Archive for maggio 2015

IMG_20150514_104328Avevo sentito parlare di borgo Vione come della prima gated community italiana, un posto esclusivo, chiuso da cancelli, con telecamere sul muro di cinta, vigilanza armata e sensori elettronici antintrusione.

Ne avevano scritto, un paio di anni fa, sia Repubblica che il Corriere della Sera e i racconti di quella comunità di super ricchi ossessionata dalla sicurezza e completamente chiusa verso l’esterno mi aveva proprio incuriosito.

Qualche giorno fa sono quindi salita a Basiglio, piccolo comune a 15 chilometri dal centro di Milano, immerso nel parco agricolo sud per andare a vedere di persona questo borgo fortificato risalente all’anno Mille, magnificamente ristrutturato e ripopolato da famiglie di manager con elevate disponibilità economiche, che hanno preso il posto dei monaci cistercensi che lo avevano colonizzato nel 1300 e dei braccianti che a fine Ottocento lavoravano nelle risaie della zona e ci si erano trasferiti a vivere.

Incredibilmente – mi assicura il residence manager, un romagnolo appassionato di basket che da qui in poi chiamerò Claudio Bisio per l’evidente somiglianza con il comico milanese – ho trovato il cancello aperto, ancora più incredibilmente nessun vigilantes mi ha chiesto l’autorizzazione a entrare e nessun allarme è scattato e così ho varcato la soglia di Vione indisturbata, nell’indifferenza più totale del giardiniere che stava potando le rose e della signora delle pulizie che spazzava il lastricato di pietra dietro la casa dei fabbri. Per un quarto d’ora circa, un po’ tesa non lo nascondo, per il timore di essere colta in flagrante, ho passeggiato per il borgo, sbirciando dietro le siepi dei giardini, guardando dentro le vetrate delle case, salutando chi incrociavo; mi sono seduta sulle panchine della piazzetta, ho annusato le essenze nel giardino dei semplici, ho attraversato il ponticello sopra la roggia trasformata in piscina, ho ascoltato la musica che usciva dalla chiesetta, mi sono appuntata i nomi degli edifici e poi sono tornata all’ingresso, dove ho trovato, in portineria, Bisio che mi aspettava e che incredibilmente non mi aveva visto entrare.

Oggi a Vione abitano circa 35 famiglie e tra qualche mese il borgo sarà pronto a accoglierne altre 22; neanche la metà di quelle che potrà ospitare una volta che tutti gli edifici saranno ristrutturati. Quando La Repubblica e Il Corriere hanno fatto i loro reportage, di famiglie in questa vecchia grangia ce ne vivevano solo un paio e parlare di “gated communty” o “comunità chiusa da cancelli” suonava un po’ ridicolo. Anche perché, da quello che ho sperimentato direttamente, il sistema antintrusione qualche falla ce l’ha. E poi Vione non è così inespugnabile come qualcuno vorrebbe far credere: di fianco all’ingresso principale, in una stalla recuperata è stato ricavato un ristorante aperto al pubblico, il vecchio mulino è stato trasformato in biblioteca comunale multimediale, davanti c’è un parco pubblico con un’area giochi per i bambini e durante i tre giorni della festa patronale di Basiglio i cancelli sono sempre aperti.

Dei residenti attuali il 40% è composto da famiglie straniere, in genere le mogli e i figli dei manager di multinazionali, il cui contratto di lavoro comprende, oltre a una super retribuzione, anche la casa. Mentre chiacchiero con Bisio, mi passano di fianco una famiglia peruviana, una ragazza inglese con una bimba nel passeggino, un signore australiano che torna verso casa spingendo un carrello di plastica rossa, ma scopro dalla mia guida che ci sono anche belgi, messicani, portoghesi, spagnoli, russi, tutti in Italia di passaggio e a Vione in affitto. Gil italiani che vivono nel borgo invece la casa se la sono comprata, perché “se uno qui ci entra, difficilmente vorrà tornare ad abitare fuori”. Spinti da un forte bisogno di sicurezza e dalla voglia di vivere in una dimensione comunitaria come quella dei paesi di una volta, gli abitanti di Vione mi vengono descritti come gente aperta, che vive il borgo insieme alle altre famiglie, organizzando aperitivi nella piazzetta dietro la chiesa, feste di compleanno sotto il porticato comune, gente che si ritrova nella piscina ricavata nella vecchia roggia che portava l’acqua al mulino o nel giardino dei semplici, rigoglioso come all’epoca dei monaci cistercensi.

