Archive for the ‘idee sull’abitare’ Category

Terzo giorno

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Fino a oggi non avevo pensato alla musica.
Cioè ieri ci avevo pensato ma mi ero fermata al pensiero.
Non avevo ascoltato niente.
Era stata una corsa silenziosa.
Solitaria (per legge) e silenziosa (per scelta, o non scelta).

Oggi invece ho deciso di provare a correre ascoltando la musica.
Ho messo su Antille, l’ultimo album dei Pop X, su consiglio della Veroebasta,
che mi ha scritto “devi ascoltarti il nuovo album dei Pop X. È molto meno disturbato dei precedenti”
Decido di eseguire, con un po’ di timore di essere disturbata.
Invece nessun disturbo.
Anzi, sarà il titolo vacanziero dell’album o il ritmo festaiolo degli arrangiamenti, ma la musica funziona.
La strada si srotola più veloce sotto i miei piedi, come un tappeto magico in un deserto di asfalto.
Mi sento su un gigantesco tapis roulant che gira più veloce e per assecondarlo alzo il ritmo.

Oggi 40 volte via Sadoleto, 5200 metri.
Il cronometro alla fine si blocca su 28 minuti e 50 secondi, 5 minuti e 30 secondi a chilometro.
Effettivamente più veloce di ieri.

Durante l’allenamento incrocio 4 persone, 2 delle quali stanno andando a buttare il rusco.
Una di queste è Italo, il signore della casa grigia che sta circa al 70° metro della strada.
L’ho visto anche i giorni scorsi, sempre in ciabatte con pattumi più o meno grandi (oggi un sacchetto di plastica, ieri un carrello da spesa pieno di foglie e rami).
Non so se fa finta di non riconoscermi o non vuole disturbarmi, in ogni caso non mi saluta.
Io in cambio saluto una ragazza che scuote un tappeto dalla finestra pensando sia un’altra persona.
Mio padre esce sul balcone e mi sorride mentre batte le mani.
Anche Michi urla “vai mamma” dalla finestra.
Gli mando un bacio e accelero leggermente.

Mi mancano 4 giri, il sole mi scalda le guance, il marciapiede mi scorre di fianco come il guardrail in autostrada, aumento ancora un po’ il ritmo, sento l’odore del traguardo (che come ho già spiegato è di fianco ai pattumi, e questa cosa di sentire l’odore potrebbe essere per questa ragione male interpretata, invece l’ho scritta senza pensare ai pattumi e quindi la lascio così).

Ritorno in casa con le gambe dure come due tronchi di ciliegio.
Per ricaricami mangio un pancake con la marmellata di ciliegie.
Non so se fra le gambe di ciliegio e la marmellata di ciliegie ci sia un qualche tipo di rapporto.

colonna sonora: Barricati, Pop X

La tabellina excel di oggi:
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Secondo giorno

 

WhatsApp Image 2020-03-31 at 18.38.45Ho deciso di tenere un diario, aiuta a tenere il ritmo e a dare un ritmo.
Ogni giorno la telecronaca (in differita) dell’allenamento.
Per diminuire le probabilità di abbandonare, soprattutto.
Ieri ho fatto 30 strade, 3900 metri.
E ho iniziato a prendere il tempo.
Con il cronometro del cellulare.
21 minuti e 45 secondi in tutto, 5 minuti e 36 secondi a chilometro.

Ho pensato che fare le cose seriamente mi avrebbe aiutato.
E il diario è condizione necessaria per la serietà.
Ma non sufficiente.
Così ho optato per una accurata misurazione del percorso (partenza sulla linea blu del parcheggio più vicina ai cassonetti del pattume, arrivo davanti all’ingresso del negozio di abbigliamento all’angolo con viale Muratori, 130 metri esatti), per il ricorso a un puntualissimo cronometro satellitare (ricalibrato manualmente per tenere conto dello scarto temporale necessario a tirare fuori il cellulare dal marsupio che tengo infilato sotto la maglietta e a spegnerlo), per un’attenta analisi delle condizioni meteo e una scelta sequenziale dell’abbigliamento più adatto alla giornata.
A corollario ho deciso di mettere i dati raccolti in una tabellina excel (come tutti quelli che fanno le cose seriamente).
Della prima sessione di allenamento ho messo dentro pochissimi dati perché ho iniziato a correre senza pensare che quelli sarebbero stati i primi 20 di un’impresa da 162 giri che valeva la pena documentare. E poi non avevo neanche l’orologio per tenere il tempo. E senza tempo c’è poco da documentare.
La tabella del secondo giorno ha molti più dati interessanti:

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Nota statistica: le automobili rilevate sono quelle che entrano o escono da via Sadoleto, non quelle parcheggiate (che ieri erano 34). Delle 3 auto registrate in tabella, 2 sono la stessa auto (una suv bianco marca BMW) che nell’arco di 15 minuti è prima uscito poi rientrato in Sadoleto.

colonna sonora: Facts of life, Lazyboy

 

 

