Posts Tagged ‘abitare’

IMG_20150612_101458La scorsa settimana ero a Venezia, alla conferenza nazionale della Società Italiana degli Urbanisti.

Ho partecipato, insieme a qualche altro economista, a un paio di sociologi e a un’antropologa, ai lavori dell’atelier tematico su casa e abitare, dominato da architetti, ingegneri e urbanisti.

Il tema, a mio parere, è molto pop, nel senso che l’essere umano in generale ha una curiosità innata per i luoghi dove vivono i suoi simili, anche perché studiare il modo di abitare di una persona dà informazioni su tantissime caratteristiche di quella persona, che escono dalla casa in sè e invadono la sua vita personale, sociale, lavorativa, condizionano le sue abitudini, preferenze e scelte, allargano la visuale alla famiglia, al quartiere, al paese in cui uno abita.

Il fatto che abitare e vivere in molte situazioni funzionino bene come sinonimi sottende la molteplicità di significati racchiusi dentro la parola casa, evidenziando come la casa sia un contenitore rappresentativo di chi ci vive, ma anche molto più complesso di quello che il modello “cucina-camera da letto-bagno” farebbero pensare.

Per tutte queste dinamiche, parlare di casa e di abitare è sempre interessante, ma anche molto ingarbugliato, sia che si stia sfogliando un catalogo Ikea, sia che si stia discutendo intorno a un tavolo di studiosi e accademici.

Dell’atelier mi porto a casa la varietà dei temi affrontati e la ricchezza dei punti di vista, appuntati a matita sulla cartellina con il programma della conferenza e, quando lo spazio bianco è finito, sul retro della mappa turistica di Venezia.

Riscrivo gli appunti in ordine sparso qui sotto – per ogni questione una parola chiave, un paio di righe di spiegazione e qualche domanda aperta – affidandoli alla rete perché sicuramente l’originale su carta lo perderò in fretta e perché, aprendo un dibattito online, mi interesserebbe conoscere anche cosa hanno scritto sulle loro cartelline bianche i miei compagni di atelier.

Pluralizzazione

Dai paper presentati emerge una pluralizzazione spinta di ogni aspetto dell’abitare, dalle domande alle soluzioni proposte, dagli attori in gioco al modo di concepire il pubblico, dai modelli gestionali alle dimensioni degli interventi e agli spazi considerati.

Questo porta a una visione ipermolecolare della società che rende sempre più difficile dare una lettura unitaria alle pratiche variegate di abitare e coabitare e alle prove di innovazione sociale connesse all’abitare che si moltiplicano anche nel nostro Paese.

Come ricondurre all’unità i fenomeni di pluralizzazione in atto?

Compromesso

Una delle questioni rimaste senza risposta è provare a capire dove si incontrano le esperienze di housing innovativo promosse dal basso con le iniziative top-down gestite dal pubblico. Da un lato infatti c’è il pericolo di imbrigliare nei lacci&lacciuoli delle istituzioni pratiche spontanee, dall’altro c’è l’esigenza di replicare e diffondere sul territorio i modelli più riusciti, che oggi rimangono poco di più che interessanti eccezioni da studiare a fini accademici.

Le innovazioni per potersi diffondere hanno bisogno di essere tradite, ma il tradimento seppur necessario, deve essere audace. Le istituzioni, per loro stessa natura lentissime ad adattarsi ai cambiamenti della società, quando si muovono troppo spesso lo fanno con il freno a mano tirato, e allora tanto vale non muoversi.

Dove far incontrare pratiche di innovazione bottom up e livello istituzionale?

Mancanza

Manca una visione politica strategica sul tema della casa.
Il pubblico ha la responsabilità della regia, anche se non ha i soldi. La casa infatti è una delle aree dove si concentrano e si consolidano le disuguaglianze e dietro la casa c’è un interesse pubblico generale da tutelare.

Come può il pubblico ritornare ad avere un ruolo attivo in tema di politiche per l’abitare? Come difendere le caratteristiche di bene comune dell’abitabilità?

Questione locale

La questione abitativa è un tema locale, che va quindi analizzato e affrontato a livello locale.

Per analizzarlo serve una politica del dato, su cui costruire la base di conoscenza che oggi manca. Per affrontarlo serve una rete di attori locali, con competenze diverse e un forte radicamento sul territorio.

