Archive for novembre 2016

fullsizerender-1La prima volta che sono stata a Cerreto venivo dalla Liguria, al ritorno da un viaggio attraverso le Alpi francesi, in bicicletta. Quando siamo arrivati al passo stava calando la sera e posto per dormire non ce n’era. Così il gestore del rifugio ci aveva lasciato piantare la tenda nel prato dietro casa. A cena, nel rifugio, eravamo nel tavolo di fianco a Giovanni Lindo Ferretti, qualche anno prima che uscisse il suo libro Reduce, e lui decidesse di tornare stabilmente a vivere sulle montagne in cui era nato. Era il 2003, noi eravamo giovani e forti e pensavamo di poter cambiare il mondo, meglio se in sella a una bicicletta.

Dopo quella volta a Cerreto non ci sono più tornata, e nella mia memoria si è cristallizzato il ricordo della lunga salita per arrivarci, attraversando la Garfagnana, e del vento freddo che ci aspettava all’arrivo, nonostante fosse ancora estate. Dopo aver pedalato sulle strade delle vette più famose delle Alpi francesi, quelle di Cerreto, molto più basse e tonde, mi erano sembrate montagne di un altro tempo e di un altro pianeta: mi sentivo un po’ come Atreyu in sella al suo cavallo, in mezzo a un deserto di pietra, nel quale non sembrava esserci più spazio per l’Uomo. Le forze del Nulla minacciavano le terre raccontate nella Storia infinita come quelle di Cerreto. Cerreto Alpi, il paesino storico, stava morendo: quasi tutti gli abitanti avevano lasciato le loro case e si erano trasferiti più a valle; in una trentina di anni i residenti erano passati da 1000 a 60 e stava chiudendo anche l’ultimo bar rimasto.

Mentre io pedalavo inconsapevole sulle strade di Cerreto, in quel piccolo paesino dove l’indice di vecchiaia è dieci volte più alto della media italiana, stava succedendo qualcosa di molto potente: per la prima volta nella loro storia, le persone rimaste, preoccupate per la loro sopravvivenza e sollecitate dall’emergenza, avevano fatto uno sforzo di volontà comune: avevano deciso insieme di tenere aperto il bar, al quale aggrapparsi per non essere spazzati via da una modernità che non lascia spazio per chi vuole vivere in montagna.

Così i ragazzi rimasti in paese hanno aperto un circolo per gestire il bar, dal circolo è nata la cooperativa di comunità dei Briganti di Cerreto, che ha riportato a Cerreto Alpi lavoro e bambini, i due migliori antidoti contro l’abbandono.

Oggi in paese gli abitanti hanno ricominciato timidamente a crescere, chi aveva una seconda casa l’ha ristrutturata e ci viene a passare l’estate; c’è un circolo con 430 soci, un ambulatorio medico, il bar, un negozio di alimentari, una cooperativa che dà lavoro a dieci persone e ha aperto pure una fondazione culturale. Il suo animatore è quel Giovanni Lindo Ferretti che avevo visto tante volte cantare su un palco in giro per l’Italia, lo stesso che, mentre io attraversavo i suoi monti in bicicletta, lui aveva deciso di tornarci a vivere. Sempre quello che, a distanza di diciannove anni da Tabula Rasa Elettrificata e di tredici anni da quando l’ho incontrato al rifugio del passo del Cerreto, ho rivisto venerdì e sabato scorso, alla scuola delle cooperative di comunità, dove tra le altre cose ha ricordato che ‘dieci posti di lavoro nell’alta valle del Secchia oggi, equivalgono, in termini di percentuale di occupati sulla popolazione, alla Fiat a Torino negli anni d’oro’.

Oltre alla notte passata al mulino, col rumore del torrente a cullare il mio sonno rimboccato sotto un piumone morbido, alle superbe lasagne di Angela e Bruna, alla passeggiata all’alba con Simona e Chiara per le vie del paese cantato da Silvio d’Arzo nel suo ‘racconto perfetto’, alle storie di Alessio tra il fumo caldo dell’ultima sera col metato acceso, oltre a tutto questo sono tornata a valle – questa volta senza pedalare – con l’immagine di tante persone di ogni parte d’Italia, accomunate dall’avere una visione un po’ spiritata negli occhi: quella di ridare valore a territori vulnerabili riattivando le risorse già presenti nelle loro comunità, senza dimenticare quello per cui Elinor Ostrom, studiando le modalità di gestione dei Commons, ha vinto il premio Nobel per l’economia. Cioè che che non esiste una ricetta unica da replicare, ma ogni cooperativa di comunità va costruita e gestita a partire dal territorio in cui si colloca e dalla comunità che vi abita; e che, proprio per questo, il protagonismo locale – l’altra faccia del local empowerment – è imprescindibile.

