Archive for the ‘storie di condivisione’ Category

fullsizerender-1La prima volta che sono stata a Cerreto venivo dalla Liguria, al ritorno da un viaggio attraverso le Alpi francesi, in bicicletta. Quando siamo arrivati al passo stava calando la sera e posto per dormire non ce n’era. Così il gestore del rifugio ci aveva lasciato piantare la tenda nel prato dietro casa. A cena, nel rifugio, eravamo nel tavolo di fianco a Giovanni Lindo Ferretti, qualche anno prima che uscisse il suo libro Reduce, e lui decidesse di tornare stabilmente a vivere sulle montagne in cui era nato. Era il 2003, noi eravamo giovani e forti e pensavamo di poter cambiare il mondo, meglio se in sella a una bicicletta.

Dopo quella volta a Cerreto non ci sono più tornata, e nella mia memoria si è cristallizzato il ricordo della lunga salita per arrivarci, attraversando la Garfagnana, e del vento freddo che ci aspettava all’arrivo, nonostante fosse ancora estate. Dopo aver pedalato sulle strade delle vette più famose delle Alpi francesi, quelle di Cerreto, molto più basse e tonde, mi erano sembrate montagne di un altro tempo e di un altro pianeta: mi sentivo un po’ come Atreyu in sella al suo cavallo, in mezzo a un deserto di pietra, nel quale non sembrava esserci più spazio per l’Uomo. Le forze del Nulla minacciavano le terre raccontate nella Storia infinita come quelle di Cerreto. Cerreto Alpi, il paesino storico, stava morendo: quasi tutti gli abitanti avevano lasciato le loro case e si erano trasferiti più a valle; in una trentina di anni i residenti erano passati da 1000 a 60 e stava chiudendo anche l’ultimo bar rimasto.

Mentre io pedalavo inconsapevole sulle strade di Cerreto, in quel piccolo paesino dove l’indice di vecchiaia è dieci volte più alto della media italiana, stava succedendo qualcosa di molto potente: per la prima volta nella loro storia, le persone rimaste, preoccupate per la loro sopravvivenza e sollecitate dall’emergenza, avevano fatto uno sforzo di volontà comune: avevano deciso insieme di tenere aperto il bar, al quale aggrapparsi per non essere spazzati via da una modernità che non lascia spazio per chi vuole vivere in montagna.

Così i ragazzi rimasti in paese hanno aperto un circolo per gestire il bar, dal circolo è nata la cooperativa di comunità dei Briganti di Cerreto, che ha riportato a Cerreto Alpi lavoro e bambini, i due migliori antidoti contro l’abbandono.

Oggi in paese gli abitanti hanno ricominciato timidamente a crescere, chi aveva una seconda casa l’ha ristrutturata e ci viene a passare l’estate; c’è un circolo con 430 soci, un ambulatorio medico, il bar, un negozio di alimentari, una cooperativa che dà lavoro a dieci persone e ha aperto pure una fondazione culturale. Il suo animatore è quel Giovanni Lindo Ferretti che avevo visto tante volte cantare su un palco in giro per l’Italia, lo stesso che, mentre io attraversavo i suoi monti in bicicletta, lui aveva deciso di tornarci a vivere. Sempre quello che, a distanza di diciannove anni da Tabula Rasa Elettrificata e di tredici anni da quando l’ho incontrato al rifugio del passo del Cerreto, ho rivisto venerdì e sabato scorso, alla scuola delle cooperative di comunità, dove tra le altre cose ha ricordato che ‘dieci posti di lavoro nell’alta valle del Secchia oggi, equivalgono, in termini di percentuale di occupati sulla popolazione, alla Fiat a Torino negli anni d’oro’.

Oltre alla notte passata al mulino, col rumore del torrente a cullare il mio sonno rimboccato sotto un piumone morbido, alle superbe lasagne di Angela e Bruna, alla passeggiata all’alba con Simona e Chiara per le vie del paese cantato da Silvio d’Arzo nel suo ‘racconto perfetto’, alle storie di Alessio tra il fumo caldo dell’ultima sera col metato acceso, oltre a tutto questo sono tornata a valle – questa volta senza pedalare – con l’immagine di tante persone di ogni parte d’Italia, accomunate dall’avere una visione un po’ spiritata negli occhi: quella di ridare valore a territori vulnerabili riattivando le risorse già presenti nelle loro comunità, senza dimenticare quello per cui Elinor Ostrom, studiando le modalità di gestione dei Commons, ha vinto il premio Nobel per l’economia. Cioè che che non esiste una ricetta unica da replicare, ma ogni cooperativa di comunità va costruita e gestita a partire dal territorio in cui si colloca e dalla comunità che vi abita; e che, proprio per questo, il protagonismo locale – l’altra faccia del local empowerment – è imprescindibile.

Lasciando stare i massimi sistemi, nei quali è facile cadere quando si parla di cooperazione e comunità, la grammatica delle cooperative di comunità è fatta sostanzialmente di nomi e verbi. Non ‘nomi propri’, ma ‘nomi comuni’, perché le cooperative di comunità fanno proprio rigenerazione e produzione di beni comuni a partire da risorse e territori ‘minuscoli’, quasi scomparsi dalle carte geografiche e dalle nostre mappe mentali. Sono questi ‘attrattori deboli’ – territorio, legami, presidi sociali – che ci sono ma non si vedono più, che bisogna riscoprire e ai quali bisogna restituire valore, per trasformare le connessioni in relazioni, gli spazi in luoghi, la comunanza in comunità.
Si tratta di processi maledettamente concreti, dove le opportunità passano attraverso il pecorino dei Cavalieri di Succiso e le ruspe dei Briganti di Cerreto; dove la mutualizzazione non è solo dei bisogni, ma soprattutto delle risorse, alle quali i legami restituiscono valore. E quando la cooperazione cresce, il bisogno di risorse diminuisce, in un circolo virtuoso che produce cambiamento.

Per funzionare, le cooperative di comunità, hanno bisogno di un vocabolario dissonante, capace di mandare in corto circuito il sistema di relazioni esistente: ‘briganti’, ‘cavalieri’, ‘ribelli’ sono i paladini di micro azioni di rottura e disubbidienza, tutte fatte con limpida intenzionalità, per i più vista come follia. Perché, per far funzionare una cooperativa di comunità, bisogna amare il rischio e decidere di investire sul proprio territorio quando non ci scommetterebbe nessuno. Per trasformarlo, attraverso l’attivazione di economie di scopo, in luogo ospitale per comunità intraprendenti.
Così come le comunità, i verbi di questa particolare grammatica hanno tutti un elevato contenuto di concretezza e materialità: è la dimensione del ‘fare’ a guidare l’azione, e la sua coniugazione all’avverbio ‘insieme’ apre le porte alla cooperazione, che diventa il sistema per produrre valore e creare sviluppo.

Quello che viene prodotto, è un valore difficilmente misurabile, ma indispensabile per lo sviluppo: Paolo Venturi ha parlato di ‘break even comunitario’, nel quale ad esempio il bilancio del circolo può essere ‘sopportabilmente in passivo’, perché in attivo è il suo contributo per la comunità come luogo di aggregazione, ritrovo, scambio.
Il prefisso ‘co’ ritorna in molti verbi delle cooperative di comunità, dando valore alle relazioni interpersonali e alla produzione come ‘fatto sociale’. Quello attuale è forse il momento storico in cui la logica dell’homo economicus sembra vacillare di più e in cui utilità, interessi e convenienze possono essere reinterpretati attraverso il paradigma dell’economia della reciprocità e della we-rationality in una chiave che dà potere, nel senso di possibilità di agire, al principio di autorganizzazione comunitaria.

A due giorni di distanza dalla morte di Fidel Castro è forse blasfemo parlare di rivoluzione, ma mi sembra che nell’aria ci sia l’opportunità di consolidare ‘conversazioni’ in grado, come diceva Keynes, ‘ di sfrondare le idee vecchie che si ramificano negli angoli della mente di tutti coloro che sono stati educati come lo è stata la maggioranza di noi’. E su questo – cito ancora Venturi – le cooperative di comunità hanno un importante ‘valore segnaletico’ da mettere in gioco.

colonna sonora: Siamo i ribelli della montagna, Ustmamò

PS: ringrazio maestri e compagni della scuola delle cooperative di comunità per tutto quello che ho imparato. Sono in debito con loro per le varie suggestioni che spuntano da questo post, frutto dell’ascolto e delle chiacchiere dense fatte a Succiso e Cerreto.

Nota: La targa nella fotografia è attaccata al muro di una delle case di Cerreto Alpi; girando per il paese se ne incontrano molte altre.

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13296063_815801541888846_1933471420_nAssocio quella voce sentita al telefono qualche giorno prima a una montatura arancione appoggiata ad un viso imbrunito dal sole del crinale, che vedo sfuocata da dietro il vetro di una vecchia jeep rossa macchiata di fango. Dopo le curve strette tutto quel cielo intorno mi disorienta, respiro l’azzurro che mi sovrasta a pieni polmoni. Il profilo dei monti che circondano a semicerchio la valle sembra disegnato, il Cimone da quella visuale è maiuscolo nella sua aridità d’alta quota. Lo sguardo scorre leggero verso l’infinito. La primavera è inoltrata e il paesaggio è saturo di mazzi di tonalità di verde, la linea grigiastra delle montagne sembra eyeliner, nessuna sbavatura nella secchiata di azzurro intenso che mi schiaccia la testa e mi libera i pensieri.
L’odore della terra del bosco mi solletica le narici, mi sale alle orecchie il sapore di bagnato che viene dall’erba, più lontano sento il torrente scorrere, l’acqua fluidifica l’inquadratura. Il rifugio sta lì in mezzo, come se ci sia sempre stato, cresciuto insieme ai faggi e ai narcisi, cullato dal rumore dell’acqua.

Evaporano davanti a una pirofila fumante di pasta alla Norma i ricordi di queste terre di Giovanni, che di questa valle in cui è venuto a prendere moglie conosce i sentieri, i fiori e le poesie, e che a essere a pranzo un giorno in mezzo alla settimana in un ristorante vuoto dove il tempo sembra essersi fermato ad un passato indefinito con un manipolo di personaggi troppo giovani per avere un motivo per essere lì, gli brillano gli occhi di quella passione un po’ folle che lo fa alzare nonostante la schiena dolorante; si sovrappongono le storie dell’infanzia romagnola di un pilota dell’Alitalia in pensione, che è partito da Fusignano con la sua Nella e dopo aver solcato i cieli di mezzo mondo vent’anni fa ha comprato l’albergo sulla curva del paese; e oggi, da lì dentro, lancia maledizioni a tutti, sotto un paio di folti baffi, mentre ci sparecchia controvoglia il tavolo. Tra un bicchiere di vino rosso e una forchettata di broccoli selvatici escono intrecci inaspettati delle vite dei compagni di quella tavolata improvvisata; mi passano davanti agli occhi immagini che non ho vissuto: la vecchia stazione ferroviaria di Pracchia, la statua di Baracca a Lugo, le scorribande al passo del Colombaccio, una tipografia artigianale con i caratteri mobili macchiati d’inchiostro ancora sparsi in giro. Il sole entra di sbieco dalla porta d’ingresso, sbatte sulla polvere appoggiata alle bottiglie di amaro del bar e la spara sopra le nostre teste in una nuvola di granelli lucenti.

Siamo a Fellicarolo, un giovedì qualsiasi di fine maggio. Quattro chilometri più avanti, dove la strada finisce e la valle si allarga, ci sono i Taburri, con l’odore di terra del bosco. Quell’odore speziato qualcuno ce l’ha nei geni, ad altri gli è entrato dentro a forza di camminarci sopra, a me mi è rimasto impigliato nelle narici per sbaglio e non c’è stato starnuto capace di farlo uscire. Così ho cambiato strategia, ho provato a inspirare forte, per farlo salire del tutto, e mi è entrato nel cervello, si è radicato tra le mie sinapsi laterali e ha inquinato il mio liquido cerebrale che ora scorre al ritmo del torrente.

