Archive for ottobre 2015

austerityVoglio Anghèla, voglio Anghéla” urla Terzo, ugolando alla lampada che gli illumina i capelli, steso sul futon in camera sua. Sono le nove e quaranta di sera di un mercoledì piovoso, tardissimo per il più grande, quello di mezzo e il terzo che in tre, a contare gli anni, raggiungono appena la maggiore età e che in mezzo alla settimana bisogna che vadano a letto presto, tanto più che fino a pochi giorni fa le nove e quaranta di stasera sarebbero state le dieci e quaranta.

Insieme a Marina, la nuova pesciolina di Casa Pitton (“Mamma, sapessi come sono felice che adesso abbiamo anche noi un animale!” ha sentenziato quello-di-mezzo raggiante, guardando Marina nuotare scattosa nella sua palla di vetro), Anghèla è l’altra femmina ultimamente entrata in famiglia, che ha inaspettatamente conquistato le simpatie istantanee dei Mongi Boys.

Anghèla, teutonica signora che ha sempre ragione e decide tutto lei, è nata allo scopo di intimorire i piccoli pampìni di Casa Pitton con frasi grottescamente gutturali, con le quali intimare loro l’immediato addormentamento.
Anghèla è un’idea scaturita da una mente materna obnubilata dai fumi di letture fiume la cui portata cresceva di sera in sera, un libro dopo l’altro, in un vortice di parole senza fine.
Anghèla è stata introdotta una di queste sere – dopo che già tre storie erano state lette e i tre si stavano azzuffando per decidere chi avrebbe scelto la quarta – come “misura di austerità” necessaria a ripristinare il corretto funzionamento delle pratiche pigiamesche e il rispetto dei tempi della routine serale.
Anghèla ha un accento strano e la voce sottilmente metallica, promette castighi esemplari e non ammette deroghe, è una fanatica dell’ordine e non ascolta nessuno. A lei non serve alzare la voce, le basta alzare un sopracciglio per farsi obbedire all’istante. Lei comanda e gli altri si adeguano. Punto.

Il problema è che ai pampìni, come li chiama lei, Anghèla piace: il-terzo la adora e la reclama ogni sera, sdraiato di fianco al-più-grande che studia un po’ timoroso e perplesso le esternazioni di questa condottiera degli equilibri notturni; quello-di-mezzo non si addormenta finché lei non si materializza, accento tagliente e sguardo severo, mescolando ordini, controlli, rigore e intransigenza, insensibile a qualsiasi necessità fisiologica (la classica pipì di un minuto dopo che abbiamo spento la luce o l’immancabile bicchier d’acqua delle 21.30) e a qualsivoglia ipotetico dolorino (la puntura di un ragno velenoso, il crampo improvviso o l’abusatissima fitta intercostale).

Anghèla piace perché fa ridere, così irreale nella sua rigidità, così assurda nella sua insensibilità. Anghèla, come dice il-più-grande, “fa ridere perché è uno scherzo, perché non esiste”, perché forse è meglio che mi fermi qui e vada a dormire anch’io. Non vorrei che Anghèla sgridasse anche me.. (detto che ogni riferimento a persone esistenti è puramente casuale)

colonna sonora: Cambia-menti, Vasco Rossi 

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exTelecom_prima_dopoIeri sera, mentre raccontavo l’abitare collaborativo, ho parlato anche di quello che ho visto all’ex Telecom di Bologna, un’occupazione dove vivono più di duecento persone, di cui oltre cento minori. Non entro nel merito, visto che del caso specifico ne avevo già raccontato in un post di qualche mese fa. L’occupazione compierebbe un anno tra un mese e mezzo, lo stesso giorno in cui mio figlio D. ne compierà nove. Stamattina presto le forze dell’ordine – duecento mi dicono tra polizia, vigili del fuoco e carabinieri in tenuta anti sommossa – si sono presentate in via Fioravanti per sgomberare tutto.

Ci tengo a sottolineare “tutto”, perché oltre alle famiglie – che hanno occupato perché una casa dove andare non ce l’avevano, dopo aver fatto un percorso forte di parecchie settimane di formazione e accompagnamento sociale insieme al collettivo Social Log che ha organizzato l’occupazione – gli agenti con lo sgombero stanno distruggendo anche un esperimento innovativo di integrazione sociale e di costruzione di comunità, perché all’ex Telecom, come ho detto ieri sera, ho respirato un’aria di condivisione e solidarietà che in pochi degli altri miei viaggi sull’abitare insieme mi è capitato di trovare. Le famiglie dell’ex Telecom stavano riuscendo a costruire una comunità autorganizzata, dove ci si aiuta a vicenda – a sistemarsi l’alloggio così come a guardarsi i bambini -, dove le decisioni si prendono insieme, durante l’assemblea settimanale, dove la condivisione supera le differenze culturali e contamina l’esterno, come quando le famiglie e le scuole del quartiere si sono mobilitate per allestire la ludoteca, che è stata arredata in maniera collaborativa.

Sgomberare vuol dire tagliare i legami che in questi mesi gli abitanti dell’ex Telecom avevano costruito tra loro, ma anche le relazioni di prossimità che sono nate con il quartiere e che hanno avvicinato due mondi che normalmente non si guardano nemmeno: chi una casa ce l’ha che spesso preferisce non vedere chi invece una casa non ce l’ha.

