Archive for luglio 2015

IMG_20150722_071704A Bologna fa un caldo africano. Guido con i finestrini completamente abbassati. Ho l’aria condizionata rotta e sulla maglietta la striscia di sudore della cintura di sicurezza.
Arrivo al cancello alle due, il sole si riflette sulle pareti a specchio della nuova sede del Comune, sbatte contro lo specchietto retrovisore e mi arriva dritto negli occhi.
Le sbarre di acciaio verticali del portone si aprono, sale anche la sbarra di sicurezza, un cinquantenne cinese in canottiera e sandali di plastica si alza dalla sedia su cui era seduto e si avvicina allo sportello. “Devo salire da Maria – dico con il cellulare in mano– le ho appena telefonato”. Scuote la testa. Si avvicina un altro cinese, qualche anno più giovane e molto più magro, con un paio di pantaloni color cachi che sembrano quelli che si usano nel deserto, dice qualcosa al compagno in cinese. “Non si può entrare” mi fa con il tipico timbro di voce orientale. “Ho un appuntamento, sono un’amica di Maria, le ho telefonato” insisto, sempre con il cellulare in mano. “Dille di scendere a prenderti, noi non possiamo farti passare” continua. Spengo il motore, chiamo Maria e rimango in macchina ad aspettare che arrivi. Dopo pochi minuti me la vedo davanti, mi fa cenno con la mano di entrare mentre il fumo della sigaretta si disperde nell’aria umida. I cinesi si rimettono a sedere, non mi dicono più niente. Parcheggio in fondo al cortile, uno spiazzo gigante di porfido con qualche aiuola verde su cui si affaccia l’edificio a ferro di cavallo che ospitava il call center della Telecom.
Quando sono stata a Borgo Vione, conosciuta per essere la prima gated community d’Italia, nascosta dietro spessi muri di cinta, protetta da cancelli invalicabili e difesa da un sistema avveniristico di sorveglianza ero riuscita a entrare indisturbata, senza che nessuno mi chiedesse niente (chissà cosa direbbero se lo sapessero i residenti, che a vivere a Borgo Vione ci sono venuti proprio per la garanzia di sicurezza e protezione venduta insieme alle case!). All’ex Telecom invece non sono riuscita a eludere il “posto di blocco” in nessun modo, “merito delle guardie cinesi, se non avessero gli occhi a mandorla diresti che sono tedesche, a giudicare dal loro livello di intransigenza”, mi spiega Luca che è stato uno dei promotori dell’occupazione e adesso qui vive.