Il rifugio dei Taburri è chiuso, la prossima settimana scade il bando per scegliere chi lo gestirà per i prossimi sei anni e i primi di luglio dovrebbe finalmente essere di nuovo aperto. Le mie sinapsi macchiate della terra del bosco si stanno scaldando. E mi sembra che anche quelle di tante altre belle persone stiano facendo un gran movimento. Stiamo a vedere da che parte tira il vento.

colonna sonora: The Mountain Song, Garcia, Crosby, Slick & Kantner

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FullSizeRender (1)Durante le mie peregrinazioni in giro per l’Italia per cercare di capire cos’è l’abitare condiviso e che forme assume, mi è capitato di entrare nello Spazio del Mutuo Soccorso, un progetto che nasce come occupazione abitativa di alcune vecchie palazzine abbandonate, di proprietà di un grande gruppo immobiliare nel quartiere San Siro a Milano, e che a distanza di qualche anno è diventato a mio modo di vedere un interessante modello di “condominio produttivo”, nel quale non solo ci abitano un centinaio di persone che prima non avevano casa, ma dove, attraverso l’autorecupero, sono stati attrezzati anche spazi per servizi e attività collettive aperti al quartiere, come ad esempio il gruppo di acquisto solidale popolare (GASP), la palestra popolare autogestita, un negozio basato su scambio e riuso, la ciclofficina, uno spazio tutto dedicato ai bambini e pure l’università popolare.

Come ho scritto dopo aver conosciuto la gente dello Spazio del Mutuo Soccorso, un’esperienza del genere si basa sulla convinzione che sia arrivato il momento di smetterla di cercare soluzioni individuali a problemi collettivi, e che invece sia necessario costruire meccanismi di solidarietà reciproca, che incentivino la collaborazione e oltre a soddisfare un bisogno costruiscano un nuovo modo di relazionarsi agli altri, che va in direzione di una vita più condivisa, regolata da principi di co-responsabilità, autogestione e mutuo aiuto.

Ho raccolto anche le voci degli abitanti dell’Hotel Patria Occupato (e prima o poi scriverò qualcosa anche su questo), dove vivevano una trentina di studenti universitari che a Palermo non trovavano alloggi a prezzi calmierati e che hanno quindi deciso di occupare insieme un vecchio albergo di lusso del centro storico che dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e tantissimi anni di abbandono era stato acquistato dalla Regione e destinato a studentato, senza che però i lavori di ristrutturazione venissero mai portati a termine.Attraverso un modello ben studiato di autogestione e autotassandosi per allestire gli spazi, gli occupanti sono riusciti ad aprire lo studentato, attrezzando anche diversi spazi comuni aperti all’esterno come sale studio e altri spazi per laboratori, seminari e attività ricreative.
L’obiettivo di questi ragazzi era ridare funzione e valore ad un edificio storico che era diventato per la città il simbolo del degrado e dell’abbandono, rispondendo ad un bisogno reale degli studenti e contemporaneamente facendo pressione sui soggetti competenti per risolvere il problema. E infatti quando l’Università e la Regione hanno riattivato le pratiche per l’apertura dello studentato, sei mesi fa, dopo due anni e mezzo di occupazione, gli studenti occupanti hanno riconsegnato le chiavi all’Ente regionale per il diritto allo studio, disoccupando volontariamente lo stabile. Che però per i “corsi e ricorsi” che troppo spesso caratterizzano l’amministrazione pubblica è oggi di nuovo bloccato, rischiando di ricadere nel vortice del degrado da cui i ragazzi occupanti, insieme a tanti abitanti del quartiere della Kalsa che collaboravano con loro, lo avevano tolto.

Sono stata poi a Roma, a vedere alcuni dei progetti di autorecupero, tutti nati da esperienze di occupazione, “ufficializzate” grazie ad una legge semplice e sulla carta potentissima, che dovrebbe essere “copiata” in tutta Italia e che prevede che l’Amministrazione comunale, per far fronte all’emergenza abitativa, individui immobili pubblici abbandonati adatti ad interventi di recupero, e che poi tramite bando selezioni cooperative di cittadini che si occuperanno di ristrutturare gli interni di questi immobili, trasformandoli in abitazioni e dotandoli di spazi comuni attraverso i quali sviluppare forme di condivisione, tanto tra residenti che con il quartiere.

Ho avuto anche la fortuna di vedere la “potenza” dell’occupazione abitativa dell’ex Telecom a Bologna nello sviluppare una comunità auto organizzata, pratiche di condivisione tra i residenti, relazioni di prossimità e forme di aiuto reciproco con il quartiere. Ma di questo preferisco non parlare, perché la “ferita” di quello sgombero irresponsabile, che ha spezzato molti dei legami fragili e preziosi che erano nati all’interno dell’ex Telecom è ancora aperta. E perché alcune cose le ho già scritte qui e qui, e adesso voglio raccontare un’altra storia.

La retorica di chi giustifica gli sgomberi con il dovere istituzionale di “ripristinare la legalità” rivela dal mio punto di vista un atteggiamento irresponsabile di coloro che avrebbero invece a disposizione molti strumenti istituzionali, più o meno conosciuti, per coltivare i germogli di innovazione che nascono nelle occupazioni e che devono essere protetti e nutriti se si vuole alimentare una “primavera abitativa” con cui provare a rispondere ai crescenti segnali di emergenza sociale.
Il filosofo Roberto Mancini, in una lezione che ha fatto recentemente proprio a Modena, ha parlato di “truffa ideologica mediatica” riferendosi al comportamento di coloro che si appellano al rigore per giustificare interventi iniqui o assecondare poteri forti, facendo passare come superfluo e insostenibile il tentativo – più complesso sì, ma anche più lungimirante e produttivo – di avviare politiche di trasformazione (e non di riforma, sempre riprendendo le parole di Mancini) della società, che propongano un nuovo modello di convivenza basato sulla solidarietà.

Esempi di risposte istituzionali a chi in tutto il mondo rivendica spazi dismessi e terreni abbandonati per realizzare progetti sostenibili di abitare collaborativo ce ne sono diversi, come sottolineano anche Christian Iaione e Sheila Foster nel loro lavoro The City as a Commons: molto conosciuto è il caso del quartiere di Dudley street a Boston , dove i cittadini sono riusciti a farsi assegnare in proprietà collettiva sei ettari di terreni abbandonati pubblici e altrettanti privati sui quali costruire un “villaggio urbano” fatto di case con affitti calmierati, negozi di autoproduzioni, aree verdi e spazi in cui favorire la socializzazione e la costruzione di reti di collaborazione e solidarietà tra gli abitanti; ma i due studiosi raccontano anche molte altre esperienze di trasformazione di spazi dismessi in beni pubblici collettivi, come i community garden, le fattorie urbane, tanti micro progetti di abitare collaborativo, di autogestione di spazi culturali e di organizzazione di servizi collettivi.
In tutte le esperienze riuscite, i soggetti pubblici hanno la funzione di abilitare la gestione dei beni comuni da parte dei cittadini, facilitando la transizione verso modelli di proprietà condivisa che passano dal riconoscimento della “funzione sociale” della proprietà. Questi esperimenti si concretizzano in contesti in cui il Pubblico è consapevole del valore e dell’utilità sociale in termini di capitale relazionale, integrazione, opportunità lavorative, risparmi e stimoli culturali che la cogestione di risorse condivise da parte di gruppi di cittadini può creare per la propria comunità, rispetto a un controllo esclusivo, pubblico o privato, di quelle risorse.
Quando emerge un interesse collettivo a gestire insieme ad altri cittadini risorse condivise è stupido interpretarlo come rivendicazione antagonista, ma bisogna invece valorizzarlo per quello che è, cogliendo le forme di attivismo illuminato che lo animano e che hanno bisogno di un modello di governance policentrico in cui inserirsi.

Anche nel “quadrato” compreso tra via Sant’Eufemia, Carteria e Bonacorsa si sarebbe potuto provare a mettere la proprietà (inutilizzata) a disposizione della comunità, inserendola in un circuito di “produzione sociale”.
E invece ieri l’ex caserma di Sant’Eufemia, la palazzina di via Bonacorsa, la palestra popolare e l’ex deposito carcerario di via Carteria in cui ogni lunedì c’era il mercatino delle autoproduzioni e gli altri giorni veniva usato come ludoteca, palcoscenico per spettacoli di teatro e concerti sono stati sgomberati.
La colpa è grave perché in quel “quadrato” si erano iniziate a muovere parecchie cose, non si partiva da zero, c’erano dei possibili interlocutori: non ascoltare o non saper ascoltare i segnali che arrivano dal territorio (ce ne sarebbe da dire su come quell’area è stata “gestita”!, ma me lo tengo per un’altra volta) è molto preoccupante, se si vogliono innescare processi di rigenerazione urbana che vadano oltre la dimensione edilizia.
In ogni caso la mossa di ieri evidenzia come non si è voluto (o non si è stati capaci) di cogliere l’opportunità di valorizzare “un quadrato ad alto potenziale”.

Adesso che l’umore è sotto le scarpe, l’unica cosa sensata che mi viene in mente, per non disperdere tutto, è di proporre una candidatura collettiva del complesso demaniale dell’ex caserma e degli attigui spazi del vecchio carcere che erano stati occupati, autorecuperati e trasformati in spazi collettivi aperti alla collettività, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, nell’ambito dell’iniziativa con la quale il Governo ha stanziato 150milioni di euro per ristrutturare o reinventare luoghi pubblici segnalati dai cittadini, nell’ottica di restituirli alla collettività.

colonna sonora: Unità di produzione, CSI

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IMG_1924L’Adriatico riempie per oltre 400 chilometri il finestrino del treno che da Bari viaggia verso nord. La potenza del mare più snobbato di tutto il Mediterraneo è tale a guardarlo di qua del vetro che sembra che da un momento all’altro lo possa sfondare, inondando violentemente il vagone.

Sto tornando a Modena dopo tre giorni di sharing school a Matera e non riesco a staccare lo sguardo da tutta quell’acqua. Vorrei invece essere calamitata dallo schermo del computer, per scrivere qualche pensiero volatile che mi gira per la testa, alimentato dalle parole che ho ascoltato nelle ultime ore. Ci provo rubando al mare sprazzi ondosi di attenzione, ne viene fuori un vortice torbido di schiuma, alghe e salsedine che disorienta chi vi si immerge. Niente a che vedere con le acque cristalline del mar di Sardegna, delle coste ioniche o delle isole dell’Egeo, ma ogni tanto per ritrovare la strada bisogna perdersi. Ecco le mie riflessioni ancora umide:

Non un rischio ma una certezza
Il rischio che la sharing economy venga interpretata in chiave Silicon Valley non è più un rischio, ma un dato di fatto. L’orientamento al mercato incarnato in modelli di business costruiti intorno a piattaforme informatiche che consentono di intercettare clienti altrimenti improbabili corrisponde a una lettura individualista della condivisione: la relazione qui è solo un mezzo, viene utilizzata appunto strumentalmente per ottenere maggiori profitti. Ragionare in questi termini porta a dividere e isolare, piuttosto che a condividere e a costruire reti. Più che la collaborazione viene favorita la competizione.

La sharing economy ormai una definizione in Italia ce l’ha
Non si tratta di dare giudizi di valore, perché il punto non è questo. Ma ritengo che continuare a insistere sulla mancanza di una definizione di sharing economy e intanto continuare a raccontare le storie di piattaforme come Airbnb, Blablacar o Gnammo abbia portato il grande pubblico a identificare la prima con le seconde. E questo sicuramente non fa bene allo sviluppo dell’economia della reciprocità, che è tutta un’altra cosa.