Chi non ha casa oggi in Italia non ha diritto all’acqua, al medico, alla scuola, fondamentalmente non esiste. L’occupazione dell’ex Telecom, tra l’altro proprio di fronte alla nuova sede del Comune di Bologna, ha fatto vedere quello che nessuno vuole vedere, ha ridato un’esistenza a 87 famiglie e ha dimostrato che vivere insieme, anche in condizioni estreme, apre possibilità di collaborazione imprevedibili. In questi mesi dentro questi uffici abbandonati trasformati in abitazioni, si è organizzato il doposcuola per i bambini, pomeriggi in ludoteca, spettacoli di teatro, il corso di cucina, un matrimonio, cene collettive nel cortile, la palestra di pugilato, tornei di bigliardino e battaglie di gavettoni. Qui dentro si è sviluppato un capitale sociale che una città dovrebbe fare di tutto per non disperdere.

Le occupazioni abitative sicuramente servono a far parlare di emergenza abitativa, ma bisogna trovare il modo di capitalizzare il tessuto di relazioni sociali, integrazione e innovazione diffusa che si costruisce in questi contesi. A Roma ci hanno provato un po’ di tempo fa, legittimando l’autorecupero, sviluppatosi a partire da esperienze di occupazioni abitative, che nel 2008, grazie all’impegno dei movimenti di lotta per la casa, è diventato legge. In pratica funziona che l’amministrazione comunale, per far fronte all’emergenza abitativa, individua immobili dismessi adatti ad interventi di recupero, solitamente vecchie scuole o altri edifici pubblici in cui sono già presenti occupazioni abitative; tramite bando seleziona cooperative di cittadini che si occuperano di ristrutturare gli interni di questi immobili (mentre i lavori strutturali esterni spettano al Pubblico), trasformandoli in abitazioni. Il progetto degli spazi viene definito collettivamente, da tutti i soci che diventeranno i futuri abitanti dell’autorecupero ed è sempre prevista la realizzazione di almeno uno spazio comune, considerato fondamentale per sviluppare forme di condivisione, tanto all’interno dello spazio abitato quanto verso l’esterno.

La proprietà rimane in capo all’ente promotore, mentre gil abitanti pagano una sorta di affitto, secondo i parametri dell’edilizia agevolata, intorno ai 250 euro al mese, almeno cinque volte più basso rispetto ad un affitto di mercato paragonabile. La cooperativa usa questi soldi per pagare il mutuo ventennale con cui si finanzia la ristrutturazione. Estinto il mutuo, le strade sono due: gli abitanti dell’autorecupero contrattano il nuovo canone di affitto con il soggetto proprietario, con la garanzia che non potrà essere più alto della rata di mutuo, oppure c’è anche la possibilità che il Comune o chi per lui ceda la proprietà dell’immobile agli autorecuperanti.

Oggi a Roma vivono in autorecupero circa 250 persone, e due interventi sono ancora in corso. In uno di questi, in una ex scuola in zona Eur in cui verranno ricavati 18 appartamenti più tre spazi comuni per i residenti, due sale polivalenti accessibili a tutti e una palestra, andrà abitare Dario, ingegnere di reti in una grossa società di telecomunicazioni, da sempre dentro i movimenti di lotta per la casa. Adesso vive con la sua compagna e la loro bambina in un contenitore di autorecupero, ossia una soluzione abitativa transitoria, sempre in un ex edificio scolastico occupato da diciannove anni, intanto che finiscono i lavori di ristrutturazione di quella che diventerà la sua casa definitiva. Con lui vivono altre dodici famiglie, tutte in attesa dell’autorecupero, con le quali nel tempo si sono consolidati rapporti molto stretti, in un ambiente di convivialità e forte solidarietà. Oltre ad avere la connessione internet comune, per la quale spendono ciascuno 3 euro al mese, hanno costituito un gruppo di acquisto solidale e risistemato il giardino, che è diventato un punto di riferimento per tutto il quartiere. Organizzano anche pranzi collettivi e laboratori aperti a tutti, si sono autocostruiti un forno dove anche chi non abita lì può andare a cuocere il pane, proprio per stimolare le occasioni di incontro e di collaborazione.

Per gestire le varie attività sono organizzati in comitati di gestione, all’interno dei quali le persone si scambiano periodicamente: c’è chi si occupa delle pulizie degli spazi comuni, chi cura il giardino, chi gestisce la cassa comune per i piccoli lavori di manutezione. E poi c’è la spontaneità e l’informalità dell’abitare insieme, ognuno nella sua casa ma dentro lo stesso edificio, una situazione di prossimità che crea un sentire comune, un capitale relazionale di cui la vita collaborativa di queste famiglie è una dimostrazione lampante.

Anche in Emilia, a mio parere, si dovrebbero avviare strategie urbane di riqualificazione, che puntino sul recupero fisico di immobili degradati insieme all’attivazione di dinamiche collaborative volte alla creazione di un tessuto sociale coeso, partendo proprio dalle situazioni di emergenza abitativa.

Le famiglie dell’ex Telecom sotto questo punto di vista mi sembrano un’occasione da prendere al volo.