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Pensieri impuri

IMG-4006C’è questa scultura, che da fuori è una faccia di maiale, fatta con un pezzo di tronco tagliato da cui parte un ramo tagliato che è diventato il naso del maiale, che ci ho messo l’indice e il medio dentro le narici e ci calzavano a pennello, e mentre avevo le dita dentro quel grugno legnoso ho sentito lo stesso senso di soddisfazione serafica che secondo me ha provato anche Cenerentola quando il messaggero del principe le ha fatto provare la scarpetta di cristallo. E mi è venuta tutta una cosa dentro, a sentire l’aderenza perfetta delle mie dita alle narici del maiale che mi è venuta voglia di portarmela a casa, la faccia del maiale. Solo che non si poteva, perché era esposta nella sala grande del Palazzo Santa Margherita, dove adesso c’è la mostra su Cesare Leonardi, che poi l’ha fatta lui la scultura con il tronco a forma di faccia di maiale. E questo Cesare Leonardi è un architetto che gli piaceva molto fare le cose piccole, che alla fine sembrano più delle statue che roba da architetti, e gli piaceva anche fare fotografie e disegnare, e una cosa che per un po’ di anni della sua vita gli è piaciuta tantissimo, più di tutto il resto, sono gli alberi, e invece il lambrusco e il salame gli sono piaciuti sempre tanto, e era uno che dicono che non smetteva mai di lavorare, come i veri artisti, che la loro vita è fare il lavoro dell’artista e è una bella fortuna fare un lavoro che non puoi smettere mai di farlo perché per te vivere vuol dire fare quel lavoro lì. E anche da un pezzo di tronco crepato  questo Leonardi ci tirava fuori qualcosa, tipo una faccia di maiale, che magari voleva essere un omaggio a questo animale che qui a Modena alcuni lo venerano come un dio, e il suo nettare è il salame. E ieri pomeriggio dentro la sala grande del Palazzo Santa Margherita tutti dicevano che bravo Cesare, che simpatico Cesare, era un genio Cesare, e in giro per Modena adesso sembra che tutti erano amici di Cesare ma io qualche anno fa ho sentito due persone che erano sedute in un bar nel tavolo dietro al mio che non ne parlavano mica tanto bene di Leonardi, anzi dicevano delle cose abbastanza sgradevoli a sentirle, e anche se io Leonardi mica lo conoscevo, a un certo punto mi ero anche girata per vedere in faccia chi era che diceva quelle cose lì e erano due signori con pochi capelli e abbastanza pancia che adesso probabilmente sono morti perché non senti più nessuno al bar che parla male di Leonardi, anzi, in giro senti che lo chiamano per nome,  della gente che se secondo me non l’ha mai incontrato.

E intanto che facevo questi pensieri qua, ho iniziato a guardarmi intorno, per capire se potevo mettermela nella borsa, la faccia del maiale, e portarmela a casa, che i Mongi boys sarebbero stati contenti di tornare da scuola e trovare il tronco con la faccia di maiale fatta da Leonardi sul mobiletto dell’ingresso di fianco al cassettino dove ci mettiamo le chiavi. Qualche persona ce l’avevo dietro le spalle, ma tutti guardavano oltre a me, in fondo alla sala, sotto alla poltrona a dondolo bianca che hanno appeso a una parete nera, che sotto al dondolo c’erano le persone che parlavano col microfono, e a me non ci badava nessuno, che il microfono gli occhi li attira. Allora ho avvicinato la mia faccia a quella del maiale e non si vedevano neanche i fili o le lucine tipo quelli di uno degli allarmi che ci sono nei musei, che si mettono a suonare anche solo se uno si avvicina un po’ più del consentito alla roba esposta, e allora ho provato a toccarla la statua della faccia del maiale, facendo finta di averci preso contro per sbaglio, come se mi fosse venuto un capogiro e mi fossi appoggiata per non perdere l’equilibrio, così se suonava qualcosa avrei potuto dire che mi era venuto un capogiro e mi ero appoggiata per non perdere l’equilibrio e nessuno si sarebbe insospettito e non ha suonato niente, e anzi la faccia si è leggermente spostata, che vuol dire che era solo appoggiata al ripiano dove l’avevano messa e forse me la potevo portare a casa davvero. Però la mia borsa è troppo stretta e la faccia di maiale non ci sarebbe stata dentro, o meglio magari un pezzo ci sarebbe anche stato, ma il grugno no, sarebbe sporto fuori e non potevo mica andarmene dalla sala con un grugno di maiale che usciva dalla borsa. Avrebbe di certo destato sospetti. E allora ho pensato che potevo nasconderla sotto la giacca, che l’avrei presa come si fa con le palle da bowling, mettendo le dita dentro i buchi, che nel mio caso erano le narici, e poi avrei piegato il braccio e ci avrei appoggiato sopra la giacca, e in quel modo sembravo in una posa assolutamente naturale, non come se avessi una palla da bowling o una faccia di maiale nascosta sotto la giacca.

