IMG_1924L’Adriatico riempie per oltre 400 chilometri il finestrino del treno che da Bari viaggia verso nord. La potenza del mare più snobbato di tutto il Mediterraneo è tale a guardarlo di qua del vetro che sembra che da un momento all’altro lo possa sfondare, inondando violentemente il vagone.

Sto tornando a Modena dopo tre giorni di sharing school a Matera e non riesco a staccare lo sguardo da tutta quell’acqua. Vorrei invece essere calamitata dallo schermo del computer, per scrivere qualche pensiero volatile che mi gira per la testa, alimentato dalle parole che ho ascoltato nelle ultime ore. Ci provo rubando al mare sprazzi ondosi di attenzione, ne viene fuori un vortice torbido di schiuma, alghe e salsedine che disorienta chi vi si immerge. Niente a che vedere con le acque cristalline del mar di Sardegna, delle coste ioniche o delle isole dell’Egeo, ma ogni tanto per ritrovare la strada bisogna perdersi. Ecco le mie riflessioni ancora umide:

Non un rischio ma una certezza
Il rischio che la sharing economy venga interpretata in chiave Silicon Valley non è più un rischio, ma un dato di fatto. L’orientamento al mercato incarnato in modelli di business costruiti intorno a piattaforme informatiche che consentono di intercettare clienti altrimenti improbabili corrisponde a una lettura individualista della condivisione: la relazione qui è solo un mezzo, viene utilizzata appunto strumentalmente per ottenere maggiori profitti. Ragionare in questi termini porta a dividere e isolare, piuttosto che a condividere e a costruire reti. Più che la collaborazione viene favorita la competizione.

La sharing economy ormai una definizione in Italia ce l’ha
Non si tratta di dare giudizi di valore, perché il punto non è questo. Ma ritengo che continuare a insistere sulla mancanza di una definizione di sharing economy e intanto continuare a raccontare le storie di piattaforme come Airbnb, Blablacar o Gnammo abbia portato il grande pubblico a identificare la prima con le seconde. E questo sicuramente non fa bene allo sviluppo dell’economia della reciprocità, che è tutta un’altra cosa.

L’economia della reciprocità
L’economia della reciprocità è un modo di guardare la realtà, un berillo intellettuale come l’ha definita Zamagni che risponde a logiche di giustizia sociale, è fortemente radicata sui territori, attiva le persone per sviluppare relazioni e progetti comuni. A questo paradigma corrisponde una lettura inclusiva della condivisione, che incentiva la partecipazione e sviluppa modelli innovativi di sviluppo locale; modelli caratterizzati da civic collaboration, orientamento all’interesse generale, open commons, in cui, investendo in relazionalità, la bilancia si sposta dalla condivisione verso la collaborazione. È quello che alla sharing school ci hanno in parte raccontato Christian Iaione, che prova ad applicare alle città il metodo sperimentale sulla gestione dei beni comuni della Ostrom, e Flaviano Zandonai, che insieme a Paolo Venturi ha appena pubblicato un libro sulle imprese ibride: imprese sociali di capitale, cooperative di comunità, startup a vocazione sociale, società benefit che sviluppano modelli di innovazione sociale costruendo community hub intorno ai quali rigenerare valore.
L’economia della reciprocità è un filone di studi economici che affonda le sue radici nella tradizione italiana dell’economia civile, che a partire da Antonio Genovesi, vissuto a Napoli a metà del 1700, ha letto l’intera economia e società come una faccenda di cooperazione e reciprocità. L’idea del mercato come insieme di rapporti di mutua assistenza, dove le relazioni interpersonali sono il fulcro, è ritornata in auge alla fine del secolo scorso, dopo sostanzialmente “duecento anni di solitudine” tra economia e socialità, come ha ben argomentato Luigino Bruni nel suo libro Reciprocità. Dinamiche di cooperazione, economia e società civile.

Questione di rete
Tornando al nocciolo della questione, se il web 2.0 è stata la tecnologia abilitante per sviluppare la sharing economy, mentre questa cresceva, la virtualità della Rete ha contribuito a distruggerne lo spirito originario: i venture capitalists americani in questa storia sono solo gli acceleratori di un processo market-oriented iniziato dentro il Web, regolato dal principio del buying cheap and selling dear che è alla base di molti business model delle imprese simbolo della sharing economy, nel quale dietro alla ricerca del profitto si è perso per strada l’obiettivo di costruire reti reali di persone in carne ed ossa.
Basti pensare al dibattito intorno agli scarsi meccanismi di tutela del lavoro e al rischio di elusione fiscale che accompagna ultimamente la narrazione sulla sharing economy, sintomo di un mercato – per dirla con Zamagni, – incivile, escludente, che acuisce le diseguaglianze invece di combatterle.
Per costruire un mercato civile, in grado di dilatare gli spazi della civitas, bisogna tornare al territorio, attivare le persone che ci vivono, aggiornare il concetto di comunità e riscoprire la “coscienza dei luoghi”, come ci insegna con grande acume Giacomo Becattini nel suo ultimo libro.
Questo non vuol dire demonizzare Internet, anzi: le reti virtuali sono uno strumento chiave per sviluppare un modello di mercato civile, fintanto che rimangono ancorate al territorio; e questo sostanzialmente dipende dagli obiettivi che stanno dietro all’uso del Web.

Sostenibilità vs profittabilità
Nel confronto tra sharing economy e economia della reciprocità rientra anche il tema della sostenibilità: non si può infatti prescindere, in nessuno dei due casi, dal tema delle risorse, anche se anche su questo bisogna fare alcune distinzioni: la value proposition di Airbnb è accrescere la community per aumentare i profitti aziendali, quella dei Briganti del Cerreto accrescere la community per garantirsi la sostenibilità necessaria a generare valore sociale ed economico sul territorio.
È probabile che i venture capitalists, per la loro specifica mission, siano più portati a investire su Airbnb che sui Briganti del Cerreto. Quindi, come trovare le risorse che consentono anche alle imprese dell’economia civile di svilupparsi? La domanda meriterebbe risposte articolate (oltre a competenze molto più strutturate delle mie). Giusto per dare un piccolo contributo, lancio però una suggestione (per alcuni forse una provocazione) su questo punto: io penso che le risorse a favore delle imprese che co-producono valore sociale dovrebbero essere drenate da chi non produce valore sociale, secondo un sistema di tassazione progressiva costruito in base a un gradiente di impatto sociale. È la stessa logica di quei sistemi fiscali che ci ha illustrato Pigou strutturati per far pagare i costi ambientali ai soggetti che li producono, trasformando una quota dell’interesse individuale che determinati comportamenti producono nella tutela di benefici di carattere generale: in termini economici significa tassare che produce esternalità negative e sussidiare chi produce esternalità positive.
Provvedimenti di questo tipo non sono popolari perché si poggiano su una scelta esplicita e radicale di che cosa si vuole sostenere, che mal si adatta con lo spirito di mediazione e compromesso che contraddistingue l’azione politica, ma non per questo non possono essere proposti e sostenuti.

