Archive for febbraio 2016

IMG_20160219_001650Ci siamo trovati da soli, un pomeriggio di pioggia sporca, cielo bianco e aria pesante, giusto qualche giorno fa. Giusto io e Il-più-piccolo.
In casa non c’era nessun altro, il Mongi daddy ancora in ufficio, gli altri Mongi boys dai nonni, probabilmente incollati a una sedia di cucina con le gambe a penzoloni, gli occhi pallati e lo sguardo assente tipici della sindrome da fattanza mediatica, che colpisce tutti i bambini che vivono in case prive di televisione quando si trovano davanti ad un apparecchio che trasmette pubblicità.
[E visto che siamo in tema di televisione, mi concedo una breve digressione per precisare che quello che manca ai Mongi boys non è tanto Masha e orso o chissà quale altro cartone animato (visto che di questi tempi moderni i cartoni animati si possono guardare praticamente tutti su internet “on demand” anche senza avere la televisione in casa), ma le pubblicità bambino-oriented che la Tv trasmette tra una puntata e l’altra della scatenata bambina russa o dell’insopportabile maialina inglese: intermezzi commerciali suadenti che hanno fatto entrare in casa nostra oggetti altrimenti sconoscuti come i Polaretti, i Kinder Pinguì o la cartella delle Tartarughe Ninja e che fanno rispondere in coro i Mongi boys, quando gli dico che è ora di spegnere la tv e andare a casa: “Due minuti ancora, appena finisce la pubblicità veniamo”].

La casa era tutta per noi. Nessun rumore a disturbarci, se non il ticchettare incessante della pioggia sul tendone del terrazzo e ogni tanto il sibilo del frigorifero e una notifica di whatsapp.
Abbiamo buttato i vestiti bagnati nella doccia e ci siamo messi subito il pigiama, nonostante fossero appena passate le cinque. Poi ci siamo sdraiati tutti e due sul pavimento della sala, pancia a terra, mani sotto il mento, occhi alla stessa altezza, uno di fronte all’altro. Io avrei dovuto stendere, piegare una sporta piena di calzini e mutante, cuocere i ceci, pelare le carote, impastare il pane, svuotare la lavastoviglie e cambiare l’acqua alla nostra pesciolina Marina. E invece sono rimasta lì sdraiata per 75 minuti, a giocare a un gioco inventato sul momento dal Più-piccolo, e nel quale ogni momento cambiavano le regole.
Lui sembrava sicuro del fatto suo, non si è mai rimangiato la parola, non è mai tornato sui suoi passi, e per 75 minuti abbiamo giocato insieme a quel gioco assurdo, senza scopo, senza perché, scambiandoci vecchie lire, franchi francesi, cents inglesi, dracme e euro soprattutto in nichel, che erano usciti dal suo salvadanaio.
Muovevamo a turno, cinque passi in una direzione uno, cinque passi l’altro. Se la moneta di uno aveva un diametro più largo di quella dell’altro, quella moneta mangiava l’altra a volte, altre volte però succedeva il contrario, altre volte ancora nessuno mangiava nessuno.
Il criterio per mangiare è stato prima il diametro, a seconda dei casi o il più piccolo o il più grande, ma poi anche il colore (con l’oro che vinceva su tutto, anche se a volte era più forte l’argento), e un’altra volta il numero scritto sulla moneta, in una specie di roulette per decidere il da farsi.
Le monete si muovevano a un ritmo inconsulto, da una fila all’altra della scacchiera immaginaria tracciata sul parquet, sotto le nostra dita burattinaie.
Io sollevavo spesso dubbi sulla validità di una mossa o sull’applicazione di una regola, ma Il-più-piccolo aveva sempre la risposta pronta, e con pazienza e voce sicura mi forniva spiegazioni inappellabili.