Ma mentre ragionavo su come fare per non dare nell’occhio mentre prendevo per il grugno la faccia di maiale e ci buttavo sopra la giacca, mi sono accorta che la sala si era riempita di più e dietro di me adesso c’erano diverse persone e per il calcolo delle probabilità ad almeno una di queste persone che erano arrivate tardi alla conferenza e si erano messe in fondo alla sala, dietro di me, di quelli che parlavano al microfono non gliene interessava niente e così i suoi occhi avrebbero iniziato a spostarsi dal tavolo della gente che parlava e si sarebbero distratti a guardare in giro, anche perché con tutte le cose di Leonardi sparse la sala grande di Palazzo Santa Margherita fa una gran scena e ruba gli sguardi dai microfoni, così piena di sedie, sgabelli, tavoli e librerie di legno, che detta così non rende quanto sono belli questi oggetti e quanto ti fanno venire voglia di guardarli, e allora con tutti quegli sguardi distratti alle mie spalle era impossibile che nessuno non si accorgesse che mi stavo nascondendo sotto la giacca la faccia di maiale, così ho deciso di lasciarla lì. Però ci ho fatto una foto col telefonino e a casa l’ho stampata e l’ho appesa sul mobiletto dell’ingresso di fianco al cassettino delle chiavi. Ed è proprio una bellissima faccia di maiale, anche in foto. Peccato solo che non posso mettere le dita dentro le narici.

colonna sonora: Pig will not, PJ Harvey 

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fullsizerenderIeri a Il-più-piccolo è caduto un dente.
Niente di epico (come era successo in passato), quanto piuttosto normale segnale del tempo che passa, anche per Il-più-piccolo. Che così piccolo a dire il vero non è più, anche se il più piccolo lo rimarrà sempre, come mio fratello piccolo, che continua a essere piccolo, in quanto il più piccolo, anche adesso che ha compiuto 35 anni.

Sapevo che quando avrebbe iniziato le elementari anche il-più-piccolo, sarebbe finita un’epoca. La scuola era lo spartiacque tra il prima e il dopo, uno spartiacque assordante, come il rumore metallico di un cancello che si chiude dopo essere stato sbattuto con forza.
Il prima erano stati gli ultimi dieci anni, passati tra notti in bianco, pannolini sporchi, ripetuti cicli di areosol e invincibili pidocchi, che avevano scandito giornate fitte di microscopici episodi, tutti finiti in un impasto magmatico ancora caldo nel quale era impossibile distinguere i singoli pezzi. I Mongi boys erano cresciuti, e lo avevano fatto senza che io me ne accorgessi, questo è il senso dell’impasto.

Adesso che stavo acquistando consapevolezza dell’accaduto, la mia pancia era attraversata da lampi di panico. Di quell’epoca chiusa dietro il cancello della scuola, che cosa rimaneva?

Quel dente caduto, in un pomeriggio umido di autunno emiliano, mi aveva angosciato: negli ultimi dieci anni erano successe troppe cose insieme, e io me le stavo dimenticando una dopo l’altra. Quando i Mongi boys avevano perso il primo dentino? Quando avevano mosso i primi passi? Quando avevano iniziato a parlare? Il vuoto, non mi ricordavo nulla.
E la mia ansia è cresciuta man mano che aumentava la mia percezione di quanto poco avevo curato la ‘memoria fotografica’ di quegli anni. Disordine assoluto anche lì: un inutile marasma digitale, sparso su più computer e altri supporti, senza nessuna protezione da un qualunque virus che avrebbe potuto distruggere tutto da un momento all’altro, immagini perdute su nuvole inesistenti che non avrei mai più ripescato, sparute foto microscopiche appese al frigo, nessun ritratto di famiglia in cornice, nessun album dei primi anni di vita, nessun antidoto cromatico per risvegliare la memoria.
Perché non avevo annotato su un quaderno quanto pesavano alla nascita, a che ora erano nati, la prima parola che avevano detto? Cosa rimaneva nella mia testa degli ultimi dieci anni? Nessuna data, pochissime certezze, il senso di nausea e disorientamento che ti prende quando scendi da una giostra che ha girato troppo veloce, il bisogno di appoggiarti a qualcosa, il desiderio di mettere tutto in pausa, per avere il tempo di ricostruire la storia, per leggerla e provare a darle un verso.
Questo pensavo mentre stringevo la gengiva sanguinante del-più-piccolo.

Con i ricordi ho sempre avuto un rapporto strano. A casa mia si è sempre vissuto più nel passato che nel presente, sono cresciuta come spettatrice di vite passate, dimenticandomi che intanto stava passando la mia. Più grande ho sviluppato un’allergia per l’accumulazione, gli strati di passato soffocavano il mio presente, che continuava a sfuggirmi di mano. In quel periodo ho smesso di dare importanza ai ricordi, zavorre inutili che ti legano a cose che non ci sono più. Il passato è passato, mi dicevo, è il presente che si merita tutta la mia attenzione. E così il presente se l’è presa tutta la mia attenzione, perché il presente è vorace, assorbe senza rilasciare, ti inebria senza prospettiva, è stupido e arrogante. Non tollera la memoria, che lo riporta subito a una condizione marginale di passato.