Il concetto di massa critica
Continuando il parallelismo, la massa critica ricercata da Airbnb è funzionale a far crescere il profitto. Per alimentarsi ha bisogno di riforme, con cui aggiustare il sistema vigente alle nuove declinazioni del modello capitalistico: la questione sulle regole sta infatti monopolizzando il dibattito mediatico sulle piattaforme di sharing.
La massa critica che vogliono coinvolgere i Briganti del Cerreto si differenzia per essere composta da persone con un volto e un’identità, e la scelta di strutturarsi in una cooperativa di comunità è emblematica di questo modello. La massa critica qui è funzionale alla creazione di un nuovo modello di convivenza, attraverso il quale avviare una trasformazione culturale della società. Sull’attualità della categoria politica della trasformazione, rispetto a quelle delle riforme e della rivoluzione tradizionalmente utilizzate in Europa per designare il cambiamento, mi rifaccio alle parole del filosofo Roberto Mancini che nel suo libro Trasformare l’economia spiega come “trasformare è diverso sia dal mero riformare un sistema per mantenerlo, sia dal cercare di abbatterlo con la violenza in un’epica giornata”.

Non solo forma
Potrebbe sembrare alla fine di questo ragionamento che la mia sia solo una questione formale, su quali termini sia meglio utilizzare nel dibattito italiano sulla sharing economy. Ma a mio parere la forma in alcuni casi diventa sostanza: nell’era dello storytelling raccontare la sharing economy non è più produttivo per sviluppare ecosistemi collaborativi in grado di produrre valore condiviso. Quindi se si vuole sostenere veramente la collaborazione e generare impatto sociale oltre che valore economico bisogna aggiornare il vocabolario: su cooperazione, mutuo aiuto, economia civile l’Italia può insegnare a parlare anche agli americani, gli inglesismi per una volta lasciamoli da parte.

colonna sonora: Telefonami tra vent’anni, Lucio Dalla (interpretata da Rocco Papaleo, Alessandro Gassman e Luigi Lo Cascio nel film Il nome del figlio)

