non dormi ancora?” “ È appena venuto Bembo a farmi gli auguri e mi ha portato una palla di luce che non si spegne mai. L’ho messa qui, sotto il cuscino. La vedi? Così quando Dadi ha paura del buio io la prendo fuori e lui non ha più paura. Gli ho chiesto se voleva fermarsi a dormire ma non poteva perché sua sorella Dindi senza di lui non si addormenta e doveva tornare subito nella loro casa gialla. Mi ha detto di ringraziarti per la pizza con i wurstel che era molto buona. E ha detto che torna quando la casa è più in ordine, che oggi c’erano nugoli di stelle filanti ingarbugliate e pop corn spiaccicati dappertutto.” Bembo, ah Bembo, leggendario amico invisibile di Michi, che un giorno è in astronave a catturare le stelle e l’altro all’ospedale, steso da un’infezione al ginocchio. Bembo, conoscitore del bene e del male, capace di allungarsi e diventare alto fino al cielo e di aprire con le mani le scatolette di fagioli. Bembo, che sparisce nell’etere per settimane ma non si dimenticherebbe mai il quinto compleanno del suo amico speciale. Bembo, grazie che sei tornato, per Michi la tua palla di luce è stata il regalo più bello.

colonna sonora: Be my icon, Duran Duran

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