Archive for the ‘diario di bordo’ Category

DH-TREASURES-FROM-THE-WRECK-OF-THE-UNBELIEVABLE-300x200Finché sono piccoli i bambini fanno ridere. Come tutti i cuccioli sono buffi sia quando si muovono che quando dormono. I cuccioli di uomo in più parlano anche in modo strano: ascoltarli è un piacere per le orecchie e per lo spirito, e secondo me una delle cose più belle che possa capitare a un genitore. Considerato l’effetto tra l’esilarante e il terapeutico di questi momenti, fin da quando Quello-più-grande ha iniziato a emettere i primi suoni simil-articolati, mi piaceva chiacchierare con lui, e a ruota con Quello-di-mezzo e poi con Il-più-piccolo e molto spesso con tutti e tre insieme. Quelle sessioni di dialoghi senza meta mi sorprendevano sempre, non tanto perché molte delle parole che uscivano – storpiature camuffate di qualcosa di vagamente familiare o neologismi fanciulleschi di cristallina semplicità – non le conoscevo e in un modo o nell’altro necessitavano una mia interpretazione, quanto per quello che generavano una di fianco all’altra: pronunciate da bambini diversi o inframmezzate da affondi di più matura provenienza, davano vita a preziosi scambi parlanti di coscienze intrecciate, che mi attraversavano il corpo dalla testa ai piedi con la forza di un fulmine, e come un fulmine mi sparivano davanti agli occhi senza neanche darmi il tempo di accorgermi che erano passati.

È anche per provare in qualche modo a fermare quegli istanti magici che ho pensato di trascriverli, mettendomi a caccia dei lampi linguistici dei miei Mongi boys, faticando non poco per sottrarli a una quotidianità vorticosa che ogni giorno rimpiazza quello passato, senza lasciare spazio a nessun senso di memoria vissuta. E quando mi capita di rileggere pezzi come La festa dei maghi, Il Polonio, Tre o Marese mi sento avvolta da una pellicola di tenerezza ancestrale che mi solletica le pareti dello stomaco, mi scalda le budella e si irradia lungo tutte le mie terminazioni nervose, animandole da morbide scosse di felicità domestica.
Bloccare nella scrittura pezzi di passato qualunque mi dà la sensazione di poterli toccare ancora, tutte le volte che ne ho voglia, accarezzandoli a ritmo lento e sentendo tra le dita scorrere il pelo morbido di un gatto che fa le fusa. È molto rassicurante saperli congelati lì, e allo stesso tempo sapere di poterli risvegliare alla prima carezza, quando senti il bisogno di scavalcare quel cielo senza colore che ti lascia colare in testa sbavature di caldo appiccicose come grasso di salsiccia.

Crescendo i bambini fanno ridere meno, il loro linguaggio diventa più corretto, le parole si sistemano naturalmente al posto giusto, i pensieri si complicano e anche il tono e i contenuti di quello che si potrebbe scrivere per bloccare la quotidianità cambiano: scrivere dei Mongi boys adesso che Quello-più-grande sta per iniziare la scuola media e che Quello-più-piccolo è già ben navigato in quella elementare è molto più delicato, significa scattare fotografie con problemi di luce, dove bilanciare l’esposizione tra le zone d’ombra e le improvvise schiarite sembra impossibile.
Diventa più difficile anche regolare la profondità di campo: non sei più solo il fotografo, ma diventi parte della scena, senza avere un autoscatto a disposizione per scrollartela di dosso anche solo per qualche istante. Forse bisogna provare a partire da più lontano, parlando di noi attraverso brandelli di altri. Se l’inquadratura è quella giusta, l’obiettivo da usare non è altro che una scelta tecnica. Che sia un teleobiettivo o un marco, in sottofondo si sentiranno comunque le fusa del gatto.

Nota: l’immagine è tratta dalla mostra di Damien Hirst, Treasures from the Wreck of the Unbelievable, attualmente in corso a Venezia.

colonna sonora: Childhood, Craig Armstrong

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SCIALOJA_trichecoFino a qualche anno fa se qualcuno mi parlava di ‘saggio’, mi veniva subito in mente un parallelepipedo più o meno spesso di sottili fogli di carta con distillati dentro pensieri ‘saggi’ su qualche tematica più o meno attuale ma solitamente non troppo leggera. In pratica uno di quei libri che tipicamente leggevano i padri delle mie amiche del liceo su società, politica e ‘cose da grandi’ in generale.

Per i saggi bisognava appunto essere almeno un po’ saggi, la gioventù spensierata (o disperata) mal si addiceva a questo genere di letture. A conferma di questo, posso dire che ho preso consapevolezza che una patina di pesantezza non solo fisica mi si era appoggiata alle spalle senza che riuscissi a soffiarla via (è il tempo che passa, baby), quando ho iniziato a cercare sugli scaffali delle librerie i saggi, nel mio caso roba in qualche modo filosofica, ma non troppo complicata, intrecciata con economa e umanità varia, ondeggiante in un mare di ricerca di senso esistenziale che spesso burrascoso riempiva una zona ampia del mio corpo, compresa più o meno tra milza, cistifellea e bronchioli.

