Archive for giugno 2015

Ci sono sere in cui il più grande si addormenta seduto, con le mani incrociate dietro la nuca, mentre gli altri due, sdraiati a letto, chiacchierano sottovoce. Il più piccolo abbraccia stretto un panda di morbido pelusche, alto circa la metà di lui; il mezzano divide il lenzuolo con un maiale rosa, anch’esso di peluche, ma un peluche sottile, sotto il cui strato dev’esserci una specie di armatura rigida, che rende il maiale difficile da prendere in braccio, anche perché al mezzano non basta un abbraccio per chiudergli un cerchio intorno. Il panda sembra un vero panda, il maiale invece è una palla semitonda di circa quaranta centimetri di diametro, con le orecchie e la coda, e non assomiglia per niente a un maiale vero.

IMG_20150623_235159Sento un bisbiglio dolce, di voci di bimbi, sdraiati vicini, dalla mia camera non distinguo quello che dicono, mi alzo senza far rumore, mi avvicino silenziosa alla loro porta e faccio quello che non bisognerebbe fare: origlio. Perché per me l’unico modo per rivivere quella lontana melodia sonora di corde vocali ancora piuttosto nuove è ricordarmi le parole che gli fluivano in mezzo.

Sento il mezzano che dice al più piccolo: “Quanti anni ha il tuo?”
“Zero”, la risposta.
“Ha dei mesi allora”
“Si, quattro. E il tuo maiale?”
“Quasi dieci anni”, fa il mezzano, mentre rimbocca le coperte al suo amico rosa. “Tra poco compie dieci anni ma si chiama ancora Piccolo, come quando era piccolo” continua.
“Anche il mio si chiama Piccolo”. Figurarsi se poteva chiamarsi diverso; il più piccolo (dei miei figli, non dei loro animali), per imitare il mezzano, farebbe qualsiasi cosa, anche cavarsi un dente contro un cancello quando al fratello hanno iniziato a cadere i denti da latte, “così ho anch’io il buco uguale a Michi” mi ha detto quando ha smesso di sputare sangue.

“Il mio Piccolo l’ho trovato vicino a un porcile, abbandonato” incalza il mezzano con la voce rotta dall’emozione, per il ricordo di quel momento drammatico. “Forse pioveva, ma non sono sicuro. Però era tutto sporco di fango, non so se fosse perché pioveva o perché ai maiali il fango addosso gli piace, non mi ricordo bene. Mi ricordo solo che l’ho preso in braccio e era molto ciccione e mi ha sporcato di fango la maglia. La cosa che mi piace di più di Piccolo è il suo profumo di maiale”.

“Il mio pandino è senza odore” sentenzia il più piccolo.
Il mezzano borbotta qualcosa, quell’assenza di odore lo turba e infatti commenta “L’odore è come il naso, ce l’hanno tutti”. Poi cambia argomento, forse per controllare di persona. “Posso tenerlo in braccio?”
“Certo – risponde il mezzano – a Piccolo pandino gli piacciono le coccole”.

Il mezzano prende il panda di peluche e se lo appoggia sulla pancia, la fronte pelosa gli solletica il mento. “Il tuo pandino ha la fronte bagnata” dice.
“Perché gli ho dato i baci”
“Con la bocca?”
“Sì, con la bocca si danno i baci per vedere se hai la febbre”
“Ha la febbre?
“Sì”
“Quanta febbre?”
“Sette quattro”
“Cavolo, sette quattro, è molta febbre”
“Quanta?”
“Non lo so”

Alcune parole mi sfuggono, capisco il senso, ma non è abbastanza: dei bambini sono belle le parole una dopo l’altra. Così appoggio l’orecchio ancora più vicino, perdo l’equilibrio e cado contro la porta, che si spalanca. I bimbi smettono di bisbigliare, il più grande è ancora seduto con le mani dietro la nuca, ma adesso russa sommessamente. Faccio finta di essere entrata per vedere se dormivano, il più piccolo e il mezzano mi reclamano a letto con loro, accetto l’invito con la coda di paglia per l’iniziativa di spionaggio. Mi metto di fianco a loro, i due riprendono il discorso, sempre a voce bassa.

Il mezzano mi coinvolge subito: “Mamma, quanto è sette e quattro?”
“Sette più quattro fa undici” gli rispondo.
“Ha undici il tuo Piccolo” sintetizza il mezzano, girandosi verso il fratello proprietario del panda.