Quando ho realizzato che era passata più di un’ora sono stata colta da attacchi di risa acuti, facevo domande sul gioco cercando di trattenere l’ilarità isterica che mi usciva dagli angoli della bocca, mentre pensavo alla sporta piena di calzini e mutande che mi aspettava di là in cucina. Il mio comportamento avventato ha messo a repentaglio il clima di incomprensibile serietà che si era creato nella stanza, rischiando di screditare tutto il gioco. Per fortuna, proprio nel bel mezzo di quella situazione imbarazzante ha suonato il campanello, Il-più-piccolo ha chiamato il “teim”, fonema anglo-dialettale usato per reclamare una pausa, io mi sono tirata su da per terra e mi sono sgranchita il collo che iniziava a risentiere della posizione arcuata tenuta durante la partita.,Il-più-piccolo intanto si è alzato per andare ad aprire la porta. È entrato Il-più-grande, che senza staccare gli occhi dalle monete sul pavimento, ha iniziato a chiedere a cosa stavamo giocando. Il-più-piccolo, trotterellando intorno al fratello che continuava a fissare il parquet mentre sparpagliava qua e là per la sala cartella, scarpe, giacca e cappello, ha preso a spiegargli le regole, io ho contribuito a infondere solidità alla spiegazione, con interventi puntuali e esempi pratici delle potenzialità dei movimenti delle monete. “Posso giocare?” ha chiesto dopo qualche minuto di quel sermone Il-più-grande al Più-piccolo. La risposta affermativa ha innescato un’ulteriore ora di partita tra i due Mongi boys. Alle sette e mezzo la cena era pronta, sono venuti a tavola assicurandosi che nessuno toccasse niente, che il match non era ancora finito.

colonna sonora: Aldo dice 26×1, nel finale di Siamo i ribelli della montagna, Ustmamò 

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Invertebrati

Shark_Hirst2Che la giornata è stata stressante lo capisci alla fine, quando ormai la spesa è stata fatta, la tavola sparecchiata e la lavatrice svuotata.
Lo capisci in quell’intervallo di tempo che sta tra le pratiche di lavaggio denti e le operazioni di pigiamamento dei Mongi boys, che in una serata come questa sembra non finire mai.
È in quel limbo assordante che scivola infido oltre le nove che la tua mente realizza che non è poi stata una giornata qualsiasi quella di oggi, se sei dovuta andare a prendere a scuola a metà mattina Il-più grande in preda a un attacco incontenibile di mal di pancia, se tuo fratello ha preso al volo un aereo per Bologna perché le sue piastrine hanno smesso di riprodursi, se hai girato la chiave nel verso sbagliato e adesso l’armadio con tutti i tuoi documenti di lavoro non si apre più, se la caldaia è andata in blocco e in casa adesso ci sono 14 gradi, se il tuo telefono cellulare non fa più le foto, se tuo marito dopo cena è dovuto tornare a lavorare perché un suo collega si è dimenticato di fare il backup e se la spada laser del Più-piccolo si è spaccata a metà
È in queste giornate che diventa più probabile fare cose che sai benissimo non vadano fatte, che oltre a non essere utili sono dannose e che si attaccheranno ai tuoi ricordi come le zecche dietro le orecchie dei cani.
Lo sai che non ha senso, e lo capisci anche mentre provi a mettere in fila cosa è successo nella giornata con in mano il dentifricio per Quello-di-mezzo che sta urlando “Mamma, Giovi si è mangiato tutto il dentifricio!”.
E anche se sai tutto, se capisci tutto, decidi lo stesso di ascoltare Il-più-grande ripetere la lezione di scienze.
Così la classificazione degli animali stasera si è trasformata in una battaglia all’ultimo sangue tra lui che crollava di sonno e a cui uscivano dalla bocca parole disarticolate ed io che per sfogare il nervoso ho talmente calcato la penna sul foglio per sottolineare le caratteristiche degli invertebrati che l’ho trapassato.
Per venti minuti buoni abbiamo combattuto uno contro l’altro una battaglia sferragliante a colpi di echinodermi e celenterati, siamo inciampati a vicenda su anfibi e rettili, artopodi e anellidi; lo scheletro interno che ci distingue dagli invertebrati non è servito a proteggerci da affondi poco corretti e da puntualizzazioni ridondanti.
Quello-di-mezzo e Il-più-piccolo hanno seguito in silenzio, sotto le coperte, quell’assurdo spettacolo, che è finito per sfinimento, di colpo, dopo che Il-più-piccolo si è fatto coraggio e mi ha chiesto se Yoda di Guerre Stellari fosse un vertebrato o un invertebrato. Domanda ingombrante, che si è guadagnata tutta la pausa notturna in cui tirare fuori una risposta argomentata.

E con questo la storia per stasera è finita. Solo un appunto: in alcuni casi bisognerebbe poter schiacciare il pulsante “reset” e azzerare tutto, tornare di colpo al momento del lavaggio denti. Ma non si può. Domani chiedo scusa, confidando che nella ram dei Mongi boys stasera lo spazio di archiviazione fosse esaurito.

colonna sonora: Nubi di ieri sul nostro domani odierno (Abitudinario), Elio e le Storie Tese

Nota: nell’immagine The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living di Damien Hirst, 1991

