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CasaNeturalTra qualche ora sarò a parlare di abitare collaborativo e economia della condivisone nello spazio Ovestlab, in via Nicolò Biondo 86 a Modena. Visto che non sono prettamente quello che si potrebbe definire un “gran oratore”, ho pensato di scrivere, per punti, quello che mi piacerebbe riuscire a dire, così, se per caso non si capisse tanto del mio discorso, uno potrebbe sempre andarsi a leggere le note scritte, che per me son cose importanti.

1.Innanzitutto stasera vorrei parlare di abitare collaborativo, chiarendo cos’è e nel frattempo fare vedere diverse esperienze concrete di progetti realizzati. In sostanza su questo punto dirò:

– non parlate(mi) di cohousing,
. perché è un termine troppo rigido per racchiudere tutte le varie esperienze di abitare collaborativo, condiviso, collettivo che stanno nascendo;
. e perché dietro al termine cohousing ci sono tanti pregiudizi, per nulla utili se si vuole diffondere questo modello. Pregiudizi che possono essere ricondotti a due ideologie, implicite nel pensiero di chi si riempie la bocca di cohousing: da un lato l’idea che il cohousing non sia nient’altro che una rivisitazione in chiave moderna delle comunità hippy anni Sessanta, dall’altro invece che vi si nasconda la forma della gated community, la cittadella fortificata dove le persone – generalmente ricche e radical chic – si rinchiudono per costruire la loro comunità chiusa, sorvegliata e protetta da qualsiasi indesiderata incursione esterna;

– filosofeggiamenti a parte, val la pena ricordare che il cohousing in sostanza non è niente di più che un gruppo di case con degli ampi spazi comuni a disposizione di chi ci abita;

– un’altra caratteristica del cohousing è il protagonismo riservato agli abitanti, sia nella progettazione delle case che nella autogestione degli spazi comuni e delle attività collettive.
Gli abitanti protagonisti richiamano alla mente la critica al “monopolio radicale dell’abitare”, formulata alla fine degli anni Settanta da John Turner, filosofo anarchico inglese che, di fronte al fallimento delle politiche per la casa, è diventato il più eloquente e autorevole difensore dell’abitare autogestito. A differenza del monopolio comune che si accaparra il mercato, il monopolio radicale rende la gente incapace di fare da sé, paralizza la produzione di valori d’uso non commercializzabili, come l’abitare, appropriandosi di quelle caratteristiche generali che fino a quel momento avevano permesso alla gente di cavarsela da sola, obbligano le persone a sostituire i valori d’uso con delle merci. Sulla base della sua idea di monopolio radicale, Turner propone il concetto di housing as a verb, ad indicare come l’abitare debba essere inteso come un processo, derivante dalla relazione tra persone, e non come un prodotto. Da queste riflessioni nasce la seconda legge sull’edilizia abitativa di Turner, secondo la quale “l’abitazione non è ciò che essa è ma ciò che essa fa nella vita delle persone”: in altre parole, ciò che la gente esige non si misura solo in termini di efficienza energetica, disposizione delle finestre, spessore dei muri, ma soprattutto tramite il grado di accessibilità a parenti e amici, alla comodità ai servizi, alla facilità di raggiungere il posto di lavoro, agli spazi di socialità, tutti fattori molto più umani che tecnologici, fondamentali per raggiungere un buon livello di abitabilità;

– per tutti questi motivi l’autogestione e l’autoselezione degli abitanti sono caratteristiche indispensabili per creare contesti di abitare collaborativo,

– che in ogni caso si sostanzia in un diverso diritto ad abitare, “un autre type d’habit, basé sur la participation, la convivialité ed la solidarieté” come si legge sul sito della cooperativa CoDHA di Ginevra, la quale, insieme all’associazione Mill’O ha realizzato, dove meno te lo aspetti, un progetto di abitare collaborativo del quale ci racconta Cristina Bianchetti nel libro Territori della condivisione.