L’economia della reciprocità
L’economia della reciprocità è un modo di guardare la realtà, un berillo intellettuale come l’ha definita Zamagni che risponde a logiche di giustizia sociale, è fortemente radicata sui territori, attiva le persone per sviluppare relazioni e progetti comuni. A questo paradigma corrisponde una lettura inclusiva della condivisione, che incentiva la partecipazione e sviluppa modelli innovativi di sviluppo locale; modelli caratterizzati da civic collaboration, orientamento all’interesse generale, open commons, in cui, investendo in relazionalità, la bilancia si sposta dalla condivisione verso la collaborazione. È quello che alla sharing school ci hanno in parte raccontato Christian Iaione, che prova ad applicare alle città il metodo sperimentale sulla gestione dei beni comuni della Ostrom, e Flaviano Zandonai, che insieme a Paolo Venturi ha appena pubblicato un libro sulle imprese ibride: imprese sociali di capitale, cooperative di comunità, startup a vocazione sociale, società benefit che sviluppano modelli di innovazione sociale costruendo community hub intorno ai quali rigenerare valore.
L’economia della reciprocità è un filone di studi economici che affonda le sue radici nella tradizione italiana dell’economia civile, che a partire da Antonio Genovesi, vissuto a Napoli a metà del 1700, ha letto l’intera economia e società come una faccenda di cooperazione e reciprocità. L’idea del mercato come insieme di rapporti di mutua assistenza, dove le relazioni interpersonali sono il fulcro, è ritornata in auge alla fine del secolo scorso, dopo sostanzialmente “duecento anni di solitudine” tra economia e socialità, come ha ben argomentato Luigino Bruni nel suo libro Reciprocità. Dinamiche di cooperazione, economia e società civile.

Questione di rete
Tornando al nocciolo della questione, se il web 2.0 è stata la tecnologia abilitante per sviluppare la sharing economy, mentre questa cresceva, la virtualità della Rete ha contribuito a distruggerne lo spirito originario: i venture capitalists americani in questa storia sono solo gli acceleratori di un processo market-oriented iniziato dentro il Web, regolato dal principio del buying cheap and selling dear che è alla base di molti business model delle imprese simbolo della sharing economy, nel quale dietro alla ricerca del profitto si è perso per strada l’obiettivo di costruire reti reali di persone in carne ed ossa.
Basti pensare al dibattito intorno agli scarsi meccanismi di tutela del lavoro e al rischio di elusione fiscale che accompagna ultimamente la narrazione sulla sharing economy, sintomo di un mercato – per dirla con Zamagni, – incivile, escludente, che acuisce le diseguaglianze invece di combatterle.
Per costruire un mercato civile, in grado di dilatare gli spazi della civitas, bisogna tornare al territorio, attivare le persone che ci vivono, aggiornare il concetto di comunità e riscoprire la “coscienza dei luoghi”, come ci insegna con grande acume Giacomo Becattini nel suo ultimo libro.
Questo non vuol dire demonizzare Internet, anzi: le reti virtuali sono uno strumento chiave per sviluppare un modello di mercato civile, fintanto che rimangono ancorate al territorio; e questo sostanzialmente dipende dagli obiettivi che stanno dietro all’uso del Web.

Sostenibilità vs profittabilità
Nel confronto tra sharing economy e economia della reciprocità rientra anche il tema della sostenibilità: non si può infatti prescindere, in nessuno dei due casi, dal tema delle risorse, anche se anche su questo bisogna fare alcune distinzioni: la value proposition di Airbnb è accrescere la community per aumentare i profitti aziendali, quella dei Briganti del Cerreto accrescere la community per garantirsi la sostenibilità necessaria a generare valore sociale ed economico sul territorio.
È probabile che i venture capitalists, per la loro specifica mission, siano più portati a investire su Airbnb che sui Briganti del Cerreto. Quindi, come trovare le risorse che consentono anche alle imprese dell’economia civile di svilupparsi? La domanda meriterebbe risposte articolate (oltre a competenze molto più strutturate delle mie). Giusto per dare un piccolo contributo, lancio però una suggestione (per alcuni forse una provocazione) su questo punto: io penso che le risorse a favore delle imprese che co-producono valore sociale dovrebbero essere drenate da chi non produce valore sociale, secondo un sistema di tassazione progressiva costruito in base a un gradiente di impatto sociale. È la stessa logica di quei sistemi fiscali che ci ha illustrato Pigou strutturati per far pagare i costi ambientali ai soggetti che li producono, trasformando una quota dell’interesse individuale che determinati comportamenti producono nella tutela di benefici di carattere generale: in termini economici significa tassare che produce esternalità negative e sussidiare chi produce esternalità positive.
Provvedimenti di questo tipo non sono popolari perché si poggiano su una scelta esplicita e radicale di che cosa si vuole sostenere, che mal si adatta con lo spirito di mediazione e compromesso che contraddistingue l’azione politica, ma non per questo non possono essere proposti e sostenuti.

Il concetto di massa critica
Continuando il parallelismo, la massa critica ricercata da Airbnb è funzionale a far crescere il profitto. Per alimentarsi ha bisogno di riforme, con cui aggiustare il sistema vigente alle nuove declinazioni del modello capitalistico: la questione sulle regole sta infatti monopolizzando il dibattito mediatico sulle piattaforme di sharing.
La massa critica che vogliono coinvolgere i Briganti del Cerreto si differenzia per essere composta da persone con un volto e un’identità, e la scelta di strutturarsi in una cooperativa di comunità è emblematica di questo modello. La massa critica qui è funzionale alla creazione di un nuovo modello di convivenza, attraverso il quale avviare una trasformazione culturale della società. Sull’attualità della categoria politica della trasformazione, rispetto a quelle delle riforme e della rivoluzione tradizionalmente utilizzate in Europa per designare il cambiamento, mi rifaccio alle parole del filosofo Roberto Mancini che nel suo libro Trasformare l’economia spiega come “trasformare è diverso sia dal mero riformare un sistema per mantenerlo, sia dal cercare di abbatterlo con la violenza in un’epica giornata”.

Non solo forma
Potrebbe sembrare alla fine di questo ragionamento che la mia sia solo una questione formale, su quali termini sia meglio utilizzare nel dibattito italiano sulla sharing economy. Ma a mio parere la forma in alcuni casi diventa sostanza: nell’era dello storytelling raccontare la sharing economy non è più produttivo per sviluppare ecosistemi collaborativi in grado di produrre valore condiviso. Quindi se si vuole sostenere veramente la collaborazione e generare impatto sociale oltre che valore economico bisogna aggiornare il vocabolario: su cooperazione, mutuo aiuto, economia civile l’Italia può insegnare a parlare anche agli americani, gli inglesismi per una volta lasciamoli da parte.

colonna sonora: Telefonami tra vent’anni, Lucio Dalla (interpretata da Rocco Papaleo, Alessandro Gassman e Luigi Lo Cascio nel film Il nome del figlio)

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Schermata 2016-03-03 alle 15.18.16Mi hanno chiesto di parlare di “partecipazione” nella rassegna di public talk organizzata da Active Community.
Sicuramente non farò una lezione sulla partecipazione, non è il contesto adatto e non penso nemmeno di essere in grado.
Piuttosto vorrei proporre alcune riflessioni che derivano dalla mia personale esperienza della città in cui sono nata quasi quarant’anni fa e in cui vivo tuttora e offrire dei suggerimenti per innescare cambiamenti che ritengo sempre più necessari.
Ragionando su come impostare l’intervento, mi sono accorta che l’immagine di Modena che prendeva forma mettendo in fila osservazioni su come la città viene usata dai suoi abitanti, risultava un po’ inquietante, ma dava luogo a un racconto anche molto interessante.
Per questo motivo ho pensato di scrivere le mie riflessioni e di pubblicarle in anticipo rispetto all’appuntamento pubblico del 10 marzo, sia perché leggendolo magari gli organizzatori cambiano idea e cercano un altro relatore, sia perché il tema è importante e l’occasione buona per avviare una discussione aperta sul futuro di Modena.

Prima di iniziare faccio una premessa: tutto quello che dirò lo dico perché Modena è un posto a cui voglio bene e a cui sono molto legata, pur essendo, oltre a una “piccola città”, anche il “bastardo posto” cantato da Guccini. O forse proprio per quello.
Inoltre sono un’inguaribile ottimista e penso che Modena abbia i numeri per innescare i cambiamenti positivi di cui ha fortemente bisogno. Il motivo per cui questi cambiamenti non avvengono è, a mio parere, che niente in questa città va poi così male, tutto più o meno funziona, la città è ordinata, non ci sono mai stati grossi scandali, e quindi perché cambiare?
In questo quadro di “ordine apparente”, la partecipazione è diventata superflua, ha assunto nel migliore dei casi le forme della consultazione, ma ha smesso di essere impegno civile, ha perso la spinta propulsiva che l’ha in passato resa uno strumento con cui perseguire la felicità pubblica. Non è un attacco a nessuno, è un fatto. Non serve fare polemiche su questo.
Questa situazione ha portato a un immobilismo e a una monotonia cittadina esasperata, in cui una scossa è assolutamente necessaria, se non vogliamo passare i prossimi anni a “piangere (inutilmente) sul latte versato”.

Ma in sostanza che cosa è successo alla partecipazione?

Da una parte la partecipazione è scaduta: magari, come per la farina scaduta, non fa venire il mal di pancia, ma comunque la gente guardando la data di scadenza preferisce non mangiarla. Questo è successo perché la partecipazione è stata usata come strumento di facciata, per dare l’illusione che i cittadini avessero voce in capitolo quando invece le decisioni erano già state prese a porte chiuse o ancora più frequentemente quando non sarebbero comunque state prese (restando a Modena, basti pensare all’esperienza tanto entusiasmante durante quanto avvilente dopo del progetto partecipativo delle ex-fonderie).
E visto che la partecipazione implica un grande impegno i cittadini hanno valutato che forse non valeva più la pena impegnarsi, a fronte di obiettivi non chiari e promesse che non venivano mantenute.

Carlo Ratti definisce questa “pseudo partecipazione”, una “base ingannevole”, ma allo stesso tempo uno “scudo socialmente accettabile” che viene usato per svilupparci dietro progetti già decisi, da non mettere nemmeno in discussione. La deriva di questa interpretazione è la cosiddetta “progettazione partecipata”, che già negli anni Sessanta si rivela come una via quasi a senso unico, fatta di questionari infiniti e di risposte svogliate rilasciate dalle parti interessate. Tutt’altra cosa rispetto all’energia magnetica creata da persone che si incontrano insieme, una forza dilagante, potente e incontrollata che cresce progressivamente e supera i limiti del controllo dall’alto.
Dietro questa doppia visione ci sta tutta la tensione tra apatia e anarchia che caratterizza da sempre la partecipazione, e che tante volte si è penosamente risolta nel grido collettivo“Non nel mio cortile!”, che paradossalmente ha molto più a che fare con l’individualismo che con la partecipazione.

A chi obietterà alla mia affermazione sull’“arretramento della partecipazione” dicendo che Modena continua ad essere un territorio caratterizzato da una grandissima ricchezza associativa, rispondo con l’invito a riflettere sulla differenza tra il concetto di “membership” – in continua ascesa – e quello di “partecipazione” – in declino costante: a Modena ci sono tanti soci, ma pochi partecipanti. E il problema è che la voglia di comunità, l’impegno per la felicità pubblica, il civil engagement si attivano nella partecipazione, costruendo rapporti interpersonali quotidiani, non nello spazio virtuale della membership.
La questione è seria, ne ha scritto molto (suscitando reazioni forti, come si addice ai temi che toccano nervi scoperti) il sociologo e politologo Robert Putnam, che in “Bowling Alone” ha mostrato come dagli anni Ottanta in poi, almeno negli Stati Uniti, si sia assistito a un costante declino di tutte le forme di impegno civile.
Più recentemente lo stesso Putnam – sempre quello che dopo un viaggio in lungo e in largo per la nostra penisola aveva decantato il senso civico e lo spirito comunitario caratteristico di regioni come l’Emilia Romagna – ha messo in evidenza come qualcosa forse stava cambiando: nel suo “Still Bowling Alone?” instilla il dubbio che il ciclo politico fatto di interessi individuali e obiettivi privatistici sia terminato e che lentamente si stia entrando in una nuova fase di impegno pubblico.

