Archive for dicembre 2015

BenvenutiArriviamo allo Spazio del Mutuo Soccorso che è già buio, seguiamo un ragazzo che illumina la strada con un faro da cantiere, entriamo nel grande cortile su cui si affacciano quattro vecchie palazzine anni Trenta. Nonostante la poca luce si intravedono muri coperti da grandi opere di street art.
Facciamo un cerchio intorno a Rossella, 26 anni e un forte accento milanese, che ci racconta la storia di questo posto dove l’eleganza dell’architettura della tarda Belle Epoque si è fusa con il degrado esteriore cresciuto dopo l’abbandono dello stabile.
A causa le condizioni pessime degli alloggi e della totale assenza di manutenzione, questo complesso di proprietà di una grande immobiliare si è infatti pian piano svuotato degli abitanti, in un processo che è durato buona parte degli anni Ottanta, come testimonia una copia del Corriere milanese trovata in uno degli appartamenti e datata 1987. Quando due anni fa i ragazzi del vicino centro sociale Cantiere insieme al Comitato Abitanti di San Siro hanno occupato questi spazi, oltre alla copia ingiallita del giornale hanno trovato solo la signora Albertina, l’unica inquilina che era rimasta, che ancora adesso a Natale porta agli occupanti il panettone, nonostante si sia trasferita in un altro posto.

Allo Spazio del Mutuo Soccorso  oggi abitano un centinaio di persone, poco più della metà straniere, di cui venticinque nuclei familiari stabili e altri ospiti temporanei. Questi ultimi sono soprattutto persone in emergenza abitativa, sette nuclei attualmente, alloggiati nella Casa Polmone, una soluzione “di passaggio” che offre accoglienza temporanea ma anche un’opportunità di sensibilizzazione civica data dal coinvolgimento attivo degli ospiti nel modello di autogestione. Oltre a Casa Polmone, altri due appartamenti tipo foresteria sono riservati a volontari e attivisti di fuori Milano che vogliono conoscere meglio lo Spazio e collaborare alle diverse attività che vengono organizzate.

Io sono arrivata qui insieme a un gruppo misto di ricercatori che partecipa al convegno organizzato da Tracce Urbane al Politecnico, che prevedeva anche un tour in autobus tra alcune esperienze milanesi di abitare collettivo, un pomeriggio di “turismo etnografico” come lo ha definito un collega.

Rossella ci racconta la genesi di questa esperienza collettiva che si sviluppa all’interno del movimento di lotta per la casa e rivendica il diritto all’abitare e il diritto alla città di persone che provano a rispondere alla precarietà attraverso pratiche dal basso di solidarietà e di mutuo soccorso. All’occupazione come sistema per sottrarre immobili abbandonati alla logica della speculazione immobiliare, si affianca l’autorecupero, utilizzato per ristrutturare gli appartamenti e gli altri locali aperti alla città, e l’autogestione, il modello organizzativo su cui si regge l’esperienza: queste tre caratteristiche, cementate insieme dalla logica del mutuo soccorso, sono l’ossatura intorno alla quale si sono sviluppate le attività ospitate dallo Spazio di Mutuo Soccorso e che ne fanno, a parer mio, un modello di “condominio produttivo” particolarmente interessante, stimolato dalla capacità di integrare insieme spazi abitativi e spazi per servizi e attività collettive aperte anche a chi vive altrove.