I figli hanno di nuovo cambiato la mia prospettiva (o forse è colpa degli anni). Comunque entrambi hanno il potere di fare entrare in contatto passato e presente. E ancora una volta ho modificato strategia: ho disseminato di ricordi casuali luoghi improbabili, per costruire tracce di memoria, flash sensazionali, per sapere che il tesoro esiste, anche se tu non hai la mappa. Così mi può capitare di scovare una vecchia foto sfogliando un libro di ricette, di trovare una lettera adolescenziale in una scatola di biscotti, o un disegno infantile dentro un vaso di fiori. E di godere di quella sensazione calda e pastosa che mi intasa il cervello e mi riporta al tempo della vecchia foto, della lettera adolescenziale o del disegno infantile. Non so se quello che mi ricordo di quei momenti è vero, ma il senso del passato è così forte che tutto sembra stare accadendo in quel momento, e io ci galleggio in mezzo, appagata. Molte volte capita che non scovi niente, e allora il passato sembra non esserci stato, e la testa riprende a girare come sulla giostra, come ieri quando al-più-piccolo è caduto il dente.

colonna sonora: Alive, Pearl Jam 

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FullSizeRender (1)Durante le mie peregrinazioni in giro per l’Italia per cercare di capire cos’è l’abitare condiviso e che forme assume, mi è capitato di entrare nello Spazio del Mutuo Soccorso, un progetto che nasce come occupazione abitativa di alcune vecchie palazzine abbandonate, di proprietà di un grande gruppo immobiliare nel quartiere San Siro a Milano, e che a distanza di qualche anno è diventato a mio modo di vedere un interessante modello di “condominio produttivo”, nel quale non solo ci abitano un centinaio di persone che prima non avevano casa, ma dove, attraverso l’autorecupero, sono stati attrezzati anche spazi per servizi e attività collettive aperti al quartiere, come ad esempio il gruppo di acquisto solidale popolare (GASP), la palestra popolare autogestita, un negozio basato su scambio e riuso, la ciclofficina, uno spazio tutto dedicato ai bambini e pure l’università popolare.

Come ho scritto dopo aver conosciuto la gente dello Spazio del Mutuo Soccorso, un’esperienza del genere si basa sulla convinzione che sia arrivato il momento di smetterla di cercare soluzioni individuali a problemi collettivi, e che invece sia necessario costruire meccanismi di solidarietà reciproca, che incentivino la collaborazione e oltre a soddisfare un bisogno costruiscano un nuovo modo di relazionarsi agli altri, che va in direzione di una vita più condivisa, regolata da principi di co-responsabilità, autogestione e mutuo aiuto.

Ho raccolto anche le voci degli abitanti dell’Hotel Patria Occupato (e prima o poi scriverò qualcosa anche su questo), dove vivevano una trentina di studenti universitari che a Palermo non trovavano alloggi a prezzi calmierati e che hanno quindi deciso di occupare insieme un vecchio albergo di lusso del centro storico che dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e tantissimi anni di abbandono era stato acquistato dalla Regione e destinato a studentato, senza che però i lavori di ristrutturazione venissero mai portati a termine.Attraverso un modello ben studiato di autogestione e autotassandosi per allestire gli spazi, gli occupanti sono riusciti ad aprire lo studentato, attrezzando anche diversi spazi comuni aperti all’esterno come sale studio e altri spazi per laboratori, seminari e attività ricreative.
L’obiettivo di questi ragazzi era ridare funzione e valore ad un edificio storico che era diventato per la città il simbolo del degrado e dell’abbandono, rispondendo ad un bisogno reale degli studenti e contemporaneamente facendo pressione sui soggetti competenti per risolvere il problema. E infatti quando l’Università e la Regione hanno riattivato le pratiche per l’apertura dello studentato, sei mesi fa, dopo due anni e mezzo di occupazione, gli studenti occupanti hanno riconsegnato le chiavi all’Ente regionale per il diritto allo studio, disoccupando volontariamente lo stabile. Che però per i “corsi e ricorsi” che troppo spesso caratterizzano l’amministrazione pubblica è oggi di nuovo bloccato, rischiando di ricadere nel vortice del degrado da cui i ragazzi occupanti, insieme a tanti abitanti del quartiere della Kalsa che collaboravano con loro, lo avevano tolto.

Sono stata poi a Roma, a vedere alcuni dei progetti di autorecupero, tutti nati da esperienze di occupazione, “ufficializzate” grazie ad una legge semplice e sulla carta potentissima, che dovrebbe essere “copiata” in tutta Italia e che prevede che l’Amministrazione comunale, per far fronte all’emergenza abitativa, individui immobili pubblici abbandonati adatti ad interventi di recupero, e che poi tramite bando selezioni cooperative di cittadini che si occuperanno di ristrutturare gli interni di questi immobili, trasformandoli in abitazioni e dotandoli di spazi comuni attraverso i quali sviluppare forme di condivisione, tanto tra residenti che con il quartiere.