Come scegliere e organizzare le fonti dei dati? Come costruire una filiera dell’abitare locale?

Lessico

Le politiche si fanno anche con le parole. Attenzione al lessico quindi!
Il lessico dell’abitare va costruito insieme agli abitanti, ascoltando innanzitutto i loro bisogni e desideri.

Quali implicazioni ha avuto il passaggio anche terminologico da edilizia residenziale pubblica a edilizia residenziale sociale? E l’ingresso nel lessico pubblico di termini di financial literacy?

Valutazione

Per migliorare le politiche pubbliche bisogna prendere l’abitudine di valutare gli interventi già realizzati. E non ripetere politiche già sperimentate, sperando che questa volta diano risultati diversi.

Come misurare il ritorno dell’investimento dell’abitare? Quale nesso c’è tra coesione sociale e sostenibilità finanziaria?

Interdisciplinarietà

L’integrazione non deve riguardare solo le politiche, ma anche le discipline. L’abitare non è né mio né tuo, è plurale e in quanto tale urbanistica, architettura, sociologia, ingegneria ed economia devono dialogare insieme, mescolando saperi e strumenti.

Come costruire sinergie tra ricercatori? Come innovare i linguaggi?

Abitare e coabitare

Cercando di dare risposta ai bisogni abitativi, bisogna costruire politiche che escano dalla casa e coinvolgano il quartiere, perché il mix sociale non si fa tanto con l’housing sociale quanto con politiche urbane più allargate, capaci di integrare il recupero fisico con meccanismi di coesione sociale.

Come assicurare il diritto delle persone alla qualità della vita quotidiana? Come avviare percorsi che ricostruiscano un senso condiviso di casa come bene pubblico? Fin dove arriva la dimensione reale dell’abitare? Quanto la casa incide sulla creazione di comunità e capitale sociale?

colonna sonora: Guns of Brixton, The Clash 

Annunci

Read Full Post »

la_casa_che_resiste_via_forze_armate_miDa qualche mese ho iniziato una ricerca sul tema dell’abitare collaborativo – ossia su quei modelli abitativi che incentivano lo sviluppo di comunità di residenti, promuovono servizi collettivi e investono in spazi comuni – e sull’impatto sociale che questi modelli generano.
Mi piacerebbe coinvolgere diverse esperienze e interventi residenziali in tutta Italia, per costruire una geografia dell’abitare collaborativo nel nostro Paese.
Ho preparato un questionario che si può compilare online a questo link.
Grazie in anticipo a tutti coloro che vorranno darmi una mano, compilando il questionario direttamente o diffondendolo tra i propri vicini, amici e conoscenti che vivono in contesti abitativi community-oriented.

Colonna sonora: La libertà, Giorgio Gaber

Nota: La foto, intitolata La casa che resiste, è stata scattata in via delle Forze Armate a Milano da Luca, che ringrazio anche per aver collaborato alla ricerca.

PS: Questa ricerca rientra nel mio progetto di dottorato in Economia dell’abitare, che svolgo presso il Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Chi volesse maggiori informazioni può contattarmi all’indirizzo e-mail: sittons@gmail.com
PSS: i dati raccolti nell’ambito di questa ricerca sono tutelati dal segreto statistico e sottoposti alle regole stabilite, a tutela della riservatezza, dal Regolamento CE n.322/97, dalla legge n.675/96 e successive modifiche e integrazioni. Essi potranno essere comunicati soltanto in forma aggregata, secondo modalità che rendano non identificabili gli interessati e utilizzati solo per scopi statistici, in base a quanto stabilito dall’art.9 del d.lgs. n.322/89 e successive modifiche e integrazioni.

Read Full Post »

disagio_abitativo_MoVenerdì scorso sono stata a Bologna al convegno organizzato dalle cooperative sull’Housing Sociale e Cooperativo, nel quale è stato presentato il report conclusivo di un progetto di ricerca sull’housing sociale e collaborativo curato dal CAIRE di Reggio Emilia.

