Archive for the ‘idee sull’abitare’ Category

fullsizerenderIeri a Il-più-piccolo è caduto un dente.
Niente di epico (come era successo in passato), quanto piuttosto normale segnale del tempo che passa, anche per Il-più-piccolo. Che così piccolo a dire il vero non è più, anche se il più piccolo lo rimarrà sempre, come mio fratello piccolo, che continua a essere piccolo, in quanto il più piccolo, anche adesso che ha compiuto 35 anni.

Sapevo che quando avrebbe iniziato le elementari anche il-più-piccolo, sarebbe finita un’epoca. La scuola era lo spartiacque tra il prima e il dopo, uno spartiacque assordante, come il rumore metallico di un cancello che si chiude dopo essere stato sbattuto con forza.
Il prima erano stati gli ultimi dieci anni, passati tra notti in bianco, pannolini sporchi, ripetuti cicli di areosol e invincibili pidocchi, che avevano scandito giornate fitte di microscopici episodi, tutti finiti in un impasto magmatico ancora caldo nel quale era impossibile distinguere i singoli pezzi. I Mongi boys erano cresciuti, e lo avevano fatto senza che io me ne accorgessi, questo è il senso dell’impasto.

Adesso che stavo acquistando consapevolezza dell’accaduto, la mia pancia era attraversata da lampi di panico. Di quell’epoca chiusa dietro il cancello della scuola, che cosa rimaneva?

Quel dente caduto, in un pomeriggio umido di autunno emiliano, mi aveva angosciato: negli ultimi dieci anni erano successe troppe cose insieme, e io me le stavo dimenticando una dopo l’altra. Quando i Mongi boys avevano perso il primo dentino? Quando avevano mosso i primi passi? Quando avevano iniziato a parlare? Il vuoto, non mi ricordavo nulla.
E la mia ansia è cresciuta man mano che aumentava la mia percezione di quanto poco avevo curato la ‘memoria fotografica’ di quegli anni. Disordine assoluto anche lì: un inutile marasma digitale, sparso su più computer e altri supporti, senza nessuna protezione da un qualunque virus che avrebbe potuto distruggere tutto da un momento all’altro, immagini perdute su nuvole inesistenti che non avrei mai più ripescato, sparute foto microscopiche appese al frigo, nessun ritratto di famiglia in cornice, nessun album dei primi anni di vita, nessun antidoto cromatico per risvegliare la memoria.
Perché non avevo annotato su un quaderno quanto pesavano alla nascita, a che ora erano nati, la prima parola che avevano detto? Cosa rimaneva nella mia testa degli ultimi dieci anni? Nessuna data, pochissime certezze, il senso di nausea e disorientamento che ti prende quando scendi da una giostra che ha girato troppo veloce, il bisogno di appoggiarti a qualcosa, il desiderio di mettere tutto in pausa, per avere il tempo di ricostruire la storia, per leggerla e provare a darle un verso.
Questo pensavo mentre stringevo la gengiva sanguinante del-più-piccolo.

Con i ricordi ho sempre avuto un rapporto strano. A casa mia si è sempre vissuto più nel passato che nel presente, sono cresciuta come spettatrice di vite passate, dimenticandomi che intanto stava passando la mia. Più grande ho sviluppato un’allergia per l’accumulazione, gli strati di passato soffocavano il mio presente, che continuava a sfuggirmi di mano. In quel periodo ho smesso di dare importanza ai ricordi, zavorre inutili che ti legano a cose che non ci sono più. Il passato è passato, mi dicevo, è il presente che si merita tutta la mia attenzione. E così il presente se l’è presa tutta la mia attenzione, perché il presente è vorace, assorbe senza rilasciare, ti inebria senza prospettiva, è stupido e arrogante. Non tollera la memoria, che lo riporta subito a una condizione marginale di passato.

I figli hanno di nuovo cambiato la mia prospettiva (o forse è colpa degli anni). Comunque entrambi hanno il potere di fare entrare in contatto passato e presente. E ancora una volta ho modificato strategia: ho disseminato di ricordi casuali luoghi improbabili, per costruire tracce di memoria, flash sensazionali, per sapere che il tesoro esiste, anche se tu non hai la mappa. Così mi può capitare di scovare una vecchia foto sfogliando un libro di ricette, di trovare una lettera adolescenziale in una scatola di biscotti, o un disegno infantile dentro un vaso di fiori. E di godere di quella sensazione calda e pastosa che mi intasa il cervello e mi riporta al tempo della vecchia foto, della lettera adolescenziale o del disegno infantile. Non so se quello che mi ricordo di quei momenti è vero, ma il senso del passato è così forte che tutto sembra stare accadendo in quel momento, e io ci galleggio in mezzo, appagata. Molte volte capita che non scovi niente, e allora il passato sembra non esserci stato, e la testa riprende a girare come sulla giostra, come ieri quando al-più-piccolo è caduto il dente.

colonna sonora: Alive, Pearl Jam 

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FullSizeRender (1)Durante le mie peregrinazioni in giro per l’Italia per cercare di capire cos’è l’abitare condiviso e che forme assume, mi è capitato di entrare nello Spazio del Mutuo Soccorso, un progetto che nasce come occupazione abitativa di alcune vecchie palazzine abbandonate, di proprietà di un grande gruppo immobiliare nel quartiere San Siro a Milano, e che a distanza di qualche anno è diventato a mio modo di vedere un interessante modello di “condominio produttivo”, nel quale non solo ci abitano un centinaio di persone che prima non avevano casa, ma dove, attraverso l’autorecupero, sono stati attrezzati anche spazi per servizi e attività collettive aperti al quartiere, come ad esempio il gruppo di acquisto solidale popolare (GASP), la palestra popolare autogestita, un negozio basato su scambio e riuso, la ciclofficina, uno spazio tutto dedicato ai bambini e pure l’università popolare.

Come ho scritto dopo aver conosciuto la gente dello Spazio del Mutuo Soccorso, un’esperienza del genere si basa sulla convinzione che sia arrivato il momento di smetterla di cercare soluzioni individuali a problemi collettivi, e che invece sia necessario costruire meccanismi di solidarietà reciproca, che incentivino la collaborazione e oltre a soddisfare un bisogno costruiscano un nuovo modo di relazionarsi agli altri, che va in direzione di una vita più condivisa, regolata da principi di co-responsabilità, autogestione e mutuo aiuto.

Ho raccolto anche le voci degli abitanti dell’Hotel Patria Occupato (e prima o poi scriverò qualcosa anche su questo), dove vivevano una trentina di studenti universitari che a Palermo non trovavano alloggi a prezzi calmierati e che hanno quindi deciso di occupare insieme un vecchio albergo di lusso del centro storico che dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e tantissimi anni di abbandono era stato acquistato dalla Regione e destinato a studentato, senza che però i lavori di ristrutturazione venissero mai portati a termine.Attraverso un modello ben studiato di autogestione e autotassandosi per allestire gli spazi, gli occupanti sono riusciti ad aprire lo studentato, attrezzando anche diversi spazi comuni aperti all’esterno come sale studio e altri spazi per laboratori, seminari e attività ricreative.
L’obiettivo di questi ragazzi era ridare funzione e valore ad un edificio storico che era diventato per la città il simbolo del degrado e dell’abbandono, rispondendo ad un bisogno reale degli studenti e contemporaneamente facendo pressione sui soggetti competenti per risolvere il problema. E infatti quando l’Università e la Regione hanno riattivato le pratiche per l’apertura dello studentato, sei mesi fa, dopo due anni e mezzo di occupazione, gli studenti occupanti hanno riconsegnato le chiavi all’Ente regionale per il diritto allo studio, disoccupando volontariamente lo stabile. Che però per i “corsi e ricorsi” che troppo spesso caratterizzano l’amministrazione pubblica è oggi di nuovo bloccato, rischiando di ricadere nel vortice del degrado da cui i ragazzi occupanti, insieme a tanti abitanti del quartiere della Kalsa che collaboravano con loro, lo avevano tolto.