Lasciando stare i massimi sistemi, nei quali è facile cadere quando si parla di cooperazione e comunità, la grammatica delle cooperative di comunità è fatta sostanzialmente di nomi e verbi. Non ‘nomi propri’, ma ‘nomi comuni’, perché le cooperative di comunità fanno proprio rigenerazione e produzione di beni comuni a partire da risorse e territori ‘minuscoli’, quasi scomparsi dalle carte geografiche e dalle nostre mappe mentali. Sono questi ‘attrattori deboli’ – territorio, legami, presidi sociali – che ci sono ma non si vedono più, che bisogna riscoprire e ai quali bisogna restituire valore, per trasformare le connessioni in relazioni, gli spazi in luoghi, la comunanza in comunità.
Si tratta di processi maledettamente concreti, dove le opportunità passano attraverso il pecorino dei Cavalieri di Succiso e le ruspe dei Briganti di Cerreto; dove la mutualizzazione non è solo dei bisogni, ma soprattutto delle risorse, alle quali i legami restituiscono valore. E quando la cooperazione cresce, il bisogno di risorse diminuisce, in un circolo virtuoso che produce cambiamento.

Per funzionare, le cooperative di comunità, hanno bisogno di un vocabolario dissonante, capace di mandare in corto circuito il sistema di relazioni esistente: ‘briganti’, ‘cavalieri’, ‘ribelli’ sono i paladini di micro azioni di rottura e disubbidienza, tutte fatte con limpida intenzionalità, per i più vista come follia. Perché, per far funzionare una cooperativa di comunità, bisogna amare il rischio e decidere di investire sul proprio territorio quando non ci scommetterebbe nessuno. Per trasformarlo, attraverso l’attivazione di economie di scopo, in luogo ospitale per comunità intraprendenti.
Così come le comunità, i verbi di questa particolare grammatica hanno tutti un elevato contenuto di concretezza e materialità: è la dimensione del ‘fare’ a guidare l’azione, e la sua coniugazione all’avverbio ‘insieme’ apre le porte alla cooperazione, che diventa il sistema per produrre valore e creare sviluppo.

Quello che viene prodotto, è un valore difficilmente misurabile, ma indispensabile per lo sviluppo: Paolo Venturi ha parlato di ‘break even comunitario’, nel quale ad esempio il bilancio del circolo può essere ‘sopportabilmente in passivo’, perché in attivo è il suo contributo per la comunità come luogo di aggregazione, ritrovo, scambio.
Il prefisso ‘co’ ritorna in molti verbi delle cooperative di comunità, dando valore alle relazioni interpersonali e alla produzione come ‘fatto sociale’. Quello attuale è forse il momento storico in cui la logica dell’homo economicus sembra vacillare di più e in cui utilità, interessi e convenienze possono essere reinterpretati attraverso il paradigma dell’economia della reciprocità e della we-rationality in una chiave che dà potere, nel senso di possibilità di agire, al principio di autorganizzazione comunitaria.

A due giorni di distanza dalla morte di Fidel Castro è forse blasfemo parlare di rivoluzione, ma mi sembra che nell’aria ci sia l’opportunità di consolidare ‘conversazioni’ in grado, come diceva Keynes, ‘ di sfrondare le idee vecchie che si ramificano negli angoli della mente di tutti coloro che sono stati educati come lo è stata la maggioranza di noi’. E su questo – cito ancora Venturi – le cooperative di comunità hanno un importante ‘valore segnaletico’ da mettere in gioco.

colonna sonora: Siamo i ribelli della montagna, Ustmamò

PS: ringrazio maestri e compagni della scuola delle cooperative di comunità per tutto quello che ho imparato. Sono in debito con loro per le varie suggestioni che spuntano da questo post, frutto dell’ascolto e delle chiacchiere dense fatte a Succiso e Cerreto.

Nota: La targa nella fotografia è attaccata al muro di una delle case di Cerreto Alpi; girando per il paese se ne incontrano molte altre.

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