Ho avuto anche la fortuna di vedere la “potenza” dell’occupazione abitativa dell’ex Telecom a Bologna nello sviluppare una comunità auto organizzata, pratiche di condivisione tra i residenti, relazioni di prossimità e forme di aiuto reciproco con il quartiere. Ma di questo preferisco non parlare, perché la “ferita” di quello sgombero irresponsabile, che ha spezzato molti dei legami fragili e preziosi che erano nati all’interno dell’ex Telecom è ancora aperta. E perché alcune cose le ho già scritte qui e qui, e adesso voglio raccontare un’altra storia.

La retorica di chi giustifica gli sgomberi con il dovere istituzionale di “ripristinare la legalità” rivela dal mio punto di vista un atteggiamento irresponsabile di coloro che avrebbero invece a disposizione molti strumenti istituzionali, più o meno conosciuti, per coltivare i germogli di innovazione che nascono nelle occupazioni e che devono essere protetti e nutriti se si vuole alimentare una “primavera abitativa” con cui provare a rispondere ai crescenti segnali di emergenza sociale.
Il filosofo Roberto Mancini, in una lezione che ha fatto recentemente proprio a Modena, ha parlato di “truffa ideologica mediatica” riferendosi al comportamento di coloro che si appellano al rigore per giustificare interventi iniqui o assecondare poteri forti, facendo passare come superfluo e insostenibile il tentativo – più complesso sì, ma anche più lungimirante e produttivo – di avviare politiche di trasformazione (e non di riforma, sempre riprendendo le parole di Mancini) della società, che propongano un nuovo modello di convivenza basato sulla solidarietà.

Esempi di risposte istituzionali a chi in tutto il mondo rivendica spazi dismessi e terreni abbandonati per realizzare progetti sostenibili di abitare collaborativo ce ne sono diversi, come sottolineano anche Christian Iaione e Sheila Foster nel loro lavoro The City as a Commons: molto conosciuto è il caso del quartiere di Dudley street a Boston , dove i cittadini sono riusciti a farsi assegnare in proprietà collettiva sei ettari di terreni abbandonati pubblici e altrettanti privati sui quali costruire un “villaggio urbano” fatto di case con affitti calmierati, negozi di autoproduzioni, aree verdi e spazi in cui favorire la socializzazione e la costruzione di reti di collaborazione e solidarietà tra gli abitanti; ma i due studiosi raccontano anche molte altre esperienze di trasformazione di spazi dismessi in beni pubblici collettivi, come i community garden, le fattorie urbane, tanti micro progetti di abitare collaborativo, di autogestione di spazi culturali e di organizzazione di servizi collettivi.
In tutte le esperienze riuscite, i soggetti pubblici hanno la funzione di abilitare la gestione dei beni comuni da parte dei cittadini, facilitando la transizione verso modelli di proprietà condivisa che passano dal riconoscimento della “funzione sociale” della proprietà. Questi esperimenti si concretizzano in contesti in cui il Pubblico è consapevole del valore e dell’utilità sociale in termini di capitale relazionale, integrazione, opportunità lavorative, risparmi e stimoli culturali che la cogestione di risorse condivise da parte di gruppi di cittadini può creare per la propria comunità, rispetto a un controllo esclusivo, pubblico o privato, di quelle risorse.
Quando emerge un interesse collettivo a gestire insieme ad altri cittadini risorse condivise è stupido interpretarlo come rivendicazione antagonista, ma bisogna invece valorizzarlo per quello che è, cogliendo le forme di attivismo illuminato che lo animano e che hanno bisogno di un modello di governance policentrico in cui inserirsi.

Anche nel “quadrato” compreso tra via Sant’Eufemia, Carteria e Bonacorsa si sarebbe potuto provare a mettere la proprietà (inutilizzata) a disposizione della comunità, inserendola in un circuito di “produzione sociale”.
E invece ieri l’ex caserma di Sant’Eufemia, la palazzina di via Bonacorsa, la palestra popolare e l’ex deposito carcerario di via Carteria in cui ogni lunedì c’era il mercatino delle autoproduzioni e gli altri giorni veniva usato come ludoteca, palcoscenico per spettacoli di teatro e concerti sono stati sgomberati.
La colpa è grave perché in quel “quadrato” si erano iniziate a muovere parecchie cose, non si partiva da zero, c’erano dei possibili interlocutori: non ascoltare o non saper ascoltare i segnali che arrivano dal territorio (ce ne sarebbe da dire su come quell’area è stata “gestita”!, ma me lo tengo per un’altra volta) è molto preoccupante, se si vogliono innescare processi di rigenerazione urbana che vadano oltre la dimensione edilizia.
In ogni caso la mossa di ieri evidenzia come non si è voluto (o non si è stati capaci) di cogliere l’opportunità di valorizzare “un quadrato ad alto potenziale”.