Sono stata poi a Roma, a vedere alcuni dei progetti di autorecupero, tutti nati da esperienze di occupazione, “ufficializzate” grazie ad una legge semplice e sulla carta potentissima, che dovrebbe essere “copiata” in tutta Italia e che prevede che l’Amministrazione comunale, per far fronte all’emergenza abitativa, individui immobili pubblici abbandonati adatti ad interventi di recupero, e che poi tramite bando selezioni cooperative di cittadini che si occuperanno di ristrutturare gli interni di questi immobili, trasformandoli in abitazioni e dotandoli di spazi comuni attraverso i quali sviluppare forme di condivisione, tanto tra residenti che con il quartiere.

Ho avuto anche la fortuna di vedere la “potenza” dell’occupazione abitativa dell’ex Telecom a Bologna nello sviluppare una comunità auto organizzata, pratiche di condivisione tra i residenti, relazioni di prossimità e forme di aiuto reciproco con il quartiere. Ma di questo preferisco non parlare, perché la “ferita” di quello sgombero irresponsabile, che ha spezzato molti dei legami fragili e preziosi che erano nati all’interno dell’ex Telecom è ancora aperta. E perché alcune cose le ho già scritte qui e qui, e adesso voglio raccontare un’altra storia.

La retorica di chi giustifica gli sgomberi con il dovere istituzionale di “ripristinare la legalità” rivela dal mio punto di vista un atteggiamento irresponsabile di coloro che avrebbero invece a disposizione molti strumenti istituzionali, più o meno conosciuti, per coltivare i germogli di innovazione che nascono nelle occupazioni e che devono essere protetti e nutriti se si vuole alimentare una “primavera abitativa” con cui provare a rispondere ai crescenti segnali di emergenza sociale.
Il filosofo Roberto Mancini, in una lezione che ha fatto recentemente proprio a Modena, ha parlato di “truffa ideologica mediatica” riferendosi al comportamento di coloro che si appellano al rigore per giustificare interventi iniqui o assecondare poteri forti, facendo passare come superfluo e insostenibile il tentativo – più complesso sì, ma anche più lungimirante e produttivo – di avviare politiche di trasformazione (e non di riforma, sempre riprendendo le parole di Mancini) della società, che propongano un nuovo modello di convivenza basato sulla solidarietà.

Esempi di risposte istituzionali a chi in tutto il mondo rivendica spazi dismessi e terreni abbandonati per realizzare progetti sostenibili di abitare collaborativo ce ne sono diversi, come sottolineano anche Christian Iaione e Sheila Foster nel loro lavoro The City as a Commons: molto conosciuto è il caso del quartiere di Dudley street a Boston , dove i cittadini sono riusciti a farsi assegnare in proprietà collettiva sei ettari di terreni abbandonati pubblici e altrettanti privati sui quali costruire un “villaggio urbano” fatto di case con affitti calmierati, negozi di autoproduzioni, aree verdi e spazi in cui favorire la socializzazione e la costruzione di reti di collaborazione e solidarietà tra gli abitanti; ma i due studiosi raccontano anche molte altre esperienze di trasformazione di spazi dismessi in beni pubblici collettivi, come i community garden, le fattorie urbane, tanti micro progetti di abitare collaborativo, di autogestione di spazi culturali e di organizzazione di servizi collettivi.
In tutte le esperienze riuscite, i soggetti pubblici hanno la funzione di abilitare la gestione dei beni comuni da parte dei cittadini, facilitando la transizione verso modelli di proprietà condivisa che passano dal riconoscimento della “funzione sociale” della proprietà. Questi esperimenti si concretizzano in contesti in cui il Pubblico è consapevole del valore e dell’utilità sociale in termini di capitale relazionale, integrazione, opportunità lavorative, risparmi e stimoli culturali che la cogestione di risorse condivise da parte di gruppi di cittadini può creare per la propria comunità, rispetto a un controllo esclusivo, pubblico o privato, di quelle risorse.
Quando emerge un interesse collettivo a gestire insieme ad altri cittadini risorse condivise è stupido interpretarlo come rivendicazione antagonista, ma bisogna invece valorizzarlo per quello che è, cogliendo le forme di attivismo illuminato che lo animano e che hanno bisogno di un modello di governance policentrico in cui inserirsi.

Anche nel “quadrato” compreso tra via Sant’Eufemia, Carteria e Bonacorsa si sarebbe potuto provare a mettere la proprietà (inutilizzata) a disposizione della comunità, inserendola in un circuito di “produzione sociale”.
E invece ieri l’ex caserma di Sant’Eufemia, la palazzina di via Bonacorsa, la palestra popolare e l’ex deposito carcerario di via Carteria in cui ogni lunedì c’era il mercatino delle autoproduzioni e gli altri giorni veniva usato come ludoteca, palcoscenico per spettacoli di teatro e concerti sono stati sgomberati.
La colpa è grave perché in quel “quadrato” si erano iniziate a muovere parecchie cose, non si partiva da zero, c’erano dei possibili interlocutori: non ascoltare o non saper ascoltare i segnali che arrivano dal territorio (ce ne sarebbe da dire su come quell’area è stata “gestita”!, ma me lo tengo per un’altra volta) è molto preoccupante, se si vogliono innescare processi di rigenerazione urbana che vadano oltre la dimensione edilizia.
In ogni caso la mossa di ieri evidenzia come non si è voluto (o non si è stati capaci) di cogliere l’opportunità di valorizzare “un quadrato ad alto potenziale”.

Adesso che l’umore è sotto le scarpe, l’unica cosa sensata che mi viene in mente, per non disperdere tutto, è di proporre una candidatura collettiva del complesso demaniale dell’ex caserma e degli attigui spazi del vecchio carcere che erano stati occupati, autorecuperati e trasformati in spazi collettivi aperti alla collettività, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, nell’ambito dell’iniziativa con la quale il Governo ha stanziato 150milioni di euro per ristrutturare o reinventare luoghi pubblici segnalati dai cittadini, nell’ottica di restituirli alla collettività.