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Lumen_caseLa mia giornata oggi inizia in auto, come quella di tanti altri, che la macchina, a differenza di me, la devono usare tutti i giorni. Ci metto mezz’ora a fare gli ultimi cinquecento metri che mi separano dall’entrata del casello di Modena Nord.
Mentre ascolto tra l’insofferente e l’avvilito Virgin Radio e nella quasi immobilità dell’avanzare alterno freneticamente i piedi sui pedali di frizione, acceleratore e freno, come se fossi una suonatrice d’organo impazzita, penso all’attualità del “paradosso di Illich”: già all’inizio degli anni Settanta Illich sosteneva come le auto, inventate per velocizzare gli spostamenti e migliorare il confort del viaggio, si fossero rivoltate contro gli uomini, i quali avevano finito per trovarsi intrappolati ogni giorno dentro quelle scatole di latta. La macchina aveva preso il sopravvento sull’uomo, creando più distanze di quante riuscisse a eliminarne e le persone, invece di risparmiare tempo, si erano trovate chiuse in un’automobile a perderne tantissimo. Dico questo perchè mi piacciono i fuori programma, anche quando scrivo. E fare una digressione è come scegliere una strada che non sai bene dove porta quando sai benissimo che di fronte a te ce ne sarebbe anche un’altra molto più diretta e facile.

Però pensandoci bene questa storia delle macchine qualcosa a che fare con quello che voglio raccontarare ce l’ha: Illich era un sostenitore di quella che lui chiamava la “società conviviale”, una società dove gli strumenti moderni prodotti dall’era industriale sono sottratti agli specialisti che li tengono sotto controllo e restituiti alla collettività, in modo che ciascuno possa utilizzarli per realizzare i propri progetti. L’intuizione di Illich è molto simile alla critica al concetto di monopolio radicale che Turner, il più eloquente e autorevole difensore dell’abitare autogestito, ha applicato all’abitare. Turner scrive negli stessi anni di Illich che il monopolio radicale è un meccanismo di tipo sociale che ha reso la gente incapace di fare da sé, sottraendo uno dei bisogni fondamentali della vita (la casa) alla definizione di chi lo vive (gli abitanti).

Ma la sto ancora prendendo troppo alla lontana. Mi rimetto quindi in macchina e dopo un’oretta di autostrada mi ritrovo immersa in un paesaggio strettamente padano, dove l’orizzontalità e la piattezza dominano su tutto, in una campagna in cui la vista può correre veloce dietro un orizzonte che non smetti mai di vedere ma non riesci mai a raggiungere.
La pioggia di ieri ha lavato anche la nebbia e i colori sono saturi quasi come nelle fotografie di Franco Fontana. Parcheggio davanti al muro di mattoncini antichi cementati in bianco che delimita quella che un tempo deve essere stata una fiorente corte colonica, in cui probabilmente abitavano i braccianti che coltivavano il mais nei campi intorno. Dal cancello si vede una grande aia, ghiaino bianco per terra e in mezzo un bel prato delimitato da due file di alberi adesso spogli. Intorno le case, una porta accanto all’altra, intonaco rosa antico, persiane e porte verdi, tutte basse uguali: pianoterra e primo piano, all’interno una scala che porta alle camere da letto, dietro il giardino, separato dalla sala da una grande vetrata.