Nota: l’immagine è di Social Log e fa vedere il prima e il dopo l’occupazione, nel cortile dell’ex Telecom

colonna sonora: (You Gotta) Fight For Your Right (To Party), Beastie Boys

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CasaNeturalTra qualche ora sarò a parlare di abitare collaborativo e economia della condivisone nello spazio Ovestlab, in via Nicolò Biondo 86 a Modena. Visto che non sono prettamente quello che si potrebbe definire un “gran oratore”, ho pensato di scrivere, per punti, quello che mi piacerebbe riuscire a dire, così, se per caso non si capisse tanto del mio discorso, uno potrebbe sempre andarsi a leggere le note scritte, che per me son cose importanti.

1.Innanzitutto stasera vorrei parlare di abitare collaborativo, chiarendo cos’è e nel frattempo fare vedere diverse esperienze concrete di progetti realizzati. In sostanza su questo punto dirò:

– non parlate(mi) di cohousing,
. perché è un termine troppo rigido per racchiudere tutte le varie esperienze di abitare collaborativo, condiviso, collettivo che stanno nascendo;
. e perché dietro al termine cohousing ci sono tanti pregiudizi, per nulla utili se si vuole diffondere questo modello. Pregiudizi che possono essere ricondotti a due ideologie, implicite nel pensiero di chi si riempie la bocca di cohousing: da un lato l’idea che il cohousing non sia nient’altro che una rivisitazione in chiave moderna delle comunità hippy anni Sessanta, dall’altro invece che vi si nasconda la forma della gated community, la cittadella fortificata dove le persone – generalmente ricche e radical chic – si rinchiudono per costruire la loro comunità chiusa, sorvegliata e protetta da qualsiasi indesiderata incursione esterna;

– filosofeggiamenti a parte, val la pena ricordare che il cohousing in sostanza non è niente di più che un gruppo di case con degli ampi spazi comuni a disposizione di chi ci abita;

– un’altra caratteristica del cohousing è il protagonismo riservato agli abitanti, sia nella progettazione delle case che nella autogestione degli spazi comuni e delle attività collettive.
Gli abitanti protagonisti richiamano alla mente la critica al “monopolio radicale dell’abitare”, formulata alla fine degli anni Settanta da John Turner, filosofo anarchico inglese che, di fronte al fallimento delle politiche per la casa, è diventato il più eloquente e autorevole difensore dell’abitare autogestito. A differenza del monopolio comune che si accaparra il mercato, il monopolio radicale rende la gente incapace di fare da sé, paralizza la produzione di valori d’uso non commercializzabili, come l’abitare, appropriandosi di quelle caratteristiche generali che fino a quel momento avevano permesso alla gente di cavarsela da sola, obbligano le persone a sostituire i valori d’uso con delle merci. Sulla base della sua idea di monopolio radicale, Turner propone il concetto di housing as a verb, ad indicare come l’abitare debba essere inteso come un processo, derivante dalla relazione tra persone, e non come un prodotto. Da queste riflessioni nasce la seconda legge sull’edilizia abitativa di Turner, secondo la quale “l’abitazione non è ciò che essa è ma ciò che essa fa nella vita delle persone”: in altre parole, ciò che la gente esige non si misura solo in termini di efficienza energetica, disposizione delle finestre, spessore dei muri, ma soprattutto tramite il grado di accessibilità a parenti e amici, alla comodità ai servizi, alla facilità di raggiungere il posto di lavoro, agli spazi di socialità, tutti fattori molto più umani che tecnologici, fondamentali per raggiungere un buon livello di abitabilità;

– per tutti questi motivi l’autogestione e l’autoselezione degli abitanti sono caratteristiche indispensabili per creare contesti di abitare collaborativo,

– che in ogni caso si sostanzia in un diverso diritto ad abitare, “un autre type d’habit, basé sur la participation, la convivialité ed la solidarieté” come si legge sul sito della cooperativa CoDHA di Ginevra, la quale, insieme all’associazione Mill’O ha realizzato, dove meno te lo aspetti, un progetto di abitare collaborativo del quale ci racconta Cristina Bianchetti nel libro Territori della condivisione.

2.Poi vorrei riflettere sul perché ultimamente di abitare collaborativo se ne parla così tanto, e quindi raccontare come:

– la crescita di esperienze di abitare collaborativo è sicuramente legata al boom della condivisione, che si sviluppa, forse più che per ragioni economiche, per combattere l’alienazione dell’uomo moderno, l’”angoscia dell’individualizzazione” di cui ci parlava Bauman, contro la quale le persone cercano di costruire legami sociali e relazioni di prossimità;

– sicuramente il cohousing è visto come un possibile nuovo sistema di protezione con cui fronteggiare le principali trasformazioni sociali in atto: invecchiamento, immigrazione, sfaldamento della famiglia nucleare, precarietà del lavoro, in un contesto di crisi economica e di arretramento del welfare state;

– ma è anche una reazione ai mutamenti sociali causati dal boom industriale degli anni Cinquanta e Sessanta, che ha portato ad una migrazione massiccia verso la città a cui si è risposto con un’edificazione di massa per nulla attenta al benessere della persona, che ha finito per produrre, tra le altre cose, una rissa condominiale ogni 5 minuti, secondo i dati riportati nel libro di Antonio Galdo “L’egoismo è finito”;

– le nuove forme di stare insieme rispondono a logiche pratiche, all’esigenza dettata dalla crisi di fare in tanti perché da soli certe cose non ce le si potrebbe permettere, di mettersi insieme per rispondere a esigenze quotidiane che non trovano risposta nel welfare pubblico, e che le risposte le cercano fuori dal mercato e dalle istituzioni;

– i valori comuni di questo stare insieme sono la solidarietà, la socievolezza e la partecipazione, ma anche l’ecologismo, il consumo responsabile e il riciclo, in una riflessione più generale su “quanto è abbastanza” e sull’“opportunità di fare con poco”, in un mondo in cui le risorse materiali si stanno progressivamente esaurendo.

