Archive for ottobre 2014

10_Silvia_kitchen

Oggi su Q Code Magazine è stata pubblicata la prima puntata della mia ricerca sulle case in cui vivono gli italiani a Londra.
Per chi è curioso, si può leggere qui.
E per chi vuole vedere tutto, www.doorothy.it è il sito con le storie e le fotografie che ho raccolto durante questo lavoro.

colonna sonora: A New London Eye, Asian Dub Foundation

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orto_Elisabetta“Non la togliere quella, è neputedda!” L’ammonimento di Elisabetta mi blocca mentre sto per chiudere le cesoie intorno allo stelo lungo e sottile di una pianta che ha invaso il bordo dell’orto.
Elisabetta all’orto collettivo di via Massari ci va spesso, per dare una mano e fare due chiacchiere, lei che un pezzo di terra ce l’ha sempre avuto, sia quando era piccola e viveva in Calabria che qui a Torino, dove abita da più di cinquant’anni.
Gli altri ortisti chiedono a lei come fare per raddrizzare i fagiolini o evitare che le erbacce soffochino le piantine appena spuntate. Elisabetta tira appena su la testa e dà la sentenza, con la schiena curva verso la terra e gli occhiali che le scendono sulla punta del naso, “perché la terra è bassa e non si può lavorarla stando in piedi”, mi spiega.
“In ginocchio non mi ci metto più, neanche in chiesa – mi dice quasi per giustificarsi. “Quanti anni ho lavato i pavimenti della mia signora [una ricca torinese da cui andava tutti i giorni a fare le faccende] accovacciata sulle ginocchia! Ed ora se mi ci appoggio sopra mi sale un dolore come se mi stessero entrando dentro le scheggie di vetro di una bottiglia frantumata”. E così per scendere a livello della terra allarga le gambe, trovando l’equilibrio tra le zolle rimosse e le sue caviglie forti.

“È un tipo di menta selvatica che chiamano nipotina [la neputedda di qualche riga sopra] perchè è cresciuta anche sotto la croce di Gesù, mentre Maria diceva che Giovanni sarebbe stato sempre solo suo nipote, adorato sì, ma mai avrebbe potuto sostituire il figlio che le stava morendo”. Elisabetta mi racconta questa storia commuovente che capisco solo a sprazzi visto che il suo italiano è intercalato da parole in un dialetto che di torinese non ha nulla ma che non avrei comunque capito neache se fosse stato torinese. E intanto io non posso non pensare che la menta è proprio una pianta infestante, che spunta dappertutto, ai bordi dell’orto delle Casematte come ai piedi di Gesù in croce.

Stamattina sono stata a dare una mano alla mia amica Chiara a sistemare l’orto collettivo visto che più tardi arriveranno in visita i bambini della scuola elementare del quartiere di Borgata Vittoria, coinvolti nel Piano di rammendo delle periferie promosso da Renzo Piano.

Cade una debole pioggerella, ma in via Massari c’è fermento: un camioncino si ferma davanti al cancello di questo rettangolo di terra e scarica una decina di balle di paglia, con cui ricoprire le erbacce che si insinuano tra i bancali dell’orto sinergico. Mentre le donne scaricano la paglia, Gabriele, Sergio e Attilio vanno in cerca di cartoni nei dintorni, per costruire delle specie di camminamenti tra le corsie dell’orto. Chiedo a Elisabetta, che è piegata di fianco a me, quali erbe coprire di paglia e quali no, visto che di agricoltura ci capisco poco o niente, figurarsi sinergica! E mentre taglio le erbacce ascolto il suo racconto, che gira intorno all’orto, quello che i suoi genitori avevano da bambina, quello che ha condiviso venticinque anni con suo marito, trasformando un pezzo di terra abbandonato dietro le case popolari dove abitavano in un bellissimo giardino, e adesso quello di via Massari, dove viene per stare in compagnia.

L’emozione le rompe la voce mentre ricorda la mattina che è arrivata alla stazione di Porta Nuova, con tre valige legate con lo spago per evitare che esplodessero e di fianco un marito che non conosceva ancora. Era l’autunno del 1961, l’anno in cui a Torino, nel pieno del boom economico, arrivarono oltre 75mila immigrati e la città per la prima volta superò la soglia del milione di abitanti. Lei aveva vent’anni, Severino trenta e tutti i capelli bianchi, si svegliava all’alba e andava a lavorare in fabbrica in bicicletta e quando rientrava andavano insieme a sistemare il campo dietro casa, che a colpi di zappa e con tanta pazienza era diventato un orto da fare invidia a tutto il vicinato.

Elisabetta fino a quel giorno di ottobre del 1961 non era mai uscita da Mileto, un piccolo paesino dell’entroterra calabro, e suo marito gliel’aveva scelto il padre, senza che lei lo conoscesse. La vicina di casa di Severino, a Torino, aveva detto a quel ragazzone alto, rimasto solo per colpa di una madre soffocante, che dei suoi compaesani calabresi avevano una figlia molto carina, di provare a scrivere loro una lettera, per vedere se si poteva combinare qualcosa. E così Severino aveva fatto, prima aveva mandato al padre di Elisabetta una lettera di presentazione, poi aveva chiesto di spedirgli una foto della ragazza, poi era stato invitato dalla famiglia di Elisabetta a trascorrere le vacanze estive a casa loro e infine, una volta tornato a Torino, senza aver neanche mai sfiorato quella ragazza un po’ timida e impaurita, aveva chiesto per iscritto, sempre via posta, di poterla sposare.

Il giorno dopo il matrimonio Elisabetta era già a Torino, con quest’uomo che conosceva appena e che aveva paura la abbandonasse alla stazione. E invece Elisabetta e Severino hanno imparato a conoscersi e ad amarsi piano piano, per venticinque anni, fino a quando lui è morto e lei, che aveva 47 anni e due figli già grandi, ha continuato a tenere dietro all’orto, prima là oltre il fiume dove abitavano poi qui a Borgo Vittoria, dove si è trasferita una decina di anni dopo e dove ha incontrato gli amici dell’orto collettivo di via Massari.

Nota: la fotografia è di Chiara Casotti dell’associazione Casematte. Anche la colonna sonora me l’ha suggerita lei. Grazie!

colonna sonora: Ostinatamente, Quarta Aumentata

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