Archive for settembre 2015

IMG_20150921_123345Il sole è alto, il cielo sembra bloccato sotto una patina appiccicosa che smorza i colori dell’aria ancora estiva.
Il grasso che cola dal cielo ti entra nella pelle e te la colora di un giallo bisunto.

Ogni tanto passa un treno, di macchine se ne vedono poche, anche le case sembrano vuote. E’ l’ora di pranzo, chi non è a lavorare sta mangiando, con le finestre chiuse e l’aria condizionata accesa, per provare a lavarsi via quell’unto opprimente.
Gli alberi sono pochi e quelli che ci sono non ancora abbastanza alti, i tronchi sottili e le chiome strette non fanno ombra neanche se ti ci schiacci contro.

Cerchiamo riparo sotto la curva dell’half pipe, ma lì dentro c’è uno schifo di lattine schiacciate e cartoni più sporchi del cielo. L’unica zona d’ombra è sopra quella rampa concava su cui si dondolano ritmicamente, da una parte all’altra, i ragazzi che vengono a skatare.

Salire non è impresa facile, la lamiera con cui è rivestita la pista è rovente e sale ripida sull’impalcatura di legno, i bambini si lanciano in corsa cercando di aggrapparsi al bordo e tirarsi su, quando non ce la fanno mollano la presa e si lasciano andare giù per quella specie di scivolo troppo largo e corto, ma comunque abbastanza veloce per divertirsi.

Mangiamo in cima, seduti per terra contro la protezione di legno che delimita la rampa e che forma una piccola ombra per nente fresca: morsi di pizza alla salsiccia, mandata giù con qualche sorso di yogurt da bere. Da lassù, le gobbe più sotto sembrano colline verdi, da un albero penzolano come frutti maturi scarpe da ginnastica, sul bordo della pista ci sono un divanetto sfasciato, un carrello della spesa e due panchine senza schienale, cartacce e bottiglie di birra sul prato, in fondo un graffito sbiadito sul muro di una vecchia casa diroccata. A parte noi non c’è nessuno.

Lo schienale di legno dell’half pipe è pieno di tag e altre scritte. Il grande legge Eminem scritto a pennarello nero sopra la testa di suo fratello, tra un “fuck” e un “sbirri di merda”, e mi chiede di raccontargli di lui. Parliamo di cappellini calcati in testa, di bmx e skateboard, di cultura nera e controcultura, di playground all’aperto in cui giocare a basket, di hip hop e rap, di graffiti e di vandali, di droga e povertà. Parliamo di Basquiat e Fedez, di anarchia e occupazioni, di egualitarismo e centri sociali.

È il secondo giorno di scuola, Michi ha iniziato la prima elementare ieri. All’uscita non l’ho portato dalla nonna a mangiare i tortellini con il telegiornale in sottofondo, siamo venuti alle gobbe, a fare un picnic undergound, con in macchina skateboard e monopattini da lanciare in pista prima che arrivino i ragazzi più grandi. Magari tra una decina d’anni i Mongi boys rimpiangeranno i tortellini, ma d’altra parte io devo smaltire anni di tortellini industriali e pasta al ragù e ho bisogno di masticare un po’ di underground di provincia, con una pizza in bocca e una bottiglia di yogurt in mano.

colonna sonora: Nothing else matter, Metallica

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IMG_20150911_104734Sul vocabolario c’è scritto che un agglomerato è un ammasso compatto, normalmente composto da frammenti rocciosi, a casa Pitton invece da cuscini, coperte, materassi e molte altre cose.

Sarà stata l’esperienza in tenda, ma da quando siamo tornati dal campeggio i Mongi boys hanno trasformato la loro camera, e nello specifico i loro tre-tatami-con-futon, in un camper, tridimensionale e accessoriato come ogni camper che si rispetti.

Carrozzeria morbida in tessuto colorato, fatta con tutti i cuscini esistenti in casa Pitton, tavolino su cui mangiare in legno di faggio facente parte degli arredi montessoriani dei Mongi boys, mini letti ricavati sopra coperte ripiegate a parallelepipedo da manine ancora inconsapevoli della geometria, una piccola collezione di libri sugli uomini primitivi – la maggior parte risalenti ai primi anni Ottanta – ordinatamente riposta tra i piedi del tavolino montessoriano, scarpiera in cartone riciclato ricavata da una scatola di scarponi da sci, torcia di emergenza, una bottiglia di plastica piena d’acqua incastrata tra un materasso e l’altro alla quale i piccoli camperisti hanno collegato qualche metro della vecchia gomma per innaffiare – non ho capito se per simulare la pompa della benzina o un lavandino da campo – ciotolina di creta contenente legnetti e pietre con cui accendere il fuoco in caso di necessità, sacchetto per i rifiuti indifferenziati (per plastica, carta e vetro non vedo, almeno in superficie, contenitori dedicati), una pistola e due proiettili di gommapiuma – “in caso di notte vengano i cinghiali”, mi spiega Giovi in mutande, mentre vortica nell’aria gambe e braccia come se stesse facendo una specie di tai chi accelerato -, una palla da calcio, un bandana, una spazzola pieghevole, un po’ di vecchie lire mescolate a dollari di Hong Kong e un mazzetto di carrube raccolte qualche giorno fa in campagna, legate con dello spago da arrosto e appese alla abat jour.

Sul cuscino che sembra essere il muso del camper è stata appoggiata una tigre di plastica di una decina di centimetri – “perché il nostro è un camper di lusso” dice Davide che tra le mille altre cose ha iniziato a collezionare anche gli stemmi delle auto, e che vede come un sogno proibito la conquista dell’argenteo felino che si sporge dal cofano della Jaguar.
Ieri sera di questo agglomerato anomalo facevano parte anche i tre Mongi boys, rannicchiati sui loro parallelepipedi pelosi per riuscire a stare dentro l’abitacolo, con la testa in tre direzioni diverse e la soddisfazione ben visibile tra i muscoli facciali.

Gli do la buonanotte già sulla porta, sto per spegnere la luce e andarmene quando un rumore metallico riporta la mia attenzione al camper: nell’angolino di Michi scorgo, nella penombra della stanza, tra una trapunta e un cuscino del divano, uno scintillio arancione Fanta, un inconfondibile luccichio verde Beck’s, un lampo marroncino slavato come di Coca Cola light, e incuriosita gli chiedo “E le lattine vuote a cosa ti servono?”. “Faccio finta che siano piene”, mi risponde senza pensarci un attimo.

Stanotte mi sono svegliata tre volte, sempre con quella risposta in testa: “Faccio finta che siano piene”.
Se non fosse mio figlio penserei che forse è un genio.

colonna sonora: I wish I was, Pearl Jam

Commento dell’autore: il post è stato inserito nella categoria “diario di bordo”, considerando la tematica della saga familiare come predominante. Ciò nondimeno non è trascurabile la riflessione implicita in tema di nuovi modelli di abitare, che affiora da una lettura più attenta dello scritto, in base alla quale il post sarebbe potuto essere inserito anche nella categoria “idee sull’abitare”.

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