Prima che i due inizino a parlare della imminente morte del panda, li porto su un altro discorso: “Dove lo hai trovato il tuo panda, figlio piccolo?”
“Vicino a una foresta in Africa, abbandonato e forse bagnato”. La versione esotica del ritrovamento del maiale origliata poco prima da dietro la porta, adattata al panda, mi sembra geniale. A fatica mi trattengo dal ridere.
Provo a problematizzare il racconto “Un panda in Africa? Sei sicuro?”
“Ma non ti ricordi mamma?! Quando l’anno scorso siamo andati in Africa in macchina?
“Mica tanto – faccio io – ma sei sicuro? Guidavo io?”
“No mamma. Guidava il papà. Tu non sai guidare”.

colonna sonora: Dalla parte del toro, Caparezza

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IMG_20150612_101458La scorsa settimana ero a Venezia, alla conferenza nazionale della Società Italiana degli Urbanisti.

Ho partecipato, insieme a qualche altro economista, a un paio di sociologi e a un’antropologa, ai lavori dell’atelier tematico su casa e abitare, dominato da architetti, ingegneri e urbanisti.

Il tema, a mio parere, è molto pop, nel senso che l’essere umano in generale ha una curiosità innata per i luoghi dove vivono i suoi simili, anche perché studiare il modo di abitare di una persona dà informazioni su tantissime caratteristiche di quella persona, che escono dalla casa in sè e invadono la sua vita personale, sociale, lavorativa, condizionano le sue abitudini, preferenze e scelte, allargano la visuale alla famiglia, al quartiere, al paese in cui uno abita.

Il fatto che abitare e vivere in molte situazioni funzionino bene come sinonimi sottende la molteplicità di significati racchiusi dentro la parola casa, evidenziando come la casa sia un contenitore rappresentativo di chi ci vive, ma anche molto più complesso di quello che il modello “cucina-camera da letto-bagno” farebbero pensare.

Per tutte queste dinamiche, parlare di casa e di abitare è sempre interessante, ma anche molto ingarbugliato, sia che si stia sfogliando un catalogo Ikea, sia che si stia discutendo intorno a un tavolo di studiosi e accademici.

Dell’atelier mi porto a casa la varietà dei temi affrontati e la ricchezza dei punti di vista, appuntati a matita sulla cartellina con il programma della conferenza e, quando lo spazio bianco è finito, sul retro della mappa turistica di Venezia.

Riscrivo gli appunti in ordine sparso qui sotto – per ogni questione una parola chiave, un paio di righe di spiegazione e qualche domanda aperta – affidandoli alla rete perché sicuramente l’originale su carta lo perderò in fretta e perché, aprendo un dibattito online, mi interesserebbe conoscere anche cosa hanno scritto sulle loro cartelline bianche i miei compagni di atelier.

Pluralizzazione

Dai paper presentati emerge una pluralizzazione spinta di ogni aspetto dell’abitare, dalle domande alle soluzioni proposte, dagli attori in gioco al modo di concepire il pubblico, dai modelli gestionali alle dimensioni degli interventi e agli spazi considerati.

Questo porta a una visione ipermolecolare della società che rende sempre più difficile dare una lettura unitaria alle pratiche variegate di abitare e coabitare e alle prove di innovazione sociale connesse all’abitare che si moltiplicano anche nel nostro Paese.

Come ricondurre all’unità i fenomeni di pluralizzazione in atto?

Compromesso

Una delle questioni rimaste senza risposta è provare a capire dove si incontrano le esperienze di housing innovativo promosse dal basso con le iniziative top-down gestite dal pubblico. Da un lato infatti c’è il pericolo di imbrigliare nei lacci&lacciuoli delle istituzioni pratiche spontanee, dall’altro c’è l’esigenza di replicare e diffondere sul territorio i modelli più riusciti, che oggi rimangono poco di più che interessanti eccezioni da studiare a fini accademici.

Le innovazioni per potersi diffondere hanno bisogno di essere tradite, ma il tradimento seppur necessario, deve essere audace. Le istituzioni, per loro stessa natura lentissime ad adattarsi ai cambiamenti della società, quando si muovono troppo spesso lo fanno con il freno a mano tirato, e allora tanto vale non muoversi.

Dove far incontrare pratiche di innovazione bottom up e livello istituzionale?

Mancanza

Manca una visione politica strategica sul tema della casa.
Il pubblico ha la responsabilità della regia, anche se non ha i soldi. La casa infatti è una delle aree dove si concentrano e si consolidano le disuguaglianze e dietro la casa c’è un interesse pubblico generale da tutelare.

Come può il pubblico ritornare ad avere un ruolo attivo in tema di politiche per l’abitare? Come difendere le caratteristiche di bene comune dell’abitabilità?

Questione locale

La questione abitativa è un tema locale, che va quindi analizzato e affrontato a livello locale.