3.Terzo punto sarà inserire l’abitare collaborativo nel paradigma dell’economia della condivisione, la famosa sharing economy, che tiene insieme cose molto diverse (mobilità, ospitalità, casa, lavoro, ricerca fondi, scambio di idee, ..), tutte caratterizzate dalla disponibilità a mettere in comune beni e servizi in una logica collaborativa .

La tecnologia è il sistema abilitante della condivisione: il web infatti ha permesso di connettere in modo rapido e efficiente persone con altre persone, persone con informazioni, persone con cose e ha trasformato una pratica antica come quella dello scambio in un’industria.

È il trionfo dell’era dell’accesso, in cui usare una cosa è molto più comodo che possederla. E qui, parlando di cohousing, non si può non fare l’esempio del trapano.

Anche riferendosi alla sharing economy si può comunque parlare di consumismo, come tra l’altro risulta evidente guardando la copertina che ha dedicato l’Economist al fenomeno della condivisione. È un’altra forma di consumismo, un consumismo collettivo, che per funzionare ha bisogno di una massa critica di partecipanti e che risponde a logiche di un’economia alternativa, alimentata da un “cuore sociale”: in questo modello contano meno i guadagni quantificabili e di più di vantaggi di tipo sociale, relativi alla reputazione, a uno stile di vita sostenibile, ai legami collettivi.

4.Airbnb e Couchsurfing, due servizi che offrono ospitalità in condivisione, mettendo in contatto chi cerca un alloggio con chi ha un extra spazio da affittare, possono essere considerati i due possibili modelli di sviluppo dell’economia della condivisione. In comune i due sistemi hanno il fatto di mettere in contatto diretto produttori e consumatori tramite una piattaforma online, di affidare il controllo della qualità direttamente alle persone coinvolte attraverso un sistema di recensioni basato su meccanismi di reputazione e di offrire un’esperienza che va oltre l’alloggio. D’altra parte la differenza principale è che Airbnb, considerato il modello più riuscito di sharing economy, con 11 milioni di utilizzatori e 600 mila alloggi in 192 paesi, è un servizio a pagamento, mentre couchsurfing è un sistema di ospitalità gratuita, autogestita dai membri della community.

A questi due modelli imprenditoriali corrispondono due diverse idee di città smart. Le spiega meglio di chiunque altro Alberto Cottica nel suo blog. Io le riassumo qui perché penso che scegliere “da che parte stare” e esplicitarlo sia un impegno a cui chi ci amministra non può sottrarsi, perché da questo dipende il futuro della nostra città.

C’è un modello di città smart associato alle grandi imprese, che si fonda sull’idea di usare sensori collegati tra loro per aumentare le informazioni che le città producono, e usare questi dati per riprogettare e migliorare i luoghi in cui viviamo. Al centro di questa visione ci sono tecnologie e interdipendenza, e una vocazione centralista in cui ai cittadini resta il ruolo di consumatori. Il simbolo è la Copenaghen Wheel dell’MIT, un congegno elettronico che trasforma una normale bicicletta in una bicicletta elettrica e che è sempre connesso con l’I-phone, per offrire a chi pedala una serie di informazioni aggiuntive, ad esempio su indicazioni stradali, traffico ed inquinamento.

L’altro modello di città smart è legato alla cultura hacker e all’innovazione sociale. L’idea qui è riprogettare le città per renderle più comode, semplici e sostenibili anche economicamente e le soluzioni possono essere molto diverse: in alcuni casi basate su tecnologie moderne, in altri assolutamente lowtech, come quando si parla di incentivare la mobilità dolce o l’agricoltura urbana. Al centro di questa visione alternativa ci stanno le relazioni sociali, la costruzione di comunità, la consapevolezza che l’ambiente è fragile e le risorse naturali limitate. Il simbolo in questo caso è la ciclofficina e la modalità organizzativa su cui si fonda questo modello è basata su una decentralizzazione spinta, in cui trionfano i gruppi di acquisto solidale, gli orti urbani, i fablab, i coworking e tutte le esperienze di abitare collaborativo.

Soprattutto se si abbraccia la visione community-oriented di città, penso che l’abitare possa essere il motore per sviluppare forme di economia della condivisione, molto potenti in relazione allo sviluppo di capitale sociale, al miglioramento della qualità della vita e della sostenibilità urbana. Il problema è che autogestire le pulizie delle scale, la custodia dei bambini, fare la spesa collettivamente, organizzare una biblioteca degli attrezzi o scambiarsi i vestiti sono tutte pratiche che riducono il Pil o, come direbbe qualcuno che conosco, che “non fanno girare l’economia”. Mentre rifletto su cosa voglia dire crescere e come si dovrebbe misurare il Pil, è però facile dimostrare che il particolare clima sociale che si viene a creare in contesti di abitare collaborativo, ed in particolare l’attitudine degli abitanti a condividere spazi e funzioni comuni, rende possibile avviare con maggiore facilità rispetto a contesti tradizionali, sistemi di mobilità in sharing, esperienze di acquisti collettivi, modelli di scambio di beni e servizi, fino ad arrivare a esperienze più avanzate di autogestione di spazi e servizi normalmente considerati beni pubblici collettivi. E che quindi investire sull’abitare collaborativo è una scommessa che vale la pena di fare.