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6eea14220066edf49ce5d482721c2a37G. è a casa con febbre, tosse, raffreddore e sprazzi di mal di pancia. Si cura prevalentemente con dosi massicce di iPad, in situazioni normali contingentato a casa Pitton, ma sfoderato senza remore nelle emergenze.
Oltre ai sintomi dell’influenza ha pure un dentino che gli dondola. Il secondo, se non contiamo i due incisivi di sopra che ha perso due anni fa sbattendo la faccia contro il cancello dell’asilo e che non sono ancora ricresciuti, lasciandogli un sorriso asimmetrico, fatti di tanti pieni e un inusuale vuoto per un bambino della sua età.
Il dentino traballante è da togliere, sia perché balla davvero tanto, sia perché quello sotto è già spuntato e rischia di crescere storto per colpa di quello vecchio che non vuole cedergli il posto.
Sembra però che nessuno riesca nell’impresa, alimentando di giorno in giorno una leggenda degna di quella della spada nella roccia.
Aspiranti Artù si improvvisano ieri pomeriggio D. e M., fratelli più grandi del malaticcio G., rispettivamente infermiere scelto e dottore specializzato in dentologia.
M. si conquista il titolo di dottore senza fatica, avendo dato prova in passato di estremo coraggio e risolutezza nello sradicarsi da solo i suoi denti da latte, dopo essersi isolato in una camera separata per raggiungere la concentrazione necessaria. D. è comunque soddisfatto del ruolo subalterno ma indispensabile di assistente alla poltrona (nel caso specifico più che di poltrona sarebbe più corretto parlare di divano, visto che è lì che giace G., in attesa dell’operazione), visto che il suo trascorso in materia di denti è più prosaicamente costellato di episodi di terrore acuto, attacchi di paura distillata e pomeriggi a bocca aperta ad aspettare la caduta spontanea, con conseguente sovra produzione di saliva e anchilosamento della mascella, tutti fattori che hanno pesantemente influenzato la scelta del piccolo G. di richiedere a gran voce il temerario M. come suo dottore personale.
Detto questo, vale la pena aprire e chiudere una parentesi per sottolineare l’accuratezza mai vista prima nelle operazioni di lavaggio delle mani dei due dentologi in erba: sapone solido, sapone liquido, olio di oliva, detersivo per i piatti, risciacqui con il colluttorio, spugne, spugnette e spazzolini di ogni foggia sono stati impiegati per rendere le mani idonee all’intervento, durante una bath session a ritmo di musica di almeno quindici minuti.
Al momento di entrare in azione però tutta la tranquillità esibita da G. fino a quel momento svanisce di colpo e i suoi dentini, per uno strano incantesimo, si chiudono in una morsa impenetrabile.
Segue un’ora abbondante di contrattazione estenuante, fatta di svariati tentativi di persuasione – dall’offrire al paziente una serie di bicchieri d’acqua con cui ammorbidire la stretta (ma che come effetto collaterale mandano G. in bagno a fare pipì tre volte) all’uso del ghiaccio per anestetizzargli la bocca, dallo spennellamento di miele sul palato per fargli arretrare la lingua al classico rimedio del filo attaccato alla porta, dall’idea di giocare a basket tramando di colpirlo sul labbro con una pallonata a quella ancora più violenta di tirargli direttamente un cazzotto ben assestato – che però non riescono a bucare la fiducia del più piccolo dei tre, che si sottrae di volta in volta agli attacchi dei fratelli adducendo iperboliche scuse (basta, smettetela che io ho così tanta febbre che non mi si apre la bocca), improvvisi bisogni fisiologici (Alt, time, ho la cacca!), divieti perentori (voi non mi staccate niente, nè oggi nè mai!) o soluzioni condizionali (va bene se lo facciamo domani, di mattina?)
Questa schermaglia porta allo sfinimento le parti: da un lato G., a cui quella situazione ha messo addosso sempre più ansia, dall’altro i suoi fratelli che alternano richieste gentili (Non avere paura piccolino mio) a vere e proprie implorazioni (Dai, ti prego, fallo per i tuoi fratelli), fino ad arrivare a minacce esplicite (Scegli tu: o ti stacco il dente o ti stacco la testa).
Ad accusare di più il colpo della “determinazione anti-dentista” di G. è però in particolare il tutto d’un pezzo dottore dentologo M., che a un certo punto, quando ormai è chiara l’impossibilità di riemergere da quella contrattazione paludosa, scoppia in un pianto inconsolabile, ululando alla luna e bagnandosi copiosamente di lacrime le guance. “Però io voglio staccare un dentino ogni tanto”, sono le parole con cui condisce la sua espressione disperata, mentre tira su col naso e singhiozza a fiumi.
Entra in casa in quel frangente il Mongi daddy, di ritorno dal lavoro. Trova M. in lacrime, G. con le orecchie basse, triste per il pianto del fratello e preoccupato per il suo dente, e D. un po’ defilato che cerca di trattenere sorrisini tra l’incredulo e il divertito.
Prendendosi paternamente M. sulle ginocchia, lancia allora una proposta per superare l’impasse: “G., ti prometto che vado a prendervi il gelato se fai provare al dottore M. a toccarti il dentino”.
La parola “gelato” fa cessare i pianti come per magia e G. acconsente docile a farsi mettere le mani in bocca. Così, mentre io mescolo le zucchine e il Mongi daddy si toglie le scarpe, con rapida mossa e colpo da maestro, M. risolve in un baleno la questione ed esclama, trionfante e lapidario “Staccato, staccato, staccato!!!!”, sventolando nella mano sinistra il minuscolo dentino con la radice ancora sanguinante.
D. si affretta a portare soccorso al paziente un po’ stralunato, gli avvicina alle labbra un bicchiere d’acqua, gli porge un fazzolettino con cui tamponare la ferita e gli accarezza premurosamente la testa.
G. con il fazzoletto in bocca e il bicchiere in mano assiste all’accaduto ancora non del tutto consapevole, mentre D. e M. gli saltano intorno esultanti, gridando a turno “dentino, gelato, dentino, gelato”.
D., nella parte dell’allievo interessato, chiede lumi sull’operazione al maestro dentologo, che candidamente risponde “è stato facile, ho infilato le unghie sotto il dente e ho spezzato i nervetti con le mani”, e poi aggiunge, rivolto a G. “hai visto che non fa male con me?”. G., chiamato in causa, con la voce impastata dal fazzoletto azzarda un timido “un po’ malino si..”, a cui l’altro ribatte con un “dai Giovi, è solo una specie di tic, non è proprio un male, non devi neanche dire ahi!”.
Mentre i Mongi boys si scambiano profusamente baci (smack, smack) e abbracci (pat, pat), ringraziamenti (grazie Michi, vieni qui che ti do un’abbracciatona) e cortesie (prego Giovi, non c’è di che, mi fa sempre piacere staccare i denti a me), D. nella sua veste di fratello grande richiama saggiamente gli altri due all’evidenza dei fatti, ricordando al Mongi daddy la promessa del gelato.
Io nel frattempo assisto alla scena cercando di rimanere estranea, mi appunto sulla lavagna della cucina gli scambi di battute più evocativi e mi limito a riportare il tono della voce dei miei ragazzi a un livello accettabile, quando la concitazione della trattativa la spinge troppo in alto.
E con il senno di poi sarebbe stato meglio se avessi continuato a rimanere estranea. Mi spiego meglio: comprare il gelato risultava un problema, considerato che il Mongi daddy aveva il portafoglio vuoto e che la Mongi mummy (che poi sarei io) si era accorta in quel momento di aver dimenticato il suo in biblioteca qualche ora prima. Così i bimbi si sono lanciati a recuperare da salvadenai e cassettine segrete il necessario. Racimolato il gruzzolo, M. ha fatto per allungarlo al Mongi daddy che senza volere gli ha urtato con un gomito la manina aperta, facendo volare gli spiccioli in giro per la sala, tra un allegro ticchettare metallico. È seguita la fase del recupero, che ha visto tutta la Mongi family impegnata e chinata nello svolgimento delle operazioni.
Senonché, mentre mi rialzo compiaciuta con in mano una monetina da 1 euro e nell’altra una da 50 cent, sbatto con slancio contro lo spigolo della ribaltina della libreria rimasta inavvertitamente aperta e mi ritrovo gambe in aria e ghiaccio in testa, distesa sul vecchio tappeto afgano della sala. “Il gelato è rimandato a domani per cause di forza maggiore” recitano i titoli di coda di un fine giornata vissuto pericolosamente a casa Pitton.

colonna sonora: Dentist! (Little Shop of Horrors), Steve Martin

IMG-20160315-WA0007Al parco ho conosciuto una ragazza che mi ha detto che il giorno dopo avrebbe compiuto quarant’anni.

Forse avrei dovuto dire signora, che a quarant’anni non è che uno è ancora un ragazzo, ma quella signora ha circa la mia età e a me quando mi chiamano signora mi fa un effetto strano, per niente bello, così io i miei coetanei li chiamo tutti ragazzi, maschi e femmine, sperando che loro facciano lo stesso con me, quando mi incontrano.

Comunque questa ragazza l’ho incontrata che stava riempendo una borraccia di plastica trasparente viola alla fontana. Se fossi andata a prendere un caffè, non l’avrei incontrata di certo perché mi ha detto che al bar non ci va più. C’è stato però un periodo della sua vita, quando aveva circa ventisette anni, che invece al bar ci andava eccome, prendeva sempre un cannolo alla crema e un caffè d’orzo in tazza grande. Poi è successo che capitava spesso che entrasse al bar e che i cannoli alla crema fossero finiti, così le toccava prendere solo il caffè d’orzo perché non si attentava a uscire dal bar senza prendere niente dopo che si era accorta che nella vetrina delle paste i cannoli alla crema non c’erano più. Il problema è che il caffè d’orzo del bar ha un gusto amarissimo, piacevolissimo se miscelato con la crema del cannolo, ma improponibile se bevuto da solo. In ogni caso lei non aveva mai pensato di ordinare qualcosa di diverso dal caffè d’orzo quando nel bar non c’erano cannoli alla crema e nemmeno di ripiegare su un orzo piccolo, che si poteva buttare giù in un sorso solo, accorciando la sofferenza. Aveva invece deciso di non andare più al bar per non trovarsi in quelle spiacevoli situazioni, che quando le capitavano le rovinavano oltre il palato anche l’umore, almeno per una mezza mattina.

