Archive for luglio 2014

IMG_20120617_140231Cammina leggermente molleggiato, rimpinza di cioè qualsiasi discorso che fa, ha imparato a fare i palloni con i Big Babol, si toglie la maglietta e si guarda i muscoli davanti allo specchio, cura quotidianamente il suo ciuffo British, si mette i pantaloni grandi di suo cugino perché vuole avere il cavallo basso, va in bicicletta senza mani, fa la collezione di tappi di birra.

Quando gli chiedono cosa vuoi fare da grande, lui dice che farà il graffitaro e andrà di notte a disegnare con la bomboletta i muri abbandonati; con i suoi fratelli fa discorsi seri sui tatuaggi con l’ago e da quando è andato con i nonni in sala giochi al mare si è pure convinto di essere un giocatore d’azzardo.

È attratto dalle storie di ladri e briganti anche se ha paura di guardare Scooby-Doo e di leggere Tex Willer. Si è voluto comprare un paio di “occhiali a specchio alla moda” e gioca con una play-station di cartone che si è costruito da solo “perché quella vera i miei genitori non me la vogliono comprare”.

Si arrotola in sù le maniche della maglietta come fanno i ragazzini e al mare invece del costume si mette sempre un paio di boxer a fiori che gli arrivano al ginocchio. Si vuole misurare tutti i giorni per vedere se è arrivato a un metro e trenta così può andare sui go-kart e sta facendo dei braccialetti hippy con fili colorati da vendere in agosto alle sagre di paese che animano l’Appennino.

A tavola mi chiede sempre se gli do un po’ di “acqua-vino”, si documenta su tutti i tipi di cocktail di cui sente parlare e se gli dico che sarebbe meglio che facesse un po’ di compiti mi risponde: “Ecchissene!”.

È la pre-pre-pre adolescenza che quest’estate ha colpito Dadi, settenne emiliano da poco promosso in terza elementare, primogenito dei Mongi boys.

Mi capita spesso di scherzare sull’aria che si respirerà in casa Pitton quando si toglieranno le scarpe Giovi dodicenne, Michi quattordicenne e Dadi sedicenne, ma ad altri tipi di problematiche adolescenziali non ci avevo ancora pensato. “Mamma, stay tuned”, mi avrebbe detto Dadi con qualche anno in più.

colonna sonora: Smells Like Teen Spirits, Nirvana

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IMG_20140708_113624In macchina in direzione del mare, io al volante, i Mongi boys dietro, la radio rotta, ho ascoltato la seguente conversazione: Giovi affacciato al finestrino dice: “Là in fondo c’è Marese”. “Da quella parte della rotonda?” lo incalza Dadi. “Sci sci” risponde Giovi muovendo la testa su e giù. “Quella ciminiera là è a Marese?” chiede Michi per circoscrivere i confini. La risposta di Giovi è ancora affermativa. Attraversiamo una campagna piatta, disseminata di ciminiere e cartelloni pubblicitari.

Sarà colpa della tangenziale tentacolare attorcigliata intorno a Ravenna o del fatto che non riesco a far partire il navigatore, ma dopo qualche tentativo a vuoto arriviamo a Punta Marina senza passare da Marese, che rimane “là in fondo”, nascosto dietro i cartelloni pubblicitari, all’ombra della ciminiera.

Marese sta a Giovi come Bembo sta a Michi, è una loro esclusiva, qualcosa che conoscono solo loro, e di cui solo loro sono titolati a parlare: nel caso di Michi si tratta del suo amico invisibile, Giovi invece si è inventato una città dove “una volta ci è andato con i suoi amici con l’astronave e ci ha messo cinque ore”.

Se Michi telefona a Bembo, dopo Dadi gli chiede serio come stava sua sorella Dindi e cosa stava facendo Bembo e quando ci veniva a trovare; e se è un po’ che Michi non lo nomina (avvenimento abbastanza eccezionale) tutti in famiglia ci preoccupiamo di quello che potrebbe essere successo a Bembo e chiediamo a Michi spiegazioni, visto che lui è l’unico che ha un rapporto diretto con Bembo. Questo fatto di Bembo ha costruito intorno a Michi un potere particolare, riconosciuto da tutti, che inverte i ruoli tradizionali di una famiglia, in cui le risposte le hanno i genitori o al massimo il fratello maggiore e agli altri tocca solo fare le domande. Nel caso di Bembo invece è Michi ad avere l’esclusiva, lui racconta di Bembo, gli altri, grandi e piccoli che siano, stanno ad ascoltare senza mai dubitare, mettere in discussione, contraddire.