Adesso che l’umore è sotto le scarpe, l’unica cosa sensata che mi viene in mente, per non disperdere tutto, è di proporre una candidatura collettiva del complesso demaniale dell’ex caserma e degli attigui spazi del vecchio carcere che erano stati occupati, autorecuperati e trasformati in spazi collettivi aperti alla collettività, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, nell’ambito dell’iniziativa con la quale il Governo ha stanziato 150milioni di euro per ristrutturare o reinventare luoghi pubblici segnalati dai cittadini, nell’ottica di restituirli alla collettività.

colonna sonora: Unità di produzione, CSI

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6eea14220066edf49ce5d482721c2a37G. è a casa con febbre, tosse, raffreddore e sprazzi di mal di pancia. Si cura prevalentemente con dosi massicce di iPad, in situazioni normali contingentato a casa Pitton, ma sfoderato senza remore nelle emergenze.
Oltre ai sintomi dell’influenza ha pure un dentino che gli dondola. Il secondo, se non contiamo i due incisivi di sopra che ha perso due anni fa sbattendo la faccia contro il cancello dell’asilo e che non sono ancora ricresciuti, lasciandogli un sorriso asimmetrico, fatti di tanti pieni e un inusuale vuoto per un bambino della sua età.
Il dentino traballante è da togliere, sia perché balla davvero tanto, sia perché quello sotto è già spuntato e rischia di crescere storto per colpa di quello vecchio che non vuole cedergli il posto.
Sembra però che nessuno riesca nell’impresa, alimentando di giorno in giorno una leggenda degna di quella della spada nella roccia.
Aspiranti Artù si improvvisano ieri pomeriggio D. e M., fratelli più grandi del malaticcio G., rispettivamente infermiere scelto e dottore specializzato in dentologia.
M. si conquista il titolo di dottore senza fatica, avendo dato prova in passato di estremo coraggio e risolutezza nello sradicarsi da solo i suoi denti da latte, dopo essersi isolato in una camera separata per raggiungere la concentrazione necessaria. D. è comunque soddisfatto del ruolo subalterno ma indispensabile di assistente alla poltrona (nel caso specifico più che di poltrona sarebbe più corretto parlare di divano, visto che è lì che giace G., in attesa dell’operazione), visto che il suo trascorso in materia di denti è più prosaicamente costellato di episodi di terrore acuto, attacchi di paura distillata e pomeriggi a bocca aperta ad aspettare la caduta spontanea, con conseguente sovra produzione di saliva e anchilosamento della mascella, tutti fattori che hanno pesantemente influenzato la scelta del piccolo G. di richiedere a gran voce il temerario M. come suo dottore personale.
Detto questo, vale la pena aprire e chiudere una parentesi per sottolineare l’accuratezza mai vista prima nelle operazioni di lavaggio delle mani dei due dentologi in erba: sapone solido, sapone liquido, olio di oliva, detersivo per i piatti, risciacqui con il colluttorio, spugne, spugnette e spazzolini di ogni foggia sono stati impiegati per rendere le mani idonee all’intervento, durante una bath session a ritmo di musica di almeno quindici minuti.
Al momento di entrare in azione però tutta la tranquillità esibita da G. fino a quel momento svanisce di colpo e i suoi dentini, per uno strano incantesimo, si chiudono in una morsa impenetrabile.
Segue un’ora abbondante di contrattazione estenuante, fatta di svariati tentativi di persuasione – dall’offrire al paziente una serie di bicchieri d’acqua con cui ammorbidire la stretta (ma che come effetto collaterale mandano G. in bagno a fare pipì tre volte) all’uso del ghiaccio per anestetizzargli la bocca, dallo spennellamento di miele sul palato per fargli arretrare la lingua al classico rimedio del filo attaccato alla porta, dall’idea di giocare a basket tramando di colpirlo sul labbro con una pallonata a quella ancora più violenta di tirargli direttamente un cazzotto ben assestato – che però non riescono a bucare la fiducia del più piccolo dei tre, che si sottrae di volta in volta agli attacchi dei fratelli adducendo iperboliche scuse (basta, smettetela che io ho così tanta febbre che non mi si apre la bocca), improvvisi bisogni fisiologici (Alt, time, ho la cacca!), divieti perentori (voi non mi staccate niente, nè oggi nè mai!) o soluzioni condizionali (va bene se lo facciamo domani, di mattina?)