6.Sicuramente non è semplice fare politiche per qualcosa, come l’abitare collaborativo, che non ha confini definiti, ma è sicuramente impossibile avviare sperimentazioni in un sistema che non ne ha mai sentito parlare. Bisogna pensare azioni per diffondere la conoscenza di cosa vuol dire veramente abitare in modo collaborativo e di quali sono i benefici che la condivisione può portare, favorire l’autogestione e le forme di innovazione sociale che si sviluppano dal basso, così come promuovere soluzioni di abitare collettivo affordable, in luoghi chiave e in contesti facili. Per trasformare le esperienze lontane in prototipi ripetibili localmente.

Nota: grazie agli abitanti di Brodolini22, Casa Netural (anche per l’immagine), I tessitori, Cenni di cambiamento, Ecosol, Hotel Patria Occupato, Casa Bru, le 4corti, ex Telecom, Scarsellini, Numero Zero, Itaca, Borgo Vione, Mutonia e a tutti gli altri di cui parlerò stasera per avermi fatto entrare nelle loro case collaborative.

colonna sonora: Like a Rolling Stone, Bob Dylan 

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livingCasaAcmosIl villaggio media, costruito per i giornalisti venuti da tutto il mondo per le Olimpiadi invernali del 2006, sorge su una storica zona industriale nella prima periferia di Torino, dove nel passato produttivo della città c’erano gli stabilimenti della Michelin, della Ingest e della Vitali.
Finiti i giochi olimpici invernali i giornalisti sono tornati ognuno a casa propria e i loro alloggi sono stati trasformati in case popolari.
Si tratta di un’infilata di palazzoni – i più alti sono torri di 21 piani – atterrati sulle macerie delle fabbriche, circondati da rotonde e centri commerciali, dove nel 2007 sono arrivate più di 500 famiglie, molte con bambini, ma anche diverse coppie di anziani.
Spina 3 è un quartiere che prima delle Olimpiadi non esisteva e che oggi fa fatica a costruirsi una sua identità, nonostante il campanile-ciminiera e il cristo pixelato sulla pala d’altare della chiesa firmata Botta gli abbiano dato una certa eco mediatica. Così come lo skyline del parco Dora, inconfondibile per i pilastri delle antiche ferriere della Fiat che si allungano verso il cielo come grandi alberi ossuti di un mondo androide, anch’esso entrato tra le mete turistiche dell’altra Torino. La maggior parte dei visitatori comunque continua a venire in queste zone solo per fare acquisti e approfittare delle offerte imperdibili con cui si danno battaglia i vari supermercati.

In una delle torri di corso Mortara, tra le 90 famiglie che qui ci vivono, ci sono anche i due appartamenti di Filo Continuo, la coabitazione solidale che Acmos ha avviato nel 2008, mettendo cinque ragazzi a vivere insieme, dando loro l’opportunità di guadagnarsi un’autonomia abitativa a prezzo scontato – 100 euro al mese per le spese della casa più 80 di cassa comune per internet e cibo, nel caso di Filo Continuo – in cambio di dieci ore a settimana di lavoro volontario di accompagnamento sociale con gli altri abitanti. Per spingere sul concetto di “abitare insieme” in un palazzo fatto di ventuno piani di tradizionalissimi appartamenti modello “one house, one family”, i ragazzi di Acmos hanno pensato di rivoluzionare la distribuzione degli spazi, suddividendo gli ambienti tra i due appartamenti, separati da tre piani di scale, come se in realtà l’appartamento fosse uno solo: e così hanno deciso di avere una sola cucina al terzo piano, mentre il salotto con internet e la lavanderia sono al sesto. Una scelta non proprio ordinaria, che costringe a una migrazione quotidiana i coabitanti, che devono scendere tre piani in pigiama per fare colazione e salirne altri tre per andare a fare la lavatrice o collegarsi a internet, sotto gli occhi stupiti degli altri inquilini.

D’altra parte la condivisione non è una scelta facile (seppure nella maggior parte dei casi consapevole e voluta) e per funzionare in termini di attivazione di meccanismi di socialità e mutuo aiuto, ha bisogno di un “design degli spazi” pensato per facilitare gli incontri e stimolare i rapporti personali. Essere obbligati a uscire di casa per farsi da mangiare è sicuramente un sistema efficace (anche se con poche prospettive di diffusione), ma esistono anche scelte progettuali più soft per stimolare gli incontri, come ad esempio prevedere scaffali di book-crossing lungo le scale comuni, come fanno nella coabitazione Sorgente, o attrezzare gli spazi davanti agli ascensori con divanetti, macchina del caffè e wifi libero, come ho visto nell’ostello sociale Zumbini6, o ancora liberare gli appartamenti dalle lavatrici e spostarle tutte in un locale comune (altra scelta tutt’altro che facile, considerando che la lavanderia comune è uno dei temi più dibattuti anche tra i gruppi di cohouser più affiatati).

