Archive for gennaio 2016

 

Visto che i giorni dopo Natale in montagna c’era un gran sole, una temperatura primaverile, qualche gemma sugli alberi e niente neve per terra, i Pitton invece di lanciarsi nel “circo bianco” sono andati a camminare.

Un’esplorazione disorganica di sentieri appenninici e vecchie mulattiere.

Ognuno con il suo zainetto, immancabili all’interno il Manuale delle Giovani Marmotte nella versione cartonata originale degli anni Settanta, il coltellino svizzero che in casa Pitton è il regalo iniziatico dell’estate pre-prima elementare, la bussola, una corda che non può mancare mai in uno zaino da montagna come il Gianca-nonno mi ha insegnato quando lo zaino era più grande di me, borraccia, calze di ricambio e una torcia o una candela, a seconda del romanticismo del momento.

Ognuno pronto ad affrontare la montagna a modo suo, tra entusiasmi infantili, sbalzi umorali preadolescenziali, sgranocchiate di noci miste a cioccolata, candele al naso, scarponcini slacciati, chiacchiere affannate e visi rossi.

Tra le passeggiate abbiamo inserito anche l’ascesa alla vetta del Libro Aperto, là dove la Natura ti lascia ancora senza fiato a pensare che siamo a neanche settanta chilometri da Modena.

Un’ascesa sociale, considerato che eravamo in diciassette, e impegnativa, considerato che di questi diciassette undici erano bambini. Così abbiamo diviso il percorso in due giornate, con tappa notturna al Gran Mogol, un bivacco perso nel bosco all’inizio della salita vera e propria. Si chiama acclimatamento, in gergo alpinistico. L’ho imparato da Michael Crichton, che sull’ascesa del Kilimanjaro ha scritto un piccolo capolavoro, che ci crediate o meno.

Il bivacco è un’avventura già dal nome, con quell’asperità della “b” iniziale, che ti si insinua come un coltello a forma di “v” tra le carni molli” completamente impreparate in quella inusuale doppia “c”.

Il bivacco è un’operazione di sottrazione, senza materasso, senza bagno, senza acqua, senza stanze, ma soprattutto senza luce. E proprio della luce volevo arrivare a parlare (anche se effettivamente a rileggerla l’ho presa un po’ larga). Che per lavarsi bisogni andare alla fonte vicina, che per cuocere la carne bisogni accendere il fuoco all’aperto, che per tentare di scaldarsi si debba caricare di legna una stufa tutta arrugginita o che per fare cacca e pipì l’unica intimità sia quella del bosco, sono tutti dettagli. Insignificanti dettagli aggiungo, se paragonati a quello che vuol dire vivere senza luce, dipendenti da una candela o da una torcia dalle quattro di pomeriggio in poi (perché nel bosco viene buio prima e le finestre di un bivacco sono così piccole che la luce fa fatica a entrare anche di giorno), con una mano sempre impegnata a fare luce e l’altra che da sola si sente persa, nonostante il pollice opponibile.

Senza luce si vive male, non si vede quello che si vorrebbe mangiare, ma che spesso non si mangia perché al buio lo si rovescia, non si trova quello che si sta cercando, gli oggetti si nascondono, si maledicono tutti quei colorsini tipici del vestiario dell’esploratore che nella penombra assoluta si mimetizzano perfettamente col legno del tavolo, le pietre del pavimento e le cacche di ghiro sparse qua e là.

Senza luce si sviluppa l’udito, senti quello che non vedi, riconosci meglio le voci, familiarizzi con i respiri diversi, ascolti la vicinanza. Provi ad adattarti, mentre guardi con timore la cera che si consuma troppo veloce e scende goccia a goccia sul candeliere e poi si sfracella sul tavolo inspessito da una vita di candele bruciate. Cerchi sollievo nel cielo stellato, assurdo da quanto è immenso, ti ubriachi di quel buio assoluto dell’universo, puntinato da manciate di stelle incredibilmente brillanti con tutto quel nero intorno.

Ma ad abituarti non ci riesci. Aspetti il mattino in equilibrio precario con la schiena su una panca troppo stretta e le gambe a penzoloni, pregusti il gocciolio dei primi raggi di sole che riescono a scivolare nel bosco, cerchi la luce.

Io ho bisogno della luce e in questi giorni è andata via. Qualcuno ha spento l’interruttore e non trovo da accenderlo. È buio ma manca il cielo stellato, il calore del fuoco, non c’è neanche uno straccio di mozzicone di candela in giro. Non ci sono orologi e non so quanto durerà la notte, non so quanto ancora riuscirò a stare in equilibrio sulla panca, ma so che la luce prima o poi arriva. È dura quando non si ha l’orologio, ma confido sulla relatività del tempo. Pensando che purtroppo o per fortuna salire in montagna non è solo questione di gambe.

Nota: come il buio che non lo puoi vedere ma te lo senti addosso, così questo post “senza luce” non ha la consueta immagine ad accompagnare il testo. D’altronde il buio sa di buio.

 

colonna sonora: Let’s dance, David Bowie

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