In queste case vivono le quattordici famiglie, la maggior parte con bambini, che animano l’ecovillaggio Lumen, una “sperimentazione pratica di un modello di vita collettivo rivolto al benessere e all’eco-sostenibilità”, come si legge sul loro sito internet o “un prato con dei bambini che giocano e le loro case tutte intorno”, come mi ha spiegato Anita che ha nove anni e abita qui da sempre.
Per il mio lavoro di ricerca Lumen è un’esperienza molto interessante da diversi punti di vista: innanzitutto ha una storia consolidata, che viene ripercorsa nel libro scritto in occasione del ventunesimo compleanno dell’ecovilaggio; seconda cosa è un caso di successo, a differenza di tante altre esperienze di comunità intenzionali che si sono sgonfiate dopo la prima fase di entusiasmo, il cui andamento in statistica verrebbe ben rappresentato dalla classica curva di Gauss a forma di campana, dove, dopo un periodo di crescita sostenuta, si raggiunge il punto massimo, dopo il quale comincia il declino.
Un ulteriore motivo di interesse è che Lumen si regge su un originale modello di economia interna autosostenibile: negli anni l’ecovillaggio ha sviluppato una serie di attività aperte all’esterno (dalla scuola di naturopatia, alla Wellness Academy ai corsi di cucina naturale), che hanno costruito posti di lavoro per gli abitanti e che assicurano entrate sufficienti a pagare altri abitanti impegnati a offrire servizi specifici per la comunità, come la mensa interna, l’asilo e l’homeschooling per i bambini delle elementari. In questo modo praticamente tutti gli abitanti di Lumen ricevono uno stipendio per il loro lavoro – che sia rivolto agli esterni o per i residenti – che, sommato al lavoro volontario che ciascuno svolge (nella manutenzione del verde, nella pulizia delgi spazi comuni, nella raccolta della legna con cui viene alimentato il riscaldamento), consente un equilibrio economico sostenibile.
Per fare un esempio concreto, Giacomo, un ragazzo sardo che è il responsabile della cucina comune, ogni mese riceve da Lumen 800 euro per il suo lavoro di preparazione dei pasti e di gestione degli ordini della dispensa. Questi soldi in parte sono ottenuti dalle entrate dei corsi di cucina naturale che sempre Giacomo tiene all’esterno e che confluiscono nel bilancio di Lumen. Come mi ha raccontato lui stesso, questi 800 euro non servono per sostenere spese tipiche di chi abita in appartamenti tradizionali, visto che vivere a Lumen offre un pacchetto di servizi che coprono i costi del cibo, delle utenze, le spese condominiali e quelle per i servizi di cura dei bambini.
Da una stima realizzata qualche mese fa dagli abitanti per quantificare i benefici economici di vivere in ecovillaggio, da un confronto con l’indagine Istat sui consumi, si scopre che ogni famiglia arriva a risparmiare ogni mese circa mille euro, grazie a servizi quali acquisti condivisi, utenze comuni, servizio mensa, scambio di vestiti, condivisione di auto.
A questo modello economico particolare corrisponde una struttura organizzativa piuttosto complessa, articolata in diverse forme giuridiche e orchestrata in modo da riuscire a gestire la vita comunitaria: Lumen infatti è un’associazione che si occupa prevalentemente delle attività formative rivolte all’esterno, ma anche una cooperativa di produzione e lavoro che gestisce progetti editoriali, la vendita di prodotti naturali e le attività svolte in diversi centri benessere, oltre a essere da qualche anno una cooperativa a proprietà indivisa che amministra gli alloggi e un network di persone che organizzano le attività educative rivolte ai bambini, dall’educazione parentale al servizio di asilo modello tagesmutter.

All’ingresso mi accoglie Federico, 38 anni di Crema, che si è trasferito nell’ecovillaggio insieme a sua moglie Valentina e alla loro figlia Matilde ormai quattro anni fa. Dopo aver transitato in alcuni appartamenti condivisi, ha contribuito a ristrutturare una porzione di casa della corte dove adesso vive, per scelta, insieme alla famiglia di Floriana e Alessandro. La condivisione abitativa non è la regola, ma sicuramente si sposa bene con le motivazioni di carattere relazionale e comunitario che spesso accompagnano la scelta di vivere in ecovillaggio.
Nell’attesa di trasferirci nella homeschooling dove Federico insegna arte, beviamo un té seduti al bancone della sua cucina, autoprodotto con assi recuperate dai ponteggi dei cantieri edili; alle mie spalle c’è una lavagna nera con scritto il menù settimanale della colazione: frutta, latte di soia, pancake, succo Hurom, mix di cereali, pane con creme di verdura, marmellata, té, crema di riso, crepes. Colazione a parte, la cucina non è tanto usata, visto che i pranzi e le cene vengono consumati insieme nella mensa comune dall’altra parte dell’aia, tutti i giorni escluso il lunedì, quando ognuno mangia nel proprio alloggio, prendendo però dalla dispensa collettiva gli ingredienti: frutta e verdura soprattutto, ma anche farina, pasta e altri cereali, vista la predilezione degli abitanti per un’alimentazione naturale di tipo vegan. Dalle grandi finestre della sala entra una luce calda, che si infila fin dentro la mia tazza e si riflette sulle pareti chiare della stanza. Il té così illuminato mi sembra più buono del solito.
Oltre a insegnare arte ai bambini della homeschooling, Federico segue le questioni amministrative di Lumen, gestisce alcuni progetti speciali, tra cui quello in corso di realizzazione di una casa famiglia in cui accogliere ragazzi in affido e ha mantenuto anche alcuni impegni esterni, tra cui quello di vice sindaco del paese vicino.
Mentre parliamo entra Floriana, che si occupa dell’asilo, e poco dopo dalle scale sbuca Alessandro, vestito con un kimono bianco simile a quelli da judo, che alterna l’attività di grafico a quella di maestro di yoga. Più tardi conoscerò anche loro figlio Lucas, che frequenta l’homeschooling e condivide la camera da letto con Matilde, la figlia di Federico e Valentina.
Tra una tazza di té e l’altra, Federico mi racconta come si vive a Lumen, la procedura piuttosto articolata per entrarvi (“perché nella conoscenza serve gradualità, sia da parte di chi vuole entrare che da parte di chi accoglie”), il modello gestionale, basato sulla partecipazione e sulla valorizzazione delle abilità e dell’esperienza di ciascuno, e l’investimento comune sulla condivisione: oltre a mangiare insieme quotidianamente, sia a pranzo che a cena, la condivisione si esplica e nel modello economico, visto che quasi tutti lavorano all’interno di Lumen in stretta collaborazione l’uno con l’altro. Inoltre sono previsti dei momenti settimanali di incontro per discutere questioni pratiche, che nell’ultimo anno in via sperimentale sono stati organizzati separatamente tra uomini e donne, e ogni tre mesi una giornata comune durante la quale i trenta adulti dell’ecovillaggio fanno il punto della situazione e affinano la loro visione comune del vivere insieme. Al “fare gruppo” sono dedicati anche momenti di svago collettivi, come brevi vacanze in estate e inverno in cui ritrovarsi fuori dal contesto abituale ed esplorare dinamiche diverse da quelle quotidiane.
Di tutti i discorsi che sento mi colpiscono in particolare le riflessioni di Federico sul modello familiare, molto diverso da quello a cui tutti oggi siamo abituati. In sintesi mi sembra di capire che i cambimenti maggiori siano tre: il primo riguarda il tema della conciliazione di vita e lavoro, in quanto a Lumen si lavora dove si vive, e questo fa sì che si sia sempre vicino alla famiglia; il secondo è legato alla presenza di tante persone che abitano vicine a cui appoggiarsi per esigenze pratiche, ma anche per un supporto emotivo, cosa sempre più rara tra vicini di casa; il terzo infine ha a che fare con il concetto di “comunità educante” che nasce dal vivere con le “porte aperte”, in un ambiente basato sulla condivisone anche ideale di stili di vita. A Lumen in qualche modo si realizza l’auspicio del padre del cohousing, che ha progettato Skråplanet con in testa l’idea che “ogni bambino dovesse avere cento genitori”. E dal vivo la cosa è impressionate.

