Archive for novembre 2015

Quello-di-mezzo

IMG_20151123_095054Dopo averli usati una volta, mette i fazzoletti di carta in una scatola da scarpe che tiene in fondo al letto. In fondo al letto ci tiene anche una valigetta rossa – che era la mia cartella delle elementari – dalla quale tutte le sere prende il pigiama che aveva infilato lì, ben piegato, la mattina.

Si è costruito un carrettino di cartone, a cui ha attaccato una corda per trascinarselo dietro in giro per casa; dentro ci tiene l’indispensabile: pezzi di legno, cartoncini di vari spessori, fili di lana, pietre e cose così. Non ha paura del buio e riesce a togliersi i denti che gli dondolano da solo.

È Quello-di-mezzo, il figlio più imprevedibile che mi sia capitato.

Da piccolo aveva un amico che si chiamava Bembo, col quale parlava per ore, telefonandogli con un sasso trovato in spiaggia e trasformato da un pennarello indelebile in mano al Mongi-daddy in un resistentissimo cellulare. Nessuno, a parte Quello-di-mezzo, ha mai visto Bembo, e neanche sua sorella Dindi o il suo amico Luca Bolori, ma per noi Pitton questi personaggi sono diventati “gente di famiglia”, a forza di sentirne parlare. Poi è successo che probabilmente a Quello-di-mezzo, intanto che cresceva, è venuto il dubbio che Bembo e la sua gang fossero solo figure immaginarie, e allora non ne voleva più tanto parlare, e un giorno, quando gli ho chiesto come stava Bembo, che era da un po’ che non avevo sue notizie, mi ha detto che Bembo era morto. E anche Dindi, e anche Luca Bolori. Una tragedia collettiva insomma. E da allora non se ne è più parlato. Perché Quello-di-mezzo è così, senza toni di grigio, con una testa bionda di capelli da bimbo della preistoria, gli occhi grandi come nei cartoni giapponesi e i sentimenti esagerati, nel bene e nel male. È capace di trasformare in schiaffo un inizio di carezza, ma anche di fare il contrario, quando meno te lo aspetti. Ti parla con il tono asciutto e lo sguardo profondo, come uno di quei respiri di montagna quando l’aria è troppo fredda, che scendono nella trachea ancora innoqui e poi esplodono nei polmoni all’improvviso, da farti mancare il fiato, mentre ti porti una mano al petto. È difficile prevedere le sue mosse, è imprevedibile anche a se stesso, lo guida un’energia che neanche lui sa ancora controllare del tutto.

Sa di essere originale, ma non vuole farlo vedere. Nel suo intimo penso sia convinto di essere una specie di supereroe, ma cerca in tutti i modi di nasconderlo, perché essere diversi a volte complica la vita. Alla scuola dei piccoli, per quella sua energia esplosiva, si era fatto la fama di “indomabile Mongi boy”, guardato a distanza dagli altri genitori. Lui, dentro quell’immagine, ci è rimasto intrappolato, in apnea a cercare di uscire da quel mare di sguardi in burrasca. È stato così tanto sott’acqua che non ha avuto abbastanza energia per crescere ed è rimasto piccolo di statura. Poi per gioco ha iniziato a ballare e ballando è venuto a galla: quando balla si muove come se il suo corpo fosse un pennello che dipinge sott’acqua, anche se adesso da quell’acqua pesante è uscito. Quelle pennellate lunghe, fluide e leggere, si vede che gli hanno allungato le articolazioni perché è pure cresciuto dieci centimetri. Nonostante questo exploit, mentre dal cancello lo guardo entrare a scuola vedo solo la sua testa bionda in alto e i polpacci sotto, tutto il resto nascosto dietro la cartella troppo grande per lui. È piccolo fuori e grande dentro, Quello-di-mezzo. Per le sue proporzioni da piccolo, mentre lo cambiavo sul fasciatoio, lo chiamavo Cubetto e lui rideva. Poi ha iniziato a sfrecciare a quattro zampe per casa e non si è più fermato: il movimento ha tolto massa al suo lato orizzontale ed ora assomiglia molto di più a una Molla scattante che a un placido Cubetto.

Ha il cuore grande, protetto da una corazza spessa e da una selvatichezza felina innata. Sa essere così felpato che a volte te lo ritrovi in braccio senza riuscire a spiegarti da dove è sbucato. Altre volte la sua presenza è così palpabile che ti schiaccia, perché anche nella fisicità è estremo. Non è per i convenevoli, non conosce la mediazione, la gradualità non gli appartiene. Gli piace l’odore di benzina di certi motorini truccati, quello di cloro che ti pizzica le narici quando entri in piscina e ieri ha definito “profumo” la puzza di plastica bruciata della guarnizione della moka che avevo messo sul fuoco senza acqua.