L’alternanza ciclica tra fasi di impegno pubblico e periodi di ritorno al privato è la tesi del libro di Albert O. Hirschman “Felicità privata e felicità pubblica”. L’economista tedesco illustra come questa alternanza sia guidata dalla delusione, che porta le persone a cambiare preferenze, fino a che si supera una soglia critica e il ciclo si inverte. Sull’applicazione di questo meccanismo a fenomeni contemporanei come la cosiddetta primavera araba o il movimento degli indignati ha scritto pagine interessanti Luigino Bruni, tra i massimi esperti di economia civile in Italia.
Bruni si insinua nel ragionamento di Hirschman mostrando le differenze tra l’impegno civile degli anni Sessanta e Settanta, guidato dalle ideologie, a quello attuale, in cui sono temi trasversali come l’ambiente, l’energia, il cibo e in generale l’attenzione per i beni comuni, a portare le persone a riscoprire il pubblico.
E se i beni comuni diventano la regola, il rifugio nel privato non funziona più, la gente riscopre i beni relazionali e si rimette in gioco assieme, nella partecipazione.

Sottolineo “la gente” perché quello che serve oggi è un protagonismo diffuso, voci libere, diverse da quelle di molti di quei soggetti che nel tempo si sono istituzionalizzati, hanno adottato le logiche del controllo e della legalizzazione tipiche degli organismi pubblici e in questo modo sono diventati troppo attenti a difendere i loro interessi particolari.
La gente è espressione di diversità, e solo la diversità può portare a una visione collettiva, condivisa e partecipata.

La diversità è strettamente legata alla struttura della città, da cui deriva l’importanza della disomogeneità del tessuto urbano, dell’intreccio di usi, della vivacità, del dinamismo, della varietà di soggetti interagenti, condizioni necessarie a formulare obiettivi condivisi per mezzo di processi partecipativi.
È quanto ci ha lasciato in eredità Jane Jacobs, che con i racconti delle sue “passeggiate urbane” ha mostrato l’importanza di un uso misto e diversificato dello spazio cittadino, per garantire alti livelli di dinamismo e vitalità nei quartieri. In questo senso la concentrazione del commercio nei centri commerciali, così come la concentrazione dei poveri nei quartieri popolari, la costruizione di quartieri residenziali tutti uguali, la zonizzazione in genere contribuiscono a sviluppare una monotonia strutturale che porta anche ad uno stallo culturale e sociale.

A questo proposto rimangono estremamente attuali le considerazioni di Bernardo Secchi sulla città dei ricchi e la città dei poveri, che mettono a nudo come le ingiustizie sociali si rivelino sempre di più nella forma di ingiustizie spaziali: la domanda di politiche di esclusione, la richiesta di barriere alimentano l’intolleranza, la quale a sua volta nega la prossimità, e quindi la partecipazione, in un circolo vizioso difficile da spezzare. L’antidoto proposto da Secchi è l’investimento in attrezzature e spazi pubblici, su cui costruire una nuova e adeguata proposta di recupero del collettivo, stimolando una partecipazione trasversale.

Oggi non c’è partecipazione perché non c’è urbanità, intesa come vita nella città. Per migliaia di anni la storia della città è stata la storia di un agire collettivo, in cui la partecipazione contribuisce allo slancio culturale più di quanto possano fare le azioni individuali.
Oggi il legame tra civitas e urbs si è spezzato, la città la maggior parte delle volte si limita a fare da sfondo al nostro agire, è diventata la somma di spazi privati, individuali, mentre dovrebbe essere un bene collettivo, costruita insieme ai cittadini.
In alcuni casi c’è un ordine superiore che guida il processo: è comune a tutte le nuove tirranie neoliberali non poter sopportare che i cittadini “usino “ la città (invece di consumarla soltanto); lo dimostrano le reazioni sconsiderate del governo contro i manifestanti di piazza Tahir, colpevoli di aver innescato la rivoluzione attraverso l’occupazione della piazza. È proprio il fatto di “aver ridato centralità al rapporto tra corpi urbani e spazi urbani” che, come ci racconta l’antropologo Franco La Cecla, scatena l’ira del tiranno, perché i movimenti di piazza restituiscono ai cittadini l’enorme potere della partecipazione: un potere che nasce da un senso di appartenenza ad una comunità, che per essere ricostruito ha bisogno di cittadini che si riprendano la città.

Un campo importante su cui provare a ricostruire il legame tra città e cittadini è la gestione dei beni comuni, intesi come beni pubblici relazionali. Su questo punto ci sarebbe molto da dire; per sintetizzare al massimo specifico che qui mi riferisco a quei beni comuni (come un parco, una piazza, ma anche una biblioteca, un campetto da calcio, una polisportiva) caratterizzati da non rivalità e non escludibilità nel consumo come i beni pubblici, ma che si riempono di senso solo quando vengono consumati insieme ad altre persone (un parco vuoto o una biblioteca senza utenti, pur rimanendo beni pubblici, tanto senso non ce l’hanno, perché mancano dell’aspetto di partecipazione comune), perché i beni relazionali si sviluppano solo tra coloro che partecipano all’interazione.
La gestione dei beni comuni relazionali ha bisogno di partecipazione diffusa (per raggiungere la famigerata massa critica), reti di collaborazione orizzontali, meccanismi aperti di condivisione delle informazioni, ha bisogno di una “cultura del noi” che si alimenta soprattutto nella società civile e in famiglia, investendo in particolare sui bambini.
Tutto questo Rifkin lo chiamerebbe il paradigma del “Commons collaborativo”, un modello di organizzazione economica sostenuto dalla “rivoluzione del costo marginale quasi zero”, che spinge sulla collaborazione per alimentare partecipazione e creatività a livello sociale, che utilizza la condivisione per gestire in maniera più efficiente le risorse, che sostituisce l’accesso al possesso, che promuove una logica peer-to-peer, mossa da un interesse non strumentale per la comunità, con cui temperare le forme più estreme di individualismo.

La diffusione della privatizzazione in tutti i campi della nostra vita, a partire dall’abitare, è infatti uno dei grandi nemici della partecipazione: non ci può essere partecipazione infatti dove non c’è comunità, e la comunità, che si forma con l’interazione, il fare insieme, si è persa dietro la ricerca ossessiva del possesso.
In una società dove la proprietà privata orienta tutti i nostri comportamenti, la partecipazione si è così trasformata in una forma di protagonismo, figlia dell’individualismo dominante.
È la logica difensiva di chi pensa “meglio io che un altro”, rispetto alla logica open che agisce in base all’idea “meglio io che nessuno”: da una parte l’obiettivo è emergere singolarmente, usare la partecipazione per raggiungere obiettivi individuali e non appena li si raggiungono chiudere in un cassetto partecipazione e condivisione per ristabilire rapporti gerarchici e logica del possesso. Dall’altra i driver sono collaborazione, autogestione, sviluppo di reti laterali e interesse collettivo, con i quali ricostruire un vero movimento sociale.

Per promuovere una partecipazione open, a mio parere bisogna fare alcune cose, le scrivo:

. incentivare la partecipazione spontanea, quella degli attori sociali senza nome, quella che privilegia le regole informali sugli apparati di norme e tecniche, quella che include tutti, quella che si sviluppa nel quotidiano, nell’uso dei parchi, degli spazi pubblici, della rete internet, delle attrezzature urbane. Pensandoci bene questo è un attacco ai poteri consolidati, che operano attraverso canali esclusivi, per i quali apertura e condivisione sono una minaccia. Non stupisce quindi che la partecipazione spontanea sia osteggiata se non a parole nei fatti da più fronti. Creare le condizioni per far nascere occasioni di interazione spontanea, combattere il crescente anonimato delle relazioni tra cittadini, rafforzare le forme di collaborazione spontanea sono possibili aree d’azione di una politica illuminata;

. lasciare che i cittadini si riprendano la città, che significa innanzitutto restituire alle strade la loro funzione sociale, come direbbe Jane Jacobs: la strada infatti dovrebbe favorire i contatti umani, promuovere una vita sociale a carattere pubblico, sviluppare anche tra persone che non si conoscono connessioni collaborative, fondamentali in caso di bisogno individuale o collettivo.
Il dominio automobilistico, che dalla strada si è diffuso alla politica, ha alimentato l’individualismo, l’isolamento e la diffidenza verso gli altri, ha spento il valore sociale della strada (oltre ad aver alimentato un diffuso senso di insicurezza e paura). Anche a Modena non c’è tanta luce da questo punto di vista: la politica delle rotonde, le strade urbane a scorrimento veloce, l’assillante preoccupazione del parcheggio, la levata di scudi contro ogni proposta di chiudere al traffico un’area, sono tutti esempi di come una città costruita intorno ai veicoli “tolga valore ai piedi umani” e paralizzi la possibilità dei cittadini di usare le strade nel senso proposto da Jane Jacobs;

. combattere la propensione generale (e molto rischiosa) a concentrarsi ciascuno sui propri ambiti di interesse, secondo una logica a silos, e al contrario incentivare i movimenti trasversali, l’incontro “orientato al fare” di categorie di soggetti tradizionalmente lontani tra loro.
Su questo l’arte e la cultura possono svolgere un ruolo chiave, in quanto capaci per loro natura di aggregare persone anche molto diverse intorno a una dimensione collettiva condivisa, quando invece oggi la partecipazione spesso è la manifestazione di preoccupazioni tutte individuali.
Favorire la contaminazione delle persone e delle idee, sviluppare ambienti di interazione aperti, dare ai cittadini la possibilità di agire e non solo di discutere, sono impegni che il mondo della cultura deve assumersi, per difendere la città dalle tendenze antisociali e stimolare la partecipazione attiva;

. adottare strumenti wiki che in sostanza sfruttano le potenzialità di Internet per raggiungere tante persone e permettere loro di collaborare insieme, sviluppare forme di partecipazione orizzontali, mobilitare l’intelligenza collettiva. Sul concetto di “wikicrazia” qualche anno fa ha scritto un libro che ogni amministratore pubblico dovrebbe tenere sul comodino Alberto Cottica, modenese di nascita e cittadino del mondo di adozione. È sua la frase “se vuoi cambiare il mondo, devi attivare le persone” e io sono pienamente d’accordo.

colonna sonora: Piccola città, Francesco Guccini

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IMG_2195-BNL’altro pomeriggio sono passata per Sassuolo. Non mi sono fermata, l’ho solo attraversata in macchina, più o meno da nord est a sud ovest, in mezzo alla nebbia e ai camion.

Mentre guidavo pensavo che in un posto così bisognerebbe girarci il nuovo Blade Runner, e mi immaginavo un moderno replicante, discepolo del maiuscolo Rutger Hauer, recitare, in mezzo al fumo delle ciminiere, tra un pallet di piastrelle e un guardrail ammaccato, lo straziante monologo ”Ho visto cose che voi umani”.

Era un bel po’ di tempo che non capitavo da quelle parti e mi auguro di non doverci tornarci presto. Tutto mi è sembrato così triste e insensato da fare paura.
Forse per esorcizzarla ho pensato di scrivere qualcosa su Sassuolo, ma non ci sono riuscita, mi escono pensieri feriti, come il paesaggio che ho visto dal finestrino.
Mi è rimasta addosso una sensazione di impotenza, una depressione ceramica, qualcosa da leggere come se fossero frustate:

File di camion
asfalto grigio
Piastrelle.

Il fumo delle ciminiere
lacera la tela bianca del cielo.
Piastrelle.