Poi un paio di anni fa nella mia vita è arrivato maggio, e con maggio la trasfigurazione di quello che in testa associavo alla parola ‘saggio’, non più vessillo di maturità e conoscenza, ma quanto di più anarchico e infantile si possa immaginare. Quando nella tua vita entrano dei bambini il binomio maggio-saggio diventa esplosivo, e il mese odoroso cantato da Leopardi finisce in un crescendo hardcore di spettacoli e esibizioni bambinesche organizzate per dimostrare ai genitori le capacità acquisite dai loro figlioli in una qualche disciplina sportiva, musicale o artistica di ogni genere: si tratti di calcio, ginnastica, chitarra, nuoto, danza aerea, inglese, teatro o qualsiasi altra attività extrascolastica intrapresa dai nostri cuccioli (scelta tra l’altro sempre meno eludibile, che satura il pomeriggio di genitori e bambini e allo stesso tempo ha svuotato di urletti giocosi i parchi cittadini), maggio è il momento della resa dei conti e ogni spazio libero si riempie di coreografie danzanti, tornei intergalattici, concerti imperdibili per partecipare ai quali frotte impazzite di genitori amorevoli chiedono ore di permesso al lavoro, dimenticano per giorni e giorni di fare la spesa (per la gioia di pizzerie da asporto e rosticcerie cinesi, che probabilmente a maggio concentrano buona parte del loro fatturato annuale), rischiano incidenti catastrofici sfrecciando da una parte all’altra della città, incuranti delle più basiche norme del codice della strada per arrivare in tempo almeno per ‘quando si esibisce il Mio Bambino’, in sella a una bicicletta (se hanno un’anima green o recenti trascorsi per ‘guida in stato di ebrezza’) o più spesso chiusi dentro incandescenti scatolette di lamiera motorizzate. Incandescenti perché – sarà colpa dei cambiamenti climatici, del buco dell’ozono o delle multinazionali americane – da qualche anno a questa parte la seconda metà di maggio a Modena si schiatta di caldo, l’asticella dell’igrometro raggiunge picchi da togliere il fiato e la gente inizia a prendere le prime febbri della stagione da eccesso di aria condizionata. Così è molto comune ritrovarsi seduti su seggioline infantili schiacciati tra braccia translucide di sudore, confusi tra vestiti appiccicati a pelli boccheggianti, annebbiati da odori animaleschi, ad aspettare di utilizzare le ultime energie residue a disposizione per applaudire meccanicamente l’entrata in scena del corso avanzato dei baby cuccioli di wushu o dopo un paio di ore il pezzo conclusivo dell’orchestra di fiati dei ragazzi della quarta B.

Tutto questo succede a maggio, e ogni maggio disgraziatamente si ripete, rendendo il mese della Madonna uno soggetto classico per gli incubi dei genitori, anche di quelli come me che pensano di essere diversi, che loro in queste pratiche barbare non ci cascheranno mai e che a tutto c’è un limite. E invece il limite non c’è, e a queste pratiche non ci si può sottrarre, pena immolare sull’altare dei saggi nonni, zii o personale stipendiato allo scopo; e poi ritrovarsi la sera a cena in famiglia, impastati di sensi di colpa, a sfogliare con gli occhi lucidi le foto inviate sul gruppo di whatsapp ‘baby cuccioli di wushu‘ dagli altri genitori sempre presenti.

Non è che il maggio appena passato per la famiglia Pitton sia stato troppo diverso da così, anzi: dopo alcuni anni in cui lo sport (uno) dei piccoli (tre) veniva deciso dai grandi titolari di patria potestà (due), senza badare a predisposizione o passioni, ma solo in nome della razionalizzazione di orari e spostamenti, il 2017 ha sancito la svolta democratica, che ha permesso a ognuno dei Mongi boys di scegliere in maniera sufficientemente libera a quale attività extrascolastica dedicarsi. E questo ha significato la moltiplicazione dei saggi di cui sopra, oltre alle immancabili cene sociali, merende di squadra e feste di fine anno, tutte concentrate gli ultimi dieci infuocatissimi giorni di maggio.

Ma alla fine maggio è finito e stiamo (ancora) tutti bene, e allora.. non ci resta che prendere fiato aspettando il prossimo maggio.