Oltre ad un “design social”, la letteratura internazionale individua nella presenza di abbondanti spazi comuni un’altra caratteristica delle esperienze di cohousing, come ben riassume Francesco Chiodelli in un suo recente contributo.
Da questo punto di vista la torre dove vivono Clara, Domenico e gli altri coabitanti di Filo Continuo non è neanche male: ci sono due grandi sale comuni al piano terra, nelle quali una serie di associazioni organizzano il doposcuola, corsi di teatro, di musica e altre attività per i bambini, ma che sono usate anche dai residenti per cene e altri momenti di festa promossi dai cinque ragazzi di Acmos. E poi le sette torri sono collegate da un grande giardino interno sul retro, dove i bambini si ritrovano spesso a giocare, mentre i genitori possono chiacchierare tra loro e conoscersi.
Nei vicini palazzi di via Orvieto, dove vive un altro gruppo di coabitanti, di spazi comuni, sia al chiuso che all’aperto, non ce n’è neanche uno, nonostante gli edifici siano stati costruiti recentemente, negli stessi anni delle torri di corso Mortara. E la cosa sicuramente non facilita la conoscenza dei vicini e la costruzione di momenti di condivisione.

Un’altra caratteristica del cohousing è il protagonismo degli abitanti, sia nella progettazione che nella autogestione degli spazi comuni e delle attività collettive. Su questo le coabitazioni solidali hanno poco in comune con l’idea tradizionale di cohousing: promosse dal pubblico per tentare di migliorare contesti abitativi di edilizia popolare difficili, già esistenti e frutto di assegnazioni basate su punteggi e criteri di accesso quantitativi, qui non c’è spazio per la partecipazione attiva dei residenti nelle scelte progettuali. In questo contesto dai confini un po’ blindati, la presenza dei coabitanti però consente di riuscire ad ottenere dal gestore delle case popolari più spazi di manovra per piccoli lavori di manutenzione – ad esempio ridipingere l’atrio – o per organizzare attività comuni – come le pulizie del giardino o l’allestimento di un orto collettivo nelle aiuole incolte – o ancora per gestire gli spazi comuni, semplificando iter burocratici, accorciando i tempi e instillando alcuni meccanismi di autogestione in palazzi dove la gestione ordinaria spesso manca e dove far lavorare gli abitanti insieme è una forma molto efficace di accompagnamento sociale.

Chiodelli comunque riscontra una distanza tra letteratura e realtà, visto che non sempre queste tre caratteristiche ideali sono presenti nelle esperienze di cohousing realizzate; in particolare l’aspetto del coinvolgimento diretto dei futuri abitanti è raro, soprattutto in un paese come l’Italia, dove quello dell’abitare è un settore generalmente promosso da operatori privati, sia per tradizione imprenditoriale che ancora di più per il sistema di regole fissate dal pubblico. In altre realtà, ad esempio in Inghilterra, dove c’è una tradizione forte di pratiche di autocostruzione, da questo punto di vista è più facile avviare progetti promossi dal basso, sviluppati direttamente dai futuri abitanti. In Italia questo non accade neanche nell’autocostruzione, visto che anche questi progetti, quando riescono a partire, si trovano sempre a dover rispettare i tanti paletti tecnici previsti negli strumenti urbanistici, che normalmente fissano le dimensioni delle costruzioni, spesso anche la forma che queste devono avere e che assai raramente consentono di realizzare spazi diversi da quelli strettamente residenziali, i famosi spazi comuni indispensabili per creare modelli di abitare collaborativo.

Analizzando le esperienze concrete di cohousing, Chiodelli individua altre due caratteristiche che concorrono a definire il cohousing: la prima, legata al protagonismo degli abitanti, è riassumibile nel concetto di “vicinato elettivo”, ossia nel processo di autoselezione degli abitanti che caratterizza tutte le esperienze “pure” di cohousing, dove gli abitanti, quando non si conoscono già, si scelgono a vicenda, in un processo di conoscenza reciproca fondamentale per costruire il gruppo che dovrà abitare insieme.
Acmos, sotto questo punto di vista, fa un lavoro piuttosto strutturato di selezione dei futuri coabitanti, che approdano alla coabitazione dopo diversi passaggi: dalla partecipazione ai Gruppi di Educazione alla Cittadinanza, al lavoro nelle scuole, alla frequentazione di Casa Acmos. Inoltre i vari responsabili – che per scelta progettuale vivono dentro la coabitazione – incontrano anche singolarmente gli aspiranti coabitanti, per testare la loro predisposizione a un’abitare che acquista significato fuori dalle mura domestiche, in relazione alla capacità di stabilire relazioni di vicinato. Non è propriamente “vicinato elettivo”, ma qualcosa di non troppo diverso, a mio parere. Che tra l’altro, per come è concepito, protegge queste esperienze anche dal rischio che corrono i cohousing di trasformarsi in comunità chiuse.

Il lavoro preparatorio di Acmos è molto importante anche per il quinto aspetto che caratterizza i cohousing, ossia il retroterra comune di valori dei cohouser, che ha una sua centralità nella scelta di vivere in un cohousing. Si tratta di valori legati alla solidarietà, al mutuo aiuto, alla condivisione, ma anche alla convivialità e alla socievolezza, rafforzati da un pensiero economico che promuove idee di riciclo e riuso, rispetto dell’ambiente e della natura, mobilità lenta, acquisti collettivi e consumo critico. Un pensiero che vive nell’economia di mercato, ma che critica diversi aspetti del sistema capitalistico e che li combatte in prima persona, promuovendo stili di vita alternativi. Casa Acmos, ad esempio, che è la prima esperienza di coabitazione di Acmos, nasce proprio per consentire ai giovani di sperimentare una propria autonomia abitativa, sviluppando uno stile di vita sobrio, inclusivo e sostenibile, in un progetto di “disintossicazione dal consumismo” che ha tantissimi punti di contatto con la filosofia del cohousing.