Suddivisi in gruppetti di sei o sette persone, iniziamo la visita guidata agli spazi del Mutuo Soccorso, per capire meglio come si concretizza l’idea di questo condominio produttivo. A noi ci porta in giro Mauro, un giovane zapatista con i lunghi capelli raccolti a coda che gli escono dal capellino della Quechua, che da vent’anni fa militanza politica e che a fine visita tornerà a Sesto San Giovanni dai suoi due bambini. Entriamo nel locale del GASP, il Gruppo di Acquisto Solidale Popolare creato da alcuni residenti del quartiere. Negli scaffali appoggiati alle pareti verdi ci sono cassette da frutta, bottiglie di vino, pacchi di riso. Questi prodotti, come anche i formaggi, la carne, gli ortaggi e molte altre cose che vengono acquistate collettivamente arrivano dalle aziende del Parco Sud di Milano, secondo la logica della filiera corta; per altri, gli agrumi ad esempio, stanno cercando fornitori da fuori, come testimonia la cassa di limoni sul tavolo all’ingresso che gli ha mandato da provare un produttore siciliano. Il principio del Gruppo di Acquisto Solidale è comprare insieme direttamente dal produttore, privilegiando aziende biologiche e locali, con un approccio critico al consumo, che salvaguardi i piccoli agricoltori. L’aggiunta dell’aggettivo “popolare” pone l’accento sulla matrice “proletaria” di questo Gas, che opera con la volontà di offrire prodotti di qualità a un prezzo più basso di quello dei supermercati. Questo per contrastare la deriva “radical chic” che ha investito il pianeta cibo e che rischia di stravolgere l’idea di partenza dei Gas, basata su l’acquisto di cibo sano e prodotto localmente a un prezzo equo, sia per chi lo produce che per chi lo consuma. Il prodotto nei Gas – ci spiega una signora che fa parte del gruppo promotore – non è visto solo come una marce, ma assume significato in quanto capace di attivare uno scambio di relazioni tra le persone che vi partecipano: oltre a benefici alimentari e economici per il singolo, far parte di un Gas produce a livello macro benefici sociali, culturali e ambientali che lo rendono un’attività particolarmente adatta ad essere ospitata dalla Spazio di Mutuo Soccorso.

Una connotazione popolare ce l’ha anche la palestra Hurricane, autogestita come il Gasp, che consente con un contributo di 10 euro al mese, comprensivo di assicurazione, di frequentare i tanti corsi disponibili (tra cui aerobica, danza del ventre, pugilato, muay-thai) tenuti da insegnanti professionisti volontari e di usare gli attrezzi e le macchine, tutte donate gratuitamente da cittadini sensibili. Più di 150 persone frequentano la palestra, mentre sono circa 70 gli iscritti a Unipop, l’università popolare ospitata al terzo piano, dove ha sede una scuola di musica, una scuola di lingue e dove si tengono varie iniziative di autoformazione per gli insegnanti e di approfondimento per tutti gli interessati. Al pubblico più giovane è dedicato lo spazio della Banda dei Pirati, con le pareti macchiate alla Pollock dai bambini, in cui è attivo uno spazio per laboratori, un doposcuola e una sala giochi, presidiati da educatori appassionati e anche in questo caso volontari.

C’è anche la ciclofficina Staffette Partigiane qui al Mutuo Soccorso e un mercatino di scambio C-Rise gestito quasi totalmente dagli abitanti, sulla base di regole molto chiare: all’interno dei locali del mercatino i vestiti, i libri e i giocattoli sono tutti sistemati in ordine, perché il primo comandamento è che bisogna segnare sempre tutto, è importante sapere quante cose arrivano e chi le riceve, per favorire la rotazione di più persone in un meccanismo di comunicazione trasparente. Il secondo comandamento è che cose rotte o inutilizzabili non vengono prese, e infatti la qualità dei prodotti è alta, e anche l’allestimento curato; la sensazione è quella di entrare in un negozio, ma un negozio particolare perché qui non si paga con denaro: il terzo comandamento infatti è che le transazioni si basano sullo scambio di beni, niente soldi ma nemmeno niente regali. Uno dei presupposti di tutta la filosofia dello Spazio del Mutuo Soccorso è proprio la messa in discussione e la modifica dell’agire individuale, in funzione della formazione di una comunità, e anche il mercatino dello scambio risponde a questa logica: le parole scritte sul cartello all’ingresso fanno capire che è arrivato il momento di smetterla di cercare soluzioni individuali a problemi comuni, è necessario invece costruire meccanismi di solidarietà reciproca, che incentivino la collaborazione e oltre a soddisfare un bisogno costruiscano un nuovo modo di relazionarsi agli altri, che va in direzione di una vita insieme.