Da quella storia sul caffè d’orzo, i cannoli alla crema e la frequentazione dei bar avrei dovuto capire che c’era qualcosa di anomalo nel modo di ragionare di quella ragazza. Tanti anni prima, nel bel mezzo di una accesa discussione tardo adolescenziale, quella ragazza aveva spiegato l’incompatibilità comunicativa che ogni tanto scattava nel suo gruppo di amiche con la metafora dell’albero: tronco comune ma tanti rami diversi, alcuni dei quali crescono senza mai incrociarsi con gli altri. Lei capitava quasi sempre si trovasse su uno di quei rami indipendenti, tanto robusti quanto difficili da raggiungere. Dopo aver razionalizzato la cosa non è che le dinamiche del gruppo fossero cambiate, ma le sue amiche avevano uno strumento in più per gestire la relazione e la ragazza aveva acquistato consapevolezza del fatto che quello che a lei sembrava perfettamente normale, era ai più incomprensibile.

Non sto parlando di cose non così diffuse ma comunque plausibili come divertirsi a correre nel bosco, andare a prendere i bambini a scuola in monopattino, pranzare in cima all’half pipe della pista degli skateboard o avere sempre in borsa un coltellino Opinel a punta tonda con cui tagliare fettine sottilissime di mela.

E neanche di cose un po’ più strane, come tenere i finestrini della macchina aperti anche in autostrada, per paura che si blocchino le chiusure elettroniche e si resti intrappolati dentro, oppure temere l’attacco di uno squalo nuotando in piscina, essere terrorizzati dalla profondità del mare nonostante un brevetto da bagnina o ancora tentare la “scalata” dell’Empire State Building a piedi piuttosto che salire in ascensore.

Mi riferisco piuttosto a un fatto che mi ha raccontato davanti alla fontana, con la sua voce inconfondibilmente emiliana e lo sguardo un po’ asimmetrico. Mi diceva che aveva bisogno di un paio di pantaloni un po’ eleganti, per un’occasione di lavoro, e quindi era uscita per andare a comprarli. Si era tenuta un po’ di tempo per fare una passeggiata in centro e guardare le vetrine, visto che normalmente ci sfreccia davanti in bicicletta senza riuscire a mettere a fuoco niente, a parte la fiammata di colori che le attraversa il campo visivo lateralmente e si dissolve alle sue spalle mentre le gambe continuano a far girare i pedali.
Quell’incedere lento, a piedi, fermandosi spesso, le aveva fatto venire un po’ di formicolio intorno alle anche, una specie di prurito, sintomo forse di un’anomala intolleranza alla lentezza. Non è infatti che il suo abituale passo veloce o la sua pedalata fulminea derivassero da una reale necessità di essere a un determinato orario a un determinato appuntamento, piuttosto erano un suo modo di essere, dato dal gusto per la velocità auto-prodotta, che insieme al sudore liberava le tossine emotive bloccate sotto pelle. In ogni caso di pantaloni belli o quantomeno interessanti dal suo punto di vita, alcuni ne aveva trovati. Uno in particolare, nero opaco e con le tasche larghe, le sembrava quello più adatto a lei. Stava per entrare nel negozio quando dietro la porta aveva individuato la commessa, immobile come una sentinella su due tacchi sottili che la facevano sembrare ancora più magra. Il profilo marmoreo di quella figura proiettava un’ombra sinistra davanti ai piedi della ragazza, che incautamente si era presentata all’ingresso con indosso un paio di jeans bucati sul ginocchio e delle Tiger con la suola completamente consumata. Il suo senso di inadeguatezza era acuito dal fatto che una predisposizione genetica e i suoi trascorsi da calciatrice le avevano lasciato in eredità due “cosce a prosciutto” difficilmente addomesticabili dentro i pantaloni stretti che vanno per la maggiore adesso. Con la mano sulla maniglia, le si era fermata la saliva a metà dell’esofago, tanto quella situazione gliel’aveva resa densa. E le era tornato in mente quello che le succedeva al bar, quando i cannoli alla crema erano finiti e le toccava bersi l’amarissimo caffé d’orzo. Così aveva lasciato scivolare via la mano dalla maniglia e voltato le spalle ai pantaloni sotto scorta, tornando verso casa a passi svelti, con i suoi vecchi jeans bucati sul ginocchio. Da allora non era più entrata in un negozio accessoriato di commessi premurosi, per la stessa ragione che l’aveva indotta a stare alla larga dai bar.

A volte basterebbe scendere un po’ dal ramo su cui si è finiti, cercare un appiglio diverso e provare a salire da un’altra parte, magari optare per la combinazione “spremuta e panino al prosciutto” se i cannoli alla crema sono finiti, ma arrampicarsi sugli alberi non è una cosa che si impara dalla sera alla mattina. Se ci pensiamo bene, succede anche a proverbiali arrampicatori quali sono i gatti, di aver bisogno dei pompieri per scendere, quando si avventurano troppo in alto su rami isolati.

Detto questo, non so neanche come si chiama quella ragazza che è cresciuta su un ramo molto laterale, ma se in borsa ha un Opinel a punta tonda e la borraccia di plastica trasparente viola allora non ci sono dubbi, è lei. Chi la incontrasse le faccia i miei auguri di buon compleanno.

colonna sonora: Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale, Calibro 35 

Schermata 2016-03-03 alle 15.18.16Mi hanno chiesto di parlare di “partecipazione” nella rassegna di public talk organizzata da Active Community.
Sicuramente non farò una lezione sulla partecipazione, non è il contesto adatto e non penso nemmeno di essere in grado.
Piuttosto vorrei proporre alcune riflessioni che derivano dalla mia personale esperienza della città in cui sono nata quasi quarant’anni fa e in cui vivo tuttora e offrire dei suggerimenti per innescare cambiamenti che ritengo sempre più necessari.
Ragionando su come impostare l’intervento, mi sono accorta che l’immagine di Modena che prendeva forma mettendo in fila osservazioni su come la città viene usata dai suoi abitanti, risultava un po’ inquietante, ma dava luogo a un racconto anche molto interessante.
Per questo motivo ho pensato di scrivere le mie riflessioni e di pubblicarle in anticipo rispetto all’appuntamento pubblico del 10 marzo, sia perché leggendolo magari gli organizzatori cambiano idea e cercano un altro relatore, sia perché il tema è importante e l’occasione buona per avviare una discussione aperta sul futuro di Modena.

