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fullsizerenderIeri a Il-più-piccolo è caduto un dente.
Niente di epico (come era successo in passato), quanto piuttosto normale segnale del tempo che passa, anche per Il-più-piccolo. Che così piccolo a dire il vero non è più, anche se il più piccolo lo rimarrà sempre, come mio fratello piccolo, che continua a essere piccolo, in quanto il più piccolo, anche adesso che ha compiuto 35 anni.

Sapevo che quando avrebbe iniziato le elementari anche il-più-piccolo, sarebbe finita un’epoca. La scuola era lo spartiacque tra il prima e il dopo, uno spartiacque assordante, come il rumore metallico di un cancello che si chiude dopo essere stato sbattuto con forza.
Il prima erano stati gli ultimi dieci anni, passati tra notti in bianco, pannolini sporchi, ripetuti cicli di areosol e invincibili pidocchi, che avevano scandito giornate fitte di microscopici episodi, tutti finiti in un impasto magmatico ancora caldo nel quale era impossibile distinguere i singoli pezzi. I Mongi boys erano cresciuti, e lo avevano fatto senza che io me ne accorgessi, questo è il senso dell’impasto.

Adesso che stavo acquistando consapevolezza dell’accaduto, la mia pancia era attraversata da lampi di panico. Di quell’epoca chiusa dietro il cancello della scuola, che cosa rimaneva?

Quel dente caduto, in un pomeriggio umido di autunno emiliano, mi aveva angosciato: negli ultimi dieci anni erano successe troppe cose insieme, e io me le stavo dimenticando una dopo l’altra. Quando i Mongi boys avevano perso il primo dentino? Quando avevano mosso i primi passi? Quando avevano iniziato a parlare? Il vuoto, non mi ricordavo nulla.
E la mia ansia è cresciuta man mano che aumentava la mia percezione di quanto poco avevo curato la ‘memoria fotografica’ di quegli anni. Disordine assoluto anche lì: un inutile marasma digitale, sparso su più computer e altri supporti, senza nessuna protezione da un qualunque virus che avrebbe potuto distruggere tutto da un momento all’altro, immagini perdute su nuvole inesistenti che non avrei mai più ripescato, sparute foto microscopiche appese al frigo, nessun ritratto di famiglia in cornice, nessun album dei primi anni di vita, nessun antidoto cromatico per risvegliare la memoria.
Perché non avevo annotato su un quaderno quanto pesavano alla nascita, a che ora erano nati, la prima parola che avevano detto? Cosa rimaneva nella mia testa degli ultimi dieci anni? Nessuna data, pochissime certezze, il senso di nausea e disorientamento che ti prende quando scendi da una giostra che ha girato troppo veloce, il bisogno di appoggiarti a qualcosa, il desiderio di mettere tutto in pausa, per avere il tempo di ricostruire la storia, per leggerla e provare a darle un verso.
Questo pensavo mentre stringevo la gengiva sanguinante del-più-piccolo.

Con i ricordi ho sempre avuto un rapporto strano. A casa mia si è sempre vissuto più nel passato che nel presente, sono cresciuta come spettatrice di vite passate, dimenticandomi che intanto stava passando la mia. Più grande ho sviluppato un’allergia per l’accumulazione, gli strati di passato soffocavano il mio presente, che continuava a sfuggirmi di mano. In quel periodo ho smesso di dare importanza ai ricordi, zavorre inutili che ti legano a cose che non ci sono più. Il passato è passato, mi dicevo, è il presente che si merita tutta la mia attenzione. E così il presente se l’è presa tutta la mia attenzione, perché il presente è vorace, assorbe senza rilasciare, ti inebria senza prospettiva, è stupido e arrogante. Non tollera la memoria, che lo riporta subito a una condizione marginale di passato.

I figli hanno di nuovo cambiato la mia prospettiva (o forse è colpa degli anni). Comunque entrambi hanno il potere di fare entrare in contatto passato e presente. E ancora una volta ho modificato strategia: ho disseminato di ricordi casuali luoghi improbabili, per costruire tracce di memoria, flash sensazionali, per sapere che il tesoro esiste, anche se tu non hai la mappa. Così mi può capitare di scovare una vecchia foto sfogliando un libro di ricette, di trovare una lettera adolescenziale in una scatola di biscotti, o un disegno infantile dentro un vaso di fiori. E di godere di quella sensazione calda e pastosa che mi intasa il cervello e mi riporta al tempo della vecchia foto, della lettera adolescenziale o del disegno infantile. Non so se quello che mi ricordo di quei momenti è vero, ma il senso del passato è così forte che tutto sembra stare accadendo in quel momento, e io ci galleggio in mezzo, appagata. Molte volte capita che non scovi niente, e allora il passato sembra non esserci stato, e la testa riprende a girare come sulla giostra, come ieri quando al-più-piccolo è caduto il dente.

colonna sonora: Alive, Pearl Jam 

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