Nota: l’immagine è tratta dal libro ‘Tre per un topo’, di Toti Scialoja, edizioni Quodlibet

colonna sonora: Il ballo di San Vito, Vinicio Capossela

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Con e senza

fullsizerender-2In un cestino di paglia abbiamo messo i bigliettini e in una specie di ‘gioco della pesca’ ne avrebbe dovuto scegliere uno, con gli occhi bendati. Sopra c’era scritto biblioteca, piscina, carrucola gigante, fare un brindisi a mezzanotte, mountain bike nel fango, Miyazaki abbracciati sul divano, il giro dei parchi in bicicletta, comprare una cravatta, pista degli skateboard, colazione al bar, lavorare la creta, andare a caccia di fossili, costruire una tenda in camera da letto e andarci dentro a leggere una storia con tante figure, mangiare cinque tipi diversi di cioccolata.
Questo fine settimana eravamo da soli a casa, io e Quello-di-mezzo, e in segreto i giorni prima avevamo fatto diversi piani. Troppi, per trovare un accordo, così avevo proposto di scriverli sui bigliettini e lasciare decidere alla sorte.
So che forse sarà una delusione per chi legge, ma non racconterò cosa Quello-di-mezzo ha estratto e quello che abbiamo fatto insieme dopo. Fa parte delle nostre cose segrete, abbiamo fatto un patto, e intendo rispettarlo. Dico solo che è stato divertente senza essere lineare, come spesso succede quando c’è un bambino di mezzo (che casualmente è anche Quello-di-mezzo).
Quello-di-mezzo adesso dorme ancora, nel mio letto, perché abbiamo dormito insieme la notte scorsa. In casa c’è un silenzio perfetto, sento chiaramente il ticchettio delle lancette dell’orologio di cucina, e niente altro. Dalla finestra vedo un merlo sul terrazzo che becchetta i chicchi di riso alla cantonese che ho scosso dalla tovaglia ieri sera. Sembra che la cucina orientale sia di suo gradimento; mi intrippo a pensare ai gusti alimentari del merlo e a come possono essere condizionati dalle nostre briciole.
Mi sento libera, ed è proprio questo strano senso di libertà che mi ha fatto venire voglia di scrivere. In passato avevo raccontato dell’ebrezza che mi colpiva quando riuscivo a starmene un po’ da sola, o meglio, più che sola in senso filosofico, sola senza bambini. Quando hai un bambino piccolo, prima che ti nuota dentro la pancia, poi che ha bisogno di te per mangiare, la libertà te la dimentichi, e quando ti ricapita ti colpisce così forte da farti quasi male, si mescola ai sensi di colpa, ha il sapore del proibito, non è mai libera del tutto. Poi, mentre i bambini crescono, pian piano riacquisti giurisdizione sul tuo tempo, è vero che il lavoro complica le cose, ma è anche vero che tutte le volte che ti lasci alle spalle la porta dell’asilo ti senti leggera, libera di timbrare il cartellino, non hai più bisogno di scappare per rincorrere l’odore della libertà perché ce l’hai in mano e l’unica cosa che devi fare è imparare a usarla di nuovo: così decidi di fare l’abbonamento in piscina, di ricominciare a correre, di uscire per un aperitivo con le tue vecchie compagne del liceo o di andare ogni tanto al cinema.
Poi succede che marito, figlio grande e figlio piccolo vanno a sciare il fine settimana e tu rimani a casa con Quello-di-mezzo che voleva andare alla festa di compleanno di un’amica. E ti accorgi che la libertà è cambiata ancora: non è più una libertà-senza, costruita per sottrazione di bambini, ma si è trasformata in una libertà-con, vissuta insieme, alimentata da bigliettini da pescare e da avventure da condividere. Mentre mangiamo il pollo arrosto con le mani, seduti uno di fronte all’altra, Quello-di-mezzo mi dice con la bocca piena che quello è il pranzo più bello della sua vita, si alza ogni trenta secondi per abbracciarmi stretto e mi sussurra in un orecchio se possiamo pescare un altro bigliettino anche quando abbiamo finito di mangiare. Guardo le sue ciglia lunghissime che si muovono mentre mastica, sento la sua felicità strabordargli dalle mani unte, capisco che la libertà adesso è pescare un bigliettino insieme e mi godo ‘l’attimo fuggente’, pensando che tra qualche anno la sua libertà sarà, giustamente, senza di me.

colonna sonora: Nothing feels natural, Priests 

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13296063_815801541888846_1933471420_nAssocio quella voce sentita al telefono qualche giorno prima a una montatura arancione appoggiata ad un viso imbrunito dal sole del crinale, che vedo sfuocata da dietro il vetro di una vecchia jeep rossa macchiata di fango. Dopo le curve strette tutto quel cielo intorno mi disorienta, respiro l’azzurro che mi sovrasta a pieni polmoni. Il profilo dei monti che circondano a semicerchio la valle sembra disegnato, il Cimone da quella visuale è maiuscolo nella sua aridità d’alta quota. Lo sguardo scorre leggero verso l’infinito. La primavera è inoltrata e il paesaggio è saturo di mazzi di tonalità di verde, la linea grigiastra delle montagne sembra eyeliner, nessuna sbavatura nella secchiata di azzurro intenso che mi schiaccia la testa e mi libera i pensieri.
L’odore della terra del bosco mi solletica le narici, mi sale alle orecchie il sapore di bagnato che viene dall’erba, più lontano sento il torrente scorrere, l’acqua fluidifica l’inquadratura. Il rifugio sta lì in mezzo, come se ci sia sempre stato, cresciuto insieme ai faggi e ai narcisi, cullato dal rumore dell’acqua.

