Archive for agosto 2017

DH-TREASURES-FROM-THE-WRECK-OF-THE-UNBELIEVABLE-300x200Finché sono piccoli i bambini fanno ridere. Come tutti i cuccioli sono buffi sia quando si muovono che quando dormono. I cuccioli di uomo in più parlano anche in modo strano: ascoltarli è un piacere per le orecchie e per lo spirito, e secondo me una delle cose più belle che possa capitare a un genitore. Considerato l’effetto tra l’esilarante e il terapeutico di questi momenti, fin da quando Quello-più-grande ha iniziato a emettere i primi suoni simil-articolati, mi piaceva chiacchierare con lui, e a ruota con Quello-di-mezzo e poi con Il-più-piccolo e molto spesso con tutti e tre insieme. Quelle sessioni di dialoghi senza meta mi sorprendevano sempre, non tanto perché molte delle parole che uscivano – storpiature camuffate di qualcosa di vagamente familiare o neologismi fanciulleschi di cristallina semplicità – non le conoscevo e in un modo o nell’altro necessitavano una mia interpretazione, quanto per quello che generavano una di fianco all’altra: pronunciate da bambini diversi o inframmezzate da affondi di più matura provenienza, davano vita a preziosi scambi parlanti di coscienze intrecciate, che mi attraversavano il corpo dalla testa ai piedi con la forza di un fulmine, e come un fulmine mi sparivano davanti agli occhi senza neanche darmi il tempo di accorgermi che erano passati.

È anche per provare in qualche modo a fermare quegli istanti magici che ho pensato di trascriverli, mettendomi a caccia dei lampi linguistici dei miei Mongi boys, faticando non poco per sottrarli a una quotidianità vorticosa che ogni giorno rimpiazza quello passato, senza lasciare spazio a nessun senso di memoria vissuta. E quando mi capita di rileggere pezzi come La festa dei maghi, Il Polonio, Tre o Marese mi sento avvolta da una pellicola di tenerezza ancestrale che mi solletica le pareti dello stomaco, mi scalda le budella e si irradia lungo tutte le mie terminazioni nervose, animandole da morbide scosse di felicità domestica.
Bloccare nella scrittura pezzi di passato qualunque mi dà la sensazione di poterli toccare ancora, tutte le volte che ne ho voglia, accarezzandoli a ritmo lento e sentendo tra le dita scorrere il pelo morbido di un gatto che fa le fusa. È molto rassicurante saperli congelati lì, e allo stesso tempo sapere di poterli risvegliare alla prima carezza, quando senti il bisogno di scavalcare quel cielo senza colore che ti lascia colare in testa sbavature di caldo appiccicose come grasso di salsiccia.

Crescendo i bambini fanno ridere meno, il loro linguaggio diventa più corretto, le parole si sistemano naturalmente al posto giusto, i pensieri si complicano e anche il tono e i contenuti di quello che si potrebbe scrivere per bloccare la quotidianità cambiano: scrivere dei Mongi boys adesso che Quello-più-grande sta per iniziare la scuola media e che Quello-più-piccolo è già ben navigato in quella elementare è molto più delicato, significa scattare fotografie con problemi di luce, dove bilanciare l’esposizione tra le zone d’ombra e le improvvise schiarite sembra impossibile.
Diventa più difficile anche regolare la profondità di campo: non sei più solo il fotografo, ma diventi parte della scena, senza avere un autoscatto a disposizione per scrollartela di dosso anche solo per qualche istante. Forse bisogna provare a partire da più lontano, parlando di noi attraverso brandelli di altri. Se l’inquadratura è quella giusta, l’obiettivo da usare non è altro che una scelta tecnica. Che sia un teleobiettivo o un marco, in sottofondo si sentiranno comunque le fusa del gatto.

Nota: l’immagine è tratta dalla mostra di Damien Hirst, Treasures from the Wreck of the Unbelievable, attualmente in corso a Venezia.

colonna sonora: Childhood, Craig Armstrong

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