Da un po’ di tempo, insieme al mio collega Manuel Reverberi, mi occupo di tematiche legate all’abitare e, coincidenza, abbiamo appena chiuso un lavoro a quattro mani su condizione abitativa, fabbisogno di housing sociale e indicazioni di policy per il territorio modenese. Elaborando i dati delle indagini IcesMo, realizzate dal Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche dell’Università di Modena e Reggio Emilia di cui facciamo parte, abbiamo analizzato l’evoluzione delle condizioni economiche e sociali delle famiglie modenesi (sia a livello provinciale che più specificatamente per il comune di Modena) in base alle loro caratteristiche abitative, evidenziando le tipologie familiari più colpite da forme di disagio riconducibili all’abitare e illustrando alcune proposte costruite su esperienze reali che abbiamo osservato in altri contesti e che, con i dovuti aggiustamenti, potrebbero essere replicate nella nostra provincia per intervenire sul disagio abitativo.

Senza entrare nel merito della ricerca del CAIRE, che è stata distribuita al convegno e che spero verrà resa disponibile online dagli organizzatori nei prossimi giorni, ritengo però che in generale uno dei più grossi vincoli alla realizzazione di efficaci politiche per la casa dipenda dal fatto che troppo spesso, quando si parla di fabbisogni abitativi, lo si faccia per frasi fatte, ripetendo dei mantra antichi e a volte superati, senza supportare le tante parole che vengono spese sull’housing da dati robusti e analisi chiare, indispensabili per costruire interventi solidi e pensati per i contesti locali specifici sui quali si vuole intervenire.

Apro una parentesi per chiarire che a mio parere il valore aggiunto di un economista è supportare il proprio pensiero con analisi quantitative. Ciò non vuol dire però parlare difficile, disegnare grafici e scrivere numeri che la maggioranza delle persone non riesce a capire, ma piuttosto fornire a tutti chiavi il più possibile semplici e chiare con cui interpretare la realtà sempre più complessa nella quale viviamo, utilizzando grafici e tabelle per sbrogliare l’intreccio tra fenomeni sociali e dinamiche economiche davanti al quale ci perdiamo tutti i giorni.

Un economista deve cercare, per quanto possibile, di semplificare e non di complicare, di chiarire e non di confondere, e per farlo deve essere in grado di maneggiare correttamente banche dati misteriose e tecniche statistiche complicate. E oltre a tutto questo, deve essere curioso e capace di ascoltare quello che hanno da dire le persone che vivono i fenomeni raccontati dai numeri. Un economista quindi non può rimanere chiuso nel suo studio, ma deve andare a verificare sul campo le dinamiche evidenziate dai dati, perché presentare esperienze concrete e fornire esempi reali, è uno dei modi migliori di dare robustezza e far capire a tutti i numeri, le tabelle e i grafici che corredano ogni analisi economica.

Detto questo, nell’ottica di fare una critica costruttiva al lavoro che è stato presentato venerdì, vorrei fare tre veloci considerazioni sul report del CAIRE: primo mi sembra manchi un collegamento chiaro tra la parte di analisi e quella delle proposte; secondo la ricostruzione del contesto economico e sociale mi parte approssimativa e in alcuni passaggi confusa; terzo le proposte avanzate in merito alla costruzione di una strategia per l’azione cooperativa piuttosto banali e generiche, quando invece avrebbero potuto essere supportate e rafforzate dall’illustrazione di esperienze concrete realmente realizzate.

In ogni caso, per offrire una base utile a costruire nuove traiettorie di sviluppo degli interventi abitativi, provo a delineare, specificatamente per il territorio in cui vivo, un quadro schematico della condizione abitativa delle famiglie modenesi, utilizzando per l’analisi la banca dati dell’indagine IcesMo, che, se sfruttata per le sue potenzialità, consente anche di confrontare la situazione economica e sociale delle famiglie prima della crisi con quello che è successo dopo la crisi.
Ecco quello che emerge in sintesi:

  • in provincia di Modena un quinto delle famiglie abita in affitto;
  • circa la metà delle famiglie giovani vive in affitto;
  • le tipologie familiari tra le quali l’affitto è più diffuso sono le famiglie monogenitoriali, quelle numerose e i single giovani;
  • mentre tra le famiglie italiane l’abitazione in proprietà è largamente dominante (75,1%), tra quelle straniere a prevalere è l’affitto (64,7%);
  • a parità di numerosità familiare, le famiglie in affitto dispongono di spazi molto più ridotti (77mq) di quelle che vivono in una casa di proprietà (114mq);
  • il reddito delle famiglie in affitto è meno della metà di quello delle famiglie proprietarie (22.558 vs 45.954);
  • questa differenza si è ampliata nel tempo, visto che la caduta generalizzata dai redditi dovuta alla crisi è stata molto più forte per le famiglie in affitto che per quelle in proprietà;
  • l’aumento della povertà che si è avuto nel decennio 2002-2011 è dovuto sostanzialmente al peggioramento delle condizioni economiche di chi vive in affitto: nel 2011 tra chi vive in affitto sono povere due persone su tre;
  • considerando le forme di povertà più gravi, l’83,6% degli individui che ne sono colpiti vivono in affitto; tra chi ha una casa di proprietà questa povertà è praticamente inesistente (1,1%), mentre tra chi vive in affitto arriva al 34%;
  • la povertà grave è più che raddoppiata tra il 2002 e il 2011 per chi vive in affitto, passando dal 16% al 34%;
  • per chi vive in affitto è aumentata molto anche l’intensità di povertà, che misura di quanto in percentuale il reddito dei poveri è inferiore alla linea di povertà: l’intensità è passata dal 28,4% del 2002 ad oltre il 40% nel 2011;
  • in ogni caso l’affitto è un indicatore di disagio abitativo non per tutte le famiglie, ma solo per quelle più povere: per il 20% di famiglie più povere l’incidenza dell’affitto sul reddito raggiunge quasi il 60%, mentre per il quintile di famiglie più ricche si ferma al 16,2%. Questo non dipende dai canoni di locazione, che non sono molto differenziati tra ricchi e poveri, ma dalla forbice amplissima che c’è tra i redditi delle famiglie in affitto ricche e di quelle povere;
  • rispetto a prima della crisi, la situazione è letteralmente degenerata per le famiglie povere che vivono in affitto: per fare un esempio, mentre nel 2002 il primo quintile di famiglie in affitto spendeva mediamente per il canone di locazione il 47,9% del proprio reddito, in soli dieci anni questa percentuale è arrivata al 57,2%;
  • il reddito delle famiglie che vivono in un alloggio ERP è ancora più basso di quello delle famiglie in affitto: per le prime il reddito equivalente è di 10.652 euro a fronte dei 19.040 percepiti in media dalle altre famiglie che vivono in affitto;
  • nonostante questo, concentrando l’attenzione sul 20% delle famiglie in affitto più ricche – il cui reddito familiare equivalente è mediamente di 29.828 € – si può osservare che qui si concentra ben il 13,6% dei nuclei che vivono in alloggi ERP;
  • oltre il 50% di alloggi ERP sono occupati da pensionati;
  • un’altra categoria che sperimenta un forte disagio abitativo e un elevato rischio di povertà sono le famiglie che hanno un mutuo pesante sulla casa, che sono il 14,4% di tutte le famiglie che hanno un mutuo: la rata mensile per loro raggiunge i 1.100 euro, con un’incidenza sul reddito del 46,5%;
  • a Modena città le famiglie che vivono in affitto sono sensibilmente di più che in provincia, e precisamente il 26,4. Questa differenza è dovuta in particolare al peso rivestito dalle famiglie più giovani, che in due casi su tre, se abitano in città, vivono in affitto;
  • anche le famiglie numerose e quelle straniere ricorrono molto più frequentemente all’affitto quando risiedono in città;
  • le famiglie in affitto che abitano nel comune di Modena sono più in difficoltà rispetto a quelle che vivono in provincia, come si può vedere dal fatto che il loro reddito è diminuito di più, che in città sono cresciute molto di più e sono oggi più diffuse le forme di povertà estrema, ed infine che, nonostante un affitto leggermentebasso, il 20% delle famiglie più povere che abitano in città sembrano avere un’incidenza superiore alle loro omologhe che vivono in provincia;
  • per concludere: in provincia di Modena è in disagio abitativo – ossia spende per l’affitto più del 30% del proprio reddito – il 44% delle famiglie. Il disagio a Modena città è ancora più marcato, con un 53% delle famiglie in difficoltà a pagare l’affitto;
  • proponendo un canone calmierato – ossia ribassato del 30% rispetto al canone di mercato e cioè per la provincia di Modena di circa 333 euro e per il comune di 364 euro – uscirebbe dalla condizione di disagio oltre il 50% delle famiglie. Si tratta in provincia di Modena di quasi 12mila famiglie, pari a un quinto di tutte le famiglie in affitto, che oggi non trovano un’offerta abitativa per loro sostenibile e che potrebbero beneficiare di una politica di housing specifica: nel 62% dei casi sono famiglie italiane, in particolare unipersonali e famiglie numerose, per il 51,8% residenti a Modena già prima del 2002 e nella metà dei casi di estrazione operaia;
  • la situazione è particolarmente accentuata a Modena città, dove sono concentrate il 44,6% delle famiglie che uscirebbero dalla condizione di disagio a fronte di un affitto calmierato.