Da quando ha chiuso, una decina di anni fa, lo hanno riaperto una volta sola per pochi giorni qualche anno fa, forse quelli del fondo immobiliare tedesco che ha comprato l’edificio, per una convention, e poi a dicembre lo hanno occupato i ragazzi del collettivo Social Log insieme a ottantasette famiglie con più di cento bambini, due terzi dei quali stranieri.
È un’occupazione meticcia quella dell’ex Telecom, partita a inizio dicembre per rispondere a situazioni estreme di emergenza abitativa – ancora oggi più diffuse tra le famiglie straniere, alle quali spesso manca la rete familiare o amicale a cui possono attaccarsi gli italiani in momenti di difficoltà – e che si sta trasformando anche in un esperimento riuscito di integrazione sociale e costruzione di comunità, capace di uscire dai cancelli dell’edificio e di attivare meccanismi di solidarietà di quartiere, come è avvenuto ad esempio per l’allestimento della ludoteca per i bambini, che ha impegnato le famiglie della zona nella raccolta di giocattoli e libri usati, o come accade circa una volta alla settimana quando fa tappa in via Fioravanti 27 un camion del mercato ortofrutticolo di Bologna, che scarica la frutta e la verdura in esubero, dando un aiuto concreto a chi può permettersi a fatica di fare la spesa al supermercato.
Nonostante l’occupazione sia stata organizzata nei dettagli dal collettivo Social Log, che si batte per il diritto alla casa e gestisce in città anche uno sportello antisfratto, all’interno non c’è una struttura gerarchica, ma le decisioni vengono prese in maniera collegiale in assemblea, convocata due volte a settimana nell’ex auditorium del complesso direzionale, ancora allestito come se il cda di Telecom fosse stato ieri. Partecipare all’assemblea è tra le regole che devono essere rispettate da tutti gli occupanti, così come non applicare nessun tipo di discriminazione. Una prova dura per le famiglie patriarcali più tradizionaliste che devono adeguarsi a un modello di convivenza dove diritti e doveri sono ripartiti in maniera uguale tra uomini e donne, sia che si tratti di votare in assemblea che di impegnarsi nei turni di pulizie o in quelli di guardia.
Per evitare visite spiacevoli, in primis da parte delle forze dell’ordine, l’entrata è infatti sempre presidiata da due occupanti che si turnano ogni tre ore, giorno e notte, e controllano gli accessi. Contro gli sgomberi è stato messo a punto anche un piano ad hoc, in base al quale ognuno sa cosa deve fare in caso di emergenza: al suono di un allarme c’è chi si barrica in casa, chi sale sul tetto, chi tira fuori gli striscioni. In ogni caso, seppure chi vive qui è consapevole di essere in una situazione precaria, ma il fatto che il Comune non sia in grado di trovare una sistemazione anche temporanea per le tante famiglie con bambini allontana un po’ il timore di essere cacciati, anche perché il proprietario dello stabile per ora non ha avanzato richieste in tal senso. Anzi, potrebbe pure essere che il fondo immobiliare stia pagando anche le utenze, che gli occupanti non hanno potuto intestarsi per quanto è previsto dal piano casa di Lupi, dove si dice che chi occupa non può avere la residenza, un provvedimento che toglie a persone già in grave difficoltà anche diritti fondamentali quali il diritto alla salute, allo studio, ma anche la possibilità di accedere a una casa popolare o di ricevere una pensione, così come di richiedere gli allacciamenti ad acqua, luce e gas.
Se da un lato il Governo sembra affrontare l’emergenza abitativa confinando le persone che occupano in un limbo sociale da cui è impossibile uscire, Social Log cerca al contrario di restituire loro una vita più o meno normale: innanzitutto trovando una soluzione al problema della casa – molto belli e accoglienti gli spazi abitativi ricavati nei vecchi uffici Telecom, grazie al lavoro di autorecupero realizzato dagli occupanti, in prima linea idraulici, elettricisti e manovali ricchi di competenze ma senza più lavoro che hanno spostato le pareti mobili, riorganizzato gli spazi, ricavato le docce nei bagni (uno per famiglia, esterno all’appartamento) – ma anche ricostruendo un tessuto sociale fatto di relazioni di vicinato, mutuo aiuto, condivisione e rapporti umani: e quindi il doposcuola due volte alla settimana, organizzato da una maestra precaria che vive nell’occupazione, la ludoteca per i bambini, il corso di cucina meticcia, l’allestimento collettivo dei locali dove c’era la mensa per festeggiare un matrimonio tra due occupanti, il cinema all’aperto su un grandissimo lenzuolo appeso fuori dalle finestre del secondo piano, le grigliate in terrazzo, le cene in cortile, la palestra di pugilato al piano interrato, le assemblee periodiche, le marce collettive per il diritto alla casa.

Guai mai però a far passare come tutto facile e bello quello che invece è un contesto abitativo estremo e precario, attenzione a non offuscare dietro alla rete di mutuo aiuto che si è costruita qui dentro le situazioni di emergenza vera vissute da queste famiglie, che richiederebbero soluzioni pubbliche strutturali e non interventi eccezionali di occupazione abusiva. Non si può far finta di non sapere che all’ex Telecom vive ad esempio una coppia italo tunisina che dopo lo sfratto, prima di occupare, ha vissuto con i suoi tre figli piccoli per mesi in tenda nel giardinetto di un’amica, ma anche Mohamed che a Bologna faceva le mortadelle e che quando il suo padrone lo ha licenziato, è andato a abitare nel capanno dei maiali, dove è nato suo figlio, o ancora Luciano, bolognese doc che ha perso il lavoro con la crisi e si è trovato per strada con la famiglia.

Appena scendo dalla macchina dopo aver parcheggiato mi si avvicinano cinque o sei bambini con dei bicchieri in mano, mi chiedono come mi chiamo, che lavoro faccio, se ho dei figli e se voglio fare la battaglia d’acqua con loro. Uno mi racconta che dovrebbe andare in prima media e invece deve ripetere la quinta perché l’anno scorso i suoi genitori erano tornati a vivere in Tunisia e lì lo hanno bocciato perché lui il tunisino non lo parla e l’arabo non lo sa scrivere, visto che è nato e ha sempre abitato in Italia. Un altro mi chiede dove abito, gli dico a Modena, lui mi dice qui, e alza gli occhi indicandomi le tende colorate alle finestre. Mi invita a prendere il tè con la menta a casa sua, “però dopo il tramonto – mi dice – che prima facciamo il Ramadan”. Aveva gli occhi immensamente neri e una maglietta rossa a maniche corte, davanti questa scritta “AN ELEGAN STATE OF MIND”.

colonna sonora: Il battagliero, Tienno Pattacini
PS: Grazie a Glauco per il consiglio musicale.