Come ogni altra comunità, per funzionare, anche lo Spazio del Mutuo Soccorso ha bisogno di regole, così tra i frequentatori dello Spazio di Mutuo soccorso, gli abitanti e chi ci lavora volontariamente vige il “patto di mutuo soccorso”, una sorta di regolamento interno sottoscritto dai partecipanti che prevede una co-responsabilità nell’autogestione degli spazi: dalle pulizie, ai turni di apertura, dall’organizzazione di eventi alle assemblee periodiche, tutti sono chiamati a partecipare e a dare il proprio contributo, sulla base del principio marxista “ognuno secondo le sue possibilità, a ognuno secondo i suoi bisogni” che ultimamente ho sentito piacevolmente ripetere più volte.

Oltre agli spazi aperti al pubblico e ai progetti di solidarietà, lo Spazio del Mutuo Soccorso però nasce per rispondere a un bisogno abitativo, e per molte famiglie è per prima cosa una Casa. Nella visita guidata entriamo anche negli appartamenti, tutti davvero belli, a partire dalle porte d’ingresso in stile inglese, colorate di un bel blu. All’interno le stanze grandi e ariose non hanno nulla a che vedere con le dimensioni medie di quelle commercializzate sui giornalini di annunci immobiliari, dove una camera doppia è un buco al confronto. Gli spazi sono curati, l’arredo e i quadri alle pareti non danno assolutamente l’idea di temporaneità. Pur con l’incognita di un possibile sgombero, ogni famiglia si è radicata negli spazi che le sono stati assegnati, lo sguardo degli abitanti verso le loro case è uno sguardo basato sul legame ha fatto notare qualcuno. Ognuno ha investito tempo e denaro nell’autorecupero degli alloggi: qualcuno ha spostato muri, rifatto pavimenti, altri si sono limitati a sistemare quello che non funzionava, a tinteggiare le pareti, a cambiare i rubinetti; tutti hanno messo a norma gli impianti e installato caldaie nuove in appartamenti che prima non avevano neanche il riscaldamento, sostenendo collettivamente le spese per queste opere. Oggi ogni famiglia per abitare qui non paga un affitto, ma, oltre alle bollette, contribuisce per quel che può a una cassa comune per le spese legali e le opere di manutenzione. Il risparmio rispetto ad una locazione sul libero mercato è di oltre il 90% e a questo, ragionando in termini economici, bisogna aggiungere il beneficio per la collettività derivante dall’aver riqualificato uno stabile abbandonato in pessime condizioni, che possiamo stimare in un investimento complessivo di 200mila euro, se valorizziamo anche le ore uomo impiegate nell’autorecupero. Inoltre, il fatto che al Mutuo Soccorso sia stato organizzato un sistema di welfare dal basso, fatto di tutti i servizi di cui ho parlato sopra, fa sì che il risparmio ottenibile qui rispetto ad abitare in un contesto tradizionale sia ancora maggiore: Liat Rogel a proposito dell’abitare collaborativo di Scarsellini l’ha stimato in 1.593 euro all’anno per una famiglia di due adulti e due bambini ; al Mutuo Soccorso, per la maggiore offerta di servizi collettivi, possiamo alzare la cifra di altri mille euro, sempre facendo calcoli prudenziali.

Quindi anche senza tirare in ballo i benefici sociali a livello di abitabilità, qualità dei rapporti di vicinato, rete di solidarietà, educazione civica eccetera eccetera, solo dal risparmio economico si capisce come il condominio-produttivo-autogestito modello Spazio di Mutuo Soccorso abbia delle potenzialità non trascurabili, e per questo debba essere studiato con attenzione. Fondamentale a questo proposito è analizzare bene i punti di forza, come il mix sociale – fatto di famiglie in difficoltà abitativa, di giovani militanti dei movimenti di lotta per la casa, di nuclei stabili e di persone di passaggio – e il mix funzionale – fatto dall’integrazione tra spazi per l’abitare, spazi per il lavoro e spazi per le relazioni – ma anche gli aspetti architettonici, visto che ha un suo peso anche la conformazione fisica del posto: edifici belli, indipendenti ma vicini, affacciati su un grande cortile comune che funziona come la piazza di un paese, nei quali, in ognuno, sono mescolate residenze autonome e spazi aperti alla città. E poi è necessario riflettere anche sulle criticità, in particolare il forte impegno in termini di tempo e disponibilità a collaborare richiesto sia agli abitanti che ai tanti volontari e attivisti, su cui si basa il buon funzionamento del progetto complessivo. Ma d’altra parte Bauman ci insegna che tra libertà e comunità c’è un trade off insanabile, e se si vuole vivere insieme a un po’ di autonomia, controllo e individualismo bisogna saper rinunciare.
In ogni caso, dopo aver visto tante esperienze diverse di abitare condiviso, mi sembra di poter dire che è nelle soluzioni più radicali che si trovano i germogli di innovazione più interessanti e che per coltivare una “primavera abitativa” forse è da qui che bisogna partire.