Questa analisi per punti è raccontata meglio in un lavoro più lungo e articolato su “condizione abitativa, fabbisogno di housing sociale e indicazioni di policy per il territorio modenese” che potete leggere qui in bozza.
Il paper è volutamente in bozza in quanto, prima di essere pubblicato, ci piacerebbe discuterne insieme a tutti coloro che hanno voglia di darci il loro parere, soprattutto su quello che manca e che bisognerebbe inserire.

colonna sonora: Cosa succede in città, Vasco Rossi

Note:
  1. I dati presentati sono frutto di elaborazioni sulla banca dati IcesMo, relativa all’indagine sulle condizioni economiche e sociali delle famiglie modenesi realizzata dal Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche dell’Università di Modena e Reggio Emilia nel 2002, 2006 e 2011. Quando non diversamente specificato viene fotografata la situazione più recente.
  2. Il reddito di cui si parla, quando non diversamente specificato, è il reddito familiare disponibile, ottenuto sommando tutte le entrate monetarie ricevute dalla famiglia: redditi da lavoro, da capitale, pensioni, trasferimenti assistenziali, ecc. Per le famiglie che vivono in proprietà esso comprende anche il reddito figurativo derivante dall’abitazione.
  3. Il concetto di povertà utilizzato nell’analisi è un concetto di povertà relativa: seguendo il criterio adottato dall’Eurostat si considera povero un individuo se il reddito disponibile equivalente della famiglia a cui appartiene è inferiore al 60% della mediana del reddito disponibile equivalente; per catturare le forme più gravi di povertà viene utilizzata la soglia del 40% della mediana del reddito disponibile equivalente.
  4. Alcune elaborazioni sono state effettuate dividendo la popolazione in cinque gruppi – denominati quintili – in base al loro reddito equivalente: nel primo ci saranno il 20% di famiglie con reddito equivalente più basso, mentre nell’ultimo quintile si trova il 20% di famiglie con reddito equivalente più alto.

Read Full Post »

cucina_casa_bruschettiMangiamo un eccellente risotto ai radicchio rosso seduti intorno a un tavolo di legno di quelli lunghi e stretti con le panche ai lati che ci sono anche all’October Fest. La spesa ognuno la fa per sé, però la sera si mangia insieme a Casa Bru e nessuno ha rimostranze sul menù, chi cucina non si aspetta ringraziamenti e neppure chi lava i piatti. La suddivisione naturale e l’alternanza spontanea dei compiti funzionano, e per il resto bisogna adattarsi. Non ci starebbe male una scritta del tipo “vivi e lascia vivere” sul portone di Casa Bru, dove l’abitare è anarchico e democratico allo stesso tempo.

A, che ha cucinato, mangia a gambe incrociate sul divano dietro di noi, indosso una t-shirt bianca tagliata bene con la stampa di un teschio che gli lascia scoperte le braccia tatuate.

Condivido il tavolo con la mia amica ET che mi lascia il suo letto per la notte, AL e ST che finito il risotto spariscono in una delle camere a comporre drum&bass e UG che, come ST, a Casa Bru non ci vive, ma, quando non è in giro a recuperare sciami di api, ci capita spesso.

Non c’è GB che di mestiere fa lo street writer e adesso è Roma dove lo hanno chiamato a fare un muro. Arriva invece EL, vestiti e atteggiamento alla Fonzie, che di mestiere insegna storia all’università e che a vederlo non diresti mai che è uno del collettivo Zam, un centro sociale che a Milano è un’istituzione. Saluta con le mani in tasca del giubbotto di pelle, si prepara un piatto di pasta sempre con le mani in tasca e appena finito scompare, ancora con il giubbotto addosso.