Questa schermaglia porta allo sfinimento le parti: da un lato G., a cui quella situazione ha messo addosso sempre più ansia, dall’altro i suoi fratelli che alternano richieste gentili (Non avere paura piccolino mio) a vere e proprie implorazioni (Dai, ti prego, fallo per i tuoi fratelli), fino ad arrivare a minacce esplicite (Scegli tu: o ti stacco il dente o ti stacco la testa).
Ad accusare di più il colpo della “determinazione anti-dentista” di G. è però in particolare il tutto d’un pezzo dottore dentologo M., che a un certo punto, quando ormai è chiara l’impossibilità di riemergere da quella contrattazione paludosa, scoppia in un pianto inconsolabile, ululando alla luna e bagnandosi copiosamente di lacrime le guance. “Però io voglio staccare un dentino ogni tanto”, sono le parole con cui condisce la sua espressione disperata, mentre tira su col naso e singhiozza a fiumi.
Entra in casa in quel frangente il Mongi daddy, di ritorno dal lavoro. Trova M. in lacrime, G. con le orecchie basse, triste per il pianto del fratello e preoccupato per il suo dente, e D. un po’ defilato che cerca di trattenere sorrisini tra l’incredulo e il divertito.
Prendendosi paternamente M. sulle ginocchia, lancia allora una proposta per superare l’impasse: “G., ti prometto che vado a prendervi il gelato se fai provare al dottore M. a toccarti il dentino”.
La parola “gelato” fa cessare i pianti come per magia e G. acconsente docile a farsi mettere le mani in bocca. Così, mentre io mescolo le zucchine e il Mongi daddy si toglie le scarpe, con rapida mossa e colpo da maestro, M. risolve in un baleno la questione ed esclama, trionfante e lapidario “Staccato, staccato, staccato!!!!”, sventolando nella mano sinistra il minuscolo dentino con la radice ancora sanguinante.
D. si affretta a portare soccorso al paziente un po’ stralunato, gli avvicina alle labbra un bicchiere d’acqua, gli porge un fazzolettino con cui tamponare la ferita e gli accarezza premurosamente la testa.
G. con il fazzoletto in bocca e il bicchiere in mano assiste all’accaduto ancora non del tutto consapevole, mentre D. e M. gli saltano intorno esultanti, gridando a turno “dentino, gelato, dentino, gelato”.
D., nella parte dell’allievo interessato, chiede lumi sull’operazione al maestro dentologo, che candidamente risponde “è stato facile, ho infilato le unghie sotto il dente e ho spezzato i nervetti con le mani”, e poi aggiunge, rivolto a G. “hai visto che non fa male con me?”. G., chiamato in causa, con la voce impastata dal fazzoletto azzarda un timido “un po’ malino si..”, a cui l’altro ribatte con un “dai Giovi, è solo una specie di tic, non è proprio un male, non devi neanche dire ahi!”.
Mentre i Mongi boys si scambiano profusamente baci (smack, smack) e abbracci (pat, pat), ringraziamenti (grazie Michi, vieni qui che ti do un’abbracciatona) e cortesie (prego Giovi, non c’è di che, mi fa sempre piacere staccare i denti a me), D. nella sua veste di fratello grande richiama saggiamente gli altri due all’evidenza dei fatti, ricordando al Mongi daddy la promessa del gelato.
Io nel frattempo assisto alla scena cercando di rimanere estranea, mi appunto sulla lavagna della cucina gli scambi di battute più evocativi e mi limito a riportare il tono della voce dei miei ragazzi a un livello accettabile, quando la concitazione della trattativa la spinge troppo in alto.
E con il senno di poi sarebbe stato meglio se avessi continuato a rimanere estranea. Mi spiego meglio: comprare il gelato risultava un problema, considerato che il Mongi daddy aveva il portafoglio vuoto e che la Mongi mummy (che poi sarei io) si era accorta in quel momento di aver dimenticato il suo in biblioteca qualche ora prima. Così i bimbi si sono lanciati a recuperare da salvadenai e cassettine segrete il necessario. Racimolato il gruzzolo, M. ha fatto per allungarlo al Mongi daddy che senza volere gli ha urtato con un gomito la manina aperta, facendo volare gli spiccioli in giro per la sala, tra un allegro ticchettare metallico. È seguita la fase del recupero, che ha visto tutta la Mongi family impegnata e chinata nello svolgimento delle operazioni.
Senonché, mentre mi rialzo compiaciuta con in mano una monetina da 1 euro e nell’altra una da 50 cent, sbatto con slancio contro lo spigolo della ribaltina della libreria rimasta inavvertitamente aperta e mi ritrovo gambe in aria e ghiaccio in testa, distesa sul vecchio tappeto afgano della sala. “Il gelato è rimandato a domani per cause di forza maggiore” recitano i titoli di coda di un fine giornata vissuto pericolosamente a casa Pitton.

