Archive for dicembre 2014

unnamedNon si saprà mai se ci sia stato un qualche nesso di causa effetto tra la ripetizione quotidiana della lezione di storia sull’era arcaica – caratterizzata dallo sviluppo dei primi organismi unicellulari quali alghe e batteri – (Dadi è in terza elementare!) e l’improvvisa permeabilità della dimora Pitton all’attacco massiccio di bestiole di varia specie che ultimamente contribuiscono a classificare i Pittons come “una famiglia in forte disagio abitativo e in preoccupanti condizioni di sovraffollamento”.

Non basava Rosie, la succulenta eletta dai Mongi boys a loro sorellina di sangue, e nemmeno i proclami di Michi sul fatto che lui da grande andrà a vivere nella giungla, insieme a una scimmia, a un’aquila e a Tobi, il cagnolino zoppo del mio amico Manuel, che adesso anche vermi e pidocchi hanno scelto come domicilio casa Pitton. I primi sono una new entry di ieri, comparsi nella cacca di Giovi quando meno te lo aspetti. E qui mi tocca fare un inciso, per dire che è incredibile come non succeda mai che dall’asilo ti chiamano sul cellulare per dirti che tuo figlio è un vero tesoro o che ha mangiato tutti gli spinaci o che ha regalato la sua merenda al compagno a cui era caduta per terra o cose di questo genere e invece la telefonata annunci sempre una qualche piccola sciagura. Niente di grave, ci mancherebbe (solo una volta è stato necessario chiamare l’ambulanza), ma il format è fisso: la telefonata inizia sempre con la voce new age della tata con in sottofondo urla e strepiti infantili che esordisce con un “Mamma, niente di grave, però volevo dirti..” a cui segue la descrizione della piccola sciagura e che termina con la richiesta, sempre in tono new age ma senza alcuno spazio di contrattazione, di andare a prendere il bambino nel più breve tempo possibile. Finito l’inciso torno a parlare di vermi, quelli che ho immediatamento sterminato facendo ingerire al piccolo Mongi contaminato – e al resto della famiglia per solidarietà – un misurino di veleno liquido e biancastro che, non appena raggiunto l’intestino immagino si sia tramutato in una specie di D’Artagnan farmacologico, spadaccino provetto e inflessibile sterminatore di vermi. Ma la storia non finisce qui perché, pulito l’intestino, per essere sicuri di debellare i piccoli animaletti indesiderati, la mamma incriminata deve appendere il camice del dottore e indossare quello della casalinga-che-non-deve-chiedere-mai e iniziare la bollitura di tutte le stoviglie, posate e pentole utilizzate nell’ultima settimana, così come degli asciugamani e di tutta la biancheria intima della famiglia. Che significa un’alternanza senza sosta di lavatrici e lavastoviglie da fare invidia all’organizzazione del lavoro a turni e all’utilizzo degli impianti sulle 24 ore del contratto Fiat firmato per lo stabilimento di Pomigliano.

Un sovraccarico di lavoro non previsto che si aggiunge ad un mese di sfruttamento ai limiti della sostenibilità di una lavatrice già normalmente stressata dalla quantità di vestiti da pulire, e ultimamente piegata dai pidocchi, vera piaga di questo autunno caldo, che obbligano a lavare e rilavare tappeti, divani, tende e lenzuola, a chiudere in sacchi neri peluche, sciarpe e cappelli e che sono sempre più resistenti ai trattamenti chimici usati per debellarli. Dopo un paio di contagi in rapida successione che hanno abituato i Mongi boys allo “shampoo speciale” della domenica, all’uso di quei pettinini infernali che sembrano una bocca di squalo per come i loro appuntiti denti di ferro sono organizzati in fitte file parallele, ormai solo a sentire parlare di pidocchi o di lendini mi viene da grattarmi e scappo a casa a farmi un “trattamento” cautelativo. Le lendini sono come le bisarche o le benne, parole dal significato sconosciuto per chi non ha bambini, ma che si materializzano non solo semanticamente una volta che i bambini ci sono: non ti dimenticherai mai più il termine tecnico per indicare il camion che trasporta le automobili e allo stesso modo sarà difficile sbarazzarsi delle lendini, o almeno così mi sembra oggi, che ho scoperto che le lendini ce le hanno pure i vermi!

Per fortuna c’è Sissi a tirarmi su il morale, così tenera e così innocua: Sissi è il cucciolo femmina di Panda che il signor Ikea e il signor Wwf, si dice entrati in società per una nobile causa, hanno regalato a Michi la settimana scorsa e che da allora si siede sempre a tavola con noi, su uno sgabellino più basso delle nostre sedie, con un bicchierino d’acqua davanti, una ciotolina di muesli a colazione e a cena un caspo di insalata, nell’attesa di recuperare le foglie di bambù. D’altronde l’animale è in via di estinzione e va trattato con il massimo riguardo. Inoltre Michi mi informa che Sissi ha una gamba ferita, dopo che un gruppo di cacciatori le ha sparato mentre era con alcuni amici panda a festeggiare il suo compleanno al Polo Nord. La gamba va medicata e fasciata tutte le sere, e su quello siamo tutti d’accordo. Più difficile è convincere Michi che la profilassi anti pidocchi richiederebbe di rinchiudere Sissi per qualche giorno in isolamento in un sacco nero.. Effettivamente sembra disumano anche a me.

PS: dopo gli organzini unicellulari, per la prossima settimana Dadi deve studiare i dinosauri, non oso pensare cosa potrebbe entrare a casa Pitton..

Nota: “La mia famiglia e altri animali” è il titolo del romanzo più famoso del naturalista Gerald Durrell; tengo a precisare che l’eventuale umorismo che trasparisse dal mio post, rispetto a quello di Durrell, è assolutamente involontario, considerato il sentimento di sconforto e la condizione di impotenza che accompagnano il rafforzamento delle pratiche igieniche che ho adottato massicciamente in questo ultimo periodo.

colonna sonora: Escluso il cane, Rino Gaetano

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Schermata 2014-10-21 alle 23.00.12Mio padre mi ha insegnato a mettere sempre in valigia un costume da bagno, “occupa pochissimo spazio e pesa niente, non si sa mai che possa tornare utile”. Oltre al costume, crescendo, ho imparato a portare sempre con me anche un paio di scarpette da corsa, perché correre in un posto che non conosci è un modo magico per scoprire cosa c’è intorno. Se poi quel posto è una città come Londra, allora l’effetto è stupefacente e l’assuefazione è da mettere in conto. La prima volta è successo una decina di anni fa, dieci miglia partendo dalla collina degli appestati di Blackheath fino a Greenwich, sufficienti per attaccarmi la malattia; ci sono ricascata nel 2010, quando mi son fatta di corsa la South Bank e i luoghi simbolo della Londra reale. Ma l’East End, lo giuro, è ancora meglio, ti si appiccica alla pelle peggio del sudore, ti va al cervello prima del terzo chilometro e riesci a smettere solo quando le gambe non ne possono più. Il mio racconto dell’East End è la quarta e ultima puntata del viaggio di Doorothy che ho scritto per QCode. È qui, per chi vuole leggerlo; per chi vuole provarlo è a un ora e mezzo di aereo, basta partire con un paio di scarpe da corsa in valigia, i pantaloncini trovi sempre qualcuno che te li presta (grazie Massi!).

colonna sonora: A Foggy Day (In London Town), Ella Fitzgerald e Lous Armstrong

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