L’architettura stessa del borgo, recintato tutto intorno e articolato all’interno in stradine, cortili, piazzette e giardini, insieme al fatto che non vi possono entrare automobili, sembrano facilitare gli incontri, stimolare la socializzazione, creare occasioni di vita comune. Molto grazie ai bambini, che, come un tempo, sono il perno intorno al quale si costruiscono nuove relazioni, molto anche grazie agli spazi comuni che sono stati pian piano inseriti nel borgo: l’area barbecue, quella con i giochi per i più piccoli, il portico con biliardino e ping pong, il deposito per le biciclette, la piscina e gli spazi verdi, e, al chiuso, una sala in cui chiacchierare o guardare un film, il giardino d’inverno, la palestra e l’area welness, la lavanderia con lavatrici e asciugatrici condominiali e il salone dove si organizzano feste e mostre.

Oltre agli spazi comuni, gli abitanti di Vione hanno a disposizione anche una serie di servizi collettivi, compresi nelle spese condominiali che ammontano a 20 euro al metro quadro all’anno, molto inferiori a quelle della vicina Milano 3, ma anche di molti condomini tradizionali: non solo manutenzione del verde e pulizia degli spazi comuni – che richiedono una squadra di cinque manutentori – ma c’è anche il wi-fi libero, un deposito con scaffalature e frigorifero dove viene stivata la spesa che gli abitanti si possono far consegnare a domicilio tutte le mattine dal forno e minimarket di Basiglio, un portiere sempre a disposizione, vending machine da usare quando il ristorante è chiuso, la colonnina per ricaricare le auto elettriche; perché “le famiglie di Vione hanno bisogno di tanti comfort e si aspettano una qualità della vita diversa da quella di chi abita in città”, mi dice Claudio Bisio.

Tutto questo spinge gli abitanti a uscire dalla propria casa e a vivere nel borgo, “inseguendo un’idea – continua Bisio – di famiglia allargata”, secondo la quale alle feste di compleanno si invitano tutti i bambini della comunità e le sere d’estate ci si ritrova a chiacchierare con i vicini sulle sdraio davanti a casa. E mentre da Milano il fine settimana la gente scappa, a Vione arrivano gli amici proprio il sabato e la domenica e il borgo si riempie.

Qui in maniera spontanea le famiglie hanno organizzato una rete informale di mutuo aiuto, ad esempio supportandosi a vicenda negli spostamenti, o, in situazioni di emergenza, aiutando chi è in difficoltà, come quando due ragazzine sono rimaste a casa da sole un mese mentre la mamma era in ospedale e il papà all’estero e i vicini si sono attivati per portare loro la spesa, accompagnarle a scuola, invitarle a cena. Con whatsapp come tecnologia facilitante per attivare esperienze di sharing, in una logica di community che trascende Vione e sta trasformando le nostre abitudini relazionali.

La comunità fortificata di Vione si sente protetta dalle telecamere sparse dappertutto (solo nell’ufficio di Bisio ci sono ventuno schermi che trasmettono le immagini in diretta del borgo) e dalle mura di cinta, i genitori lasciano scorazzare i bambini liberamente e le porte delle case sono sempre aperte, in un ambiente dove, accanto al recupero storico si è puntato anche sul recupero di un modo di vivere del passato, ancorato a quell’idea di autosufficienza sulla quale i monaci cistercensi avevano costruito il loro modello abitativo. Di allora, oggi rimangono i nomi degli edifici – la casa dei falegnami, la corte degli orti, il cascinetto del lavatorio, il cortiletto dell’arsenale, la casa dei carpentieri, il portico della ghiacciaia – ma al posto dei monaci qui vivono manager sempre in giro per il mondo, che lasciano nel borgo le loro famiglie, in una sorta di limbo sospeso tra un sogno arcadico e la tangenziale sud di Milano. Il rischio, soprattutto per i bambini, che quando non sono dentro le mura sono portati da una navetta nella vicina scuola americana, è di vivere come in una di quelle palle di vetro con dentro le casette e la neve finta, senza però saperlo. La speranza è che il vetro non si rompa mai e che The Truman Show non finisca mai.