Tutto questo sbrodolamento per dire che il cohousing è un modello difficile da definire, dai confini mobili e declinato sempre in maniera diversa, di cui in Italia esistono solo pochissime vere esperienze, osteggiato dalla destra per ideologia e dalla sinistra per presunzione, ma che nel suo limbo definitorio si concretizza in una miriade di iniziative abitative, piccole e poco raccontate, che in ogni caso con la condivisione e con l’abitare insieme hanno molto a che fare. Penso ad esempio alle coabitazioni solidali, che hanno il grosso vantaggio di essere un modello testato (che ripara dalla paura di sbagliare che blocca le nostre amministrazioni) e facilmente ripetibile (oltre che anche economicamente autosufficiente). Basta volerlo ripetere.

colonna sonora: Infinite possibilità, La Crus 

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scorcioMarta attraversa la città in bicicletta di notte quando torna dal ristorante africano dove lavora per mantenersi, e in Africa ci tornerà presto, per raccogliere i dati per la sua tesi in antropologia, Rubèn, ciuffo lungo e scarpe da basket, si è trasferito a Torino da Ivrea, dove dove abitava in una comunità-famiglia con i suoi genitori, Alessandro si sta stirando la camicia perché domani ha un colloquio in una comunità di recupero che cerca uno psicologo, Clara si addormenta sul piatto dopo essere rientrata dall’allenamento al trapezio nella scuola di circo che frequenta mentre Francesca, che a Filo Continuo ha trovato anche il fidanzato, mi racconta che la spesa loro la fanno a turni con la cassa comune, cercando di acquistare prodotti a chilometro zero. Diego si è tatuato sul petto la data in cui è entrato in Casa Acmos e mi racconta perché non crede nella famiglia, mentre mischia tre o quattro cucchiai di yogurt greco al sugo di zucchine e pancetta che sta cucinando, Giulia trasuda entusiasmo mentre mi racconta cosa vuol dire essere un coabitante, e le parole le escono rotonde, senza gli spigoli dell’erre che le manca; Furio ha lo sguardo profondo, gli occhiali sottili e uno spirito anarchico che affiora delicato tra una chiacchiera e l’altra, Gaia si presenta con il piglio “da duri” di chi è abituato a sgomitare sotto canestro, ma si scioglie dopo un paio di bicchieri di birra, Ettore è arrivato dalla Liguria tre anni fa con il suo gruppo scout e poi non è più andato via, Isa vive in un affascinante palazzo del centro storico – con più di 200 anni di storia e un grande leccio nel cortile interno – costruito per i tessitori del re e che col tempo si è trasformato in un concentrato esplosivo di disagio sociale, Yassim è un ospite di passaggio, partito da Gaza per cercare di raggiungere suo fratello in Germania, Mika invece spera che gli venga accolta la domanda di asilo e di potersi fermare a Torino, e mentre aspetta va a scuola di italiano da Fabiana e Nicoletta, sul grande tavolo della cucina comune dove abitano i ragazzi di Casa Acmos e quattro rifugiati nigeriani.

Tutti loro, e poi Alessandro, Marco, Lidia, Martina, Daniele, Erica li ho conosciuti in ventiquattro ore super intense a Torino, dove sono stata per provare a capire come funzionano le coabitazioni solidali, ossia esperienze abitative promosse dal pubblico con la partecipazione del privato sociale, nelle quali vengono inseriti in contesti abitativi difficili di edilizia popolare ragazzi giovani che, in cambio di uno sconto sull’affitto, offrono gratuitamente una decina di ore a settimana del proprio tempo a beneficio dei residenti, lavorando su abitabilità, accompagnamento sociale e relazioni di vicinato.