Evaporano davanti a una pirofila fumante di pasta alla Norma i ricordi di queste terre di Giovanni, che di questa valle in cui è venuto a prendere moglie conosce i sentieri, i fiori e le poesie, e che a essere a pranzo un giorno in mezzo alla settimana in un ristorante vuoto dove il tempo sembra essersi fermato ad un passato indefinito con un manipolo di personaggi troppo giovani per avere un motivo per essere lì, gli brillano gli occhi di quella passione un po’ folle che lo fa alzare nonostante la schiena dolorante; si sovrappongono le storie dell’infanzia romagnola di un pilota dell’Alitalia in pensione, che è partito da Fusignano con la sua Nella e dopo aver solcato i cieli di mezzo mondo vent’anni fa ha comprato l’albergo sulla curva del paese; e oggi, da lì dentro, lancia maledizioni a tutti, sotto un paio di folti baffi, mentre ci sparecchia controvoglia il tavolo. Tra un bicchiere di vino rosso e una forchettata di broccoli selvatici escono intrecci inaspettati delle vite dei compagni di quella tavolata improvvisata; mi passano davanti agli occhi immagini che non ho vissuto: la vecchia stazione ferroviaria di Pracchia, la statua di Baracca a Lugo, le scorribande al passo del Colombaccio, una tipografia artigianale con i caratteri mobili macchiati d’inchiostro ancora sparsi in giro. Il sole entra di sbieco dalla porta d’ingresso, sbatte sulla polvere appoggiata alle bottiglie di amaro del bar e la spara sopra le nostre teste in una nuvola di granelli lucenti.

Siamo a Fellicarolo, un giovedì qualsiasi di fine maggio. Quattro chilometri più avanti, dove la strada finisce e la valle si allarga, ci sono i Taburri, con l’odore di terra del bosco. Quell’odore speziato qualcuno ce l’ha nei geni, ad altri gli è entrato dentro a forza di camminarci sopra, a me mi è rimasto impigliato nelle narici per sbaglio e non c’è stato starnuto capace di farlo uscire. Così ho cambiato strategia, ho provato a inspirare forte, per farlo salire del tutto, e mi è entrato nel cervello, si è radicato tra le mie sinapsi laterali e ha inquinato il mio liquido cerebrale che ora scorre al ritmo del torrente.

Il rifugio dei Taburri è chiuso, la prossima settimana scade il bando per scegliere chi lo gestirà per i prossimi sei anni e i primi di luglio dovrebbe finalmente essere di nuovo aperto. Le mie sinapsi macchiate della terra del bosco si stanno scaldando. E mi sembra che anche quelle di tante altre belle persone stiano facendo un gran movimento. Stiamo a vedere da che parte tira il vento.