colonna sonora: El Pueblo Unido, Inti Illimani 

PS: grazie agli amici dello Spazio del Mutuo Soccorso, super efficienti anche a mettere online fotogallery e video interviste della giornata! Il materiale lo trovate tutto qui.

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cena4Giovanni è il dirigente del Comune di Torino che si occupa di abitare sociale. L’ho incontrato l’altra mattina, insieme a una piccola delegazione emiliano-romagnola interessata a esportare da noi il modello delle coabitazioni solidali.
Arriviamo nel suo ufficio a due passi da piazza Castello alle nove e mezzo, ce ne andiamo che è ora di pranzo. La prima considerazione è sulla quantità di tempo che Giovanni ci ha dedicato, un tempo lungo e denso, non scontato, non dovuto, non usuale.

Giovanni ripercorre con tono appassionato la stagione della rigenerazione urbana, da dove è partita tutta le riflessione sulle politiche per l’abitare che si è sviluppata a Torino a metà degli anni Duemila e che col tempo si è consolidata in una costellazione di interventi che fanno del capoluogo piemontese un modello di intervento pubblico nel campo dell’abitare a livello nazionale. La seconda considerazione è stata sentire Giovanni presentarsi come architetto, per legittimare il fatto di aver lavorato ai vari progetti di riqualificazione urbana, ma subito dopo, con una manovra brusca, distaccarsi da quel background tecnico da cui anche lui proviene, per sottolineare come uno dei limiti delle politiche per l’abitare in Italia sia che sono troppo solo in mano ad architetti.

Sul concetto di distacco Giovanni è tornato quando ha spiegato la differenza che per lui c’è tra abitare sociale – quello che stanno provando a fare a Torino – e social housing, termine esploso con l’entrata in scena dei Fondi Immobiliari finanziati da Cassa Depositi e Prestiti che per Giovanni mi pare sia un sistema troppo lontano dagli abitanti per produrre oltre che case anche abitabilità.

Nel caso dell’abitare sociale la radice è quella della rigenerazione urbana, rispetto alla quale le esperienze più innovative avviate a Torino scontano una evidente dipendenza costitutiva. Conclusi i programmi pubblici di riqualificazione urbana, i quartieri popolari dove si era intervenuto anche in modo massiccio, investendo tante risorse, correvano il rischio di essere abbandonati. Per limitare il rischio si è intrapresa la strada dell’abitare sociale, con l’obiettivo di affiancare alla riqualificazione la rigenerazione. Infatti dopo essere intervenuti bene sul contesto fisico – gli edifici, le aree verdi, le strade – adesso bisognava intervenire sul software: gli abitanti.

Il passaggio dalle politiche per la casa alle politiche per l’abitare segna il modello di intervento scelto da Torino: la casa diventa un involucro tanto necessario quanto non sufficiente a innescare un processo virtuoso di rigenerazione urbana, che dipende anche da interventi più immateriali di accompagnamento sociale, creazione di comunità, reti di solidarietà, sostegno a sperimentazioni dal basso. Giovanni qui prende in prestito dalla matematica il linguaggio delle proporzioni per dire che l’abitare sociale sta alla rigenerazione urbana come la regola sta all’esperimento. La terza considerazione è stata scoprire che l’abitare sociale a Torino è diventato una regola, cresciuta sulla sperimentazione, importante ma conclusa, della rigenerazione urbana. Un passo avanti non da poco, rispetto alla stagnazione in cui versano tanti Progetti di Riqualificazione Urbana in Italia, in cui, in uno skyline di edifici ben tinteggiati, panchine pulite, altalene aggiustate, ci si è dimenticati delle persone che in quegli edifici abitano, che su quelle panchine si siedono e che su quelle altalene spingono i propri figli.