colonna sonora: Unità di produzione, CSI

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6eea14220066edf49ce5d482721c2a37G. è a casa con febbre, tosse, raffreddore e sprazzi di mal di pancia. Si cura prevalentemente con dosi massicce di iPad, in situazioni normali contingentato a casa Pitton, ma sfoderato senza remore nelle emergenze.
Oltre ai sintomi dell’influenza ha pure un dentino che gli dondola. Il secondo, se non contiamo i due incisivi di sopra che ha perso due anni fa sbattendo la faccia contro il cancello dell’asilo e che non sono ancora ricresciuti, lasciandogli un sorriso asimmetrico, fatti di tanti pieni e un inusuale vuoto per un bambino della sua età.
Il dentino traballante è da togliere, sia perché balla davvero tanto, sia perché quello sotto è già spuntato e rischia di crescere storto per colpa di quello vecchio che non vuole cedergli il posto.
Sembra però che nessuno riesca nell’impresa, alimentando di giorno in giorno una leggenda degna di quella della spada nella roccia.
Aspiranti Artù si improvvisano ieri pomeriggio D. e M., fratelli più grandi del malaticcio G., rispettivamente infermiere scelto e dottore specializzato in dentologia.
M. si conquista il titolo di dottore senza fatica, avendo dato prova in passato di estremo coraggio e risolutezza nello sradicarsi da solo i suoi denti da latte, dopo essersi isolato in una camera separata per raggiungere la concentrazione necessaria. D. è comunque soddisfatto del ruolo subalterno ma indispensabile di assistente alla poltrona (nel caso specifico più che di poltrona sarebbe più corretto parlare di divano, visto che è lì che giace G., in attesa dell’operazione), visto che il suo trascorso in materia di denti è più prosaicamente costellato di episodi di terrore acuto, attacchi di paura distillata e pomeriggi a bocca aperta ad aspettare la caduta spontanea, con conseguente sovra produzione di saliva e anchilosamento della mascella, tutti fattori che hanno pesantemente influenzato la scelta del piccolo G. di richiedere a gran voce il temerario M. come suo dottore personale.
Detto questo, vale la pena aprire e chiudere una parentesi per sottolineare l’accuratezza mai vista prima nelle operazioni di lavaggio delle mani dei due dentologi in erba: sapone solido, sapone liquido, olio di oliva, detersivo per i piatti, risciacqui con il colluttorio, spugne, spugnette e spazzolini di ogni foggia sono stati impiegati per rendere le mani idonee all’intervento, durante una bath session a ritmo di musica di almeno quindici minuti.
Al momento di entrare in azione però tutta la tranquillità esibita da G. fino a quel momento svanisce di colpo e i suoi dentini, per uno strano incantesimo, si chiudono in una morsa impenetrabile.
Segue un’ora abbondante di contrattazione estenuante, fatta di svariati tentativi di persuasione – dall’offrire al paziente una serie di bicchieri d’acqua con cui ammorbidire la stretta (ma che come effetto collaterale mandano G. in bagno a fare pipì tre volte) all’uso del ghiaccio per anestetizzargli la bocca, dallo spennellamento di miele sul palato per fargli arretrare la lingua al classico rimedio del filo attaccato alla porta, dall’idea di giocare a basket tramando di colpirlo sul labbro con una pallonata a quella ancora più violenta di tirargli direttamente un cazzotto ben assestato – che però non riescono a bucare la fiducia del più piccolo dei tre, che si sottrae di volta in volta agli attacchi dei fratelli adducendo iperboliche scuse (basta, smettetela che io ho così tanta febbre che non mi si apre la bocca), improvvisi bisogni fisiologici (Alt, time, ho la cacca!), divieti perentori (voi non mi staccate niente, nè oggi nè mai!) o soluzioni condizionali (va bene se lo facciamo domani, di mattina?)
Questa schermaglia porta allo sfinimento le parti: da un lato G., a cui quella situazione ha messo addosso sempre più ansia, dall’altro i suoi fratelli che alternano richieste gentili (Non avere paura piccolino mio) a vere e proprie implorazioni (Dai, ti prego, fallo per i tuoi fratelli), fino ad arrivare a minacce esplicite (Scegli tu: o ti stacco il dente o ti stacco la testa).
Ad accusare di più il colpo della “determinazione anti-dentista” di G. è però in particolare il tutto d’un pezzo dottore dentologo M., che a un certo punto, quando ormai è chiara l’impossibilità di riemergere da quella contrattazione paludosa, scoppia in un pianto inconsolabile, ululando alla luna e bagnandosi copiosamente di lacrime le guance. “Però io voglio staccare un dentino ogni tanto”, sono le parole con cui condisce la sua espressione disperata, mentre tira su col naso e singhiozza a fiumi.
Entra in casa in quel frangente il Mongi daddy, di ritorno dal lavoro. Trova M. in lacrime, G. con le orecchie basse, triste per il pianto del fratello e preoccupato per il suo dente, e D. un po’ defilato che cerca di trattenere sorrisini tra l’incredulo e il divertito.
Prendendosi paternamente M. sulle ginocchia, lancia allora una proposta per superare l’impasse: “G., ti prometto che vado a prendervi il gelato se fai provare al dottore M. a toccarti il dentino”.
La parola “gelato” fa cessare i pianti come per magia e G. acconsente docile a farsi mettere le mani in bocca. Così, mentre io mescolo le zucchine e il Mongi daddy si toglie le scarpe, con rapida mossa e colpo da maestro, M. risolve in un baleno la questione ed esclama, trionfante e lapidario “Staccato, staccato, staccato!!!!”, sventolando nella mano sinistra il minuscolo dentino con la radice ancora sanguinante.
D. si affretta a portare soccorso al paziente un po’ stralunato, gli avvicina alle labbra un bicchiere d’acqua, gli porge un fazzolettino con cui tamponare la ferita e gli accarezza premurosamente la testa.
G. con il fazzoletto in bocca e il bicchiere in mano assiste all’accaduto ancora non del tutto consapevole, mentre D. e M. gli saltano intorno esultanti, gridando a turno “dentino, gelato, dentino, gelato”.
D., nella parte dell’allievo interessato, chiede lumi sull’operazione al maestro dentologo, che candidamente risponde “è stato facile, ho infilato le unghie sotto il dente e ho spezzato i nervetti con le mani”, e poi aggiunge, rivolto a G. “hai visto che non fa male con me?”. G., chiamato in causa, con la voce impastata dal fazzoletto azzarda un timido “un po’ malino si..”, a cui l’altro ribatte con un “dai Giovi, è solo una specie di tic, non è proprio un male, non devi neanche dire ahi!”.
Mentre i Mongi boys si scambiano profusamente baci (smack, smack) e abbracci (pat, pat), ringraziamenti (grazie Michi, vieni qui che ti do un’abbracciatona) e cortesie (prego Giovi, non c’è di che, mi fa sempre piacere staccare i denti a me), D. nella sua veste di fratello grande richiama saggiamente gli altri due all’evidenza dei fatti, ricordando al Mongi daddy la promessa del gelato.
Io nel frattempo assisto alla scena cercando di rimanere estranea, mi appunto sulla lavagna della cucina gli scambi di battute più evocativi e mi limito a riportare il tono della voce dei miei ragazzi a un livello accettabile, quando la concitazione della trattativa la spinge troppo in alto.
E con il senno di poi sarebbe stato meglio se avessi continuato a rimanere estranea. Mi spiego meglio: comprare il gelato risultava un problema, considerato che il Mongi daddy aveva il portafoglio vuoto e che la Mongi mummy (che poi sarei io) si era accorta in quel momento di aver dimenticato il suo in biblioteca qualche ora prima. Così i bimbi si sono lanciati a recuperare da salvadenai e cassettine segrete il necessario. Racimolato il gruzzolo, M. ha fatto per allungarlo al Mongi daddy che senza volere gli ha urtato con un gomito la manina aperta, facendo volare gli spiccioli in giro per la sala, tra un allegro ticchettare metallico. È seguita la fase del recupero, che ha visto tutta la Mongi family impegnata e chinata nello svolgimento delle operazioni.
Senonché, mentre mi rialzo compiaciuta con in mano una monetina da 1 euro e nell’altra una da 50 cent, sbatto con slancio contro lo spigolo della ribaltina della libreria rimasta inavvertitamente aperta e mi ritrovo gambe in aria e ghiaccio in testa, distesa sul vecchio tappeto afgano della sala. “Il gelato è rimandato a domani per cause di forza maggiore” recitano i titoli di coda di un fine giornata vissuto pericolosamente a casa Pitton.

colonna sonora: Dentist! (Little Shop of Horrors), Steve Martin

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IMG_20160219_001650Ci siamo trovati da soli, un pomeriggio di pioggia sporca, cielo bianco e aria pesante, giusto qualche giorno fa. Giusto io e Il-più-piccolo.
In casa non c’era nessun altro, il Mongi daddy ancora in ufficio, gli altri Mongi boys dai nonni, probabilmente incollati a una sedia di cucina con le gambe a penzoloni, gli occhi pallati e lo sguardo assente tipici della sindrome da fattanza mediatica, che colpisce tutti i bambini che vivono in case prive di televisione quando si trovano davanti ad un apparecchio che trasmette pubblicità.
[E visto che siamo in tema di televisione, mi concedo una breve digressione per precisare che quello che manca ai Mongi boys non è tanto Masha e orso o chissà quale altro cartone animato (visto che di questi tempi moderni i cartoni animati si possono guardare praticamente tutti su internet “on demand” anche senza avere la televisione in casa), ma le pubblicità bambino-oriented che la Tv trasmette tra una puntata e l’altra della scatenata bambina russa o dell’insopportabile maialina inglese: intermezzi commerciali suadenti che hanno fatto entrare in casa nostra oggetti altrimenti sconoscuti come i Polaretti, i Kinder Pinguì o la cartella delle Tartarughe Ninja e che fanno rispondere in coro i Mongi boys, quando gli dico che è ora di spegnere la tv e andare a casa: “Due minuti ancora, appena finisce la pubblicità veniamo”].