Difficile essergli indifferente, impossibile che lui lo sia agli altri, Quello-di-mezzo è così, e continua a strabordare dappertutto anche mentre scrivo di lui: scappa dalla penna, esce fuori dal foglio, si stende sul tavolo, si nasconde tra le dita delle mani, mi illumina gli occhi, mi ingarbuglia i pensieri, estremizza anche me, Quello-di-mezzo. E a me mi piace.

colonna sonora: Il ballo di San Vito, Vinicio Capossela

Nota: Quello-di-mezzo tra le altre cose è anche: La festa dei maghiLuca BoloriCinqueIl polonio

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Yoga & Socks

IMG-20150512-WA0000La mia è una pratica serale. Ho sempre avuto bisogno del buio intorno, e di una luce puntata come negli interrogatori della polizia nei vecchi telefilm, non so se c’è anche nelle serie tv di adesso, visto che non ho la televisione e quindi le serie non le guardo, e forse per questo tra un po’ non avrò più argomenti di cui discutere davanti alla macchinetta del caffè. Caffè che tra l’altro non bevo neanche, fatto che non fa che peggiorare la mia situazione di potenziale emarginata sociale. E così, quando mi capita che posso sfogarmi, parlare senza che per forza ci sia qualcuno ad ascoltarmi, che poi non è troppo diverso da scrivere sapendo che probabilmente non mi leggerà nessuno, succede che divago, perdo il filo, mi si accavallano le cose che vorrei dire ma che non so a chi dire, sempre per il fatto che non guardo serie tv e non bevo caffè. In pratica succede quello che sta succedendo adesso, che inizio a parlare di una cosa, e da quella me ne vengono in mente altre, e allora passo a parlare di quelle altre, e così potenzialmente all’infinito se non fosse che ritrovarmi a scrivere in diretta di quello che sta succedendo mi fa visualizzare nitidamente il loop che mi sta ingarbugliando i pensieri e allora prendo le forbici, do una sforbiciata robusta, e ricomincio.

La mia è una pratica serale, dicevo, appunto, qualche riga fa. A volte mi alzo dopo essere già andata a letto, a volte addirittura mi sveglio e vado a “praticare”. Non ho ancora mai messo la sveglia però. E spero di non arrivare a metterla mai. Mi serve buio, silenzio e ordine intorno. Rovescio la sporta di plastica azzurra dell’Ikea e sul tavolo di cucina si materializza una montagna franosa di calzini e mutande di varie dimensioni e colori, illuminata dal lampadario anni Cinquanta che era di mia nonna. Tutto intorno buio. E silenzio: i Mongi boys dormono e il Mongi husband pure, percepisco il suo respiro felpato venire dalla nostra camera da letto. In cucina intanto, su un tavolo che sembra un ring, tutto è pronto per il match quotidiano tra me e la biancheria. Non proprio quotidiano, non tutti i giorni, ma piegare i vestiti mi capita diciamo tre sere a settimana da quando siamo in cinque. Prima lo facevo di meno, ma non mi piaceva lo stesso. La differenza principale adesso sta nel fatto che ho metabolizzato che questa pratica accompagnerà le mie serate per un tempo lungo, e che di conseguenza merita un ripensamento filosofico globale, teso a trasformarla in qualcosa di distensivo e rigenerante piuttosto che insistere ad approcciarmici con nervosismo e di malavoglia.

Raggiunta questa consapevolezza, appaiare calzini, piegarli, dividerli per dimensione, riporli nei cassetti è diventata la mia personale sequenza di asana, la mia pratica yoga preferita: mentre le mani ripetono gesti abituali la mia testa può vagare libera tra pensieri per i quali non ho quasi mai tempo, tra ricordi dolci attivati da mutande e calzini, in un turbinio epico di vita familiare, dove i calzini bucati e quelli spaiati sono la regola. Senza che i quattro maschi che mi stanno intorno (e che dormono sempre mentre io piego) ci vedano niente di strano.

Nota: la fotografia è di Wolfgang Tillmans, me l’ha girata prima dell’estate la mia amica Laura dicendomi “ti mando poi una foto che mi ha fatto pensare un sacco a te”, a proposito di calzini e mutande..

colonna sonora: I giorni, Ludovico Einaudi 

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