D’altra parte lascio Vione con il dubbio che qualcosa di più profondo abbia contagiato queste famiglie, e che il loro modo di abitare sia realmente più comunitario rispetto a quello di tante esperienze di social housing in cui la disponibilità a impegnarsi per costruire una comunità di residenti non è naturale ma viene fatta sottoscrivere in un contratto ufficiale da chi promuove l’intervento. Per fugarlo, questo dubbio, devo parlare con i residenti, ma questa è un’altra puntata della storia.

colonna sonora: The Show Must Go On, Queen 

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la_casa_che_resiste_via_forze_armate_miDa qualche mese ho iniziato una ricerca sul tema dell’abitare collaborativo – ossia su quei modelli abitativi che incentivano lo sviluppo di comunità di residenti, promuovono servizi collettivi e investono in spazi comuni – e sull’impatto sociale che questi modelli generano.
Mi piacerebbe coinvolgere diverse esperienze e interventi residenziali in tutta Italia, per costruire una geografia dell’abitare collaborativo nel nostro Paese.
Ho preparato un questionario che si può compilare online a questo link.
Grazie in anticipo a tutti coloro che vorranno darmi una mano, compilando il questionario direttamente o diffondendolo tra i propri vicini, amici e conoscenti che vivono in contesti abitativi community-oriented.

Colonna sonora: La libertà, Giorgio Gaber

Nota: La foto, intitolata La casa che resiste, è stata scattata in via delle Forze Armate a Milano da Luca, che ringrazio anche per aver collaborato alla ricerca.

PS: Questa ricerca rientra nel mio progetto di dottorato in Economia dell’abitare, che svolgo presso il Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Chi volesse maggiori informazioni può contattarmi all’indirizzo e-mail: sittons@gmail.com
PSS: i dati raccolti nell’ambito di questa ricerca sono tutelati dal segreto statistico e sottoposti alle regole stabilite, a tutela della riservatezza, dal Regolamento CE n.322/97, dalla legge n.675/96 e successive modifiche e integrazioni. Essi potranno essere comunicati soltanto in forma aggregata, secondo modalità che rendano non identificabili gli interessati e utilizzati solo per scopi statistici, in base a quanto stabilito dall’art.9 del d.lgs. n.322/89 e successive modifiche e integrazioni.

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IMG_20150510_115649Pedalo tra capannoni industriali, mi perdo negli svincoli ramificati, tra un Decathlon e un Unieuro, passo di fianco alle roulotte dei giostrai, ai lati della strada l’erba è alta, dalle facce gli unici che si vedono in giro sono stranieri che camminano con le borse della spesa anche se è domenica mattina.

Nella mappa di Milano che mi ha regalato mio fratello, Cinisello Balsamo non c’è e il parco Nord è tagliato a metà, così mi ci perdo dentro. Fa strano pedalare in mezzo a una specie di bosco, tra la gente che corre e le famiglie che preparano i picnic quando fino a qualche centinaio di metri prima dovevi fare attenzione a non ritrovarti con la bicicletta catapultato in una qualche tangenziale, mimetizzata tra i palazzoni e i benzinai.

Una signora indiana, con turbante fiorato, mi dà indicazioni per raggiungere il passaggio pedonale che scavalca l’autostrada, di là la presenza umana si fa ancora più rarefatta, sparisce il commercio, dominano le fabbriche, non si capisce se deserte perché è domenica o perché le industrie non ci sono più. Sono nella periferia est di Cinisello, dove la destinazione d’uso residenziale non sembra contemplata. Le uniche forme abitative che riconosco sono liquide e precarie: prima il campo degli zingari e a fianco il Brodolini, una struttura di housing sociale temporaneo che è anche il motivo per cui mi sono spinta fin qui.

Parcheggio la bicicletta e mi avvicino con poche aspettative a quella specie di prefabbricato che si intravede dalla cancellata esterna. Cerco Armando, uno dei ragazzi che vive lì, negli appartamenti destinati alle famiglie consapevoli. Il progetto sulla carta è interessante: in un edificio del Comune, tra anni fa La Cordata, la cooperativa sociale che gestisce il progetto, ha avviato un’esperienza di abitare temporaneo che mette insieme giovani precari, coppie in cerca di una prima autonomia abitativa, mamme sole con bambini, padri separati che non sanno dove andare, qualche profugo in attesa di asilo politico e altra gente di passaggio, dagli insegnanti del Sud che hanno avuto qui il loro incarico annuale a operai che lavorano nei tanti cantieri edili della zona.

La struttura dall’interno sembra una rivisitazione moderna di un convento cinquecentesco, organizzata in due specie di chiostri collegati tra loro e circondati da un portico su cui si affacciano gli appartamenti delle famiglie consapevoli, le camere degli ospiti e gli spazi comuni, dove avviene la vita sociale. Le corti sono ricoperte di prato e vari alberelli, il verde si allunga sotto il portico dove trovano spazio vasi di fiori e esperimenti arborei, sul retro c’è l’orto collettivo, in parte gestito dagli abitanti di Brodolini, in parte dal gruppo dei gastronauti di Cinisello.