Prima di iniziare faccio una premessa: tutto quello che dirò lo dico perché Modena è un posto a cui voglio bene e a cui sono molto legata, pur essendo, oltre a una “piccola città”, anche il “bastardo posto” cantato da Guccini. O forse proprio per quello.
Inoltre sono un’inguaribile ottimista e penso che Modena abbia i numeri per innescare i cambiamenti positivi di cui ha fortemente bisogno. Il motivo per cui questi cambiamenti non avvengono è, a mio parere, che niente in questa città va poi così male, tutto più o meno funziona, la città è ordinata, non ci sono mai stati grossi scandali, e quindi perché cambiare?
In questo quadro di “ordine apparente”, la partecipazione è diventata superflua, ha assunto nel migliore dei casi le forme della consultazione, ma ha smesso di essere impegno civile, ha perso la spinta propulsiva che l’ha in passato resa uno strumento con cui perseguire la felicità pubblica. Non è un attacco a nessuno, è un fatto. Non serve fare polemiche su questo.
Questa situazione ha portato a un immobilismo e a una monotonia cittadina esasperata, in cui una scossa è assolutamente necessaria, se non vogliamo passare i prossimi anni a “piangere (inutilmente) sul latte versato”.

Ma in sostanza che cosa è successo alla partecipazione?

Da una parte la partecipazione è scaduta: magari, come per la farina scaduta, non fa venire il mal di pancia, ma comunque la gente guardando la data di scadenza preferisce non mangiarla. Questo è successo perché la partecipazione è stata usata come strumento di facciata, per dare l’illusione che i cittadini avessero voce in capitolo quando invece le decisioni erano già state prese a porte chiuse o ancora più frequentemente quando non sarebbero comunque state prese (restando a Modena, basti pensare all’esperienza tanto entusiasmante durante quanto avvilente dopo del progetto partecipativo delle ex-fonderie).
E visto che la partecipazione implica un grande impegno i cittadini hanno valutato che forse non valeva più la pena impegnarsi, a fronte di obiettivi non chiari e promesse che non venivano mantenute.

Carlo Ratti definisce questa “pseudo partecipazione”, una “base ingannevole”, ma allo stesso tempo uno “scudo socialmente accettabile” che viene usato per svilupparci dietro progetti già decisi, da non mettere nemmeno in discussione. La deriva di questa interpretazione è la cosiddetta “progettazione partecipata”, che già negli anni Sessanta si rivela come una via quasi a senso unico, fatta di questionari infiniti e di risposte svogliate rilasciate dalle parti interessate. Tutt’altra cosa rispetto all’energia magnetica creata da persone che si incontrano insieme, una forza dilagante, potente e incontrollata che cresce progressivamente e supera i limiti del controllo dall’alto.
Dietro questa doppia visione ci sta tutta la tensione tra apatia e anarchia che caratterizza da sempre la partecipazione, e che tante volte si è penosamente risolta nel grido collettivo“Non nel mio cortile!”, che paradossalmente ha molto più a che fare con l’individualismo che con la partecipazione.

A chi obietterà alla mia affermazione sull’“arretramento della partecipazione” dicendo che Modena continua ad essere un territorio caratterizzato da una grandissima ricchezza associativa, rispondo con l’invito a riflettere sulla differenza tra il concetto di “membership” – in continua ascesa – e quello di “partecipazione” – in declino costante: a Modena ci sono tanti soci, ma pochi partecipanti. E il problema è che la voglia di comunità, l’impegno per la felicità pubblica, il civil engagement si attivano nella partecipazione, costruendo rapporti interpersonali quotidiani, non nello spazio virtuale della membership.
La questione è seria, ne ha scritto molto (suscitando reazioni forti, come si addice ai temi che toccano nervi scoperti) il sociologo e politologo Robert Putnam, che in “Bowling Alone” ha mostrato come dagli anni Ottanta in poi, almeno negli Stati Uniti, si sia assistito a un costante declino di tutte le forme di impegno civile.
Più recentemente lo stesso Putnam – sempre quello che dopo un viaggio in lungo e in largo per la nostra penisola aveva decantato il senso civico e lo spirito comunitario caratteristico di regioni come l’Emilia Romagna – ha messo in evidenza come qualcosa forse stava cambiando: nel suo “Still Bowling Alone?” instilla il dubbio che il ciclo politico fatto di interessi individuali e obiettivi privatistici sia terminato e che lentamente si stia entrando in una nuova fase di impegno pubblico.

L’alternanza ciclica tra fasi di impegno pubblico e periodi di ritorno al privato è la tesi del libro di Albert O. Hirschman “Felicità privata e felicità pubblica”. L’economista tedesco illustra come questa alternanza sia guidata dalla delusione, che porta le persone a cambiare preferenze, fino a che si supera una soglia critica e il ciclo si inverte. Sull’applicazione di questo meccanismo a fenomeni contemporanei come la cosiddetta primavera araba o il movimento degli indignati ha scritto pagine interessanti Luigino Bruni, tra i massimi esperti di economia civile in Italia.
Bruni si insinua nel ragionamento di Hirschman mostrando le differenze tra l’impegno civile degli anni Sessanta e Settanta, guidato dalle ideologie, a quello attuale, in cui sono temi trasversali come l’ambiente, l’energia, il cibo e in generale l’attenzione per i beni comuni, a portare le persone a riscoprire il pubblico.
E se i beni comuni diventano la regola, il rifugio nel privato non funziona più, la gente riscopre i beni relazionali e si rimette in gioco assieme, nella partecipazione.

Sottolineo “la gente” perché quello che serve oggi è un protagonismo diffuso, voci libere, diverse da quelle di molti di quei soggetti che nel tempo si sono istituzionalizzati, hanno adottato le logiche del controllo e della legalizzazione tipiche degli organismi pubblici e in questo modo sono diventati troppo attenti a difendere i loro interessi particolari.
La gente è espressione di diversità, e solo la diversità può portare a una visione collettiva, condivisa e partecipata.