Questa idea mutuata all’esperienza della rigenerazione urbana, per cui il problema della casa viene superato dal tema dell’abitare è il primo principio alla base del modello torinese di abitare sociale. Da questa consapevolezza nasce la necessità di occuparsi in maniera coordinata non solo della casa intesa come involucro energicamente performante, ma anche degli altri pezzi dell’abitare: gli abitanti, le relazioni, la coesione sociale, il mutuo aiuto, le attività comuni, i servizi e tutto quello che intorno alla casa può crescere, e che in gran parte dipende dalla capacità di creare mix sociale e funzionale. Il secondo principio è che le politiche abitative devono riuscire a essere sostenibili anche economicamente: la domanda dalla quale Giovanni e i suoi colleghi sono partiti ragionando di abitare sociale era se il mercato potesse produrre azioni sociali di un certo rilievo. Nonostante l’incredulità dei massimi esperti della London School of Economics, Giovanni ci tiene a sottolineare che a Torino sono riusciti a rispondere in maniera affermativa. Hanno messo in discussione l’assunto del gotha economico d’oltremanica secondo cui “il mercato lo fa il mercato e il sociale lo fa il pubblico”, dimostrando che a volte il sociale lo può fare anche il mercato, come dimostra il modello delle coabitazioni solidali. Le coabitazioni solidali sono esperienze abitative promosse dal pubblico con il sostegno del privato sociale, nelle quali vengono inseriti in contesti abitativi difficili di edilizia popolare ragazzi giovani che, in cambio di uno sconto sull’affitto, offrono gratuitamente una decina di ore a settimana del proprio tempo a beneficio dei residenti, lavorando su abitabilità, accompagnamento sociale e relazioni di vicinato – insegnano. In queste esperienze, che ho raccontato in due post di inizio autunno (qui la prima puntata e qui la seconda), come in tutte le altre azioni di abitare sociale promosse dal Comune di Torino, alla base ci sono sempre le due idee di Giovanni, strettamente interdipendenti l’una dall’altra: occuparsi non solo di case, ma ancor prima di chi in quelle case ci abita, promuovendo mix sociale e funzionale, e farlo in un quadro di sostenibilità economica. La quarta considerazione è che Torino si distingue nel panorama italiano dagli altri Comuni per avere scelto di governare in prima persona il tema della casa, strutturando un ventaglio di politiche abitative articolate, il cui coordinamento rimane saldamente in mano pubblica. Un ventaglio che Giovanni ha chiamato “costellazione di soluzioni” perché l’altra consapoveolzza che ha sempre avuto la città è che non c’è una soluzione unica per tutti i problemi abitativi: i problemi sono molti e di conseguenza molte devono essere le soluzioni proposte, ognuna pensata per rispondere a un micro problema.

La quinta considerazione è che a Torino il tema dell’abitare sociale è stato affrontato in maniera fluida, all’interno di un processo lungo, non programmato rigidamente, ma frutto di una consapevolezza che è cresciuta con l’esperienza, adottando una strategia che in gergo scientifico si chiama “trial and error” e che in sostanza vuol dire procedere per tentativi, ammettere l’errore e imparare sbagliando. Diversamente da quanto succede normalmente nelle istituzioni pubbliche dove non si fa niente per paura di essere accusati di aver fatto la cosa sbagliata, Torino non ha avuto troppa paura e ha messo in piedi una politica abitativa “under construction”, aggiustando di volta in volta il tiro per avvicinarsi sempre di più all’obiettivo, nella consapevolezza che l’obiettivo non lo si raggiungerà mai. Ma d’altronde – dice Giovanni – “l’utopia non serve per arrivarci, ma per indicare la strada da prendere”.