colonna sonora: Dentist! (Little Shop of Horrors), Steve Martin

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IMG_20160219_001650Ci siamo trovati da soli, un pomeriggio di pioggia sporca, cielo bianco e aria pesante, giusto qualche giorno fa. Giusto io e Il-più-piccolo.
In casa non c’era nessun altro, il Mongi daddy ancora in ufficio, gli altri Mongi boys dai nonni, probabilmente incollati a una sedia di cucina con le gambe a penzoloni, gli occhi pallati e lo sguardo assente tipici della sindrome da fattanza mediatica, che colpisce tutti i bambini che vivono in case prive di televisione quando si trovano davanti ad un apparecchio che trasmette pubblicità.
[E visto che siamo in tema di televisione, mi concedo una breve digressione per precisare che quello che manca ai Mongi boys non è tanto Masha e orso o chissà quale altro cartone animato (visto che di questi tempi moderni i cartoni animati si possono guardare praticamente tutti su internet “on demand” anche senza avere la televisione in casa), ma le pubblicità bambino-oriented che la Tv trasmette tra una puntata e l’altra della scatenata bambina russa o dell’insopportabile maialina inglese: intermezzi commerciali suadenti che hanno fatto entrare in casa nostra oggetti altrimenti sconoscuti come i Polaretti, i Kinder Pinguì o la cartella delle Tartarughe Ninja e che fanno rispondere in coro i Mongi boys, quando gli dico che è ora di spegnere la tv e andare a casa: “Due minuti ancora, appena finisce la pubblicità veniamo”].

La casa era tutta per noi. Nessun rumore a disturbarci, se non il ticchettare incessante della pioggia sul tendone del terrazzo e ogni tanto il sibilo del frigorifero e una notifica di whatsapp.
Abbiamo buttato i vestiti bagnati nella doccia e ci siamo messi subito il pigiama, nonostante fossero appena passate le cinque. Poi ci siamo sdraiati tutti e due sul pavimento della sala, pancia a terra, mani sotto il mento, occhi alla stessa altezza, uno di fronte all’altro. Io avrei dovuto stendere, piegare una sporta piena di calzini e mutante, cuocere i ceci, pelare le carote, impastare il pane, svuotare la lavastoviglie e cambiare l’acqua alla nostra pesciolina Marina. E invece sono rimasta lì sdraiata per 75 minuti, a giocare a un gioco inventato sul momento dal Più-piccolo, e nel quale ogni momento cambiavano le regole.
Lui sembrava sicuro del fatto suo, non si è mai rimangiato la parola, non è mai tornato sui suoi passi, e per 75 minuti abbiamo giocato insieme a quel gioco assurdo, senza scopo, senza perché, scambiandoci vecchie lire, franchi francesi, cents inglesi, dracme e euro soprattutto in nichel, che erano usciti dal suo salvadanaio.
Muovevamo a turno, cinque passi in una direzione uno, cinque passi l’altro. Se la moneta di uno aveva un diametro più largo di quella dell’altro, quella moneta mangiava l’altra a volte, altre volte però succedeva il contrario, altre volte ancora nessuno mangiava nessuno.
Il criterio per mangiare è stato prima il diametro, a seconda dei casi o il più piccolo o il più grande, ma poi anche il colore (con l’oro che vinceva su tutto, anche se a volte era più forte l’argento), e un’altra volta il numero scritto sulla moneta, in una specie di roulette per decidere il da farsi.
Le monete si muovevano a un ritmo inconsulto, da una fila all’altra della scacchiera immaginaria tracciata sul parquet, sotto le nostra dita burattinaie.
Io sollevavo spesso dubbi sulla validità di una mossa o sull’applicazione di una regola, ma Il-più-piccolo aveva sempre la risposta pronta, e con pazienza e voce sicura mi forniva spiegazioni inappellabili.

Quando ho realizzato che era passata più di un’ora sono stata colta da attacchi di risa acuti, facevo domande sul gioco cercando di trattenere l’ilarità isterica che mi usciva dagli angoli della bocca, mentre pensavo alla sporta piena di calzini e mutande che mi aspettava di là in cucina. Il mio comportamento avventato ha messo a repentaglio il clima di incomprensibile serietà che si era creato nella stanza, rischiando di screditare tutto il gioco. Per fortuna, proprio nel bel mezzo di quella situazione imbarazzante ha suonato il campanello, Il-più-piccolo ha chiamato il “teim”, fonema anglo-dialettale usato per reclamare una pausa, io mi sono tirata su da per terra e mi sono sgranchita il collo che iniziava a risentiere della posizione arcuata tenuta durante la partita.,Il-più-piccolo intanto si è alzato per andare ad aprire la porta. È entrato Il-più-grande, che senza staccare gli occhi dalle monete sul pavimento, ha iniziato a chiedere a cosa stavamo giocando. Il-più-piccolo, trotterellando intorno al fratello che continuava a fissare il parquet mentre sparpagliava qua e là per la sala cartella, scarpe, giacca e cappello, ha preso a spiegargli le regole, io ho contribuito a infondere solidità alla spiegazione, con interventi puntuali e esempi pratici delle potenzialità dei movimenti delle monete. “Posso giocare?” ha chiesto dopo qualche minuto di quel sermone Il-più-grande al Più-piccolo. La risposta affermativa ha innescato un’ulteriore ora di partita tra i due Mongi boys. Alle sette e mezzo la cena era pronta, sono venuti a tavola assicurandosi che nessuno toccasse niente, che il match non era ancora finito.

colonna sonora: Aldo dice 26×1, nel finale di Siamo i ribelli della montagna, Ustmamò 

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