In questo appartamento dall’atmosfera berlinese con vista sulla stazione centrale e su un trittico di ciminiere spente ci vivono in cinque, ognuno in una camera che costa 430 euro al mese, che in tutto vogliono dire 25.800 euro all’anno che il padrone di casa si mette in tasca. Il padrone si chiama Ligresti, ed è proprietario di tutto il vecchio palazzone, dai campanelli direi almeno una cinquantina di appartamenti, tutti in affitto, che a fare il conto di quanto possono fruttare uno si spaventa.

Mentre la musica in sottofondo sale di intensità e l’orologio passa le dieci, A esce per andare ad un concerto, qualcuno dice in taxi, che fa molto punk-chic, e mentre chiude la porta di camera sua intravedo una libreria piena di vinili, un pianoforte e di fianco una batteria. Di giorno A si occupa di post produzione video mentre la sera cura una trasmissione radio di musica hardcore e quando è libero si va a vedere un concerto. È il coinquilino più anziano e mi pare di capire anche il padrone occulto di Casa Bru, quello che decide dove appendere un poster, se spostare i divani e quando bisogna pulire; non sembra un padre padrone però, ha gli occhi sensibili e i modi gentili, azzarderei sangue nobile nelle vene, sotto all’inchiostro punk che gli decora le braccia.

Immagino abbia dato lui l’autorizzazione per il concerto casalingo della band di ska-jazz di AL qualche domenica fa, che ha radunato un centinaio di persone a Casa Bru, senza che nessuno dei vicini si lamentasse, forse perché la signora del piano di sotto è sorda o forse perché per molti di quelli che abitano lì un concerto non è più rumoroso della vita quotidiana.

È una casa dove si respira musica Casa Bru, tra A che si picchietta ritmicamente i jeans con le dita di una mano, la sua collezione di dischi hardcore e lo stereo acceso che si mescola alle prove vocali di ST sulle basi drum&bass di AL, batterista nei weekend, compositore di notte e designer di elettrodomestici di giorno.

Il Greco di Tufo ha lasciato il posto al Chianti sul tavolo ancora apparecchiato e la serata trascorre davanti ad una vaschetta di gelato, a parlare dei lunedì di cucina popolare alla cascina Torchiera, della ciclofficina aperta dagli studenti di agraria, del mobbing delle multinazionali farmaceutiche, di Potere Operaio, di allevamenti di maiali, aziende biologiche in Martinica e di quando UG è salito al quindicesimo piano di un grattacielo vetrato in piazza della Repubblica per salvare uno sciame di api.

Torno a Modena dopo la parentesi a Casa Bru ringiovanita nello spirito, musicalmente appagata e intellettualmente stimolata da quella incursione in una modalità di abitare domestico che merita una considerazione più attenta di quella che trasuda dai muri della gestione Ligresti.

colonna sonora: Piano Nights, Bohren & Der Club of Gore

Read Full Post »

Irughegia_collina_foto_Sul sito del Comune di Modena, stamattina, sono comparsi questi due comunicati stampa. Buona lettura!
Cohousing/1 – A Modena si sperimenterà un progetto di cohousing
Approvate le linee guida per un bando di gara volto a individuare i soggetti concessionari, con priorità a gruppi di cittadini. Due appartamenti per l’affitto agevolato.

A Modena si sperimenterà un nuovo modo di abitare, caratterizzato dalla condivisione tra nuclei familiari di spazi e servizi comuni tanto da farli diventare una vera e propria comunità residenziale contraddistinta da costanti momenti di socializzazione e collaborazione reciproca.

Lo ha deciso il Consiglio comunale approvando con il voto favorevole del Pd e l’astensione di Sel, Etica e legalità, Udc, Pdl, Modenasaluteambiente.it, Fratelli d’Italia, Lega nord, Modena futura e Mpa, nella seduta di oggi, lunedì 13 maggio, la delibera sulle linee guida per la redazione del bando di gara volto a individuare i soggetti concessionari del diritto di superficie, per 99 anni rinnovabili, di un’area di circa 3.000 metri quadrati con capacità edificatoria fino a 26 alloggi in via Pergolesi nella zona adiacente a via Divisione Acqui. Il documento è stato emendato in corso di seduta su proposta del capogruppo del Pd Paolo Trande. Sullo stesso tema Stefano Rimini (Pd) ha inoltre presentato un ordine del giorno firmato anche da Elisa Sala ed Enrico Artioli.