La diversità è strettamente legata alla struttura della città, da cui deriva l’importanza della disomogeneità del tessuto urbano, dell’intreccio di usi, della vivacità, del dinamismo, della varietà di soggetti interagenti, condizioni necessarie a formulare obiettivi condivisi per mezzo di processi partecipativi.
È quanto ci ha lasciato in eredità Jane Jacobs, che con i racconti delle sue “passeggiate urbane” ha mostrato l’importanza di un uso misto e diversificato dello spazio cittadino, per garantire alti livelli di dinamismo e vitalità nei quartieri. In questo senso la concentrazione del commercio nei centri commerciali, così come la concentrazione dei poveri nei quartieri popolari, la costruizione di quartieri residenziali tutti uguali, la zonizzazione in genere contribuiscono a sviluppare una monotonia strutturale che porta anche ad uno stallo culturale e sociale.

A questo proposto rimangono estremamente attuali le considerazioni di Bernardo Secchi sulla città dei ricchi e la città dei poveri, che mettono a nudo come le ingiustizie sociali si rivelino sempre di più nella forma di ingiustizie spaziali: la domanda di politiche di esclusione, la richiesta di barriere alimentano l’intolleranza, la quale a sua volta nega la prossimità, e quindi la partecipazione, in un circolo vizioso difficile da spezzare. L’antidoto proposto da Secchi è l’investimento in attrezzature e spazi pubblici, su cui costruire una nuova e adeguata proposta di recupero del collettivo, stimolando una partecipazione trasversale.

Oggi non c’è partecipazione perché non c’è urbanità, intesa come vita nella città. Per migliaia di anni la storia della città è stata la storia di un agire collettivo, in cui la partecipazione contribuisce allo slancio culturale più di quanto possano fare le azioni individuali.
Oggi il legame tra civitas e urbs si è spezzato, la città la maggior parte delle volte si limita a fare da sfondo al nostro agire, è diventata la somma di spazi privati, individuali, mentre dovrebbe essere un bene collettivo, costruita insieme ai cittadini.
In alcuni casi c’è un ordine superiore che guida il processo: è comune a tutte le nuove tirranie neoliberali non poter sopportare che i cittadini “usino “ la città (invece di consumarla soltanto); lo dimostrano le reazioni sconsiderate del governo contro i manifestanti di piazza Tahir, colpevoli di aver innescato la rivoluzione attraverso l’occupazione della piazza. È proprio il fatto di “aver ridato centralità al rapporto tra corpi urbani e spazi urbani” che, come ci racconta l’antropologo Franco La Cecla, scatena l’ira del tiranno, perché i movimenti di piazza restituiscono ai cittadini l’enorme potere della partecipazione: un potere che nasce da un senso di appartenenza ad una comunità, che per essere ricostruito ha bisogno di cittadini che si riprendano la città.

Un campo importante su cui provare a ricostruire il legame tra città e cittadini è la gestione dei beni comuni, intesi come beni pubblici relazionali. Su questo punto ci sarebbe molto da dire; per sintetizzare al massimo specifico che qui mi riferisco a quei beni comuni (come un parco, una piazza, ma anche una biblioteca, un campetto da calcio, una polisportiva) caratterizzati da non rivalità e non escludibilità nel consumo come i beni pubblici, ma che si riempono di senso solo quando vengono consumati insieme ad altre persone (un parco vuoto o una biblioteca senza utenti, pur rimanendo beni pubblici, tanto senso non ce l’hanno, perché mancano dell’aspetto di partecipazione comune), perché i beni relazionali si sviluppano solo tra coloro che partecipano all’interazione.
La gestione dei beni comuni relazionali ha bisogno di partecipazione diffusa (per raggiungere la famigerata massa critica), reti di collaborazione orizzontali, meccanismi aperti di condivisione delle informazioni, ha bisogno di una “cultura del noi” che si alimenta soprattutto nella società civile e in famiglia, investendo in particolare sui bambini.
Tutto questo Rifkin lo chiamerebbe il paradigma del “Commons collaborativo”, un modello di organizzazione economica sostenuto dalla “rivoluzione del costo marginale quasi zero”, che spinge sulla collaborazione per alimentare partecipazione e creatività a livello sociale, che utilizza la condivisione per gestire in maniera più efficiente le risorse, che sostituisce l’accesso al possesso, che promuove una logica peer-to-peer, mossa da un interesse non strumentale per la comunità, con cui temperare le forme più estreme di individualismo.

La diffusione della privatizzazione in tutti i campi della nostra vita, a partire dall’abitare, è infatti uno dei grandi nemici della partecipazione: non ci può essere partecipazione infatti dove non c’è comunità, e la comunità, che si forma con l’interazione, il fare insieme, si è persa dietro la ricerca ossessiva del possesso.
In una società dove la proprietà privata orienta tutti i nostri comportamenti, la partecipazione si è così trasformata in una forma di protagonismo, figlia dell’individualismo dominante.
È la logica difensiva di chi pensa “meglio io che un altro”, rispetto alla logica open che agisce in base all’idea “meglio io che nessuno”: da una parte l’obiettivo è emergere singolarmente, usare la partecipazione per raggiungere obiettivi individuali e non appena li si raggiungono chiudere in un cassetto partecipazione e condivisione per ristabilire rapporti gerarchici e logica del possesso. Dall’altra i driver sono collaborazione, autogestione, sviluppo di reti laterali e interesse collettivo, con i quali ricostruire un vero movimento sociale.

Per promuovere una partecipazione open, a mio parere bisogna fare alcune cose, le scrivo:

. incentivare la partecipazione spontanea, quella degli attori sociali senza nome, quella che privilegia le regole informali sugli apparati di norme e tecniche, quella che include tutti, quella che si sviluppa nel quotidiano, nell’uso dei parchi, degli spazi pubblici, della rete internet, delle attrezzature urbane. Pensandoci bene questo è un attacco ai poteri consolidati, che operano attraverso canali esclusivi, per i quali apertura e condivisione sono una minaccia. Non stupisce quindi che la partecipazione spontanea sia osteggiata se non a parole nei fatti da più fronti. Creare le condizioni per far nascere occasioni di interazione spontanea, combattere il crescente anonimato delle relazioni tra cittadini, rafforzare le forme di collaborazione spontanea sono possibili aree d’azione di una politica illuminata;