Sicuramente il “modello Lumen” è affascinante, per una mamma come me, che ogni giorno prova a destreggiarsi tra lavoro (poco retribuito), lavatrici, quotidiano dilemma su cosa preparare da mangiare e accudimento dei tre piccoli Mongi boys.
D’altra parte, mentre la cucina comune e il servizio mensa mi sembrano un benefit intergalattico, capace di abbattere drasticamente il livello di stress di una qualsiasi mamma italiana, sull’educazione parentale non sono così convinta, nonostante le mie frequentazioni più o meno solide con gruppi montessori, pedagogia staineriana e scuole libertarie: mi sembra che la scuola pubblica sia uno dei pochi baluardi di uguaglianza non ancora crollati, e che ogni bambino dovrebbe poter frequentare prima di tutto per conoscere la diversità e poi eventualmente scegliere più consapevolmente l’omeopatia, lo yoga o un’alimentazione vegetariana.
Parentesi in difesa della scuola pubblica a parte, partecipare a una lezione con i bambini dell’homeschooling è stata un’esperienza molto bella, dalla quale ho anche imparato come si realizza un fumetto. E durante la quale ho preso accordi per una partita di calcio, che abbiamo giocato adulti e bambini insieme dopo pranzo nel prato in mezzo alla corte.
A Lumen, dove hanno smantellato i monopoli radicali e le persone si sono riappropriate del valore d’uso delle cose, sottraendo alla logica dello scambio di mercato la casa, la scuola, il cibo e la salute, una partita di calcio però rimane sempre una partita di calcio. Quindi, visto che la mia squadra ha perso di un goal, a Lumen prometto che tornerò presto, magari con i Mongi boys, che con i piedi, a forza di partitelle al parco, stanno diventando bravini..

colonna sonora: Before we knew the cross, Ecovillage 

PS: Ringrazio di cuore Federico, Giacomo, e i due Marco per il tempo che mi hanno dedicato. A Giovanni, Jacopo e Mahel, che ho conosciuto a scuola e reincontrato da avversari sul campo da calcio, ne approfitto per chiedere per iscritto la rivincita. Infine, per tutti quelli che sono arrivati fin qui, spero che il mio racconto abbia fatto capire loro qualcosa in più di quello che sapevano di cosa significa vivere in ecovillaggio. E mi auguro che che abbia anche stimolato domande e riflessioni sul modo di vivere e di abitare di ciascuno di noi.

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