Oggi a Torino le coabitazioni solidali sono sette, gestite da associazioni e cooperative. Io ho visitato le tre di Acmos: ai Tessitori sono andata per il té del pomeriggio, a Filo Continuo ho assaggiato per la prima volta un arrosto di pesce, guardando il sole tramontare dietro le colonne di ferro, monumento di archeologia industriale simbolo del parco Dora, a pranzo invece sono stata a Sorgente, a chiacchierare di occupazioni e di Emidio Clementi. La notte mi hanno ospitato a Casa Acmos, la prima esperienza di coabitazione di Acmos, che nel 2001 aveva attrezzato un appartamento dentro una vecchia fabbrica di pneumatici abbandonata alla periferia nord della città, per consentire a giovani con lavori precari di sperimentare una propria autonomia abitativa, dividendo le spese con altri e promuovendo uno stile di vita sobrio, inclusivo e sostenibile, in un progetto di “disintossicazione dal consumismo” che fa parte dei valori fondanti dell’associazione. Per i più giovani Casa Acmos – un tavolo quadrato attorno al quale si possono sedere anche venticinque persone, una grande cucina attrezzata con mobili di recupero, libreria comune in corridoio e tre camere da letto ricavate in quelli che erano stati gli uffici della Ceat – funziona, l’idea di abitare comunitario piace, per espanderla Acmos ne parla con le istituzioni e trova nel Comune di Torino il partner giusto con cui costruire un progetto sperimentale di coabitazione solidale. Il Comune propone ai ragazzi una sfida impegnativa, il test infatti viene effettuato su un edificio vecchio e degradato con 160 mini appartamenti Erp, diventato negli anni una specie di ghetto in pieno centro storico, un microcosmo di delinquenza e forte disagio sociale: gli appartamenti cadevano letteralmente a pezzi e man mano che chi ci abitava moriva rimanevano vuoti, perchè troppo malmessi. Così dieci di questi, tra i più piccoli e i più distrutti, vengono affidati ad Acmos, che dopo averli risistemati gli metterà dentro altrettanti suoi ragazzi, per provare a stabilire contatti positivi con gli altri abitanti, cercare di ridurre i conflitti interni e il vandalismo dilagante. Isabella, 31 anni, una laurea in filosofia e uno stipendio che non arriva ai mille euro, è da un anno che fa parte della comunità dei Tessitori (il nome con cui sono chiamati i coabitanti di via San Massimo) e nel suo mini appartamento di 30mq, con letto a soppalco e finestre ariose che danno sul grande cortile interno, ci starà un altro anno. All’associazione versa un contributo di 225 euro al mese, che serve a coprire l’affitto e le altre spese condominiali. È la responsabile dei Tessitori, vista la sua lunga esperienza di abitare comunitario: dopo i primi tre anni in Casa Acmos, ha abitato due anni in Cascina Caccia, un bel casolare confiscato alla mafia a mezz’ora dalla città, che ospita un’esperienza mista di coabitazione e produzione agricola, e altri tre anni a Filo Continuo, dove, in una torre popolare di 21 piani, Acmos gestisce due appartamenti: qui i cinque ragazzi che ci vivono, consapevoli che coabitare vuol dire innanzitutto “abitare insieme”, hanno deciso di avere una sola cucina al terzo piano, mentre il salotto con internet e la lavanderia sono al sesto. Scomodità logistica (scendere tre piani in pigiama per fare colazione non è proprio la norma nelle case italiane!) che ripaga in termini di socialità, coesione e condivisione, sia all’interno del gruppo che nel lavoro di buon vicinato con gli altri inquilini.

Nel 2006, quando i primi Tessitori sono entrati in via San Massimo, hanno iniziato a lavorare sui rapporti di buon vicinato uno a uno perché il contesto era veramente difficile: un saluto per le scale, due chiacchiere in ascensore o l’invito a prendere il caffé insieme sono state le principali attività dei coabitanti per tutto il primo periodo. Col tempo è diventato più normale anche ricevere una risposta al saluto per le scale o sentirsi bussare alla porta per domandare una tazza di zucchero in prestito, così, sulla spinta dell’entusiasmo, i Tessitori hanno attivato il doposcuola per i dieci bambini del palazzo (anche se ci abitano soprattutto persone sole di una certa età), hanno iniziato a organizzare il cineforum nell’atrio, giornate di pulizie collettive, il pranzo di Natale e hanno sperimentato anche delle gite tutti insieme. Agli aperitivi in cortile all’inizio partecipavano in pochi, quasi tutti stavano a guardare quello che succedeva dalla finestra, poi pian piano la diffidenza si è sciolta e adesso ognuno contribuisce portando qualcosa, chi le sedie, chi i tavoli, chi la musica chi da bere o da mangiare.

Oltre a ridurre la conflittualità interna, l’altro grande obiettivo del progetto era lavorare sull’identità del posto, partendo dalla cura e dalla pulizia degli spazi. Ma non è semplice lavorare sulla cura del posto se l’ambiente intorno avrebbe bisogno di seri lavori di manutenzione e se il tema della casa popolare non è per niente di moda nel dibattito super attuale sui beni comuni. Anche in questo caso la strategia dei Tessitori di procedere per piccoli interventi, con cui avvicinare l’ideale abitativo alla situazione reale, qualche risultato però l’ha portato: la posa delle rastrelliere per le biciclette è stato uno degli “eventi” più partecipati, le panchine in cortile sono state accolte da un applauso collettivo da tutte le finestre, e l’idea di trasformare la grande aiuola incolta in un giardino profumato e in un orto di piante commestibili ha visto imbracciare la zappa anche persone che non erano mai scese in cortile.

Come nel caso delle piante, anche l”abitabilità è qualcosa che cresce adagio, che va coltivata con cura e a cui bisogna dedicare tempo e competenze. Oltre all’investimento personale occorre però anche qualcos’altro, indipendente da ogni buona volontà: se i semi vengono piantati nella sabbia da cantiere, ad esempio, è difficile che nasca qualcosa; magari non serve che la terra sia biologica, magari un po’ di sabbia e sassi non fanno niente, ma bisogna mescolarci anche del terriccio più fertile. In via San Massimo il terriccio sono i dieci coabitanti, rispetto ai 160 alloggi troppo pochi per realizzare quel “mix sociale” indispensabile a costruire un’abitabilità riconoscibile come bene comune: da quello che capisco, quando le pietre in un campo sono troppe, qualcuna bisogna spostarla, se in quel terreno si vuole far crescere qualcosa.

Nota: l’immagine è uno scorcio del palazzo di via San Massimo; la fotografia è stata scattata mentre salivo le scale per andare a prendere il tè a casa di Isa. I contenuti del post sono una mia elaborazione personale delle chiacchiere con i coabitanti fatte nei due giorni passati con loro. Grazie a tutti della disponibilità.

colonna sonora: La casa (senza rete), Sergio Endrigo 

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