colonna sonora: The Mountain Song, Garcia, Crosby, Slick & Kantner

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6eea14220066edf49ce5d482721c2a37G. è a casa con febbre, tosse, raffreddore e sprazzi di mal di pancia. Si cura prevalentemente con dosi massicce di iPad, in situazioni normali contingentato a casa Pitton, ma sfoderato senza remore nelle emergenze.
Oltre ai sintomi dell’influenza ha pure un dentino che gli dondola. Il secondo, se non contiamo i due incisivi di sopra che ha perso due anni fa sbattendo la faccia contro il cancello dell’asilo e che non sono ancora ricresciuti, lasciandogli un sorriso asimmetrico, fatti di tanti pieni e un inusuale vuoto per un bambino della sua età.
Il dentino traballante è da togliere, sia perché balla davvero tanto, sia perché quello sotto è già spuntato e rischia di crescere storto per colpa di quello vecchio che non vuole cedergli il posto.
Sembra però che nessuno riesca nell’impresa, alimentando di giorno in giorno una leggenda degna di quella della spada nella roccia.
Aspiranti Artù si improvvisano ieri pomeriggio D. e M., fratelli più grandi del malaticcio G., rispettivamente infermiere scelto e dottore specializzato in dentologia.
M. si conquista il titolo di dottore senza fatica, avendo dato prova in passato di estremo coraggio e risolutezza nello sradicarsi da solo i suoi denti da latte, dopo essersi isolato in una camera separata per raggiungere la concentrazione necessaria. D. è comunque soddisfatto del ruolo subalterno ma indispensabile di assistente alla poltrona (nel caso specifico più che di poltrona sarebbe più corretto parlare di divano, visto che è lì che giace G., in attesa dell’operazione), visto che il suo trascorso in materia di denti è più prosaicamente costellato di episodi di terrore acuto, attacchi di paura distillata e pomeriggi a bocca aperta ad aspettare la caduta spontanea, con conseguente sovra produzione di saliva e anchilosamento della mascella, tutti fattori che hanno pesantemente influenzato la scelta del piccolo G. di richiedere a gran voce il temerario M. come suo dottore personale.
Detto questo, vale la pena aprire e chiudere una parentesi per sottolineare l’accuratezza mai vista prima nelle operazioni di lavaggio delle mani dei due dentologi in erba: sapone solido, sapone liquido, olio di oliva, detersivo per i piatti, risciacqui con il colluttorio, spugne, spugnette e spazzolini di ogni foggia sono stati impiegati per rendere le mani idonee all’intervento, durante una bath session a ritmo di musica di almeno quindici minuti.
Al momento di entrare in azione però tutta la tranquillità esibita da G. fino a quel momento svanisce di colpo e i suoi dentini, per uno strano incantesimo, si chiudono in una morsa impenetrabile.
Segue un’ora abbondante di contrattazione estenuante, fatta di svariati tentativi di persuasione – dall’offrire al paziente una serie di bicchieri d’acqua con cui ammorbidire la stretta (ma che come effetto collaterale mandano G. in bagno a fare pipì tre volte) all’uso del ghiaccio per anestetizzargli la bocca, dallo spennellamento di miele sul palato per fargli arretrare la lingua al classico rimedio del filo attaccato alla porta, dall’idea di giocare a basket tramando di colpirlo sul labbro con una pallonata a quella ancora più violenta di tirargli direttamente un cazzotto ben assestato – che però non riescono a bucare la fiducia del più piccolo dei tre, che si sottrae di volta in volta agli attacchi dei fratelli adducendo iperboliche scuse (basta, smettetela che io ho così tanta febbre che non mi si apre la bocca), improvvisi bisogni fisiologici (Alt, time, ho la cacca!), divieti perentori (voi non mi staccate niente, nè oggi nè mai!) o soluzioni condizionali (va bene se lo facciamo domani, di mattina?)
Questa schermaglia porta allo sfinimento le parti: da un lato G., a cui quella situazione ha messo addosso sempre più ansia, dall’altro i suoi fratelli che alternano richieste gentili (Non avere paura piccolino mio) a vere e proprie implorazioni (Dai, ti prego, fallo per i tuoi fratelli), fino ad arrivare a minacce esplicite (Scegli tu: o ti stacco il dente o ti stacco la testa).
Ad accusare di più il colpo della “determinazione anti-dentista” di G. è però in particolare il tutto d’un pezzo dottore dentologo M., che a un certo punto, quando ormai è chiara l’impossibilità di riemergere da quella contrattazione paludosa, scoppia in un pianto inconsolabile, ululando alla luna e bagnandosi copiosamente di lacrime le guance. “Però io voglio staccare un dentino ogni tanto”, sono le parole con cui condisce la sua espressione disperata, mentre tira su col naso e singhiozza a fiumi.
Entra in casa in quel frangente il Mongi daddy, di ritorno dal lavoro. Trova M. in lacrime, G. con le orecchie basse, triste per il pianto del fratello e preoccupato per il suo dente, e D. un po’ defilato che cerca di trattenere sorrisini tra l’incredulo e il divertito.
Prendendosi paternamente M. sulle ginocchia, lancia allora una proposta per superare l’impasse: “G., ti prometto che vado a prendervi il gelato se fai provare al dottore M. a toccarti il dentino”.
La parola “gelato” fa cessare i pianti come per magia e G. acconsente docile a farsi mettere le mani in bocca. Così, mentre io mescolo le zucchine e il Mongi daddy si toglie le scarpe, con rapida mossa e colpo da maestro, M. risolve in un baleno la questione ed esclama, trionfante e lapidario “Staccato, staccato, staccato!!!!”, sventolando nella mano sinistra il minuscolo dentino con la radice ancora sanguinante.
D. si affretta a portare soccorso al paziente un po’ stralunato, gli avvicina alle labbra un bicchiere d’acqua, gli porge un fazzolettino con cui tamponare la ferita e gli accarezza premurosamente la testa.
G. con il fazzoletto in bocca e il bicchiere in mano assiste all’accaduto ancora non del tutto consapevole, mentre D. e M. gli saltano intorno esultanti, gridando a turno “dentino, gelato, dentino, gelato”.
D., nella parte dell’allievo interessato, chiede lumi sull’operazione al maestro dentologo, che candidamente risponde “è stato facile, ho infilato le unghie sotto il dente e ho spezzato i nervetti con le mani”, e poi aggiunge, rivolto a G. “hai visto che non fa male con me?”. G., chiamato in causa, con la voce impastata dal fazzoletto azzarda un timido “un po’ malino si..”, a cui l’altro ribatte con un “dai Giovi, è solo una specie di tic, non è proprio un male, non devi neanche dire ahi!”.
Mentre i Mongi boys si scambiano profusamente baci (smack, smack) e abbracci (pat, pat), ringraziamenti (grazie Michi, vieni qui che ti do un’abbracciatona) e cortesie (prego Giovi, non c’è di che, mi fa sempre piacere staccare i denti a me), D. nella sua veste di fratello grande richiama saggiamente gli altri due all’evidenza dei fatti, ricordando al Mongi daddy la promessa del gelato.
Io nel frattempo assisto alla scena cercando di rimanere estranea, mi appunto sulla lavagna della cucina gli scambi di battute più evocativi e mi limito a riportare il tono della voce dei miei ragazzi a un livello accettabile, quando la concitazione della trattativa la spinge troppo in alto.
E con il senno di poi sarebbe stato meglio se avessi continuato a rimanere estranea. Mi spiego meglio: comprare il gelato risultava un problema, considerato che il Mongi daddy aveva il portafoglio vuoto e che la Mongi mummy (che poi sarei io) si era accorta in quel momento di aver dimenticato il suo in biblioteca qualche ora prima. Così i bimbi si sono lanciati a recuperare da salvadenai e cassettine segrete il necessario. Racimolato il gruzzolo, M. ha fatto per allungarlo al Mongi daddy che senza volere gli ha urtato con un gomito la manina aperta, facendo volare gli spiccioli in giro per la sala, tra un allegro ticchettare metallico. È seguita la fase del recupero, che ha visto tutta la Mongi family impegnata e chinata nello svolgimento delle operazioni.
Senonché, mentre mi rialzo compiaciuta con in mano una monetina da 1 euro e nell’altra una da 50 cent, sbatto con slancio contro lo spigolo della ribaltina della libreria rimasta inavvertitamente aperta e mi ritrovo gambe in aria e ghiaccio in testa, distesa sul vecchio tappeto afgano della sala. “Il gelato è rimandato a domani per cause di forza maggiore” recitano i titoli di coda di un fine giornata vissuto pericolosamente a casa Pitton.