La casa era tutta per noi. Nessun rumore a disturbarci, se non il ticchettare incessante della pioggia sul tendone del terrazzo e ogni tanto il sibilo del frigorifero e una notifica di whatsapp.
Abbiamo buttato i vestiti bagnati nella doccia e ci siamo messi subito il pigiama, nonostante fossero appena passate le cinque. Poi ci siamo sdraiati tutti e due sul pavimento della sala, pancia a terra, mani sotto il mento, occhi alla stessa altezza, uno di fronte all’altro. Io avrei dovuto stendere, piegare una sporta piena di calzini e mutante, cuocere i ceci, pelare le carote, impastare il pane, svuotare la lavastoviglie e cambiare l’acqua alla nostra pesciolina Marina. E invece sono rimasta lì sdraiata per 75 minuti, a giocare a un gioco inventato sul momento dal Più-piccolo, e nel quale ogni momento cambiavano le regole.
Lui sembrava sicuro del fatto suo, non si è mai rimangiato la parola, non è mai tornato sui suoi passi, e per 75 minuti abbiamo giocato insieme a quel gioco assurdo, senza scopo, senza perché, scambiandoci vecchie lire, franchi francesi, cents inglesi, dracme e euro soprattutto in nichel, che erano usciti dal suo salvadanaio.
Muovevamo a turno, cinque passi in una direzione uno, cinque passi l’altro. Se la moneta di uno aveva un diametro più largo di quella dell’altro, quella moneta mangiava l’altra a volte, altre volte però succedeva il contrario, altre volte ancora nessuno mangiava nessuno.
Il criterio per mangiare è stato prima il diametro, a seconda dei casi o il più piccolo o il più grande, ma poi anche il colore (con l’oro che vinceva su tutto, anche se a volte era più forte l’argento), e un’altra volta il numero scritto sulla moneta, in una specie di roulette per decidere il da farsi.
Le monete si muovevano a un ritmo inconsulto, da una fila all’altra della scacchiera immaginaria tracciata sul parquet, sotto le nostra dita burattinaie.
Io sollevavo spesso dubbi sulla validità di una mossa o sull’applicazione di una regola, ma Il-più-piccolo aveva sempre la risposta pronta, e con pazienza e voce sicura mi forniva spiegazioni inappellabili.

Quando ho realizzato che era passata più di un’ora sono stata colta da attacchi di risa acuti, facevo domande sul gioco cercando di trattenere l’ilarità isterica che mi usciva dagli angoli della bocca, mentre pensavo alla sporta piena di calzini e mutande che mi aspettava di là in cucina. Il mio comportamento avventato ha messo a repentaglio il clima di incomprensibile serietà che si era creato nella stanza, rischiando di screditare tutto il gioco. Per fortuna, proprio nel bel mezzo di quella situazione imbarazzante ha suonato il campanello, Il-più-piccolo ha chiamato il “teim”, fonema anglo-dialettale usato per reclamare una pausa, io mi sono tirata su da per terra e mi sono sgranchita il collo che iniziava a risentiere della posizione arcuata tenuta durante la partita.,Il-più-piccolo intanto si è alzato per andare ad aprire la porta. È entrato Il-più-grande, che senza staccare gli occhi dalle monete sul pavimento, ha iniziato a chiedere a cosa stavamo giocando. Il-più-piccolo, trotterellando intorno al fratello che continuava a fissare il parquet mentre sparpagliava qua e là per la sala cartella, scarpe, giacca e cappello, ha preso a spiegargli le regole, io ho contribuito a infondere solidità alla spiegazione, con interventi puntuali e esempi pratici delle potenzialità dei movimenti delle monete. “Posso giocare?” ha chiesto dopo qualche minuto di quel sermone Il-più-grande al Più-piccolo. La risposta affermativa ha innescato un’ulteriore ora di partita tra i due Mongi boys. Alle sette e mezzo la cena era pronta, sono venuti a tavola assicurandosi che nessuno toccasse niente, che il match non era ancora finito.

colonna sonora: Aldo dice 26×1, nel finale di Siamo i ribelli della montagna, Ustmamò 

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Lumen_caseLa mia giornata oggi inizia in auto, come quella di tanti altri, che la macchina, a differenza di me, la devono usare tutti i giorni. Ci metto mezz’ora a fare gli ultimi cinquecento metri che mi separano dall’entrata del casello di Modena Nord.
Mentre ascolto tra l’insofferente e l’avvilito Virgin Radio e nella quasi immobilità dell’avanzare alterno freneticamente i piedi sui pedali di frizione, acceleratore e freno, come se fossi una suonatrice d’organo impazzita, penso all’attualità del “paradosso di Illich”: già all’inizio degli anni Settanta Illich sosteneva come le auto, inventate per velocizzare gli spostamenti e migliorare il confort del viaggio, si fossero rivoltate contro gli uomini, i quali avevano finito per trovarsi intrappolati ogni giorno dentro quelle scatole di latta. La macchina aveva preso il sopravvento sull’uomo, creando più distanze di quante riuscisse a eliminarne e le persone, invece di risparmiare tempo, si erano trovate chiuse in un’automobile a perderne tantissimo. Dico questo perchè mi piacciono i fuori programma, anche quando scrivo. E fare una digressione è come scegliere una strada che non sai bene dove porta quando sai benissimo che di fronte a te ce ne sarebbe anche un’altra molto più diretta e facile.

Però pensandoci bene questa storia delle macchine qualcosa a che fare con quello che voglio raccontarare ce l’ha: Illich era un sostenitore di quella che lui chiamava la “società conviviale”, una società dove gli strumenti moderni prodotti dall’era industriale sono sottratti agli specialisti che li tengono sotto controllo e restituiti alla collettività, in modo che ciascuno possa utilizzarli per realizzare i propri progetti. L’intuizione di Illich è molto simile alla critica al concetto di monopolio radicale che Turner, il più eloquente e autorevole difensore dell’abitare autogestito, ha applicato all’abitare. Turner scrive negli stessi anni di Illich che il monopolio radicale è un meccanismo di tipo sociale che ha reso la gente incapace di fare da sé, sottraendo uno dei bisogni fondamentali della vita (la casa) alla definizione di chi lo vive (gli abitanti).

Ma la sto ancora prendendo troppo alla lontana. Mi rimetto quindi in macchina e dopo un’oretta di autostrada mi ritrovo immersa in un paesaggio strettamente padano, dove l’orizzontalità e la piattezza dominano su tutto, in una campagna in cui la vista può correre veloce dietro un orizzonte che non smetti mai di vedere ma non riesci mai a raggiungere.
La pioggia di ieri ha lavato anche la nebbia e i colori sono saturi quasi come nelle fotografie di Franco Fontana. Parcheggio davanti al muro di mattoncini antichi cementati in bianco che delimita quella che un tempo deve essere stata una fiorente corte colonica, in cui probabilmente abitavano i braccianti che coltivavano il mais nei campi intorno. Dal cancello si vede una grande aia, ghiaino bianco per terra e in mezzo un bel prato delimitato da due file di alberi adesso spogli. Intorno le case, una porta accanto all’altra, intonaco rosa antico, persiane e porte verdi, tutte basse uguali: pianoterra e primo piano, all’interno una scala che porta alle camere da letto, dietro il giardino, separato dalla sala da una grande vetrata.

