Archive for febbraio 2015

disagio_abitativo_MoVenerdì scorso sono stata a Bologna al convegno organizzato dalle cooperative sull’Housing Sociale e Cooperativo, nel quale è stato presentato il report conclusivo di un progetto di ricerca sull’housing sociale e collaborativo curato dal CAIRE di Reggio Emilia.

Da un po’ di tempo, insieme al mio collega Manuel Reverberi, mi occupo di tematiche legate all’abitare e, coincidenza, abbiamo appena chiuso un lavoro a quattro mani su condizione abitativa, fabbisogno di housing sociale e indicazioni di policy per il territorio modenese. Elaborando i dati delle indagini IcesMo, realizzate dal Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche dell’Università di Modena e Reggio Emilia di cui facciamo parte, abbiamo analizzato l’evoluzione delle condizioni economiche e sociali delle famiglie modenesi (sia a livello provinciale che più specificatamente per il comune di Modena) in base alle loro caratteristiche abitative, evidenziando le tipologie familiari più colpite da forme di disagio riconducibili all’abitare e illustrando alcune proposte costruite su esperienze reali che abbiamo osservato in altri contesti e che, con i dovuti aggiustamenti, potrebbero essere replicate nella nostra provincia per intervenire sul disagio abitativo.

Senza entrare nel merito della ricerca del CAIRE, che è stata distribuita al convegno e che spero verrà resa disponibile online dagli organizzatori nei prossimi giorni, ritengo però che in generale uno dei più grossi vincoli alla realizzazione di efficaci politiche per la casa dipenda dal fatto che troppo spesso, quando si parla di fabbisogni abitativi, lo si faccia per frasi fatte, ripetendo dei mantra antichi e a volte superati, senza supportare le tante parole che vengono spese sull’housing da dati robusti e analisi chiare, indispensabili per costruire interventi solidi e pensati per i contesti locali specifici sui quali si vuole intervenire.

Apro una parentesi per chiarire che a mio parere il valore aggiunto di un economista è supportare il proprio pensiero con analisi quantitative. Ciò non vuol dire però parlare difficile, disegnare grafici e scrivere numeri che la maggioranza delle persone non riesce a capire, ma piuttosto fornire a tutti chiavi il più possibile semplici e chiare con cui interpretare la realtà sempre più complessa nella quale viviamo, utilizzando grafici e tabelle per sbrogliare l’intreccio tra fenomeni sociali e dinamiche economiche davanti al quale ci perdiamo tutti i giorni.

Un economista deve cercare, per quanto possibile, di semplificare e non di complicare, di chiarire e non di confondere, e per farlo deve essere in grado di maneggiare correttamente banche dati misteriose e tecniche statistiche complicate. E oltre a tutto questo, deve essere curioso e capace di ascoltare quello che hanno da dire le persone che vivono i fenomeni raccontati dai numeri. Un economista quindi non può rimanere chiuso nel suo studio, ma deve andare a verificare sul campo le dinamiche evidenziate dai dati, perché presentare esperienze concrete e fornire esempi reali, è uno dei modi migliori di dare robustezza e far capire a tutti i numeri, le tabelle e i grafici che corredano ogni analisi economica.

Detto questo, nell’ottica di fare una critica costruttiva al lavoro che è stato presentato venerdì, vorrei fare tre veloci considerazioni sul report del CAIRE: primo mi sembra manchi un collegamento chiaro tra la parte di analisi e quella delle proposte; secondo la ricostruzione del contesto economico e sociale mi parte approssimativa e in alcuni passaggi confusa; terzo le proposte avanzate in merito alla costruzione di una strategia per l’azione cooperativa piuttosto banali e generiche, quando invece avrebbero potuto essere supportate e rafforzate dall’illustrazione di esperienze concrete realmente realizzate.

In ogni caso, per offrire una base utile a costruire nuove traiettorie di sviluppo degli interventi abitativi, provo a delineare, specificatamente per il territorio in cui vivo, un quadro schematico della condizione abitativa delle famiglie modenesi, utilizzando per l’analisi la banca dati dell’indagine IcesMo, che, se sfruttata per le sue potenzialità, consente anche di confrontare la situazione economica e sociale delle famiglie prima della crisi con quello che è successo dopo la crisi.
Ecco quello che emerge in sintesi:

  • in provincia di Modena un quinto delle famiglie abita in affitto;
  • circa la metà delle famiglie giovani vive in affitto;
  • le tipologie familiari tra le quali l’affitto è più diffuso sono le famiglie monogenitoriali, quelle numerose e i single giovani;
  • mentre tra le famiglie italiane l’abitazione in proprietà è largamente dominante (75,1%), tra quelle straniere a prevalere è l’affitto (64,7%);
  • a parità di numerosità familiare, le famiglie in affitto dispongono di spazi molto più ridotti (77mq) di quelle che vivono in una casa di proprietà (114mq);
  • il reddito delle famiglie in affitto è meno della metà di quello delle famiglie proprietarie (22.558 vs 45.954);
  • questa differenza si è ampliata nel tempo, visto che la caduta generalizzata dai redditi dovuta alla crisi è stata molto più forte per le famiglie in affitto che per quelle in proprietà;
  • l’aumento della povertà che si è avuto nel decennio 2002-2011 è dovuto sostanzialmente al peggioramento delle condizioni economiche di chi vive in affitto: nel 2011 tra chi vive in affitto sono povere due persone su tre;
  • considerando le forme di povertà più gravi, l’83,6% degli individui che ne sono colpiti vivono in affitto; tra chi ha una casa di proprietà questa povertà è praticamente inesistente (1,1%), mentre tra chi vive in affitto arriva al 34%;
  • la povertà grave è più che raddoppiata tra il 2002 e il 2011 per chi vive in affitto, passando dal 16% al 34%;
  • per chi vive in affitto è aumentata molto anche l’intensità di povertà, che misura di quanto in percentuale il reddito dei poveri è inferiore alla linea di povertà: l’intensità è passata dal 28,4% del 2002 ad oltre il 40% nel 2011;
  • in ogni caso l’affitto è un indicatore di disagio abitativo non per tutte le famiglie, ma solo per quelle più povere: per il 20% di famiglie più povere l’incidenza dell’affitto sul reddito raggiunge quasi il 60%, mentre per il quintile di famiglie più ricche si ferma al 16,2%. Questo non dipende dai canoni di locazione, che non sono molto differenziati tra ricchi e poveri, ma dalla forbice amplissima che c’è tra i redditi delle famiglie in affitto ricche e di quelle povere;
  • rispetto a prima della crisi, la situazione è letteralmente degenerata per le famiglie povere che vivono in affitto: per fare un esempio, mentre nel 2002 il primo quintile di famiglie in affitto spendeva mediamente per il canone di locazione il 47,9% del proprio reddito, in soli dieci anni questa percentuale è arrivata al 57,2%;
  • il reddito delle famiglie che vivono in un alloggio ERP è ancora più basso di quello delle famiglie in affitto: per le prime il reddito equivalente è di 10.652 euro a fronte dei 19.040 percepiti in media dalle altre famiglie che vivono in affitto;
  • nonostante questo, concentrando l’attenzione sul 20% delle famiglie in affitto più ricche – il cui reddito familiare equivalente è mediamente di 29.828 € – si può osservare che qui si concentra ben il 13,6% dei nuclei che vivono in alloggi ERP;
  • oltre il 50% di alloggi ERP sono occupati da pensionati;
  • un’altra categoria che sperimenta un forte disagio abitativo e un elevato rischio di povertà sono le famiglie che hanno un mutuo pesante sulla casa, che sono il 14,4% di tutte le famiglie che hanno un mutuo: la rata mensile per loro raggiunge i 1.100 euro, con un’incidenza sul reddito del 46,5%;
  • a Modena città le famiglie che vivono in affitto sono sensibilmente di più che in provincia, e precisamente il 26,4. Questa differenza è dovuta in particolare al peso rivestito dalle famiglie più giovani, che in due casi su tre, se abitano in città, vivono in affitto;
  • anche le famiglie numerose e quelle straniere ricorrono molto più frequentemente all’affitto quando risiedono in città;
  • le famiglie in affitto che abitano nel comune di Modena sono più in difficoltà rispetto a quelle che vivono in provincia, come si può vedere dal fatto che il loro reddito è diminuito di più, che in città sono cresciute molto di più e sono oggi più diffuse le forme di povertà estrema, ed infine che, nonostante un affitto leggermentebasso, il 20% delle famiglie più povere che abitano in città sembrano avere un’incidenza superiore alle loro omologhe che vivono in provincia;
  • per concludere: in provincia di Modena è in disagio abitativo – ossia spende per l’affitto più del 30% del proprio reddito – il 44% delle famiglie. Il disagio a Modena città è ancora più marcato, con un 53% delle famiglie in difficoltà a pagare l’affitto;
  • proponendo un canone calmierato – ossia ribassato del 30% rispetto al canone di mercato e cioè per la provincia di Modena di circa 333 euro e per il comune di 364 euro – uscirebbe dalla condizione di disagio oltre il 50% delle famiglie. Si tratta in provincia di Modena di quasi 12mila famiglie, pari a un quinto di tutte le famiglie in affitto, che oggi non trovano un’offerta abitativa per loro sostenibile e che potrebbero beneficiare di una politica di housing specifica: nel 62% dei casi sono famiglie italiane, in particolare unipersonali e famiglie numerose, per il 51,8% residenti a Modena già prima del 2002 e nella metà dei casi di estrazione operaia;
  • la situazione è particolarmente accentuata a Modena città, dove sono concentrate il 44,6% delle famiglie che uscirebbero dalla condizione di disagio a fronte di un affitto calmierato.