Resti di colline sotto la nebbia,
intorno
pilastri di cemento armato
scheletri di capannoni
puzza di gomma bruciata
pozzanghere d’olio
nessun pedone.
Piastrelle.

Forse siamo in guerra
o forse in Texas
[ho pensato]
tornando a casa.

colonna sonora: Blade Runner Blues, Vangelis

PS: questo post non ha niente a che fare con quello che normalmente scrivo sul blog. O forse sì. Forse Sassuolo può essere letto anche come una storia di (non) condivisione, nella quale il paesaggio apocalittico ha molto a che vedere con la “tragedia dei beni comuni” cantata da Hardin e approfondita da Elinor Ostrom.

PSS: grazie a Federico Zanfi per la fotografia.

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Lumen_caseLa mia giornata oggi inizia in auto, come quella di tanti altri, che la macchina, a differenza di me, la devono usare tutti i giorni. Ci metto mezz’ora a fare gli ultimi cinquecento metri che mi separano dall’entrata del casello di Modena Nord.
Mentre ascolto tra l’insofferente e l’avvilito Virgin Radio e nella quasi immobilità dell’avanzare alterno freneticamente i piedi sui pedali di frizione, acceleratore e freno, come se fossi una suonatrice d’organo impazzita, penso all’attualità del “paradosso di Illich”: già all’inizio degli anni Settanta Illich sosteneva come le auto, inventate per velocizzare gli spostamenti e migliorare il confort del viaggio, si fossero rivoltate contro gli uomini, i quali avevano finito per trovarsi intrappolati ogni giorno dentro quelle scatole di latta. La macchina aveva preso il sopravvento sull’uomo, creando più distanze di quante riuscisse a eliminarne e le persone, invece di risparmiare tempo, si erano trovate chiuse in un’automobile a perderne tantissimo. Dico questo perchè mi piacciono i fuori programma, anche quando scrivo. E fare una digressione è come scegliere una strada che non sai bene dove porta quando sai benissimo che di fronte a te ce ne sarebbe anche un’altra molto più diretta e facile.

Però pensandoci bene questa storia delle macchine qualcosa a che fare con quello che voglio raccontarare ce l’ha: Illich era un sostenitore di quella che lui chiamava la “società conviviale”, una società dove gli strumenti moderni prodotti dall’era industriale sono sottratti agli specialisti che li tengono sotto controllo e restituiti alla collettività, in modo che ciascuno possa utilizzarli per realizzare i propri progetti. L’intuizione di Illich è molto simile alla critica al concetto di monopolio radicale che Turner, il più eloquente e autorevole difensore dell’abitare autogestito, ha applicato all’abitare. Turner scrive negli stessi anni di Illich che il monopolio radicale è un meccanismo di tipo sociale che ha reso la gente incapace di fare da sé, sottraendo uno dei bisogni fondamentali della vita (la casa) alla definizione di chi lo vive (gli abitanti).

Ma la sto ancora prendendo troppo alla lontana. Mi rimetto quindi in macchina e dopo un’oretta di autostrada mi ritrovo immersa in un paesaggio strettamente padano, dove l’orizzontalità e la piattezza dominano su tutto, in una campagna in cui la vista può correre veloce dietro un orizzonte che non smetti mai di vedere ma non riesci mai a raggiungere.
La pioggia di ieri ha lavato anche la nebbia e i colori sono saturi quasi come nelle fotografie di Franco Fontana. Parcheggio davanti al muro di mattoncini antichi cementati in bianco che delimita quella che un tempo deve essere stata una fiorente corte colonica, in cui probabilmente abitavano i braccianti che coltivavano il mais nei campi intorno. Dal cancello si vede una grande aia, ghiaino bianco per terra e in mezzo un bel prato delimitato da due file di alberi adesso spogli. Intorno le case, una porta accanto all’altra, intonaco rosa antico, persiane e porte verdi, tutte basse uguali: pianoterra e primo piano, all’interno una scala che porta alle camere da letto, dietro il giardino, separato dalla sala da una grande vetrata.

In queste case vivono le quattordici famiglie, la maggior parte con bambini, che animano l’ecovillaggio Lumen, una “sperimentazione pratica di un modello di vita collettivo rivolto al benessere e all’eco-sostenibilità”, come si legge sul loro sito internet o “un prato con dei bambini che giocano e le loro case tutte intorno”, come mi ha spiegato Anita che ha nove anni e abita qui da sempre.
Per il mio lavoro di ricerca Lumen è un’esperienza molto interessante da diversi punti di vista: innanzitutto ha una storia consolidata, che viene ripercorsa nel libro scritto in occasione del ventunesimo compleanno dell’ecovilaggio; seconda cosa è un caso di successo, a differenza di tante altre esperienze di comunità intenzionali che si sono sgonfiate dopo la prima fase di entusiasmo, il cui andamento in statistica verrebbe ben rappresentato dalla classica curva di Gauss a forma di campana, dove, dopo un periodo di crescita sostenuta, si raggiunge il punto massimo, dopo il quale comincia il declino.
Un ulteriore motivo di interesse è che Lumen si regge su un originale modello di economia interna autosostenibile: negli anni l’ecovillaggio ha sviluppato una serie di attività aperte all’esterno (dalla scuola di naturopatia, alla Wellness Academy ai corsi di cucina naturale), che hanno costruito posti di lavoro per gli abitanti e che assicurano entrate sufficienti a pagare altri abitanti impegnati a offrire servizi specifici per la comunità, come la mensa interna, l’asilo e l’homeschooling per i bambini delle elementari. In questo modo praticamente tutti gli abitanti di Lumen ricevono uno stipendio per il loro lavoro – che sia rivolto agli esterni o per i residenti – che, sommato al lavoro volontario che ciascuno svolge (nella manutenzione del verde, nella pulizia delgi spazi comuni, nella raccolta della legna con cui viene alimentato il riscaldamento), consente un equilibrio economico sostenibile.
Per fare un esempio concreto, Giacomo, un ragazzo sardo che è il responsabile della cucina comune, ogni mese riceve da Lumen 800 euro per il suo lavoro di preparazione dei pasti e di gestione degli ordini della dispensa. Questi soldi in parte sono ottenuti dalle entrate dei corsi di cucina naturale che sempre Giacomo tiene all’esterno e che confluiscono nel bilancio di Lumen. Come mi ha raccontato lui stesso, questi 800 euro non servono per sostenere spese tipiche di chi abita in appartamenti tradizionali, visto che vivere a Lumen offre un pacchetto di servizi che coprono i costi del cibo, delle utenze, le spese condominiali e quelle per i servizi di cura dei bambini.
Da una stima realizzata qualche mese fa dagli abitanti per quantificare i benefici economici di vivere in ecovillaggio, da un confronto con l’indagine Istat sui consumi, si scopre che ogni famiglia arriva a risparmiare ogni mese circa mille euro, grazie a servizi quali acquisti condivisi, utenze comuni, servizio mensa, scambio di vestiti, condivisione di auto.
A questo modello economico particolare corrisponde una struttura organizzativa piuttosto complessa, articolata in diverse forme giuridiche e orchestrata in modo da riuscire a gestire la vita comunitaria: Lumen infatti è un’associazione che si occupa prevalentemente delle attività formative rivolte all’esterno, ma anche una cooperativa di produzione e lavoro che gestisce progetti editoriali, la vendita di prodotti naturali e le attività svolte in diversi centri benessere, oltre a essere da qualche anno una cooperativa a proprietà indivisa che amministra gli alloggi e un network di persone che organizzano le attività educative rivolte ai bambini, dall’educazione parentale al servizio di asilo modello tagesmutter.

All’ingresso mi accoglie Federico, 38 anni di Crema, che si è trasferito nell’ecovillaggio insieme a sua moglie Valentina e alla loro figlia Matilde ormai quattro anni fa. Dopo aver transitato in alcuni appartamenti condivisi, ha contribuito a ristrutturare una porzione di casa della corte dove adesso vive, per scelta, insieme alla famiglia di Floriana e Alessandro. La condivisione abitativa non è la regola, ma sicuramente si sposa bene con le motivazioni di carattere relazionale e comunitario che spesso accompagnano la scelta di vivere in ecovillaggio.
Nell’attesa di trasferirci nella homeschooling dove Federico insegna arte, beviamo un té seduti al bancone della sua cucina, autoprodotto con assi recuperate dai ponteggi dei cantieri edili; alle mie spalle c’è una lavagna nera con scritto il menù settimanale della colazione: frutta, latte di soia, pancake, succo Hurom, mix di cereali, pane con creme di verdura, marmellata, té, crema di riso, crepes. Colazione a parte, la cucina non è tanto usata, visto che i pranzi e le cene vengono consumati insieme nella mensa comune dall’altra parte dell’aia, tutti i giorni escluso il lunedì, quando ognuno mangia nel proprio alloggio, prendendo però dalla dispensa collettiva gli ingredienti: frutta e verdura soprattutto, ma anche farina, pasta e altri cereali, vista la predilezione degli abitanti per un’alimentazione naturale di tipo vegan. Dalle grandi finestre della sala entra una luce calda, che si infila fin dentro la mia tazza e si riflette sulle pareti chiare della stanza. Il té così illuminato mi sembra più buono del solito.
Oltre a insegnare arte ai bambini della homeschooling, Federico segue le questioni amministrative di Lumen, gestisce alcuni progetti speciali, tra cui quello in corso di realizzazione di una casa famiglia in cui accogliere ragazzi in affido e ha mantenuto anche alcuni impegni esterni, tra cui quello di vice sindaco del paese vicino.
Mentre parliamo entra Floriana, che si occupa dell’asilo, e poco dopo dalle scale sbuca Alessandro, vestito con un kimono bianco simile a quelli da judo, che alterna l’attività di grafico a quella di maestro di yoga. Più tardi conoscerò anche loro figlio Lucas, che frequenta l’homeschooling e condivide la camera da letto con Matilde, la figlia di Federico e Valentina.
Tra una tazza di té e l’altra, Federico mi racconta come si vive a Lumen, la procedura piuttosto articolata per entrarvi (“perché nella conoscenza serve gradualità, sia da parte di chi vuole entrare che da parte di chi accoglie”), il modello gestionale, basato sulla partecipazione e sulla valorizzazione delle abilità e dell’esperienza di ciascuno, e l’investimento comune sulla condivisione: oltre a mangiare insieme quotidianamente, sia a pranzo che a cena, la condivisione si esplica e nel modello economico, visto che quasi tutti lavorano all’interno di Lumen in stretta collaborazione l’uno con l’altro. Inoltre sono previsti dei momenti settimanali di incontro per discutere questioni pratiche, che nell’ultimo anno in via sperimentale sono stati organizzati separatamente tra uomini e donne, e ogni tre mesi una giornata comune durante la quale i trenta adulti dell’ecovillaggio fanno il punto della situazione e affinano la loro visione comune del vivere insieme. Al “fare gruppo” sono dedicati anche momenti di svago collettivi, come brevi vacanze in estate e inverno in cui ritrovarsi fuori dal contesto abituale ed esplorare dinamiche diverse da quelle quotidiane.
Di tutti i discorsi che sento mi colpiscono in particolare le riflessioni di Federico sul modello familiare, molto diverso da quello a cui tutti oggi siamo abituati. In sintesi mi sembra di capire che i cambimenti maggiori siano tre: il primo riguarda il tema della conciliazione di vita e lavoro, in quanto a Lumen si lavora dove si vive, e questo fa sì che si sia sempre vicino alla famiglia; il secondo è legato alla presenza di tante persone che abitano vicine a cui appoggiarsi per esigenze pratiche, ma anche per un supporto emotivo, cosa sempre più rara tra vicini di casa; il terzo infine ha a che fare con il concetto di “comunità educante” che nasce dal vivere con le “porte aperte”, in un ambiente basato sulla condivisone anche ideale di stili di vita. A Lumen in qualche modo si realizza l’auspicio del padre del cohousing, che ha progettato Skråplanet con in testa l’idea che “ogni bambino dovesse avere cento genitori”. E dal vivo la cosa è impressionate.