In queste case vivono le quattordici famiglie, la maggior parte con bambini, che animano l’ecovillaggio Lumen, una “sperimentazione pratica di un modello di vita collettivo rivolto al benessere e all’eco-sostenibilità”, come si legge sul loro sito internet o “un prato con dei bambini che giocano e le loro case tutte intorno”, come mi ha spiegato Anita che ha nove anni e abita qui da sempre.
Per il mio lavoro di ricerca Lumen è un’esperienza molto interessante da diversi punti di vista: innanzitutto ha una storia consolidata, che viene ripercorsa nel libro scritto in occasione del ventunesimo compleanno dell’ecovilaggio; seconda cosa è un caso di successo, a differenza di tante altre esperienze di comunità intenzionali che si sono sgonfiate dopo la prima fase di entusiasmo, il cui andamento in statistica verrebbe ben rappresentato dalla classica curva di Gauss a forma di campana, dove, dopo un periodo di crescita sostenuta, si raggiunge il punto massimo, dopo il quale comincia il declino.
Un ulteriore motivo di interesse è che Lumen si regge su un originale modello di economia interna autosostenibile: negli anni l’ecovillaggio ha sviluppato una serie di attività aperte all’esterno (dalla scuola di naturopatia, alla Wellness Academy ai corsi di cucina naturale), che hanno costruito posti di lavoro per gli abitanti e che assicurano entrate sufficienti a pagare altri abitanti impegnati a offrire servizi specifici per la comunità, come la mensa interna, l’asilo e l’homeschooling per i bambini delle elementari. In questo modo praticamente tutti gli abitanti di Lumen ricevono uno stipendio per il loro lavoro – che sia rivolto agli esterni o per i residenti – che, sommato al lavoro volontario che ciascuno svolge (nella manutenzione del verde, nella pulizia delgi spazi comuni, nella raccolta della legna con cui viene alimentato il riscaldamento), consente un equilibrio economico sostenibile.
Per fare un esempio concreto, Giacomo, un ragazzo sardo che è il responsabile della cucina comune, ogni mese riceve da Lumen 800 euro per il suo lavoro di preparazione dei pasti e di gestione degli ordini della dispensa. Questi soldi in parte sono ottenuti dalle entrate dei corsi di cucina naturale che sempre Giacomo tiene all’esterno e che confluiscono nel bilancio di Lumen. Come mi ha raccontato lui stesso, questi 800 euro non servono per sostenere spese tipiche di chi abita in appartamenti tradizionali, visto che vivere a Lumen offre un pacchetto di servizi che coprono i costi del cibo, delle utenze, le spese condominiali e quelle per i servizi di cura dei bambini.
Da una stima realizzata qualche mese fa dagli abitanti per quantificare i benefici economici di vivere in ecovillaggio, da un confronto con l’indagine Istat sui consumi, si scopre che ogni famiglia arriva a risparmiare ogni mese circa mille euro, grazie a servizi quali acquisti condivisi, utenze comuni, servizio mensa, scambio di vestiti, condivisione di auto.
A questo modello economico particolare corrisponde una struttura organizzativa piuttosto complessa, articolata in diverse forme giuridiche e orchestrata in modo da riuscire a gestire la vita comunitaria: Lumen infatti è un’associazione che si occupa prevalentemente delle attività formative rivolte all’esterno, ma anche una cooperativa di produzione e lavoro che gestisce progetti editoriali, la vendita di prodotti naturali e le attività svolte in diversi centri benessere, oltre a essere da qualche anno una cooperativa a proprietà indivisa che amministra gli alloggi e un network di persone che organizzano le attività educative rivolte ai bambini, dall’educazione parentale al servizio di asilo modello tagesmutter.

All’ingresso mi accoglie Federico, 38 anni di Crema, che si è trasferito nell’ecovillaggio insieme a sua moglie Valentina e alla loro figlia Matilde ormai quattro anni fa. Dopo aver transitato in alcuni appartamenti condivisi, ha contribuito a ristrutturare una porzione di casa della corte dove adesso vive, per scelta, insieme alla famiglia di Floriana e Alessandro. La condivisione abitativa non è la regola, ma sicuramente si sposa bene con le motivazioni di carattere relazionale e comunitario che spesso accompagnano la scelta di vivere in ecovillaggio.
Nell’attesa di trasferirci nella homeschooling dove Federico insegna arte, beviamo un té seduti al bancone della sua cucina, autoprodotto con assi recuperate dai ponteggi dei cantieri edili; alle mie spalle c’è una lavagna nera con scritto il menù settimanale della colazione: frutta, latte di soia, pancake, succo Hurom, mix di cereali, pane con creme di verdura, marmellata, té, crema di riso, crepes. Colazione a parte, la cucina non è tanto usata, visto che i pranzi e le cene vengono consumati insieme nella mensa comune dall’altra parte dell’aia, tutti i giorni escluso il lunedì, quando ognuno mangia nel proprio alloggio, prendendo però dalla dispensa collettiva gli ingredienti: frutta e verdura soprattutto, ma anche farina, pasta e altri cereali, vista la predilezione degli abitanti per un’alimentazione naturale di tipo vegan. Dalle grandi finestre della sala entra una luce calda, che si infila fin dentro la mia tazza e si riflette sulle pareti chiare della stanza. Il té così illuminato mi sembra più buono del solito.
Oltre a insegnare arte ai bambini della homeschooling, Federico segue le questioni amministrative di Lumen, gestisce alcuni progetti speciali, tra cui quello in corso di realizzazione di una casa famiglia in cui accogliere ragazzi in affido e ha mantenuto anche alcuni impegni esterni, tra cui quello di vice sindaco del paese vicino.
Mentre parliamo entra Floriana, che si occupa dell’asilo, e poco dopo dalle scale sbuca Alessandro, vestito con un kimono bianco simile a quelli da judo, che alterna l’attività di grafico a quella di maestro di yoga. Più tardi conoscerò anche loro figlio Lucas, che frequenta l’homeschooling e condivide la camera da letto con Matilde, la figlia di Federico e Valentina.
Tra una tazza di té e l’altra, Federico mi racconta come si vive a Lumen, la procedura piuttosto articolata per entrarvi (“perché nella conoscenza serve gradualità, sia da parte di chi vuole entrare che da parte di chi accoglie”), il modello gestionale, basato sulla partecipazione e sulla valorizzazione delle abilità e dell’esperienza di ciascuno, e l’investimento comune sulla condivisione: oltre a mangiare insieme quotidianamente, sia a pranzo che a cena, la condivisione si esplica e nel modello economico, visto che quasi tutti lavorano all’interno di Lumen in stretta collaborazione l’uno con l’altro. Inoltre sono previsti dei momenti settimanali di incontro per discutere questioni pratiche, che nell’ultimo anno in via sperimentale sono stati organizzati separatamente tra uomini e donne, e ogni tre mesi una giornata comune durante la quale i trenta adulti dell’ecovillaggio fanno il punto della situazione e affinano la loro visione comune del vivere insieme. Al “fare gruppo” sono dedicati anche momenti di svago collettivi, come brevi vacanze in estate e inverno in cui ritrovarsi fuori dal contesto abituale ed esplorare dinamiche diverse da quelle quotidiane.
Di tutti i discorsi che sento mi colpiscono in particolare le riflessioni di Federico sul modello familiare, molto diverso da quello a cui tutti oggi siamo abituati. In sintesi mi sembra di capire che i cambimenti maggiori siano tre: il primo riguarda il tema della conciliazione di vita e lavoro, in quanto a Lumen si lavora dove si vive, e questo fa sì che si sia sempre vicino alla famiglia; il secondo è legato alla presenza di tante persone che abitano vicine a cui appoggiarsi per esigenze pratiche, ma anche per un supporto emotivo, cosa sempre più rara tra vicini di casa; il terzo infine ha a che fare con il concetto di “comunità educante” che nasce dal vivere con le “porte aperte”, in un ambiente basato sulla condivisone anche ideale di stili di vita. A Lumen in qualche modo si realizza l’auspicio del padre del cohousing, che ha progettato Skråplanet con in testa l’idea che “ogni bambino dovesse avere cento genitori”. E dal vivo la cosa è impressionate.

Sicuramente il “modello Lumen” è affascinante, per una mamma come me, che ogni giorno prova a destreggiarsi tra lavoro (poco retribuito), lavatrici, quotidiano dilemma su cosa preparare da mangiare e accudimento dei tre piccoli Mongi boys.
D’altra parte, mentre la cucina comune e il servizio mensa mi sembrano un benefit intergalattico, capace di abbattere drasticamente il livello di stress di una qualsiasi mamma italiana, sull’educazione parentale non sono così convinta, nonostante le mie frequentazioni più o meno solide con gruppi montessori, pedagogia staineriana e scuole libertarie: mi sembra che la scuola pubblica sia uno dei pochi baluardi di uguaglianza non ancora crollati, e che ogni bambino dovrebbe poter frequentare prima di tutto per conoscere la diversità e poi eventualmente scegliere più consapevolmente l’omeopatia, lo yoga o un’alimentazione vegetariana.
Parentesi in difesa della scuola pubblica a parte, partecipare a una lezione con i bambini dell’homeschooling è stata un’esperienza molto bella, dalla quale ho anche imparato come si realizza un fumetto. E durante la quale ho preso accordi per una partita di calcio, che abbiamo giocato adulti e bambini insieme dopo pranzo nel prato in mezzo alla corte.
A Lumen, dove hanno smantellato i monopoli radicali e le persone si sono riappropriate del valore d’uso delle cose, sottraendo alla logica dello scambio di mercato la casa, la scuola, il cibo e la salute, una partita di calcio però rimane sempre una partita di calcio. Quindi, visto che la mia squadra ha perso di un goal, a Lumen prometto che tornerò presto, magari con i Mongi boys, che con i piedi, a forza di partitelle al parco, stanno diventando bravini..

colonna sonora: Before we knew the cross, Ecovillage 

PS: Ringrazio di cuore Federico, Giacomo, e i due Marco per il tempo che mi hanno dedicato. A Giovanni, Jacopo e Mahel, che ho conosciuto a scuola e reincontrato da avversari sul campo da calcio, ne approfitto per chiedere per iscritto la rivincita. Infine, per tutti quelli che sono arrivati fin qui, spero che il mio racconto abbia fatto capire loro qualcosa in più di quello che sapevano di cosa significa vivere in ecovillaggio. E mi auguro che che abbia anche stimolato domande e riflessioni sul modo di vivere e di abitare di ciascuno di noi.