Per analizzarlo serve una politica del dato, su cui costruire la base di conoscenza che oggi manca. Per affrontarlo serve una rete di attori locali, con competenze diverse e un forte radicamento sul territorio.

Come scegliere e organizzare le fonti dei dati? Come costruire una filiera dell’abitare locale?

Lessico

Le politiche si fanno anche con le parole. Attenzione al lessico quindi!
Il lessico dell’abitare va costruito insieme agli abitanti, ascoltando innanzitutto i loro bisogni e desideri.

Quali implicazioni ha avuto il passaggio anche terminologico da edilizia residenziale pubblica a edilizia residenziale sociale? E l’ingresso nel lessico pubblico di termini di financial literacy?

Valutazione

Per migliorare le politiche pubbliche bisogna prendere l’abitudine di valutare gli interventi già realizzati. E non ripetere politiche già sperimentate, sperando che questa volta diano risultati diversi.

Come misurare il ritorno dell’investimento dell’abitare? Quale nesso c’è tra coesione sociale e sostenibilità finanziaria?

Interdisciplinarietà

L’integrazione non deve riguardare solo le politiche, ma anche le discipline. L’abitare non è né mio né tuo, è plurale e in quanto tale urbanistica, architettura, sociologia, ingegneria ed economia devono dialogare insieme, mescolando saperi e strumenti.

Come costruire sinergie tra ricercatori? Come innovare i linguaggi?

Abitare e coabitare

Cercando di dare risposta ai bisogni abitativi, bisogna costruire politiche che escano dalla casa e coinvolgano il quartiere, perché il mix sociale non si fa tanto con l’housing sociale quanto con politiche urbane più allargate, capaci di integrare il recupero fisico con meccanismi di coesione sociale.

Come assicurare il diritto delle persone alla qualità della vita quotidiana? Come avviare percorsi che ricostruiscano un senso condiviso di casa come bene pubblico? Fin dove arriva la dimensione reale dell’abitare? Quanto la casa incide sulla creazione di comunità e capitale sociale?

colonna sonora: Guns of Brixton, The Clash 

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Youth

IMG-20150608-WA0000Attraversiamo il centro semideserto passeggiando tranquilli per mano e arriviamo davanti al cinema con dieci minuti di anticipo.
Davanti all’ingresso c’è un cartello rosso con scritto in stampatello bianco “chiuso martedì e mercoledì”. Io faccio mente locale e focalizzo che oggi è lunedì, tutto a posto quindi.
La voce del signore con gli occhiali che sta seduto dentro il gabbiotto della biglietteria oltrepassa le porte a vetro e esce fuori, la sentiamo un po’ ovattata che ci dice lapidaria: “È chiuso”. Il nostro sguardo smarrito – saranno sei anni che non usciamo da soli per andare al cinema – gli strappa qualche parola in più: “Gli spettacoli sono iniziati alle nove”. Punto.
“Come alle nove? C’era scritto alle nove e mezzo”
“Alle nove e mezzo la domenica, oggi iniziavano alle nove”. Pausa. Dalla nostra parte del vetro silenzio.
“Cosa volevate vedere’” riprende dopo un po’ l’uomo dietro il vetro, sempre seduto in biglietteria.
“Youth”.
“Tornate giovedì allora, sta su ancora una settimana” dice lui.
“Ma giovedì ritornano anche i bambini” dico tra i denti, sconsolata per quello spiacevole imprevisto.
Ce ne stiamo già andando, con gli occhi stretti e le spalle un po’ curve voltate verso l’ingresso del cinema, che la voce ovattata riprende: “La porta in fondo, è aperta, entrate dalla porta in fondo”.
Ci fermiamo senza capire bene se la voce dice a noi. “È iniziato da venti minuti – continua più squillante – andate a vedere quello che resta”. Ancora pausa.
Torniamo di nuovo sui nostri passi e entriamo dalla porta vetrata in fondo. Facciamo per avvicinarci alla biglietteria, la voce però sembra non vederci e imperturbabile continua: “Salite le scale, poi in cima a destra”.
“Il biglietto..” balbetto stordita. “È chiuso signora, la cassiera è già andata a casa, le scale sono lì, andate a sedervi”. Saliamo le scale con la voce dell’uomo che ci spinge alla spalle come volesse farci andare più in fretta. “È iniziato da venti minuti, sbrigatevi”.
In sala è buio, sullo schermo un signore con gli occhiali dirige un’orchestra di mucche al pascolo.
Chissà cosa sarà successo nei primi venti minuti – mi chiedo – mentre noi passeggiavamo tranquilli per mano in Piazza Grande.

colonna sonora: Just (after song of songs), David Lang

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