colonna sonora: Dentist! (Little Shop of Horrors), Steve Martin

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IMG-20160315-WA0007Al parco ho conosciuto una ragazza che mi ha detto che il giorno dopo avrebbe compiuto quarant’anni.

Forse avrei dovuto dire signora, che a quarant’anni non è che uno è ancora un ragazzo, ma quella signora ha circa la mia età e a me quando mi chiamano signora mi fa un effetto strano, per niente bello, così io i miei coetanei li chiamo tutti ragazzi, maschi e femmine, sperando che loro facciano lo stesso con me, quando mi incontrano.

Comunque questa ragazza l’ho incontrata che stava riempendo una borraccia di plastica trasparente viola alla fontana. Se fossi andata a prendere un caffè, non l’avrei incontrata di certo perché mi ha detto che al bar non ci va più. C’è stato però un periodo della sua vita, quando aveva circa ventisette anni, che invece al bar ci andava eccome, prendeva sempre un cannolo alla crema e un caffè d’orzo in tazza grande. Poi è successo che capitava spesso che entrasse al bar e che i cannoli alla crema fossero finiti, così le toccava prendere solo il caffè d’orzo perché non si attentava a uscire dal bar senza prendere niente dopo che si era accorta che nella vetrina delle paste i cannoli alla crema non c’erano più. Il problema è che il caffè d’orzo del bar ha un gusto amarissimo, piacevolissimo se miscelato con la crema del cannolo, ma improponibile se bevuto da solo. In ogni caso lei non aveva mai pensato di ordinare qualcosa di diverso dal caffè d’orzo quando nel bar non c’erano cannoli alla crema e nemmeno di ripiegare su un orzo piccolo, che si poteva buttare giù in un sorso solo, accorciando la sofferenza. Aveva invece deciso di non andare più al bar per non trovarsi in quelle spiacevoli situazioni, che quando le capitavano le rovinavano oltre il palato anche l’umore, almeno per una mezza mattina.

Da quella storia sul caffè d’orzo, i cannoli alla crema e la frequentazione dei bar avrei dovuto capire che c’era qualcosa di anomalo nel modo di ragionare di quella ragazza. Tanti anni prima, nel bel mezzo di una accesa discussione tardo adolescenziale, quella ragazza aveva spiegato l’incompatibilità comunicativa che ogni tanto scattava nel suo gruppo di amiche con la metafora dell’albero: tronco comune ma tanti rami diversi, alcuni dei quali crescono senza mai incrociarsi con gli altri. Lei capitava quasi sempre si trovasse su uno di quei rami indipendenti, tanto robusti quanto difficili da raggiungere. Dopo aver razionalizzato la cosa non è che le dinamiche del gruppo fossero cambiate, ma le sue amiche avevano uno strumento in più per gestire la relazione e la ragazza aveva acquistato consapevolezza del fatto che quello che a lei sembrava perfettamente normale, era ai più incomprensibile.