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BenvenutiArriviamo allo Spazio del Mutuo Soccorso che è già buio, seguiamo un ragazzo che illumina la strada con un faro da cantiere, entriamo nel grande cortile su cui si affacciano quattro vecchie palazzine anni Trenta. Nonostante la poca luce si intravedono muri coperti da grandi opere di street art.
Facciamo un cerchio intorno a Rossella, 26 anni e un forte accento milanese, che ci racconta la storia di questo posto dove l’eleganza dell’architettura della tarda Belle Epoque si è fusa con il degrado esteriore cresciuto dopo l’abbandono dello stabile.
A causa le condizioni pessime degli alloggi e della totale assenza di manutenzione, questo complesso di proprietà di una grande immobiliare si è infatti pian piano svuotato degli abitanti, in un processo che è durato buona parte degli anni Ottanta, come testimonia una copia del Corriere milanese trovata in uno degli appartamenti e datata 1987. Quando due anni fa i ragazzi del vicino centro sociale Cantiere insieme al Comitato Abitanti di San Siro hanno occupato questi spazi, oltre alla copia ingiallita del giornale hanno trovato solo la signora Albertina, l’unica inquilina che era rimasta, che ancora adesso a Natale porta agli occupanti il panettone, nonostante si sia trasferita in un altro posto.

Allo Spazio del Mutuo Soccorso  oggi abitano un centinaio di persone, poco più della metà straniere, di cui venticinque nuclei familiari stabili e altri ospiti temporanei. Questi ultimi sono soprattutto persone in emergenza abitativa, sette nuclei attualmente, alloggiati nella Casa Polmone, una soluzione “di passaggio” che offre accoglienza temporanea ma anche un’opportunità di sensibilizzazione civica data dal coinvolgimento attivo degli ospiti nel modello di autogestione. Oltre a Casa Polmone, altri due appartamenti tipo foresteria sono riservati a volontari e attivisti di fuori Milano che vogliono conoscere meglio lo Spazio e collaborare alle diverse attività che vengono organizzate.

Io sono arrivata qui insieme a un gruppo misto di ricercatori che partecipa al convegno organizzato da Tracce Urbane al Politecnico, che prevedeva anche un tour in autobus tra alcune esperienze milanesi di abitare collettivo, un pomeriggio di “turismo etnografico” come lo ha definito un collega.

Rossella ci racconta la genesi di questa esperienza collettiva che si sviluppa all’interno del movimento di lotta per la casa e rivendica il diritto all’abitare e il diritto alla città di persone che provano a rispondere alla precarietà attraverso pratiche dal basso di solidarietà e di mutuo soccorso. All’occupazione come sistema per sottrarre immobili abbandonati alla logica della speculazione immobiliare, si affianca l’autorecupero, utilizzato per ristrutturare gli appartamenti e gli altri locali aperti alla città, e l’autogestione, il modello organizzativo su cui si regge l’esperienza: queste tre caratteristiche, cementate insieme dalla logica del mutuo soccorso, sono l’ossatura intorno alla quale si sono sviluppate le attività ospitate dallo Spazio di Mutuo Soccorso e che ne fanno, a parer mio, un modello di “condominio produttivo” particolarmente interessante, stimolato dalla capacità di integrare insieme spazi abitativi e spazi per servizi e attività collettive aperte anche a chi vive altrove.

Suddivisi in gruppetti di sei o sette persone, iniziamo la visita guidata agli spazi del Mutuo Soccorso, per capire meglio come si concretizza l’idea di questo condominio produttivo. A noi ci porta in giro Mauro, un giovane zapatista con i lunghi capelli raccolti a coda che gli escono dal capellino della Quechua, che da vent’anni fa militanza politica e che a fine visita tornerà a Sesto San Giovanni dai suoi due bambini. Entriamo nel locale del GASP, il Gruppo di Acquisto Solidale Popolare creato da alcuni residenti del quartiere. Negli scaffali appoggiati alle pareti verdi ci sono cassette da frutta, bottiglie di vino, pacchi di riso. Questi prodotti, come anche i formaggi, la carne, gli ortaggi e molte altre cose che vengono acquistate collettivamente arrivano dalle aziende del Parco Sud di Milano, secondo la logica della filiera corta; per altri, gli agrumi ad esempio, stanno cercando fornitori da fuori, come testimonia la cassa di limoni sul tavolo all’ingresso che gli ha mandato da provare un produttore siciliano. Il principio del Gruppo di Acquisto Solidale è comprare insieme direttamente dal produttore, privilegiando aziende biologiche e locali, con un approccio critico al consumo, che salvaguardi i piccoli agricoltori. L’aggiunta dell’aggettivo “popolare” pone l’accento sulla matrice “proletaria” di questo Gas, che opera con la volontà di offrire prodotti di qualità a un prezzo più basso di quello dei supermercati. Questo per contrastare la deriva “radical chic” che ha investito il pianeta cibo e che rischia di stravolgere l’idea di partenza dei Gas, basata su l’acquisto di cibo sano e prodotto localmente a un prezzo equo, sia per chi lo produce che per chi lo consuma. Il prodotto nei Gas – ci spiega una signora che fa parte del gruppo promotore – non è visto solo come una marce, ma assume significato in quanto capace di attivare uno scambio di relazioni tra le persone che vi partecipano: oltre a benefici alimentari e economici per il singolo, far parte di un Gas produce a livello macro benefici sociali, culturali e ambientali che lo rendono un’attività particolarmente adatta ad essere ospitata dalla Spazio di Mutuo Soccorso.

Una connotazione popolare ce l’ha anche la palestra Hurricane, autogestita come il Gasp, che consente con un contributo di 10 euro al mese, comprensivo di assicurazione, di frequentare i tanti corsi disponibili (tra cui aerobica, danza del ventre, pugilato, muay-thai) tenuti da insegnanti professionisti volontari e di usare gli attrezzi e le macchine, tutte donate gratuitamente da cittadini sensibili. Più di 150 persone frequentano la palestra, mentre sono circa 70 gli iscritti a Unipop, l’università popolare ospitata al terzo piano, dove ha sede una scuola di musica, una scuola di lingue e dove si tengono varie iniziative di autoformazione per gli insegnanti e di approfondimento per tutti gli interessati. Al pubblico più giovane è dedicato lo spazio della Banda dei Pirati, con le pareti macchiate alla Pollock dai bambini, in cui è attivo uno spazio per laboratori, un doposcuola e una sala giochi, presidiati da educatori appassionati e anche in questo caso volontari.

C’è anche la ciclofficina Staffette Partigiane qui al Mutuo Soccorso e un mercatino di scambio C-Rise gestito quasi totalmente dagli abitanti, sulla base di regole molto chiare: all’interno dei locali del mercatino i vestiti, i libri e i giocattoli sono tutti sistemati in ordine, perché il primo comandamento è che bisogna segnare sempre tutto, è importante sapere quante cose arrivano e chi le riceve, per favorire la rotazione di più persone in un meccanismo di comunicazione trasparente. Il secondo comandamento è che cose rotte o inutilizzabili non vengono prese, e infatti la qualità dei prodotti è alta, e anche l’allestimento curato; la sensazione è quella di entrare in un negozio, ma un negozio particolare perché qui non si paga con denaro: il terzo comandamento infatti è che le transazioni si basano sullo scambio di beni, niente soldi ma nemmeno niente regali. Uno dei presupposti di tutta la filosofia dello Spazio del Mutuo Soccorso è proprio la messa in discussione e la modifica dell’agire individuale, in funzione della formazione di una comunità, e anche il mercatino dello scambio risponde a questa logica: le parole scritte sul cartello all’ingresso fanno capire che è arrivato il momento di smetterla di cercare soluzioni individuali a problemi comuni, è necessario invece costruire meccanismi di solidarietà reciproca, che incentivino la collaborazione e oltre a soddisfare un bisogno costruiscano un nuovo modo di relazionarsi agli altri, che va in direzione di una vita insieme.