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Schermata 2015-07-21 alle 10.47.14Una cavalla bianca si muove lenta sull’erba ingiallita dal caldo. Non ci sono più gli alberi di amarene a delimitare il suo recinto. Quest’inverno è nevicato molto e li hanno tagliati perché la neve aveva spezzato i rami.
Un giovane puledro con le gambe lunghissime che sembrano partirgli dalla schiena si avvicina leggero alla madre e si abbassa per succhiare un po’ di latte.
Poco più sotto c’è Dafne, un cane bulldog. I suoi padroni non li ho mai visti, ma esistono, perché nel giardino c’è un’altalena e ogni tanto le persiane di una finestra sono aperte. Tutte le volte che passiamo si avvicina scodinzolando e schiaccia il suo corpo contro la ringhiera del cancello per farsi accarezzare. I miei bambini le parlano come se fosse una persona e a lei questo piace.

La strada per arrivare al forno è ripida, ci si mette meno della metà del tempo a scendere rispetto a tornare a casa. Ci fermiamo sempre al ritorno a parlare con Dafne, a dare da mangiare ai cavalli o a cercare qualche rospo schiacciato sul bordo della strada, per riprendere fiato.
Il caldo ti ammazza e fermarsi qualche minuto aiuta a ripartire. Al forno ci andiamo a prendere il pane prima di pranzo, e il sole fermo sopra di noi ci brucia la testa. Bisognerebbe andarci prima di colazione, la salita sarebbe più leggera. Ma a colazione c’è da finire il pane del giorno prima, così ci si va tardi, quando l’acqua è già sul fuoco a bollire, e la salita diventa lunghissima. Adesso che non c’è più l’ombra dei ciliegi sotto cui ripararsi, ci fermiamo sotto la pianta di marusticani, troppo vicina a casa però. Le pause prima le facciamo sotto il sole, davanti al cancello di Dafne e poi dai cavalli.

Quando finisce la scuola porto i bambini quassù, nel paesino dove è nata mia nonna: il forno, due trattorie una di fronte all’altra, la chiesetta, un quod sempre parcheggiato in piazza e il campetto da calcio. Nient’altro di rilevante.
La casa di mia nonna c’è ancora, le pietre grosse appoggiate una sopra l’altra facciano a stare lì fisse. La stalla è assediata da rampicanti col tronco grosso, cresciuti all’ombra, che escono dal tetto che è crollato. Un cartello sbiadito di pericolo si sta staccando dalla parete. Mia nonna era nata all’inizio del Novecento e dopo la terza elementare aveva smesso di andare a scuola per andare sull’Alpe a badare le pecore, tutti i giorni, con una gavetta di pane e formaggio e il cane lupo a farle compagnia.
Giù per la stradina che porta alla casa di mia nonna i miei figli adesso giocano a correre dietro alla loro ombra, cercando di pestarsi la testa con un piede. E le giornate d’estate passano anche così, a inseguire l’ombra, tra una partitella al vecchio campo di calcio e una passeggiata nel bosco a cercare le impronte dei cinghiali.

Ogni tanto, da qualche anno, si vede passare qualche ragazzo con lo zaino in spalla e le pedule ai piedi, che chiede se è lì che passa il sentiero degli Dei. Prima che i Wu Ming ci scrivessero il libro e diventasse di moda, il sentiero degli Dei non lo conosceva nessuno e di forestieri se ne incontravano pochi, a parte i villeggianti, che è il nome con cui la gente di qui chiama quelli di città che hanno la casa delle vacanze alle pendici di questi monti selvaggi. Adesso i villeggianti sono molti meno di quando ero piccola io e tante case restano chiuse anche d’estate, sarà che l’Appennino non è cool per farci le vacanze e con la crisi vendere una casa da questa parti è quasi impossibile. Però passano più camminatori che, partiti dal portico di San Luca a Bologna, attraversano i boschi dove mia nonna andava a raccogliere le castagne, e proseguono giù, fino a Firenze. Sono arrivati anche molti pakistani, li riconosci dai vestiti sgargianti che indossano le donne, una macchia di colore tra il verde assoluto che domina il panorama. Stanno sempre qui, come mia nonna, che non ha mai visto il mare. A Firenze però c’è andata anche lei, c’è stata quache anno, a fare la domestica a casa di una famiglia di ricchi mercanti di stoffe. Anche quando si è trasferita a vivere a Modena ha continuato a fare da mangiare come le avevano insegnato a Firenze. E a me e ai miei fratelli piaceva molto quello che cucinava.

Mia nonna abitava con noi a Modena, però verso aprile iniziava a scalpitare e se mio padre non l’accompagnava quassù lei chiamava il taxi e caricava anche la televisione. E a noi rimaneva solo quella di cucina. Mia nonna d’inverno usciva di casa solo la domenica per andare a messa, in montagna invece stava sempre fuori, su una sedia dietro casa a chiacchierare con le altre signore. Adesso i ragazzi che abitano qui se ne vogliono tutti andare, molti non sanno neanche che abitano sul sentiero degli Dei.

colonna sonora: Joga, Bjork 

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