Sicuramente il “modello Lumen” è affascinante, per una mamma come me, che ogni giorno prova a destreggiarsi tra lavoro (poco retribuito), lavatrici, quotidiano dilemma su cosa preparare da mangiare e accudimento dei tre piccoli Mongi boys.
D’altra parte, mentre la cucina comune e il servizio mensa mi sembrano un benefit intergalattico, capace di abbattere drasticamente il livello di stress di una qualsiasi mamma italiana, sull’educazione parentale non sono così convinta, nonostante le mie frequentazioni più o meno solide con gruppi montessori, pedagogia staineriana e scuole libertarie: mi sembra che la scuola pubblica sia uno dei pochi baluardi di uguaglianza non ancora crollati, e che ogni bambino dovrebbe poter frequentare prima di tutto per conoscere la diversità e poi eventualmente scegliere più consapevolmente l’omeopatia, lo yoga o un’alimentazione vegetariana.
Parentesi in difesa della scuola pubblica a parte, partecipare a una lezione con i bambini dell’homeschooling è stata un’esperienza molto bella, dalla quale ho anche imparato come si realizza un fumetto. E durante la quale ho preso accordi per una partita di calcio, che abbiamo giocato adulti e bambini insieme dopo pranzo nel prato in mezzo alla corte.
A Lumen, dove hanno smantellato i monopoli radicali e le persone si sono riappropriate del valore d’uso delle cose, sottraendo alla logica dello scambio di mercato la casa, la scuola, il cibo e la salute, una partita di calcio però rimane sempre una partita di calcio. Quindi, visto che la mia squadra ha perso di un goal, a Lumen prometto che tornerò presto, magari con i Mongi boys, che con i piedi, a forza di partitelle al parco, stanno diventando bravini..

colonna sonora: Before we knew the cross, Ecovillage 

PS: Ringrazio di cuore Federico, Giacomo, e i due Marco per il tempo che mi hanno dedicato. A Giovanni, Jacopo e Mahel, che ho conosciuto a scuola e reincontrato da avversari sul campo da calcio, ne approfitto per chiedere per iscritto la rivincita. Infine, per tutti quelli che sono arrivati fin qui, spero che il mio racconto abbia fatto capire loro qualcosa in più di quello che sapevano di cosa significa vivere in ecovillaggio. E mi auguro che che abbia anche stimolato domande e riflessioni sul modo di vivere e di abitare di ciascuno di noi.

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BenvenutiArriviamo allo Spazio del Mutuo Soccorso che è già buio, seguiamo un ragazzo che illumina la strada con un faro da cantiere, entriamo nel grande cortile su cui si affacciano quattro vecchie palazzine anni Trenta. Nonostante la poca luce si intravedono muri coperti da grandi opere di street art.
Facciamo un cerchio intorno a Rossella, 26 anni e un forte accento milanese, che ci racconta la storia di questo posto dove l’eleganza dell’architettura della tarda Belle Epoque si è fusa con il degrado esteriore cresciuto dopo l’abbandono dello stabile.
A causa le condizioni pessime degli alloggi e della totale assenza di manutenzione, questo complesso di proprietà di una grande immobiliare si è infatti pian piano svuotato degli abitanti, in un processo che è durato buona parte degli anni Ottanta, come testimonia una copia del Corriere milanese trovata in uno degli appartamenti e datata 1987. Quando due anni fa i ragazzi del vicino centro sociale Cantiere insieme al Comitato Abitanti di San Siro hanno occupato questi spazi, oltre alla copia ingiallita del giornale hanno trovato solo la signora Albertina, l’unica inquilina che era rimasta, che ancora adesso a Natale porta agli occupanti il panettone, nonostante si sia trasferita in un altro posto.

Allo Spazio del Mutuo Soccorso  oggi abitano un centinaio di persone, poco più della metà straniere, di cui venticinque nuclei familiari stabili e altri ospiti temporanei. Questi ultimi sono soprattutto persone in emergenza abitativa, sette nuclei attualmente, alloggiati nella Casa Polmone, una soluzione “di passaggio” che offre accoglienza temporanea ma anche un’opportunità di sensibilizzazione civica data dal coinvolgimento attivo degli ospiti nel modello di autogestione. Oltre a Casa Polmone, altri due appartamenti tipo foresteria sono riservati a volontari e attivisti di fuori Milano che vogliono conoscere meglio lo Spazio e collaborare alle diverse attività che vengono organizzate.

Io sono arrivata qui insieme a un gruppo misto di ricercatori che partecipa al convegno organizzato da Tracce Urbane al Politecnico, che prevedeva anche un tour in autobus tra alcune esperienze milanesi di abitare collettivo, un pomeriggio di “turismo etnografico” come lo ha definito un collega.

Rossella ci racconta la genesi di questa esperienza collettiva che si sviluppa all’interno del movimento di lotta per la casa e rivendica il diritto all’abitare e il diritto alla città di persone che provano a rispondere alla precarietà attraverso pratiche dal basso di solidarietà e di mutuo soccorso. All’occupazione come sistema per sottrarre immobili abbandonati alla logica della speculazione immobiliare, si affianca l’autorecupero, utilizzato per ristrutturare gli appartamenti e gli altri locali aperti alla città, e l’autogestione, il modello organizzativo su cui si regge l’esperienza: queste tre caratteristiche, cementate insieme dalla logica del mutuo soccorso, sono l’ossatura intorno alla quale si sono sviluppate le attività ospitate dallo Spazio di Mutuo Soccorso e che ne fanno, a parer mio, un modello di “condominio produttivo” particolarmente interessante, stimolato dalla capacità di integrare insieme spazi abitativi e spazi per servizi e attività collettive aperte anche a chi vive altrove.

Suddivisi in gruppetti di sei o sette persone, iniziamo la visita guidata agli spazi del Mutuo Soccorso, per capire meglio come si concretizza l’idea di questo condominio produttivo. A noi ci porta in giro Mauro, un giovane zapatista con i lunghi capelli raccolti a coda che gli escono dal capellino della Quechua, che da vent’anni fa militanza politica e che a fine visita tornerà a Sesto San Giovanni dai suoi due bambini. Entriamo nel locale del GASP, il Gruppo di Acquisto Solidale Popolare creato da alcuni residenti del quartiere. Negli scaffali appoggiati alle pareti verdi ci sono cassette da frutta, bottiglie di vino, pacchi di riso. Questi prodotti, come anche i formaggi, la carne, gli ortaggi e molte altre cose che vengono acquistate collettivamente arrivano dalle aziende del Parco Sud di Milano, secondo la logica della filiera corta; per altri, gli agrumi ad esempio, stanno cercando fornitori da fuori, come testimonia la cassa di limoni sul tavolo all’ingresso che gli ha mandato da provare un produttore siciliano. Il principio del Gruppo di Acquisto Solidale è comprare insieme direttamente dal produttore, privilegiando aziende biologiche e locali, con un approccio critico al consumo, che salvaguardi i piccoli agricoltori. L’aggiunta dell’aggettivo “popolare” pone l’accento sulla matrice “proletaria” di questo Gas, che opera con la volontà di offrire prodotti di qualità a un prezzo più basso di quello dei supermercati. Questo per contrastare la deriva “radical chic” che ha investito il pianeta cibo e che rischia di stravolgere l’idea di partenza dei Gas, basata su l’acquisto di cibo sano e prodotto localmente a un prezzo equo, sia per chi lo produce che per chi lo consuma. Il prodotto nei Gas – ci spiega una signora che fa parte del gruppo promotore – non è visto solo come una marce, ma assume significato in quanto capace di attivare uno scambio di relazioni tra le persone che vi partecipano: oltre a benefici alimentari e economici per il singolo, far parte di un Gas produce a livello macro benefici sociali, culturali e ambientali che lo rendono un’attività particolarmente adatta ad essere ospitata dalla Spazio di Mutuo Soccorso.

Una connotazione popolare ce l’ha anche la palestra Hurricane, autogestita come il Gasp, che consente con un contributo di 10 euro al mese, comprensivo di assicurazione, di frequentare i tanti corsi disponibili (tra cui aerobica, danza del ventre, pugilato, muay-thai) tenuti da insegnanti professionisti volontari e di usare gli attrezzi e le macchine, tutte donate gratuitamente da cittadini sensibili. Più di 150 persone frequentano la palestra, mentre sono circa 70 gli iscritti a Unipop, l’università popolare ospitata al terzo piano, dove ha sede una scuola di musica, una scuola di lingue e dove si tengono varie iniziative di autoformazione per gli insegnanti e di approfondimento per tutti gli interessati. Al pubblico più giovane è dedicato lo spazio della Banda dei Pirati, con le pareti macchiate alla Pollock dai bambini, in cui è attivo uno spazio per laboratori, un doposcuola e una sala giochi, presidiati da educatori appassionati e anche in questo caso volontari.

C’è anche la ciclofficina Staffette Partigiane qui al Mutuo Soccorso e un mercatino di scambio C-Rise gestito quasi totalmente dagli abitanti, sulla base di regole molto chiare: all’interno dei locali del mercatino i vestiti, i libri e i giocattoli sono tutti sistemati in ordine, perché il primo comandamento è che bisogna segnare sempre tutto, è importante sapere quante cose arrivano e chi le riceve, per favorire la rotazione di più persone in un meccanismo di comunicazione trasparente. Il secondo comandamento è che cose rotte o inutilizzabili non vengono prese, e infatti la qualità dei prodotti è alta, e anche l’allestimento curato; la sensazione è quella di entrare in un negozio, ma un negozio particolare perché qui non si paga con denaro: il terzo comandamento infatti è che le transazioni si basano sullo scambio di beni, niente soldi ma nemmeno niente regali. Uno dei presupposti di tutta la filosofia dello Spazio del Mutuo Soccorso è proprio la messa in discussione e la modifica dell’agire individuale, in funzione della formazione di una comunità, e anche il mercatino dello scambio risponde a questa logica: le parole scritte sul cartello all’ingresso fanno capire che è arrivato il momento di smetterla di cercare soluzioni individuali a problemi comuni, è necessario invece costruire meccanismi di solidarietà reciproca, che incentivino la collaborazione e oltre a soddisfare un bisogno costruiscano un nuovo modo di relazionarsi agli altri, che va in direzione di una vita insieme.

Come ogni altra comunità, per funzionare, anche lo Spazio del Mutuo Soccorso ha bisogno di regole, così tra i frequentatori dello Spazio di Mutuo soccorso, gli abitanti e chi ci lavora volontariamente vige il “patto di mutuo soccorso”, una sorta di regolamento interno sottoscritto dai partecipanti che prevede una co-responsabilità nell’autogestione degli spazi: dalle pulizie, ai turni di apertura, dall’organizzazione di eventi alle assemblee periodiche, tutti sono chiamati a partecipare e a dare il proprio contributo, sulla base del principio marxista “ognuno secondo le sue possibilità, a ognuno secondo i suoi bisogni” che ultimamente ho sentito piacevolmente ripetere più volte.