2.Poi vorrei riflettere sul perché ultimamente di abitare collaborativo se ne parla così tanto, e quindi raccontare come:

– la crescita di esperienze di abitare collaborativo è sicuramente legata al boom della condivisione, che si sviluppa, forse più che per ragioni economiche, per combattere l’alienazione dell’uomo moderno, l’”angoscia dell’individualizzazione” di cui ci parlava Bauman, contro la quale le persone cercano di costruire legami sociali e relazioni di prossimità;

– sicuramente il cohousing è visto come un possibile nuovo sistema di protezione con cui fronteggiare le principali trasformazioni sociali in atto: invecchiamento, immigrazione, sfaldamento della famiglia nucleare, precarietà del lavoro, in un contesto di crisi economica e di arretramento del welfare state;

– ma è anche una reazione ai mutamenti sociali causati dal boom industriale degli anni Cinquanta e Sessanta, che ha portato ad una migrazione massiccia verso la città a cui si è risposto con un’edificazione di massa per nulla attenta al benessere della persona, che ha finito per produrre, tra le altre cose, una rissa condominiale ogni 5 minuti, secondo i dati riportati nel libro di Antonio Galdo “L’egoismo è finito”;

– le nuove forme di stare insieme rispondono a logiche pratiche, all’esigenza dettata dalla crisi di fare in tanti perché da soli certe cose non ce le si potrebbe permettere, di mettersi insieme per rispondere a esigenze quotidiane che non trovano risposta nel welfare pubblico, e che le risposte le cercano fuori dal mercato e dalle istituzioni;

– i valori comuni di questo stare insieme sono la solidarietà, la socievolezza e la partecipazione, ma anche l’ecologismo, il consumo responsabile e il riciclo, in una riflessione più generale su “quanto è abbastanza” e sull’“opportunità di fare con poco”, in un mondo in cui le risorse materiali si stanno progressivamente esaurendo.

3.Terzo punto sarà inserire l’abitare collaborativo nel paradigma dell’economia della condivisione, la famosa sharing economy, che tiene insieme cose molto diverse (mobilità, ospitalità, casa, lavoro, ricerca fondi, scambio di idee, ..), tutte caratterizzate dalla disponibilità a mettere in comune beni e servizi in una logica collaborativa .

La tecnologia è il sistema abilitante della condivisione: il web infatti ha permesso di connettere in modo rapido e efficiente persone con altre persone, persone con informazioni, persone con cose e ha trasformato una pratica antica come quella dello scambio in un’industria.

È il trionfo dell’era dell’accesso, in cui usare una cosa è molto più comodo che possederla. E qui, parlando di cohousing, non si può non fare l’esempio del trapano.

Anche riferendosi alla sharing economy si può comunque parlare di consumismo, come tra l’altro risulta evidente guardando la copertina che ha dedicato l’Economist al fenomeno della condivisione. È un’altra forma di consumismo, un consumismo collettivo, che per funzionare ha bisogno di una massa critica di partecipanti e che risponde a logiche di un’economia alternativa, alimentata da un “cuore sociale”: in questo modello contano meno i guadagni quantificabili e di più di vantaggi di tipo sociale, relativi alla reputazione, a uno stile di vita sostenibile, ai legami collettivi.

4.Airbnb e Couchsurfing, due servizi che offrono ospitalità in condivisione, mettendo in contatto chi cerca un alloggio con chi ha un extra spazio da affittare, possono essere considerati i due possibili modelli di sviluppo dell’economia della condivisione. In comune i due sistemi hanno il fatto di mettere in contatto diretto produttori e consumatori tramite una piattaforma online, di affidare il controllo della qualità direttamente alle persone coinvolte attraverso un sistema di recensioni basato su meccanismi di reputazione e di offrire un’esperienza che va oltre l’alloggio. D’altra parte la differenza principale è che Airbnb, considerato il modello più riuscito di sharing economy, con 11 milioni di utilizzatori e 600 mila alloggi in 192 paesi, è un servizio a pagamento, mentre couchsurfing è un sistema di ospitalità gratuita, autogestita dai membri della community.