Forse attirato da quel potere magico che trasfigura Michi mentre parla di Bembo, che lo fa salire su una cattedra immaginaria a dispensare Verità, allo stesso modo anche Giovi si è creato il suo regno, un posto magico dove è stato solo lui e del quale solo lui sa. Si chiama Marese la città di Giovi, una città che sta sempre “là in fondo”, dietro a una casa, dopo la rotonda, oltre la montagna, a seconda di dove siamo ma sempre “un po’ più in là”. Marese è un posto molto pericoloso perché ci sono i cavalieri, è una città fatta di case di carta e piena di alberi altissimi che sono di vetro e se li tocchi ti pungi. Quando parla di Marese Giovi si atteggia a esperto, quando qualcuno gli chiede di Marese gli si illuminano gli occhi, Marese è la pappa reale potenziata di Giovi, basta nominarlo che gli si gonfia il petto, gli si tendono le gambe, gli si allunga il collo e lo potresti tranquillamente scambiare per un bimbo che va già allalemantali [NdT: la scuola primaria, comunemente denominata scuola elementare, rappresenta in Italia il primo livello della catena dell’istruzione obbligatoria: la sua durata è di cinque anni, inizia all’età di sei anni, segue la scuola dell’infanzia e precede la scuola media].

Nota: poco prima di tornare a casa e lasciare i Mongi boys al mare con i nonni ho chiesto a Dadi se prendeva appunti su quello che raccontava Giovi a proposito Marese. Nell’immagine un estratto di questi appunti.

colonna sonora: Romagna mia, Nobraino

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collage_victorianpubG., una delle ragazze italiane che vivono a Londra che ho intervistato per il progetto di alternative housing che sto facendo per la London School of Economics, ha conosciuto P., suo attuale compagno e padre di suo figlio, cinque anni fa, ad una festa in un vecchio pub abbandonato.

La festa l’aveva organizzata proprio P. che in quel vecchio pub non solo ci lavorava, ma ci viveva pure, gratis per giunta. Pensando che a Londra le case sono molte meno di quelle che sarebbero necessarie e in assoluto le più care di tutta l’Inghilterra, quest’affermazione suona quantomeno strana.

Anche perché P. non è uno squatter, ma ha un regolare contratto con il museo proprietario dello stabile, il quale aveva bisogno di una specie di guardiano che si occupasse di quell’edificio che aveva comprato con l’idea di ristrutturarlo ma senza i soldi per farlo.

Nell’attesa di capire cosa farci, il direttore del museo si era reso conto che lasciarlo vuoto voleva dire accelerarne il deterioramento, aumentarne le spese di manutenzione e rischiare che venisse occupato illegalmente. 

Così il direttore ha proposto a P., un creativo che da anni collaborava con il museo nell’organizzazione di eventi, di trasferire nel pub abbandonato gli uffici del suo studio di grafica e design. E P. ha accettato di pagare il “grano di pepe” che dal contratto si evince essere il prezzo annuo dell’affitto concordato e di occuparsi dell’edificio, tenendolo pulito e in ordine e di presidiarlo per evitare occupazioni illegali.

Il pub è un vecchio edificio vittoriano su due piani, abbandonato da molti anni, che si trova in una zona diventata tra le più modaiole della città, piena di locali notturni e frequentata da tantissimi giovani.

Dopo aver iniziato a lavorarci, viste le dimensioni, P. ha pensato di andarci anche a vivere e si è ritrovato con una casa intera, tappezzata di carta da parati, con camino, arredi d’epoca e un grande salone a piano terra, dove regolarmente P. organizza design-party, come erano soliti fare i principi nelle sale da ballo dei castelli medievali.

In quell’insolito castello P. ci ha abitato per sette anni, risparmiando abbastanza soldi da permettergli, quando G. è rimasta incinta, di comprarsi una casetta a cinque fermate di metro dal pub, dove continua tutti i giorni ad andare a lavorare, e dove ora ci va spesso anche G. con il piccolo B., visto che molti eventi i designer del gruppo di P. li organizzano proprio per i bambini.

P. è un “property guardian”, una persona che si occupa di case o locali commerciali vuoti al posto dei proprietari.

Complice la crisi e i prezzi insostenibili sia per affittare che per comprare una casa, il fenomeno dei “property guardian” è in forte crescita, come scriveva The Observer già qualche anno fa.

Sono soprattutto professionisti, studenti lavoratori e key workers attirati da sistemazioni insolite a prezzi bassi i guardiani, e visto che il loro numero cresce costantemente sono nate imprese specializzate a selezionare quelli più adatti. D’altra parte gli immobili che hanno bisogno di guardiani non mancano, se consideriamo che diverse case costruite tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del Duemila sono ancora vuote e che la crisi ha spinto molte società a ridimensionarsi liberando tantissimi immobili commerciali.

Quando c’è un intermediario di mezzo l’affitto aumenta, come nel caso di Andy che paga 200 sterline al mese per abitare nei 550 metri quadrati di una chiesa sconsacrata nella periferia nord di Londra. Seppur non paragonabile al grano di pepe versato da P., le 200 sterline di Andy rimangono comunque un vero miraggio nel mercato londinese delle case.

colonna sonora: All Alone in an Empty House, Lost in the Trees 

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