Non sto parlando di cose non così diffuse ma comunque plausibili come divertirsi a correre nel bosco, andare a prendere i bambini a scuola in monopattino, pranzare in cima all’half pipe della pista degli skateboard o avere sempre in borsa un coltellino Opinel a punta tonda con cui tagliare fettine sottilissime di mela.

E neanche di cose un po’ più strane, come tenere i finestrini della macchina aperti anche in autostrada, per paura che si blocchino le chiusure elettroniche e si resti intrappolati dentro, oppure temere l’attacco di uno squalo nuotando in piscina, essere terrorizzati dalla profondità del mare nonostante un brevetto da bagnina o ancora tentare la “scalata” dell’Empire State Building a piedi piuttosto che salire in ascensore.

Mi riferisco piuttosto a un fatto che mi ha raccontato davanti alla fontana, con la sua voce inconfondibilmente emiliana e lo sguardo un po’ asimmetrico. Mi diceva che aveva bisogno di un paio di pantaloni un po’ eleganti, per un’occasione di lavoro, e quindi era uscita per andare a comprarli. Si era tenuta un po’ di tempo per fare una passeggiata in centro e guardare le vetrine, visto che normalmente ci sfreccia davanti in bicicletta senza riuscire a mettere a fuoco niente, a parte la fiammata di colori che le attraversa il campo visivo lateralmente e si dissolve alle sue spalle mentre le gambe continuano a far girare i pedali.
Quell’incedere lento, a piedi, fermandosi spesso, le aveva fatto venire un po’ di formicolio intorno alle anche, una specie di prurito, sintomo forse di un’anomala intolleranza alla lentezza. Non è infatti che il suo abituale passo veloce o la sua pedalata fulminea derivassero da una reale necessità di essere a un determinato orario a un determinato appuntamento, piuttosto erano un suo modo di essere, dato dal gusto per la velocità auto-prodotta, che insieme al sudore liberava le tossine emotive bloccate sotto pelle. In ogni caso di pantaloni belli o quantomeno interessanti dal suo punto di vita, alcuni ne aveva trovati. Uno in particolare, nero opaco e con le tasche larghe, le sembrava quello più adatto a lei. Stava per entrare nel negozio quando dietro la porta aveva individuato la commessa, immobile come una sentinella su due tacchi sottili che la facevano sembrare ancora più magra. Il profilo marmoreo di quella figura proiettava un’ombra sinistra davanti ai piedi della ragazza, che incautamente si era presentata all’ingresso con indosso un paio di jeans bucati sul ginocchio e delle Tiger con la suola completamente consumata. Il suo senso di inadeguatezza era acuito dal fatto che una predisposizione genetica e i suoi trascorsi da calciatrice le avevano lasciato in eredità due “cosce a prosciutto” difficilmente addomesticabili dentro i pantaloni stretti che vanno per la maggiore adesso. Con la mano sulla maniglia, le si era fermata la saliva a metà dell’esofago, tanto quella situazione gliel’aveva resa densa. E le era tornato in mente quello che le succedeva al bar, quando i cannoli alla crema erano finiti e le toccava bersi l’amarissimo caffé d’orzo. Così aveva lasciato scivolare via la mano dalla maniglia e voltato le spalle ai pantaloni sotto scorta, tornando verso casa a passi svelti, con i suoi vecchi jeans bucati sul ginocchio. Da allora non era più entrata in un negozio accessoriato di commessi premurosi, per la stessa ragione che l’aveva indotta a stare alla larga dai bar.

A volte basterebbe scendere un po’ dal ramo su cui si è finiti, cercare un appiglio diverso e provare a salire da un’altra parte, magari optare per la combinazione “spremuta e panino al prosciutto” se i cannoli alla crema sono finiti, ma arrampicarsi sugli alberi non è una cosa che si impara dalla sera alla mattina. Se ci pensiamo bene, succede anche a proverbiali arrampicatori quali sono i gatti, di aver bisogno dei pompieri per scendere, quando si avventurano troppo in alto su rami isolati.

Detto questo, non so neanche come si chiama quella ragazza che è cresciuta su un ramo molto laterale, ma se in borsa ha un Opinel a punta tonda e la borraccia di plastica trasparente viola allora non ci sono dubbi, è lei. Chi la incontrasse le faccia i miei auguri di buon compleanno.

colonna sonora: Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale, Calibro 35 