A questi due modelli imprenditoriali corrispondono due diverse idee di città smart. Le spiega meglio di chiunque altro Alberto Cottica nel suo blog. Io le riassumo qui perché penso che scegliere “da che parte stare” e esplicitarlo sia un impegno a cui chi ci amministra non può sottrarsi, perché da questo dipende il futuro della nostra città.

C’è un modello di città smart associato alle grandi imprese, che si fonda sull’idea di usare sensori collegati tra loro per aumentare le informazioni che le città producono, e usare questi dati per riprogettare e migliorare i luoghi in cui viviamo. Al centro di questa visione ci sono tecnologie e interdipendenza, e una vocazione centralista in cui ai cittadini resta il ruolo di consumatori. Il simbolo è la Copenaghen Wheel dell’MIT, un congegno elettronico che trasforma una normale bicicletta in una bicicletta elettrica e che è sempre connesso con l’I-phone, per offrire a chi pedala una serie di informazioni aggiuntive, ad esempio su indicazioni stradali, traffico ed inquinamento.

L’altro modello di città smart è legato alla cultura hacker e all’innovazione sociale. L’idea qui è riprogettare le città per renderle più comode, semplici e sostenibili anche economicamente e le soluzioni possono essere molto diverse: in alcuni casi basate su tecnologie moderne, in altri assolutamente lowtech, come quando si parla di incentivare la mobilità dolce o l’agricoltura urbana. Al centro di questa visione alternativa ci stanno le relazioni sociali, la costruzione di comunità, la consapevolezza che l’ambiente è fragile e le risorse naturali limitate. Il simbolo in questo caso è la ciclofficina e la modalità organizzativa su cui si fonda questo modello è basata su una decentralizzazione spinta, in cui trionfano i gruppi di acquisto solidale, gli orti urbani, i fablab, i coworking e tutte le esperienze di abitare collaborativo.

Soprattutto se si abbraccia la visione community-oriented di città, penso che l’abitare possa essere il motore per sviluppare forme di economia della condivisione, molto potenti in relazione allo sviluppo di capitale sociale, al miglioramento della qualità della vita e della sostenibilità urbana. Il problema è che autogestire le pulizie delle scale, la custodia dei bambini, fare la spesa collettivamente, organizzare una biblioteca degli attrezzi o scambiarsi i vestiti sono tutte pratiche che riducono il Pil o, come direbbe qualcuno che conosco, che “non fanno girare l’economia”. Mentre rifletto su cosa voglia dire crescere e come si dovrebbe misurare il Pil, è però facile dimostrare che il particolare clima sociale che si viene a creare in contesti di abitare collaborativo, ed in particolare l’attitudine degli abitanti a condividere spazi e funzioni comuni, rende possibile avviare con maggiore facilità rispetto a contesti tradizionali, sistemi di mobilità in sharing, esperienze di acquisti collettivi, modelli di scambio di beni e servizi, fino ad arrivare a esperienze più avanzate di autogestione di spazi e servizi normalmente considerati beni pubblici collettivi. E che quindi investire sull’abitare collaborativo è una scommessa che vale la pena di fare.

6.Sicuramente non è semplice fare politiche per qualcosa, come l’abitare collaborativo, che non ha confini definiti, ma è sicuramente impossibile avviare sperimentazioni in un sistema che non ne ha mai sentito parlare. Bisogna pensare azioni per diffondere la conoscenza di cosa vuol dire veramente abitare in modo collaborativo e di quali sono i benefici che la condivisione può portare, favorire l’autogestione e le forme di innovazione sociale che si sviluppano dal basso, così come promuovere soluzioni di abitare collettivo affordable, in luoghi chiave e in contesti facili. Per trasformare le esperienze lontane in prototipi ripetibili localmente.

Nota: grazie agli abitanti di Brodolini22, Casa Netural (anche per l’immagine), I tessitori, Cenni di cambiamento, Ecosol, Hotel Patria Occupato, Casa Bru, le 4corti, ex Telecom, Scarsellini, Numero Zero, Itaca, Borgo Vione, Mutonia e a tutti gli altri di cui parlerò stasera per avermi fatto entrare nelle loro case collaborative.

colonna sonora: Like a Rolling Stone, Bob Dylan 

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