Forse gli obiettivi saranno utopici, ma è reale la transizione verso un mondo in cui il possesso lascia sempre più spazio all’accesso, con tutte le implicazioni legate alla condivisione e alla temporaneità che l’accesso si porta dietro quando si parla di casa. Transizione che Torino ha metabolizzato dai primi anni Duemila, quando ha iniziato a investire sull’agenzia sociale per la locazione Lo.C.A.R.e, per poi iniziare a pensare modelli legati alla temporaneità, con cui affrontare meglio i cambiamenti demografici, sociali e lavorativi in atto: nascono in quel periodo le idee di albergo sociale, delle residenze temporanee, del condominio solidale, delle residenze collettive sociali che si sono concretizzate negli anni successivi e di cui Sharing, Luoghi Comuni, A casa di zia Jessy, Housing Giulia e le coabitazioni solidali sono alcuni esempi.

Sono tutti modelli caratterizzati dall’essere governati dal pubblico, con l’indispensabile collaborazione del privato sociale e un’attenzione centrale per la gestione sociale, considerata l’enzima necessario per far funzionare tutte le esperienze di abitare temporaneo. L’esperienza insegna che questi esperimenti funzionano ancora meglio nei casi in cui è disponibile una cucina comune o comunque quando vengono organizzati momenti di convivialità legati al cibo, perché “mangiare insieme fa comunità anche nel terzo millennio”. La sesta considerazione è che tante volte non bisogna sforzarsi di inventare niente di nuovo, ma si tratta di riproporre strumenti semplici e conosciuti, banali come mangiare un piatto di pasta insieme.

Se assumiamo, come nel caso del mangiare insieme, che la vicinanza fisica stimoli anche la vicinanza relazionale, tentare di riprodurre questa condizione è molto più facile in contesti omogenei – con tutti i rischi di produrre comunità chiuse – piuttosto che cercare di promuovere interventi abitativi basati sulla mixité. A Torino, città che alle sfide si è dovuta abituare per forza, ci hanno provato a realizzarla questa fantomatica mixité., cercando anche il modo di renderla stabile. E per farlo hanno puntato sulla qualità dell’abitare: hanno cercato di rendere sia l’hardware – fatto di mattoni – che il software – fatto di relazioni – di così buona qualità da essere gradito anche a chi paga. Dopo aver costruito qualità, trovare l’equilibrio giusto tra chi paga di più e chi paga meno è il secondo passaggio per far quadrare i conti dei piani finanziari e consentire a tutto il sistema di sostenersi. Perché il software relazionale funzioni è però indispensabile investire su accompagnamento e gestione sociale: come l’olio e l’acqua non appena smetti di sbatterli si separano, Giovanni ci spiega che la stessa cosa succede agli abitanti di contesti basati sulla mixité, se non li sbatti l’uno con l’altro con un percorso di accompagnamento sociale gestito dall’interno.

A questo proposito, a mio parere, il vero vantaggio competitivo delle coabitazioni solidali rispetto a molti altri interventi di social housing è che la gestione sociale è affidata a persone che nei contesti di edilizia popolare in cui intervengono ci abitano anche, ed è tutta un’altra cosa. Vuol dire essere tutti sulla stessa barca, costruire rapporti tra pari e innescare condizionamenti positivi più potenti, ma certe cose bisogna vederle dal vivo per crederci.

Mentre ci racconta di come funzionano concretamente le coabitazioni solidali, questo dirigente pubblico che si autodefinisce “il teorico del bicchiere mezzo pieno” ci introduce al suo sogno di costruire un “ordine nuovo” dove ognuno abbia secondo le sue necessità e contribuisca secondo le sue possibilità”. L’ultima considerazione è che sentire oggi un dirigente pubblico citare Gramsci è un’esperienza piuttosto rara. Non scontata, non dovuta, non usuale. Proprio come il tempo che ci ha dedicato Giovanni.

colonna sonora: Stagioni, Francesco Guccini 

Nota: la foto è stata scattata in una delle cene collettive organizzate dai coabitanti di via San Massimo. Grazie a Isabella per essere così naturalmente disponibile. E in bocca al lupo agli amici di Sant’Arcangelo di Romagna e di Vignola che sono venuti a vedere da vicino le coabitazioni solidali torinesi. Domani chissà che qualcun altro vada a vedere le loro..

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