. lasciare che i cittadini si riprendano la città, che significa innanzitutto restituire alle strade la loro funzione sociale, come direbbe Jane Jacobs: la strada infatti dovrebbe favorire i contatti umani, promuovere una vita sociale a carattere pubblico, sviluppare anche tra persone che non si conoscono connessioni collaborative, fondamentali in caso di bisogno individuale o collettivo.
Il dominio automobilistico, che dalla strada si è diffuso alla politica, ha alimentato l’individualismo, l’isolamento e la diffidenza verso gli altri, ha spento il valore sociale della strada (oltre ad aver alimentato un diffuso senso di insicurezza e paura). Anche a Modena non c’è tanta luce da questo punto di vista: la politica delle rotonde, le strade urbane a scorrimento veloce, l’assillante preoccupazione del parcheggio, la levata di scudi contro ogni proposta di chiudere al traffico un’area, sono tutti esempi di come una città costruita intorno ai veicoli “tolga valore ai piedi umani” e paralizzi la possibilità dei cittadini di usare le strade nel senso proposto da Jane Jacobs;

. combattere la propensione generale (e molto rischiosa) a concentrarsi ciascuno sui propri ambiti di interesse, secondo una logica a silos, e al contrario incentivare i movimenti trasversali, l’incontro “orientato al fare” di categorie di soggetti tradizionalmente lontani tra loro.
Su questo l’arte e la cultura possono svolgere un ruolo chiave, in quanto capaci per loro natura di aggregare persone anche molto diverse intorno a una dimensione collettiva condivisa, quando invece oggi la partecipazione spesso è la manifestazione di preoccupazioni tutte individuali.
Favorire la contaminazione delle persone e delle idee, sviluppare ambienti di interazione aperti, dare ai cittadini la possibilità di agire e non solo di discutere, sono impegni che il mondo della cultura deve assumersi, per difendere la città dalle tendenze antisociali e stimolare la partecipazione attiva;

. adottare strumenti wiki che in sostanza sfruttano le potenzialità di Internet per raggiungere tante persone e permettere loro di collaborare insieme, sviluppare forme di partecipazione orizzontali, mobilitare l’intelligenza collettiva. Sul concetto di “wikicrazia” qualche anno fa ha scritto un libro che ogni amministratore pubblico dovrebbe tenere sul comodino Alberto Cottica, modenese di nascita e cittadino del mondo di adozione. È sua la frase “se vuoi cambiare il mondo, devi attivare le persone” e io sono pienamente d’accordo.

colonna sonora: Piccola città, Francesco Guccini

Sassuolo

IMG_2195-BNL’altro pomeriggio sono passata per Sassuolo. Non mi sono fermata, l’ho solo attraversata in macchina, più o meno da nord est a sud ovest, in mezzo alla nebbia e ai camion.

Mentre guidavo pensavo che in un posto così bisognerebbe girarci il nuovo Blade Runner, e mi immaginavo un moderno replicante, discepolo del maiuscolo Rutger Hauer, recitare, in mezzo al fumo delle ciminiere, tra un pallet di piastrelle e un guardrail ammaccato, lo straziante monologo ”Ho visto cose che voi umani”.

Era un bel po’ di tempo che non capitavo da quelle parti e mi auguro di non doverci tornarci presto. Tutto mi è sembrato così triste e insensato da fare paura.
Forse per esorcizzarla ho pensato di scrivere qualcosa su Sassuolo, ma non ci sono riuscita, mi escono pensieri feriti, come il paesaggio che ho visto dal finestrino.
Mi è rimasta addosso una sensazione di impotenza, una depressione ceramica, qualcosa da leggere come se fossero frustate:

File di camion
asfalto grigio
Piastrelle.

Il fumo delle ciminiere
lacera la tela bianca del cielo.
Piastrelle.

Resti di colline sotto la nebbia,
intorno
pilastri di cemento armato
scheletri di capannoni
puzza di gomma bruciata
pozzanghere d’olio
nessun pedone.
Piastrelle.

Forse siamo in guerra
o forse in Texas
[ho pensato]
tornando a casa.

colonna sonora: Blade Runner Blues, Vangelis

PS: questo post non ha niente a che fare con quello che normalmente scrivo sul blog. O forse sì. Forse Sassuolo può essere letto anche come una storia di (non) condivisione, nella quale il paesaggio apocalittico ha molto a che vedere con la “tragedia dei beni comuni” cantata da Hardin e approfondita da Elinor Ostrom.

PSS: grazie a Federico Zanfi per la fotografia.

IMG_20160219_001650Ci siamo trovati da soli, un pomeriggio di pioggia sporca, cielo bianco e aria pesante, giusto qualche giorno fa. Giusto io e Il-più-piccolo.
In casa non c’era nessun altro, il Mongi daddy ancora in ufficio, gli altri Mongi boys dai nonni, probabilmente incollati a una sedia di cucina con le gambe a penzoloni, gli occhi pallati e lo sguardo assente tipici della sindrome da fattanza mediatica, che colpisce tutti i bambini che vivono in case prive di televisione quando si trovano davanti ad un apparecchio che trasmette pubblicità.
[E visto che siamo in tema di televisione, mi concedo una breve digressione per precisare che quello che manca ai Mongi boys non è tanto Masha e orso o chissà quale altro cartone animato (visto che di questi tempi moderni i cartoni animati si possono guardare praticamente tutti su internet “on demand” anche senza avere la televisione in casa), ma le pubblicità bambino-oriented che la Tv trasmette tra una puntata e l’altra della scatenata bambina russa o dell’insopportabile maialina inglese: intermezzi commerciali suadenti che hanno fatto entrare in casa nostra oggetti altrimenti sconoscuti come i Polaretti, i Kinder Pinguì o la cartella delle Tartarughe Ninja e che fanno rispondere in coro i Mongi boys, quando gli dico che è ora di spegnere la tv e andare a casa: “Due minuti ancora, appena finisce la pubblicità veniamo”].