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IMG_20160219_001650Ci siamo trovati da soli, un pomeriggio di pioggia sporca, cielo bianco e aria pesante, giusto qualche giorno fa. Giusto io e Il-più-piccolo.
In casa non c’era nessun altro, il Mongi daddy ancora in ufficio, gli altri Mongi boys dai nonni, probabilmente incollati a una sedia di cucina con le gambe a penzoloni, gli occhi pallati e lo sguardo assente tipici della sindrome da fattanza mediatica, che colpisce tutti i bambini che vivono in case prive di televisione quando si trovano davanti ad un apparecchio che trasmette pubblicità.
[E visto che siamo in tema di televisione, mi concedo una breve digressione per precisare che quello che manca ai Mongi boys non è tanto Masha e orso o chissà quale altro cartone animato (visto che di questi tempi moderni i cartoni animati si possono guardare praticamente tutti su internet “on demand” anche senza avere la televisione in casa), ma le pubblicità bambino-oriented che la Tv trasmette tra una puntata e l’altra della scatenata bambina russa o dell’insopportabile maialina inglese: intermezzi commerciali suadenti che hanno fatto entrare in casa nostra oggetti altrimenti sconoscuti come i Polaretti, i Kinder Pinguì o la cartella delle Tartarughe Ninja e che fanno rispondere in coro i Mongi boys, quando gli dico che è ora di spegnere la tv e andare a casa: “Due minuti ancora, appena finisce la pubblicità veniamo”].

La casa era tutta per noi. Nessun rumore a disturbarci, se non il ticchettare incessante della pioggia sul tendone del terrazzo e ogni tanto il sibilo del frigorifero e una notifica di whatsapp.
Abbiamo buttato i vestiti bagnati nella doccia e ci siamo messi subito il pigiama, nonostante fossero appena passate le cinque. Poi ci siamo sdraiati tutti e due sul pavimento della sala, pancia a terra, mani sotto il mento, occhi alla stessa altezza, uno di fronte all’altro. Io avrei dovuto stendere, piegare una sporta piena di calzini e mutante, cuocere i ceci, pelare le carote, impastare il pane, svuotare la lavastoviglie e cambiare l’acqua alla nostra pesciolina Marina. E invece sono rimasta lì sdraiata per 75 minuti, a giocare a un gioco inventato sul momento dal Più-piccolo, e nel quale ogni momento cambiavano le regole.
Lui sembrava sicuro del fatto suo, non si è mai rimangiato la parola, non è mai tornato sui suoi passi, e per 75 minuti abbiamo giocato insieme a quel gioco assurdo, senza scopo, senza perché, scambiandoci vecchie lire, franchi francesi, cents inglesi, dracme e euro soprattutto in nichel, che erano usciti dal suo salvadanaio.
Muovevamo a turno, cinque passi in una direzione uno, cinque passi l’altro. Se la moneta di uno aveva un diametro più largo di quella dell’altro, quella moneta mangiava l’altra a volte, altre volte però succedeva il contrario, altre volte ancora nessuno mangiava nessuno.
Il criterio per mangiare è stato prima il diametro, a seconda dei casi o il più piccolo o il più grande, ma poi anche il colore (con l’oro che vinceva su tutto, anche se a volte era più forte l’argento), e un’altra volta il numero scritto sulla moneta, in una specie di roulette per decidere il da farsi.
Le monete si muovevano a un ritmo inconsulto, da una fila all’altra della scacchiera immaginaria tracciata sul parquet, sotto le nostra dita burattinaie.
Io sollevavo spesso dubbi sulla validità di una mossa o sull’applicazione di una regola, ma Il-più-piccolo aveva sempre la risposta pronta, e con pazienza e voce sicura mi forniva spiegazioni inappellabili.

Quando ho realizzato che era passata più di un’ora sono stata colta da attacchi di risa acuti, facevo domande sul gioco cercando di trattenere l’ilarità isterica che mi usciva dagli angoli della bocca, mentre pensavo alla sporta piena di calzini e mutande che mi aspettava di là in cucina. Il mio comportamento avventato ha messo a repentaglio il clima di incomprensibile serietà che si era creato nella stanza, rischiando di screditare tutto il gioco. Per fortuna, proprio nel bel mezzo di quella situazione imbarazzante ha suonato il campanello, Il-più-piccolo ha chiamato il “teim”, fonema anglo-dialettale usato per reclamare una pausa, io mi sono tirata su da per terra e mi sono sgranchita il collo che iniziava a risentiere della posizione arcuata tenuta durante la partita.,Il-più-piccolo intanto si è alzato per andare ad aprire la porta. È entrato Il-più-grande, che senza staccare gli occhi dalle monete sul pavimento, ha iniziato a chiedere a cosa stavamo giocando. Il-più-piccolo, trotterellando intorno al fratello che continuava a fissare il parquet mentre sparpagliava qua e là per la sala cartella, scarpe, giacca e cappello, ha preso a spiegargli le regole, io ho contribuito a infondere solidità alla spiegazione, con interventi puntuali e esempi pratici delle potenzialità dei movimenti delle monete. “Posso giocare?” ha chiesto dopo qualche minuto di quel sermone Il-più-grande al Più-piccolo. La risposta affermativa ha innescato un’ulteriore ora di partita tra i due Mongi boys. Alle sette e mezzo la cena era pronta, sono venuti a tavola assicurandosi che nessuno toccasse niente, che il match non era ancora finito.

colonna sonora: Aldo dice 26×1, nel finale di Siamo i ribelli della montagna, Ustmamò 

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