Oltre agli spazi aperti al pubblico e ai progetti di solidarietà, lo Spazio del Mutuo Soccorso però nasce per rispondere a un bisogno abitativo, e per molte famiglie è per prima cosa una Casa. Nella visita guidata entriamo anche negli appartamenti, tutti davvero belli, a partire dalle porte d’ingresso in stile inglese, colorate di un bel blu. All’interno le stanze grandi e ariose non hanno nulla a che vedere con le dimensioni medie di quelle commercializzate sui giornalini di annunci immobiliari, dove una camera doppia è un buco al confronto. Gli spazi sono curati, l’arredo e i quadri alle pareti non danno assolutamente l’idea di temporaneità. Pur con l’incognita di un possibile sgombero, ogni famiglia si è radicata negli spazi che le sono stati assegnati, lo sguardo degli abitanti verso le loro case è uno sguardo basato sul legame ha fatto notare qualcuno. Ognuno ha investito tempo e denaro nell’autorecupero degli alloggi: qualcuno ha spostato muri, rifatto pavimenti, altri si sono limitati a sistemare quello che non funzionava, a tinteggiare le pareti, a cambiare i rubinetti; tutti hanno messo a norma gli impianti e installato caldaie nuove in appartamenti che prima non avevano neanche il riscaldamento, sostenendo collettivamente le spese per queste opere. Oggi ogni famiglia per abitare qui non paga un affitto, ma, oltre alle bollette, contribuisce per quel che può a una cassa comune per le spese legali e le opere di manutenzione. Il risparmio rispetto ad una locazione sul libero mercato è di oltre il 90% e a questo, ragionando in termini economici, bisogna aggiungere il beneficio per la collettività derivante dall’aver riqualificato uno stabile abbandonato in pessime condizioni, che possiamo stimare in un investimento complessivo di 200mila euro, se valorizziamo anche le ore uomo impiegate nell’autorecupero. Inoltre, il fatto che al Mutuo Soccorso sia stato organizzato un sistema di welfare dal basso, fatto di tutti i servizi di cui ho parlato sopra, fa sì che il risparmio ottenibile qui rispetto ad abitare in un contesto tradizionale sia ancora maggiore: Liat Rogel a proposito dell’abitare collaborativo di Scarsellini l’ha stimato in 1.593 euro all’anno per una famiglia di due adulti e due bambini ; al Mutuo Soccorso, per la maggiore offerta di servizi collettivi, possiamo alzare la cifra di altri mille euro, sempre facendo calcoli prudenziali.

Quindi anche senza tirare in ballo i benefici sociali a livello di abitabilità, qualità dei rapporti di vicinato, rete di solidarietà, educazione civica eccetera eccetera, solo dal risparmio economico si capisce come il condominio-produttivo-autogestito modello Spazio di Mutuo Soccorso abbia delle potenzialità non trascurabili, e per questo debba essere studiato con attenzione. Fondamentale a questo proposito è analizzare bene i punti di forza, come il mix sociale – fatto di famiglie in difficoltà abitativa, di giovani militanti dei movimenti di lotta per la casa, di nuclei stabili e di persone di passaggio – e il mix funzionale – fatto dall’integrazione tra spazi per l’abitare, spazi per il lavoro e spazi per le relazioni – ma anche gli aspetti architettonici, visto che ha un suo peso anche la conformazione fisica del posto: edifici belli, indipendenti ma vicini, affacciati su un grande cortile comune che funziona come la piazza di un paese, nei quali, in ognuno, sono mescolate residenze autonome e spazi aperti alla città. E poi è necessario riflettere anche sulle criticità, in particolare il forte impegno in termini di tempo e disponibilità a collaborare richiesto sia agli abitanti che ai tanti volontari e attivisti, su cui si basa il buon funzionamento del progetto complessivo. Ma d’altra parte Bauman ci insegna che tra libertà e comunità c’è un trade off insanabile, e se si vuole vivere insieme a un po’ di autonomia, controllo e individualismo bisogna saper rinunciare.
In ogni caso, dopo aver visto tante esperienze diverse di abitare condiviso, mi sembra di poter dire che è nelle soluzioni più radicali che si trovano i germogli di innovazione più interessanti e che per coltivare una “primavera abitativa” forse è da qui che bisogna partire.

colonna sonora: El Pueblo Unido, Inti Illimani 

PS: grazie agli amici dello Spazio del Mutuo Soccorso, super efficienti anche a mettere online fotogallery e video interviste della giornata! Il materiale lo trovate tutto qui.

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livingCasaAcmosIl villaggio media, costruito per i giornalisti venuti da tutto il mondo per le Olimpiadi invernali del 2006, sorge su una storica zona industriale nella prima periferia di Torino, dove nel passato produttivo della città c’erano gli stabilimenti della Michelin, della Ingest e della Vitali.
Finiti i giochi olimpici invernali i giornalisti sono tornati ognuno a casa propria e i loro alloggi sono stati trasformati in case popolari.
Si tratta di un’infilata di palazzoni – i più alti sono torri di 21 piani – atterrati sulle macerie delle fabbriche, circondati da rotonde e centri commerciali, dove nel 2007 sono arrivate più di 500 famiglie, molte con bambini, ma anche diverse coppie di anziani.
Spina 3 è un quartiere che prima delle Olimpiadi non esisteva e che oggi fa fatica a costruirsi una sua identità, nonostante il campanile-ciminiera e il cristo pixelato sulla pala d’altare della chiesa firmata Botta gli abbiano dato una certa eco mediatica. Così come lo skyline del parco Dora, inconfondibile per i pilastri delle antiche ferriere della Fiat che si allungano verso il cielo come grandi alberi ossuti di un mondo androide, anch’esso entrato tra le mete turistiche dell’altra Torino. La maggior parte dei visitatori comunque continua a venire in queste zone solo per fare acquisti e approfittare delle offerte imperdibili con cui si danno battaglia i vari supermercati.

In una delle torri di corso Mortara, tra le 90 famiglie che qui ci vivono, ci sono anche i due appartamenti di Filo Continuo, la coabitazione solidale che Acmos ha avviato nel 2008, mettendo cinque ragazzi a vivere insieme, dando loro l’opportunità di guadagnarsi un’autonomia abitativa a prezzo scontato – 100 euro al mese per le spese della casa più 80 di cassa comune per internet e cibo, nel caso di Filo Continuo – in cambio di dieci ore a settimana di lavoro volontario di accompagnamento sociale con gli altri abitanti. Per spingere sul concetto di “abitare insieme” in un palazzo fatto di ventuno piani di tradizionalissimi appartamenti modello “one house, one family”, i ragazzi di Acmos hanno pensato di rivoluzionare la distribuzione degli spazi, suddividendo gli ambienti tra i due appartamenti, separati da tre piani di scale, come se in realtà l’appartamento fosse uno solo: e così hanno deciso di avere una sola cucina al terzo piano, mentre il salotto con internet e la lavanderia sono al sesto. Una scelta non proprio ordinaria, che costringe a una migrazione quotidiana i coabitanti, che devono scendere tre piani in pigiama per fare colazione e salirne altri tre per andare a fare la lavatrice o collegarsi a internet, sotto gli occhi stupiti degli altri inquilini.

D’altra parte la condivisione non è una scelta facile (seppure nella maggior parte dei casi consapevole e voluta) e per funzionare in termini di attivazione di meccanismi di socialità e mutuo aiuto, ha bisogno di un “design degli spazi” pensato per facilitare gli incontri e stimolare i rapporti personali. Essere obbligati a uscire di casa per farsi da mangiare è sicuramente un sistema efficace (anche se con poche prospettive di diffusione), ma esistono anche scelte progettuali più soft per stimolare gli incontri, come ad esempio prevedere scaffali di book-crossing lungo le scale comuni, come fanno nella coabitazione Sorgente, o attrezzare gli spazi davanti agli ascensori con divanetti, macchina del caffè e wifi libero, come ho visto nell’ostello sociale Zumbini6, o ancora liberare gli appartamenti dalle lavatrici e spostarle tutte in un locale comune (altra scelta tutt’altro che facile, considerando che la lavanderia comune è uno dei temi più dibattuti anche tra i gruppi di cohouser più affiatati).

Oltre ad un “design social”, la letteratura internazionale individua nella presenza di abbondanti spazi comuni un’altra caratteristica delle esperienze di cohousing, come ben riassume Francesco Chiodelli in un suo recente contributo.
Da questo punto di vista la torre dove vivono Clara, Domenico e gli altri coabitanti di Filo Continuo non è neanche male: ci sono due grandi sale comuni al piano terra, nelle quali una serie di associazioni organizzano il doposcuola, corsi di teatro, di musica e altre attività per i bambini, ma che sono usate anche dai residenti per cene e altri momenti di festa promossi dai cinque ragazzi di Acmos. E poi le sette torri sono collegate da un grande giardino interno sul retro, dove i bambini si ritrovano spesso a giocare, mentre i genitori possono chiacchierare tra loro e conoscersi.
Nei vicini palazzi di via Orvieto, dove vive un altro gruppo di coabitanti, di spazi comuni, sia al chiuso che all’aperto, non ce n’è neanche uno, nonostante gli edifici siano stati costruiti recentemente, negli stessi anni delle torri di corso Mortara. E la cosa sicuramente non facilita la conoscenza dei vicini e la costruzione di momenti di condivisione.

Un’altra caratteristica del cohousing è il protagonismo degli abitanti, sia nella progettazione che nella autogestione degli spazi comuni e delle attività collettive. Su questo le coabitazioni solidali hanno poco in comune con l’idea tradizionale di cohousing: promosse dal pubblico per tentare di migliorare contesti abitativi di edilizia popolare difficili, già esistenti e frutto di assegnazioni basate su punteggi e criteri di accesso quantitativi, qui non c’è spazio per la partecipazione attiva dei residenti nelle scelte progettuali. In questo contesto dai confini un po’ blindati, la presenza dei coabitanti però consente di riuscire ad ottenere dal gestore delle case popolari più spazi di manovra per piccoli lavori di manutenzione – ad esempio ridipingere l’atrio – o per organizzare attività comuni – come le pulizie del giardino o l’allestimento di un orto collettivo nelle aiuole incolte – o ancora per gestire gli spazi comuni, semplificando iter burocratici, accorciando i tempi e instillando alcuni meccanismi di autogestione in palazzi dove la gestione ordinaria spesso manca e dove far lavorare gli abitanti insieme è una forma molto efficace di accompagnamento sociale.

Chiodelli comunque riscontra una distanza tra letteratura e realtà, visto che non sempre queste tre caratteristiche ideali sono presenti nelle esperienze di cohousing realizzate; in particolare l’aspetto del coinvolgimento diretto dei futuri abitanti è raro, soprattutto in un paese come l’Italia, dove quello dell’abitare è un settore generalmente promosso da operatori privati, sia per tradizione imprenditoriale che ancora di più per il sistema di regole fissate dal pubblico. In altre realtà, ad esempio in Inghilterra, dove c’è una tradizione forte di pratiche di autocostruzione, da questo punto di vista è più facile avviare progetti promossi dal basso, sviluppati direttamente dai futuri abitanti. In Italia questo non accade neanche nell’autocostruzione, visto che anche questi progetti, quando riescono a partire, si trovano sempre a dover rispettare i tanti paletti tecnici previsti negli strumenti urbanistici, che normalmente fissano le dimensioni delle costruzioni, spesso anche la forma che queste devono avere e che assai raramente consentono di realizzare spazi diversi da quelli strettamente residenziali, i famosi spazi comuni indispensabili per creare modelli di abitare collaborativo.

Analizzando le esperienze concrete di cohousing, Chiodelli individua altre due caratteristiche che concorrono a definire il cohousing: la prima, legata al protagonismo degli abitanti, è riassumibile nel concetto di “vicinato elettivo”, ossia nel processo di autoselezione degli abitanti che caratterizza tutte le esperienze “pure” di cohousing, dove gli abitanti, quando non si conoscono già, si scelgono a vicenda, in un processo di conoscenza reciproca fondamentale per costruire il gruppo che dovrà abitare insieme.
Acmos, sotto questo punto di vista, fa un lavoro piuttosto strutturato di selezione dei futuri coabitanti, che approdano alla coabitazione dopo diversi passaggi: dalla partecipazione ai Gruppi di Educazione alla Cittadinanza, al lavoro nelle scuole, alla frequentazione di Casa Acmos. Inoltre i vari responsabili – che per scelta progettuale vivono dentro la coabitazione – incontrano anche singolarmente gli aspiranti coabitanti, per testare la loro predisposizione a un’abitare che acquista significato fuori dalle mura domestiche, in relazione alla capacità di stabilire relazioni di vicinato. Non è propriamente “vicinato elettivo”, ma qualcosa di non troppo diverso, a mio parere. Che tra l’altro, per come è concepito, protegge queste esperienze anche dal rischio che corrono i cohousing di trasformarsi in comunità chiuse.