Come ogni altra comunità, per funzionare, anche lo Spazio del Mutuo Soccorso ha bisogno di regole, così tra i frequentatori dello Spazio di Mutuo soccorso, gli abitanti e chi ci lavora volontariamente vige il “patto di mutuo soccorso”, una sorta di regolamento interno sottoscritto dai partecipanti che prevede una co-responsabilità nell’autogestione degli spazi: dalle pulizie, ai turni di apertura, dall’organizzazione di eventi alle assemblee periodiche, tutti sono chiamati a partecipare e a dare il proprio contributo, sulla base del principio marxista “ognuno secondo le sue possibilità, a ognuno secondo i suoi bisogni” che ultimamente ho sentito piacevolmente ripetere più volte.

Oltre agli spazi aperti al pubblico e ai progetti di solidarietà, lo Spazio del Mutuo Soccorso però nasce per rispondere a un bisogno abitativo, e per molte famiglie è per prima cosa una Casa. Nella visita guidata entriamo anche negli appartamenti, tutti davvero belli, a partire dalle porte d’ingresso in stile inglese, colorate di un bel blu. All’interno le stanze grandi e ariose non hanno nulla a che vedere con le dimensioni medie di quelle commercializzate sui giornalini di annunci immobiliari, dove una camera doppia è un buco al confronto. Gli spazi sono curati, l’arredo e i quadri alle pareti non danno assolutamente l’idea di temporaneità. Pur con l’incognita di un possibile sgombero, ogni famiglia si è radicata negli spazi che le sono stati assegnati, lo sguardo degli abitanti verso le loro case è uno sguardo basato sul legame ha fatto notare qualcuno. Ognuno ha investito tempo e denaro nell’autorecupero degli alloggi: qualcuno ha spostato muri, rifatto pavimenti, altri si sono limitati a sistemare quello che non funzionava, a tinteggiare le pareti, a cambiare i rubinetti; tutti hanno messo a norma gli impianti e installato caldaie nuove in appartamenti che prima non avevano neanche il riscaldamento, sostenendo collettivamente le spese per queste opere. Oggi ogni famiglia per abitare qui non paga un affitto, ma, oltre alle bollette, contribuisce per quel che può a una cassa comune per le spese legali e le opere di manutenzione. Il risparmio rispetto ad una locazione sul libero mercato è di oltre il 90% e a questo, ragionando in termini economici, bisogna aggiungere il beneficio per la collettività derivante dall’aver riqualificato uno stabile abbandonato in pessime condizioni, che possiamo stimare in un investimento complessivo di 200mila euro, se valorizziamo anche le ore uomo impiegate nell’autorecupero. Inoltre, il fatto che al Mutuo Soccorso sia stato organizzato un sistema di welfare dal basso, fatto di tutti i servizi di cui ho parlato sopra, fa sì che il risparmio ottenibile qui rispetto ad abitare in un contesto tradizionale sia ancora maggiore: Liat Rogel a proposito dell’abitare collaborativo di Scarsellini l’ha stimato in 1.593 euro all’anno per una famiglia di due adulti e due bambini ; al Mutuo Soccorso, per la maggiore offerta di servizi collettivi, possiamo alzare la cifra di altri mille euro, sempre facendo calcoli prudenziali.

Quindi anche senza tirare in ballo i benefici sociali a livello di abitabilità, qualità dei rapporti di vicinato, rete di solidarietà, educazione civica eccetera eccetera, solo dal risparmio economico si capisce come il condominio-produttivo-autogestito modello Spazio di Mutuo Soccorso abbia delle potenzialità non trascurabili, e per questo debba essere studiato con attenzione. Fondamentale a questo proposito è analizzare bene i punti di forza, come il mix sociale – fatto di famiglie in difficoltà abitativa, di giovani militanti dei movimenti di lotta per la casa, di nuclei stabili e di persone di passaggio – e il mix funzionale – fatto dall’integrazione tra spazi per l’abitare, spazi per il lavoro e spazi per le relazioni – ma anche gli aspetti architettonici, visto che ha un suo peso anche la conformazione fisica del posto: edifici belli, indipendenti ma vicini, affacciati su un grande cortile comune che funziona come la piazza di un paese, nei quali, in ognuno, sono mescolate residenze autonome e spazi aperti alla città. E poi è necessario riflettere anche sulle criticità, in particolare il forte impegno in termini di tempo e disponibilità a collaborare richiesto sia agli abitanti che ai tanti volontari e attivisti, su cui si basa il buon funzionamento del progetto complessivo. Ma d’altra parte Bauman ci insegna che tra libertà e comunità c’è un trade off insanabile, e se si vuole vivere insieme a un po’ di autonomia, controllo e individualismo bisogna saper rinunciare.
In ogni caso, dopo aver visto tante esperienze diverse di abitare condiviso, mi sembra di poter dire che è nelle soluzioni più radicali che si trovano i germogli di innovazione più interessanti e che per coltivare una “primavera abitativa” forse è da qui che bisogna partire.

colonna sonora: El Pueblo Unido, Inti Illimani 

PS: grazie agli amici dello Spazio del Mutuo Soccorso, super efficienti anche a mettere online fotogallery e video interviste della giornata! Il materiale lo trovate tutto qui.

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cena4Giovanni è il dirigente del Comune di Torino che si occupa di abitare sociale. L’ho incontrato l’altra mattina, insieme a una piccola delegazione emiliano-romagnola interessata a esportare da noi il modello delle coabitazioni solidali.
Arriviamo nel suo ufficio a due passi da piazza Castello alle nove e mezzo, ce ne andiamo che è ora di pranzo. La prima considerazione è sulla quantità di tempo che Giovanni ci ha dedicato, un tempo lungo e denso, non scontato, non dovuto, non usuale.

Giovanni ripercorre con tono appassionato la stagione della rigenerazione urbana, da dove è partita tutta le riflessione sulle politiche per l’abitare che si è sviluppata a Torino a metà degli anni Duemila e che col tempo si è consolidata in una costellazione di interventi che fanno del capoluogo piemontese un modello di intervento pubblico nel campo dell’abitare a livello nazionale. La seconda considerazione è stata sentire Giovanni presentarsi come architetto, per legittimare il fatto di aver lavorato ai vari progetti di riqualificazione urbana, ma subito dopo, con una manovra brusca, distaccarsi da quel background tecnico da cui anche lui proviene, per sottolineare come uno dei limiti delle politiche per l’abitare in Italia sia che sono troppo solo in mano ad architetti.

Sul concetto di distacco Giovanni è tornato quando ha spiegato la differenza che per lui c’è tra abitare sociale – quello che stanno provando a fare a Torino – e social housing, termine esploso con l’entrata in scena dei Fondi Immobiliari finanziati da Cassa Depositi e Prestiti che per Giovanni mi pare sia un sistema troppo lontano dagli abitanti per produrre oltre che case anche abitabilità.

Nel caso dell’abitare sociale la radice è quella della rigenerazione urbana, rispetto alla quale le esperienze più innovative avviate a Torino scontano una evidente dipendenza costitutiva. Conclusi i programmi pubblici di riqualificazione urbana, i quartieri popolari dove si era intervenuto anche in modo massiccio, investendo tante risorse, correvano il rischio di essere abbandonati. Per limitare il rischio si è intrapresa la strada dell’abitare sociale, con l’obiettivo di affiancare alla riqualificazione la rigenerazione. Infatti dopo essere intervenuti bene sul contesto fisico – gli edifici, le aree verdi, le strade – adesso bisognava intervenire sul software: gli abitanti.

Il passaggio dalle politiche per la casa alle politiche per l’abitare segna il modello di intervento scelto da Torino: la casa diventa un involucro tanto necessario quanto non sufficiente a innescare un processo virtuoso di rigenerazione urbana, che dipende anche da interventi più immateriali di accompagnamento sociale, creazione di comunità, reti di solidarietà, sostegno a sperimentazioni dal basso. Giovanni qui prende in prestito dalla matematica il linguaggio delle proporzioni per dire che l’abitare sociale sta alla rigenerazione urbana come la regola sta all’esperimento. La terza considerazione è stata scoprire che l’abitare sociale a Torino è diventato una regola, cresciuta sulla sperimentazione, importante ma conclusa, della rigenerazione urbana. Un passo avanti non da poco, rispetto alla stagnazione in cui versano tanti Progetti di Riqualificazione Urbana in Italia, in cui, in uno skyline di edifici ben tinteggiati, panchine pulite, altalene aggiustate, ci si è dimenticati delle persone che in quegli edifici abitano, che su quelle panchine si siedono e che su quelle altalene spingono i propri figli.