Questa analisi per punti è raccontata meglio in un lavoro più lungo e articolato su “condizione abitativa, fabbisogno di housing sociale e indicazioni di policy per il territorio modenese” che potete leggere qui in bozza.
Il paper è volutamente in bozza in quanto, prima di essere pubblicato, ci piacerebbe discuterne insieme a tutti coloro che hanno voglia di darci il loro parere, soprattutto su quello che manca e che bisognerebbe inserire.

colonna sonora: Cosa succede in città, Vasco Rossi

Note:
  1. I dati presentati sono frutto di elaborazioni sulla banca dati IcesMo, relativa all’indagine sulle condizioni economiche e sociali delle famiglie modenesi realizzata dal Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche dell’Università di Modena e Reggio Emilia nel 2002, 2006 e 2011. Quando non diversamente specificato viene fotografata la situazione più recente.
  2. Il reddito di cui si parla, quando non diversamente specificato, è il reddito familiare disponibile, ottenuto sommando tutte le entrate monetarie ricevute dalla famiglia: redditi da lavoro, da capitale, pensioni, trasferimenti assistenziali, ecc. Per le famiglie che vivono in proprietà esso comprende anche il reddito figurativo derivante dall’abitazione.
  3. Il concetto di povertà utilizzato nell’analisi è un concetto di povertà relativa: seguendo il criterio adottato dall’Eurostat si considera povero un individuo se il reddito disponibile equivalente della famiglia a cui appartiene è inferiore al 60% della mediana del reddito disponibile equivalente; per catturare le forme più gravi di povertà viene utilizzata la soglia del 40% della mediana del reddito disponibile equivalente.
  4. Alcune elaborazioni sono state effettuate dividendo la popolazione in cinque gruppi – denominati quintili – in base al loro reddito equivalente: nel primo ci saranno il 20% di famiglie con reddito equivalente più basso, mentre nell’ultimo quintile si trova il 20% di famiglie con reddito equivalente più alto.

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52 settimane all’anno

GambaSteccaMichiIn una settimana può succedere ad esempio:

– che al Terzo una sera spunti un piede da scimmia, fatto da un guanto da sci bianco da donna dimenticato da qualcuno a casa nostra, che questo Terzo sempre imprevedibile ha pensato di infilarsi per gioco in un piedino e che  ha effettivamente trasformato il suo piedino umano in un piede da scimmia, altamente desiderato anche dai suoi fratelli, che nel giro di qualche ora hanno recuperato varie paia di guanti da sci, trasformando i loro piedini in colorati piedi da scimmia, con i quali arrampicarsi dappertutto;

– che al Primo la paura del buio si acuisca e si trasformi in terrore assoluto di andare da solo in bagno anche se è pieno giorno, o anche con le luci accese se è già sera, perché ci può essere un uomo nascosto nella doccia. E che per proteggere i suoi tesori da questo “uomo della doccia” abbia deciso di svitare una placca copri presa e nasconderli dentro la scatolina elettrica;

– che il Secondo sia ansioso di andare alle elementari e voglia imparare a scrivere e a leggere. E che, dopo un pomeriggio passato a giocare con le sillabe di parole come pe-pe, pe-ra, ra-pa, mo-re, re-mo, pe-re, ti lasci un foglietto sul tavolo con disegnato un cuore e con scritto sotto PA-PE-RE e che alla tua richiesta di traduzione, ti spieghi che “ti voglio bene” non aveva ancora imparato a scriverlo, mentre “pa-pe-re” sì;

– che il Terzo esca di casa la mattina tutto intero e torni a casa la sera con due denti in meno, rimasti attaccati al muretto dell’asilo a imperitura memoria che “a correre però vado più veloce io”;

– che il Primo ti dica giusto ieri sera che “a me mi fa schifo leggere e lo vuoi capire che non leggerò mai un libro in tutta la mia vita” e che dopo ventiquattr’ore non riesca a staccare gli occhi dalle pagine con le storie del piccolo Franz, argomentando che “questo libro è bellissimo perché parla di persone vere a cui succedono delle cose normali che possono succedere anche a me”;

. che il Secondo mangi hummus a cucchiaiate, pieghi tutte le sere i suoi vestiti e li sistemi ai piedi del letto, mentre tutto intorno regna il caos più assoluto,  e che l’altro giorno, dopo essere inciampato in una radice mentre tornavamo a casa dall’asilo in monopattino, si sia costruito una stecca per il ginocchio ferito con dei pezzetti di ramo trovati per terra al parco, che poi il Primo gli ha fissato con dello scotch intorno alla gamba, e che con questa stecca ci sia pure andato a letto.

colonna sonora: T’immagini, Vasco Rossi

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