Il lavoro preparatorio di Acmos è molto importante anche per il quinto aspetto che caratterizza i cohousing, ossia il retroterra comune di valori dei cohouser, che ha una sua centralità nella scelta di vivere in un cohousing. Si tratta di valori legati alla solidarietà, al mutuo aiuto, alla condivisione, ma anche alla convivialità e alla socievolezza, rafforzati da un pensiero economico che promuove idee di riciclo e riuso, rispetto dell’ambiente e della natura, mobilità lenta, acquisti collettivi e consumo critico. Un pensiero che vive nell’economia di mercato, ma che critica diversi aspetti del sistema capitalistico e che li combatte in prima persona, promuovendo stili di vita alternativi. Casa Acmos, ad esempio, che è la prima esperienza di coabitazione di Acmos, nasce proprio per consentire ai giovani di sperimentare una propria autonomia abitativa, sviluppando uno stile di vita sobrio, inclusivo e sostenibile, in un progetto di “disintossicazione dal consumismo” che ha tantissimi punti di contatto con la filosofia del cohousing.

Tutto questo sbrodolamento per dire che il cohousing è un modello difficile da definire, dai confini mobili e declinato sempre in maniera diversa, di cui in Italia esistono solo pochissime vere esperienze, osteggiato dalla destra per ideologia e dalla sinistra per presunzione, ma che nel suo limbo definitorio si concretizza in una miriade di iniziative abitative, piccole e poco raccontate, che in ogni caso con la condivisione e con l’abitare insieme hanno molto a che fare. Penso ad esempio alle coabitazioni solidali, che hanno il grosso vantaggio di essere un modello testato (che ripara dalla paura di sbagliare che blocca le nostre amministrazioni) e facilmente ripetibile (oltre che anche economicamente autosufficiente). Basta volerlo ripetere.

colonna sonora: Infinite possibilità, La Crus 

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scorcioMarta attraversa la città in bicicletta di notte quando torna dal ristorante africano dove lavora per mantenersi, e in Africa ci tornerà presto, per raccogliere i dati per la sua tesi in antropologia, Rubèn, ciuffo lungo e scarpe da basket, si è trasferito a Torino da Ivrea, dove dove abitava in una comunità-famiglia con i suoi genitori, Alessandro si sta stirando la camicia perché domani ha un colloquio in una comunità di recupero che cerca uno psicologo, Clara si addormenta sul piatto dopo essere rientrata dall’allenamento al trapezio nella scuola di circo che frequenta mentre Francesca, che a Filo Continuo ha trovato anche il fidanzato, mi racconta che la spesa loro la fanno a turni con la cassa comune, cercando di acquistare prodotti a chilometro zero. Diego si è tatuato sul petto la data in cui è entrato in Casa Acmos e mi racconta perché non crede nella famiglia, mentre mischia tre o quattro cucchiai di yogurt greco al sugo di zucchine e pancetta che sta cucinando, Giulia trasuda entusiasmo mentre mi racconta cosa vuol dire essere un coabitante, e le parole le escono rotonde, senza gli spigoli dell’erre che le manca; Furio ha lo sguardo profondo, gli occhiali sottili e uno spirito anarchico che affiora delicato tra una chiacchiera e l’altra, Gaia si presenta con il piglio “da duri” di chi è abituato a sgomitare sotto canestro, ma si scioglie dopo un paio di bicchieri di birra, Ettore è arrivato dalla Liguria tre anni fa con il suo gruppo scout e poi non è più andato via, Isa vive in un affascinante palazzo del centro storico – con più di 200 anni di storia e un grande leccio nel cortile interno – costruito per i tessitori del re e che col tempo si è trasformato in un concentrato esplosivo di disagio sociale, Yassim è un ospite di passaggio, partito da Gaza per cercare di raggiungere suo fratello in Germania, Mika invece spera che gli venga accolta la domanda di asilo e di potersi fermare a Torino, e mentre aspetta va a scuola di italiano da Fabiana e Nicoletta, sul grande tavolo della cucina comune dove abitano i ragazzi di Casa Acmos e quattro rifugiati nigeriani.

Tutti loro, e poi Alessandro, Marco, Lidia, Martina, Daniele, Erica li ho conosciuti in ventiquattro ore super intense a Torino, dove sono stata per provare a capire come funzionano le coabitazioni solidali, ossia esperienze abitative promosse dal pubblico con la partecipazione del privato sociale, nelle quali vengono inseriti in contesti abitativi difficili di edilizia popolare ragazzi giovani che, in cambio di uno sconto sull’affitto, offrono gratuitamente una decina di ore a settimana del proprio tempo a beneficio dei residenti, lavorando su abitabilità, accompagnamento sociale e relazioni di vicinato.

Oggi a Torino le coabitazioni solidali sono sette, gestite da associazioni e cooperative. Io ho visitato le tre di Acmos: ai Tessitori sono andata per il té del pomeriggio, a Filo Continuo ho assaggiato per la prima volta un arrosto di pesce, guardando il sole tramontare dietro le colonne di ferro, monumento di archeologia industriale simbolo del parco Dora, a pranzo invece sono stata a Sorgente, a chiacchierare di occupazioni e di Emidio Clementi. La notte mi hanno ospitato a Casa Acmos, la prima esperienza di coabitazione di Acmos, che nel 2001 aveva attrezzato un appartamento dentro una vecchia fabbrica di pneumatici abbandonata alla periferia nord della città, per consentire a giovani con lavori precari di sperimentare una propria autonomia abitativa, dividendo le spese con altri e promuovendo uno stile di vita sobrio, inclusivo e sostenibile, in un progetto di “disintossicazione dal consumismo” che fa parte dei valori fondanti dell’associazione. Per i più giovani Casa Acmos – un tavolo quadrato attorno al quale si possono sedere anche venticinque persone, una grande cucina attrezzata con mobili di recupero, libreria comune in corridoio e tre camere da letto ricavate in quelli che erano stati gli uffici della Ceat – funziona, l’idea di abitare comunitario piace, per espanderla Acmos ne parla con le istituzioni e trova nel Comune di Torino il partner giusto con cui costruire un progetto sperimentale di coabitazione solidale. Il Comune propone ai ragazzi una sfida impegnativa, il test infatti viene effettuato su un edificio vecchio e degradato con 160 mini appartamenti Erp, diventato negli anni una specie di ghetto in pieno centro storico, un microcosmo di delinquenza e forte disagio sociale: gli appartamenti cadevano letteralmente a pezzi e man mano che chi ci abitava moriva rimanevano vuoti, perchè troppo malmessi. Così dieci di questi, tra i più piccoli e i più distrutti, vengono affidati ad Acmos, che dopo averli risistemati gli metterà dentro altrettanti suoi ragazzi, per provare a stabilire contatti positivi con gli altri abitanti, cercare di ridurre i conflitti interni e il vandalismo dilagante. Isabella, 31 anni, una laurea in filosofia e uno stipendio che non arriva ai mille euro, è da un anno che fa parte della comunità dei Tessitori (il nome con cui sono chiamati i coabitanti di via San Massimo) e nel suo mini appartamento di 30mq, con letto a soppalco e finestre ariose che danno sul grande cortile interno, ci starà un altro anno. All’associazione versa un contributo di 225 euro al mese, che serve a coprire l’affitto e le altre spese condominiali. È la responsabile dei Tessitori, vista la sua lunga esperienza di abitare comunitario: dopo i primi tre anni in Casa Acmos, ha abitato due anni in Cascina Caccia, un bel casolare confiscato alla mafia a mezz’ora dalla città, che ospita un’esperienza mista di coabitazione e produzione agricola, e altri tre anni a Filo Continuo, dove, in una torre popolare di 21 piani, Acmos gestisce due appartamenti: qui i cinque ragazzi che ci vivono, consapevoli che coabitare vuol dire innanzitutto “abitare insieme”, hanno deciso di avere una sola cucina al terzo piano, mentre il salotto con internet e la lavanderia sono al sesto. Scomodità logistica (scendere tre piani in pigiama per fare colazione non è proprio la norma nelle case italiane!) che ripaga in termini di socialità, coesione e condivisione, sia all’interno del gruppo che nel lavoro di buon vicinato con gli altri inquilini.

Nel 2006, quando i primi Tessitori sono entrati in via San Massimo, hanno iniziato a lavorare sui rapporti di buon vicinato uno a uno perché il contesto era veramente difficile: un saluto per le scale, due chiacchiere in ascensore o l’invito a prendere il caffé insieme sono state le principali attività dei coabitanti per tutto il primo periodo. Col tempo è diventato più normale anche ricevere una risposta al saluto per le scale o sentirsi bussare alla porta per domandare una tazza di zucchero in prestito, così, sulla spinta dell’entusiasmo, i Tessitori hanno attivato il doposcuola per i dieci bambini del palazzo (anche se ci abitano soprattutto persone sole di una certa età), hanno iniziato a organizzare il cineforum nell’atrio, giornate di pulizie collettive, il pranzo di Natale e hanno sperimentato anche delle gite tutti insieme. Agli aperitivi in cortile all’inizio partecipavano in pochi, quasi tutti stavano a guardare quello che succedeva dalla finestra, poi pian piano la diffidenza si è sciolta e adesso ognuno contribuisce portando qualcosa, chi le sedie, chi i tavoli, chi la musica chi da bere o da mangiare.

Oltre a ridurre la conflittualità interna, l’altro grande obiettivo del progetto era lavorare sull’identità del posto, partendo dalla cura e dalla pulizia degli spazi. Ma non è semplice lavorare sulla cura del posto se l’ambiente intorno avrebbe bisogno di seri lavori di manutenzione e se il tema della casa popolare non è per niente di moda nel dibattito super attuale sui beni comuni. Anche in questo caso la strategia dei Tessitori di procedere per piccoli interventi, con cui avvicinare l’ideale abitativo alla situazione reale, qualche risultato però l’ha portato: la posa delle rastrelliere per le biciclette è stato uno degli “eventi” più partecipati, le panchine in cortile sono state accolte da un applauso collettivo da tutte le finestre, e l’idea di trasformare la grande aiuola incolta in un giardino profumato e in un orto di piante commestibili ha visto imbracciare la zappa anche persone che non erano mai scese in cortile.

Come nel caso delle piante, anche l”abitabilità è qualcosa che cresce adagio, che va coltivata con cura e a cui bisogna dedicare tempo e competenze. Oltre all’investimento personale occorre però anche qualcos’altro, indipendente da ogni buona volontà: se i semi vengono piantati nella sabbia da cantiere, ad esempio, è difficile che nasca qualcosa; magari non serve che la terra sia biologica, magari un po’ di sabbia e sassi non fanno niente, ma bisogna mescolarci anche del terriccio più fertile. In via San Massimo il terriccio sono i dieci coabitanti, rispetto ai 160 alloggi troppo pochi per realizzare quel “mix sociale” indispensabile a costruire un’abitabilità riconoscibile come bene comune: da quello che capisco, quando le pietre in un campo sono troppe, qualcuna bisogna spostarla, se in quel terreno si vuole far crescere qualcosa.

Nota: l’immagine è uno scorcio del palazzo di via San Massimo; la fotografia è stata scattata mentre salivo le scale per andare a prendere il tè a casa di Isa. I contenuti del post sono una mia elaborazione personale delle chiacchiere con i coabitanti fatte nei due giorni passati con loro. Grazie a tutti della disponibilità.

colonna sonora: La casa (senza rete), Sergio Endrigo 

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