Archive for aprile 2014

cucina_casa_bruschettiMangiamo un eccellente risotto ai radicchio rosso seduti intorno a un tavolo di legno di quelli lunghi e stretti con le panche ai lati che ci sono anche all’October Fest. La spesa ognuno la fa per sé, però la sera si mangia insieme a Casa Bru e nessuno ha rimostranze sul menù, chi cucina non si aspetta ringraziamenti e neppure chi lava i piatti. La suddivisione naturale e l’alternanza spontanea dei compiti funzionano, e per il resto bisogna adattarsi. Non ci starebbe male una scritta del tipo “vivi e lascia vivere” sul portone di Casa Bru, dove l’abitare è anarchico e democratico allo stesso tempo.

A, che ha cucinato, mangia a gambe incrociate sul divano dietro di noi, indosso una t-shirt bianca tagliata bene con la stampa di un teschio che gli lascia scoperte le braccia tatuate.

Condivido il tavolo con la mia amica ET che mi lascia il suo letto per la notte, AL e ST che finito il risotto spariscono in una delle camere a comporre drum&bass e UG che, come ST, a Casa Bru non ci vive, ma, quando non è in giro a recuperare sciami di api, ci capita spesso.

Non c’è GB che di mestiere fa lo street writer e adesso è Roma dove lo hanno chiamato a fare un muro. Arriva invece EL, vestiti e atteggiamento alla Fonzie, che di mestiere insegna storia all’università e che a vederlo non diresti mai che è uno del collettivo Zam, un centro sociale che a Milano è un’istituzione. Saluta con le mani in tasca del giubbotto di pelle, si prepara un piatto di pasta sempre con le mani in tasca e appena finito scompare, ancora con il giubbotto addosso.

In questo appartamento dall’atmosfera berlinese con vista sulla stazione centrale e su un trittico di ciminiere spente ci vivono in cinque, ognuno in una camera che costa 430 euro al mese, che in tutto vogliono dire 25.800 euro all’anno che il padrone di casa si mette in tasca. Il padrone si chiama Ligresti, ed è proprietario di tutto il vecchio palazzone, dai campanelli direi almeno una cinquantina di appartamenti, tutti in affitto, che a fare il conto di quanto possono fruttare uno si spaventa.

Mentre la musica in sottofondo sale di intensità e l’orologio passa le dieci, A esce per andare ad un concerto, qualcuno dice in taxi, che fa molto punk-chic, e mentre chiude la porta di camera sua intravedo una libreria piena di vinili, un pianoforte e di fianco una batteria. Di giorno A si occupa di post produzione video mentre la sera cura una trasmissione radio di musica hardcore e quando è libero si va a vedere un concerto. È il coinquilino più anziano e mi pare di capire anche il padrone occulto di Casa Bru, quello che decide dove appendere un poster, se spostare i divani e quando bisogna pulire; non sembra un padre padrone però, ha gli occhi sensibili e i modi gentili, azzarderei sangue nobile nelle vene, sotto all’inchiostro punk che gli decora le braccia.

Immagino abbia dato lui l’autorizzazione per il concerto casalingo della band di ska-jazz di AL qualche domenica fa, che ha radunato un centinaio di persone a Casa Bru, senza che nessuno dei vicini si lamentasse, forse perché la signora del piano di sotto è sorda o forse perché per molti di quelli che abitano lì un concerto non è più rumoroso della vita quotidiana.

È una casa dove si respira musica Casa Bru, tra A che si picchietta ritmicamente i jeans con le dita di una mano, la sua collezione di dischi hardcore e lo stereo acceso che si mescola alle prove vocali di ST sulle basi drum&bass di AL, batterista nei weekend, compositore di notte e designer di elettrodomestici di giorno.

Il Greco di Tufo ha lasciato il posto al Chianti sul tavolo ancora apparecchiato e la serata trascorre davanti ad una vaschetta di gelato, a parlare dei lunedì di cucina popolare alla cascina Torchiera, della ciclofficina aperta dagli studenti di agraria, del mobbing delle multinazionali farmaceutiche, di Potere Operaio, di allevamenti di maiali, aziende biologiche in Martinica e di quando UG è salito al quindicesimo piano di un grattacielo vetrato in piazza della Repubblica per salvare uno sciame di api.