Seguo Armando, orecchino e magietta a righe, che mi accompagna a vedere la cucina comune dove una sera a settimana c’è anche il cineforum, la lavanderia e le camere che si susseguono sotto il portico. Davanti all’ingresso, tra una pianta di rose e un germoglio di acacia, c’è chi ha messo una vecchia poltrona, chi un tavolino e chi anche solo una sedia; tutto intorno si respira un’atmosfera di quotidianità allargata, che esce dalle mura di casa e si estende sotto il portico, nel prato, fino all’orto, una quotidianità fatta di cene insieme, grigliate in giardino, lavori nell’orto, chiacchiere sulle sedie davanti alla porta di casa, proprio come facevano i nostri nonni che dopo cena tiravano fuori la sedia di cucina per ritrovarsi con i vicini.

Una laurea in architettura e una famiglia in Venezuela, Armando vive a Brodolini da tre anni, e tra un anno ancora dovrà lasciare il suo appartamento, che condivide con Fulvio, arrivato con il progetto dedicato ai padri separati. Oltre a loro, negli appartamenti per le famiglie consapevoli ci sono Matteo e Sara, usciti da casa dei genitori per costruirsi una vita insieme, Alessandro e il suo coinquilino Simone che ha perso il lavoro un mese dopo essere arrivato qui, Franca, Mel e il loro piccolo Malko, che a Brodolini c’è nato. Tranne Armando, amico di amici, gli altri ragazzi si conoscevano già, cresciuti tutti a Cinisello e impagnati chi in politica chi in una delle tante associazioni del territorio. La Cordata li ha scelti per sperimentare una nuova formula di housing, con la quale provare a rispondere al bisogno abitativo in particolare dei giovani che non riescono a pagare un affitto di mercato, ma che, oltre a offrire un alloggio, vuole costruire relazioni tra gli abitanti, con gli ospiti temporanei, con quelli in disagio sociale e con chi abita fuori.

Il risultato palpabile è un’opera di contaminazione degli abitanti, che parte dalle porte di casa sempre aperte, che cresce con i pranzi e le cene insieme, che invade il quartiere, lo coinvolge nell’orto e lo stimola al confronto e all’apertura. E a proposito di apertura, questa domenica la Cordata ha organizzato un open day, per far conoscere la loro esperienza e cercare nuove persone che prendano il posto dei giovani/famiglie consapevoli che dovranno lasciare Brodolini il prossimo anno. Per sciogliere il clima è stato organizzato un pranzo collettivo in giardino, ognuno ha cucinato qualcosa, molti ingredienti vengono direttamente dall’orto, e ci si è ritrovati come al solito intorno a un tavolo: c’erano le famiglie consapevoli, alcuni ospiti temporanei, altre persone che sono passate dal Brodolini ma che adesso non ci abitano più, molti ragazzi di Cinisello, i gastronauti. Sotto un sole andalusiano, tra un cucchiaio di couscous e un sorso di vino gli abitanti hanno raccontato le loro storie, mentre i bambini giocavano sul prato e le mandibole lavoravano alacremente.

Prima di ripartire, Simone mi invita a prendere il caffè in casa sua, dall’altra parte del chiostro, un bel appartamento con una stampa di Bansky appesa sulla parete dietro il divano. Il tipo di arredamento mi ricorda un loft newyorkese, ma mi basta entrare nella cucina di Armando per ritrovare un’atmosfera più latina. Quando i ragazzi sono entrati gli appartamenti li hanno trovati mezzi sfasciati, così ognuno se l’è risistemato secondo il proprio gusto e adesso il risultato è davvero notevole.
Mi guardo intorno e penso che questo sarebbe un posto adatto anche per girare una serie tv, torno verso la mia bicicletta, penso che questa di Brodolini è un’esperienza davvero interessante, capace di sostenersi economicamente e di sviluppare comunità. Peculiarità e limite allo stesso tempo è la temporaneità dell’esperienza abitativa, che da un lato assicura ricambio e offre nuove opportunità, dall’altro però disperde le relazioni costruite nei tre anni di permanenza e rende difficile costruire un senso di appartenenza al luogo, cosa di cui questa parte di città persa tra i capannoni ha sicuramente bisogno.

colonna sonora: Innamorati a Milano, Ornella Vanoni 

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