Questa idea mutuata all’esperienza della rigenerazione urbana, per cui il problema della casa viene superato dal tema dell’abitare è il primo principio alla base del modello torinese di abitare sociale. Da questa consapevolezza nasce la necessità di occuparsi in maniera coordinata non solo della casa intesa come involucro energicamente performante, ma anche degli altri pezzi dell’abitare: gli abitanti, le relazioni, la coesione sociale, il mutuo aiuto, le attività comuni, i servizi e tutto quello che intorno alla casa può crescere, e che in gran parte dipende dalla capacità di creare mix sociale e funzionale. Il secondo principio è che le politiche abitative devono riuscire a essere sostenibili anche economicamente: la domanda dalla quale Giovanni e i suoi colleghi sono partiti ragionando di abitare sociale era se il mercato potesse produrre azioni sociali di un certo rilievo. Nonostante l’incredulità dei massimi esperti della London School of Economics, Giovanni ci tiene a sottolineare che a Torino sono riusciti a rispondere in maniera affermativa. Hanno messo in discussione l’assunto del gotha economico d’oltremanica secondo cui “il mercato lo fa il mercato e il sociale lo fa il pubblico”, dimostrando che a volte il sociale lo può fare anche il mercato, come dimostra il modello delle coabitazioni solidali. Le coabitazioni solidali sono esperienze abitative promosse dal pubblico con il sostegno del privato sociale, nelle quali vengono inseriti in contesti abitativi difficili di edilizia popolare ragazzi giovani che, in cambio di uno sconto sull’affitto, offrono gratuitamente una decina di ore a settimana del proprio tempo a beneficio dei residenti, lavorando su abitabilità, accompagnamento sociale e relazioni di vicinato – insegnano. In queste esperienze, che ho raccontato in due post di inizio autunno (qui la prima puntata e qui la seconda), come in tutte le altre azioni di abitare sociale promosse dal Comune di Torino, alla base ci sono sempre le due idee di Giovanni, strettamente interdipendenti l’una dall’altra: occuparsi non solo di case, ma ancor prima di chi in quelle case ci abita, promuovendo mix sociale e funzionale, e farlo in un quadro di sostenibilità economica. La quarta considerazione è che Torino si distingue nel panorama italiano dagli altri Comuni per avere scelto di governare in prima persona il tema della casa, strutturando un ventaglio di politiche abitative articolate, il cui coordinamento rimane saldamente in mano pubblica. Un ventaglio che Giovanni ha chiamato “costellazione di soluzioni” perché l’altra consapoveolzza che ha sempre avuto la città è che non c’è una soluzione unica per tutti i problemi abitativi: i problemi sono molti e di conseguenza molte devono essere le soluzioni proposte, ognuna pensata per rispondere a un micro problema.

La quinta considerazione è che a Torino il tema dell’abitare sociale è stato affrontato in maniera fluida, all’interno di un processo lungo, non programmato rigidamente, ma frutto di una consapevolezza che è cresciuta con l’esperienza, adottando una strategia che in gergo scientifico si chiama “trial and error” e che in sostanza vuol dire procedere per tentativi, ammettere l’errore e imparare sbagliando. Diversamente da quanto succede normalmente nelle istituzioni pubbliche dove non si fa niente per paura di essere accusati di aver fatto la cosa sbagliata, Torino non ha avuto troppa paura e ha messo in piedi una politica abitativa “under construction”, aggiustando di volta in volta il tiro per avvicinarsi sempre di più all’obiettivo, nella consapevolezza che l’obiettivo non lo si raggiungerà mai. Ma d’altronde – dice Giovanni – “l’utopia non serve per arrivarci, ma per indicare la strada da prendere”.

Forse gli obiettivi saranno utopici, ma è reale la transizione verso un mondo in cui il possesso lascia sempre più spazio all’accesso, con tutte le implicazioni legate alla condivisione e alla temporaneità che l’accesso si porta dietro quando si parla di casa. Transizione che Torino ha metabolizzato dai primi anni Duemila, quando ha iniziato a investire sull’agenzia sociale per la locazione Lo.C.A.R.e, per poi iniziare a pensare modelli legati alla temporaneità, con cui affrontare meglio i cambiamenti demografici, sociali e lavorativi in atto: nascono in quel periodo le idee di albergo sociale, delle residenze temporanee, del condominio solidale, delle residenze collettive sociali che si sono concretizzate negli anni successivi e di cui Sharing, Luoghi Comuni, A casa di zia Jessy, Housing Giulia e le coabitazioni solidali sono alcuni esempi.

Sono tutti modelli caratterizzati dall’essere governati dal pubblico, con l’indispensabile collaborazione del privato sociale e un’attenzione centrale per la gestione sociale, considerata l’enzima necessario per far funzionare tutte le esperienze di abitare temporaneo. L’esperienza insegna che questi esperimenti funzionano ancora meglio nei casi in cui è disponibile una cucina comune o comunque quando vengono organizzati momenti di convivialità legati al cibo, perché “mangiare insieme fa comunità anche nel terzo millennio”. La sesta considerazione è che tante volte non bisogna sforzarsi di inventare niente di nuovo, ma si tratta di riproporre strumenti semplici e conosciuti, banali come mangiare un piatto di pasta insieme.

Se assumiamo, come nel caso del mangiare insieme, che la vicinanza fisica stimoli anche la vicinanza relazionale, tentare di riprodurre questa condizione è molto più facile in contesti omogenei – con tutti i rischi di produrre comunità chiuse – piuttosto che cercare di promuovere interventi abitativi basati sulla mixité. A Torino, città che alle sfide si è dovuta abituare per forza, ci hanno provato a realizzarla questa fantomatica mixité., cercando anche il modo di renderla stabile. E per farlo hanno puntato sulla qualità dell’abitare: hanno cercato di rendere sia l’hardware – fatto di mattoni – che il software – fatto di relazioni – di così buona qualità da essere gradito anche a chi paga. Dopo aver costruito qualità, trovare l’equilibrio giusto tra chi paga di più e chi paga meno è il secondo passaggio per far quadrare i conti dei piani finanziari e consentire a tutto il sistema di sostenersi. Perché il software relazionale funzioni è però indispensabile investire su accompagnamento e gestione sociale: come l’olio e l’acqua non appena smetti di sbatterli si separano, Giovanni ci spiega che la stessa cosa succede agli abitanti di contesti basati sulla mixité, se non li sbatti l’uno con l’altro con un percorso di accompagnamento sociale gestito dall’interno.

A questo proposito, a mio parere, il vero vantaggio competitivo delle coabitazioni solidali rispetto a molti altri interventi di social housing è che la gestione sociale è affidata a persone che nei contesti di edilizia popolare in cui intervengono ci abitano anche, ed è tutta un’altra cosa. Vuol dire essere tutti sulla stessa barca, costruire rapporti tra pari e innescare condizionamenti positivi più potenti, ma certe cose bisogna vederle dal vivo per crederci.

Mentre ci racconta di come funzionano concretamente le coabitazioni solidali, questo dirigente pubblico che si autodefinisce “il teorico del bicchiere mezzo pieno” ci introduce al suo sogno di costruire un “ordine nuovo” dove ognuno abbia secondo le sue necessità e contribuisca secondo le sue possibilità”. L’ultima considerazione è che sentire oggi un dirigente pubblico citare Gramsci è un’esperienza piuttosto rara. Non scontata, non dovuta, non usuale. Proprio come il tempo che ci ha dedicato Giovanni.

colonna sonora: Stagioni, Francesco Guccini 

Nota: la foto è stata scattata in una delle cene collettive organizzate dai coabitanti di via San Massimo. Grazie a Isabella per essere così naturalmente disponibile. E in bocca al lupo agli amici di Sant’Arcangelo di Romagna e di Vignola che sono venuti a vedere da vicino le coabitazioni solidali torinesi. Domani chissà che qualcun altro vada a vedere le loro..

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