La casa era tutta per noi. Nessun rumore a disturbarci, se non il ticchettare incessante della pioggia sul tendone del terrazzo e ogni tanto il sibilo del frigorifero e una notifica di whatsapp.
Abbiamo buttato i vestiti bagnati nella doccia e ci siamo messi subito il pigiama, nonostante fossero appena passate le cinque. Poi ci siamo sdraiati tutti e due sul pavimento della sala, pancia a terra, mani sotto il mento, occhi alla stessa altezza, uno di fronte all’altro. Io avrei dovuto stendere, piegare una sporta piena di calzini e mutante, cuocere i ceci, pelare le carote, impastare il pane, svuotare la lavastoviglie e cambiare l’acqua alla nostra pesciolina Marina. E invece sono rimasta lì sdraiata per 75 minuti, a giocare a un gioco inventato sul momento dal Più-piccolo, e nel quale ogni momento cambiavano le regole.
Lui sembrava sicuro del fatto suo, non si è mai rimangiato la parola, non è mai tornato sui suoi passi, e per 75 minuti abbiamo giocato insieme a quel gioco assurdo, senza scopo, senza perché, scambiandoci vecchie lire, franchi francesi, cents inglesi, dracme e euro soprattutto in nichel, che erano usciti dal suo salvadanaio.
Muovevamo a turno, cinque passi in una direzione uno, cinque passi l’altro. Se la moneta di uno aveva un diametro più largo di quella dell’altro, quella moneta mangiava l’altra a volte, altre volte però succedeva il contrario, altre volte ancora nessuno mangiava nessuno.
Il criterio per mangiare è stato prima il diametro, a seconda dei casi o il più piccolo o il più grande, ma poi anche il colore (con l’oro che vinceva su tutto, anche se a volte era più forte l’argento), e un’altra volta il numero scritto sulla moneta, in una specie di roulette per decidere il da farsi.
Le monete si muovevano a un ritmo inconsulto, da una fila all’altra della scacchiera immaginaria tracciata sul parquet, sotto le nostra dita burattinaie.
Io sollevavo spesso dubbi sulla validità di una mossa o sull’applicazione di una regola, ma Il-più-piccolo aveva sempre la risposta pronta, e con pazienza e voce sicura mi forniva spiegazioni inappellabili.

Quando ho realizzato che era passata più di un’ora sono stata colta da attacchi di risa acuti, facevo domande sul gioco cercando di trattenere l’ilarità isterica che mi usciva dagli angoli della bocca, mentre pensavo alla sporta piena di calzini e mutande che mi aspettava di là in cucina. Il mio comportamento avventato ha messo a repentaglio il clima di incomprensibile serietà che si era creato nella stanza, rischiando di screditare tutto il gioco. Per fortuna, proprio nel bel mezzo di quella situazione imbarazzante ha suonato il campanello, Il-più-piccolo ha chiamato il “teim”, fonema anglo-dialettale usato per reclamare una pausa, io mi sono tirata su da per terra e mi sono sgranchita il collo che iniziava a risentiere della posizione arcuata tenuta durante la partita.,Il-più-piccolo intanto si è alzato per andare ad aprire la porta. È entrato Il-più-grande, che senza staccare gli occhi dalle monete sul pavimento, ha iniziato a chiedere a cosa stavamo giocando. Il-più-piccolo, trotterellando intorno al fratello che continuava a fissare il parquet mentre sparpagliava qua e là per la sala cartella, scarpe, giacca e cappello, ha preso a spiegargli le regole, io ho contribuito a infondere solidità alla spiegazione, con interventi puntuali e esempi pratici delle potenzialità dei movimenti delle monete. “Posso giocare?” ha chiesto dopo qualche minuto di quel sermone Il-più-grande al Più-piccolo. La risposta affermativa ha innescato un’ulteriore ora di partita tra i due Mongi boys. Alle sette e mezzo la cena era pronta, sono venuti a tavola assicurandosi che nessuno toccasse niente, che il match non era ancora finito.

colonna sonora: Aldo dice 26×1, nel finale di Siamo i ribelli della montagna, Ustmamò 

Invertebrati

Shark_Hirst2Che la giornata è stata stressante lo capisci alla fine, quando ormai la spesa è stata fatta, la tavola sparecchiata e la lavatrice svuotata.
Lo capisci in quell’intervallo di tempo che sta tra le pratiche di lavaggio denti e le operazioni di pigiamamento dei Mongi boys, che in una serata come questa sembra non finire mai.
È in quel limbo assordante che scivola infido oltre le nove che la tua mente realizza che non è poi stata una giornata qualsiasi quella di oggi, se sei dovuta andare a prendere a scuola a metà mattina Il-più grande in preda a un attacco incontenibile di mal di pancia, se tuo fratello ha preso al volo un aereo per Bologna perché le sue piastrine hanno smesso di riprodursi, se hai girato la chiave nel verso sbagliato e adesso l’armadio con tutti i tuoi documenti di lavoro non si apre più, se la caldaia è andata in blocco e in casa adesso ci sono 14 gradi, se il tuo telefono cellulare non fa più le foto, se tuo marito dopo cena è dovuto tornare a lavorare perché un suo collega si è dimenticato di fare il backup e se la spada laser del Più-piccolo si è spaccata a metà
È in queste giornate che diventa più probabile fare cose che sai benissimo non vadano fatte, che oltre a non essere utili sono dannose e che si attaccheranno ai tuoi ricordi come le zecche dietro le orecchie dei cani.
Lo sai che non ha senso, e lo capisci anche mentre provi a mettere in fila cosa è successo nella giornata con in mano il dentifricio per Quello-di-mezzo che sta urlando “Mamma, Giovi si è mangiato tutto il dentifricio!”.
E anche se sai tutto, se capisci tutto, decidi lo stesso di ascoltare Il-più-grande ripetere la lezione di scienze.
Così la classificazione degli animali stasera si è trasformata in una battaglia all’ultimo sangue tra lui che crollava di sonno e a cui uscivano dalla bocca parole disarticolate ed io che per sfogare il nervoso ho talmente calcato la penna sul foglio per sottolineare le caratteristiche degli invertebrati che l’ho trapassato.
Per venti minuti buoni abbiamo combattuto uno contro l’altro una battaglia sferragliante a colpi di echinodermi e celenterati, siamo inciampati a vicenda su anfibi e rettili, artopodi e anellidi; lo scheletro interno che ci distingue dagli invertebrati non è servito a proteggerci da affondi poco corretti e da puntualizzazioni ridondanti.
Quello-di-mezzo e Il-più-piccolo hanno seguito in silenzio, sotto le coperte, quell’assurdo spettacolo, che è finito per sfinimento, di colpo, dopo che Il-più-piccolo si è fatto coraggio e mi ha chiesto se Yoda di Guerre Stellari fosse un vertebrato o un invertebrato. Domanda ingombrante, che si è guadagnata tutta la pausa notturna in cui tirare fuori una risposta argomentata.

E con questo la storia per stasera è finita. Solo un appunto: in alcuni casi bisognerebbe poter schiacciare il pulsante “reset” e azzerare tutto, tornare di colpo al momento del lavaggio denti. Ma non si può. Domani chiedo scusa, confidando che nella ram dei Mongi boys stasera lo spazio di archiviazione fosse esaurito.

colonna sonora: Nubi di ieri sul nostro domani odierno (Abitudinario), Elio e le Storie Tese

Nota: nell’immagine The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living di Damien Hirst, 1991