Torno a Modena dopo la parentesi a Casa Bru ringiovanita nello spirito, musicalmente appagata e intellettualmente stimolata da quella incursione in una modalità di abitare domestico che merita una considerazione più attenta di quella che trasuda dai muri della gestione Ligresti.

colonna sonora: Piano Nights, Bohren & Der Club of Gore

Read Full Post »

IMG_20140331_150451L’altro giorno ero a Milano in bicicletta – che a me scoprire le città in bicicletta mi è sempre piaciuto e se lo fai a Milano è ancora più bello perché ti senti come se stessi facendo qualcosa di proibito – e mentre pedalavo in maniche corte sono arrivata vicino alla Fiera, in zona San Siro. Sono rimasta colpita dalla architettura ariosa delle case che mi passavano davanti e mi sono fermata da una parte per guardare il nome della via: ero in via Monte Rosa. Mi è venuto da sbirciare dentro le finestre, per vedere gli interni di quelle case dove mi immaginavo sessantenni ben pettinati in vestaglia di seta, seduti su morbidi divani a leggere i grandi scrittori russi in lingua originale, sotto la luce calda dell’arco di Castiglioni, mentre l’Eroica di Beethoven suonava sullo sfondo.

Rimonto in sella sognante e in poche pedalate mi lascio alle spalle quelle belle ville circondate da alberi antichi, firmate da architetti famosi e mi trovo a costeggiare un’infilata interminabile di palazzine grigie che cadono a pezzi e trasudano povertà e degrado: sto passando in via Ricciarelli e mi chiedo chi abiti in queste case che sembra siano state appena bombardate. Il paesaggio è così assurdo che penso di fermarmi a fare una foto, ma lo sguardo obliquo di un tipo appoggiato al muro mi dissuade e opto per pedalare più svelta. Il mio sguardo cerca di penetrare oltre quei muri e dietro intravedo case ancora più disperate. Mentre mi accorgo che qualcuno ha occupato anche i negozi a piano terra rimasti vuoti per andarci a vivere, mi passano davanti le immagini della belle epoque milanese che ho visto riflessa nelle grandi vetrate delle case di via Monte Rosa e nonostante il sole inzio a sentire uno strano freddo.

Ancora un po’ di slalom tra i casermoni di via Civitali e via Paravia dove una donna senza niqab non la vedi, e sono davanti al deposito degli autobus, un enorme capannone di quelli dove mi immagino facciano i rave a Berlino. Di fianco c’è il più grande intervento di social housing d’Europa costruito in legno: 124 alloggi super efficienti ad affitto agevolato destinati principalmente ai giovani. Principalmente, ma non solo, ai giovani: in via Cenni oggi ci vive anche la coppia di contadini che abitava la cascina in fondo e lavorava la terra dove è stato costruito il social housing, mi dice un signore che sta entrando in uno dei quaranta orti abusivi dall’altra parte, dove da vent’anni viene tutti i giorni in bicicletta a innaffiare le sue piantine.

Attraverso a piedi, con la bici a mano, la corte interna, che si snoda come una specie di strada pedonale tra le due stecche di case bianche. Il verde è ancora basso ma la passeggiata è piacevole, tutto è nuovo e pulito (quasi troppo), gli edifici sono collegati da ballatoi e ponti, come se il progetto nascesse per incentivare la socialità tra gli abitanti. A pianoterra si affacciano una ludoteca, associazioni culturali e altri spazi per i giovani, nel mezzo ci sono tante panchine, giochi per i bimbi e in fondo anche un campetto da basket. Tranne quella del canestro non ci sono reti, cancellate o altri “dissuasori di relazioni sociali”, lo spazio è aperto, interno ed esterno si fondono in un modello di abitare che per questa Milano è una scommessa coraggiosa.

 

Nota: nella foto una scritta fatta con bomboletta spray sul pannello di legno che divide la vecchia cascina dall’intervento di via Cenni, sorto sul terreno che prima era coltivato dai signori che abitavano nella cascina. La scritta dice: “l’emergenza abitativa e’reale, l’housing sociale non e’ la soluzione, autorecupero e requisizione”.

colonna sonora: Parlo da solo, Offlaga Disco Pax 

Read Full Post »