Nel progetto dovrà essere prevista la realizzazione, in regime di edilizia convenzionata, di un edificio abitativo con elementi di cohousing. Saranno preferite le proposte progettuali che prevedono la destinazione della maggior quota di superficie a parti comuni e verranno privilegiati, a parità di punteggio, i progetti presentati da gruppi organizzati di cittadini che andranno ad abitare negli stessi alloggi, rispetto ai progetti provenienti da imprese. Priorità sarà inoltre assegnata alle proposte che prevedono la messa a disposizione degli spazi comuni anche a soggetti che non fanno parte della comunità residenziale, soprattutto se a favore di bambini. Nell’edificio, che dovrà avere un minimo di 15 alloggi, almeno due dovranno essere messi a disposizione dell’Agenzia casa per essere affittati a canone non superiore al 2,5 per cento del prezzo massimo di cessione a cittadini indicati dal Comune o presenti nelle graduatorie.

Presentando la delibera l’assessore ha inoltre precisato che la zona individuata presenta “una maggiore facilità attuativa rispetto a quella di via Marco Polo, l’altra area presa in considerazione per questo progetto, dove però la capacità edificatoria è maggiore. I circa 50 alloggi che verranno realizzati in questo lotto saranno quindi destinati all’affitto”.

Con l’emendamento, approvato con il voto il voto favorevole del Pd e l’astensione di tutti gli altri gruppi consiliari ad eccezione di Mpa che ha votato contro, “sono stati inseriti aspetti tecnici che permettono di rendere la delibera più flessibile”, ha affermato Trande. “E’ importante il coinvolgimento dei cittadini, quindi con l’indicazione delle metrature degli alloggi chiediamo che nella definizione del bando si faccia in modo che i costi per chi ha interesse a questa iniziativa non siano eccessivi e scarsamente sostenibili”.

 

Cohousing/2 – Il Consiglio chiede più sperimentazioni
Approvata la mozione del Pd con il voto favorevole anche di Lega nord, Udc ed Etica e legalità. Astensione di Fratelli d’Italia, Pdl, Modena futura, Sel, Msa e Mpa.

Il Consiglio comunale di Modena ha chiesto alla Giunta di aumentare la sperimentazione di nuove forme abitative, come il cohousing, nei prossimi interventi urbanistici, incentivando la creazione di piccole cooperative tra persone che andranno ad abitare negli alloggi e introducendo elementi di mix sociale, cioè prevedendo categorie diverse di residenti, tra cui persone in situazione di disagio.

Lo ha fatto approvando con il voto favorevole di Pd, Lega nord, Udc ed Etica e legalità, e con l’astensione di Fratelli d’Italia, Pdl, Modena futura, Sel, Modenasaluteambiente.it e Mpa la mozione presentata in corso di seduta dai consiglieri del Pd Stefano Rimini, Elisa Sala ed Enrico Artioli durante il dibattito sulla delibera relativa alla sperimentazione del cohousing nell’area di via Pergolesi.

“Il Comune – ha affermato Rimini illustrando la mozione – sta facendo un percorso alla ricerca di un modello abitativo più sostenibile rispetto a quello attuale dal punto di vista sociale, economico e ambientale. Il cohousing rappresenta una nuova forma dell’abitare, con una progettazione partecipata dai cittadini, e può essere un modello per i futuri interventi urbanistici della città”.

La mozione chiede di sperimentare veri e propri percorsi di innovazione sociale in cui i residenti si sostengano in base a logiche di prossimità, assicurando anche servizi altrimenti onerosi per le famiglie e per l’Amministrazione, come il portierato sociale e le forme di reciproco sostegno tra gruppi di persone con bisogni e disponibilità complementari (genitori con figli, adulti con anziani da accudire, giovani donne immigrate). Nei progetti è richiesta la presenza di spazi comuni dove stimolare tali dinamiche e la scelta abitativa è intesa anche come espressione di una particolare sensibilità ambientale orientata alla costruzione di case a impatto zero, all’utilizzo di energie rinnovabili, all’isolamento termico e alla bioedilizia.

La mozione chiede infine alla Giunta di accompagnare il primo progetto di cohousing con una campagna di informazione alla città e un’iniziativa culturale pubblica di valorizzazione dell’intervento e di sensibilizzazione sui temi delle nuove forme dell’abitare.

 

colonna sonora: Si gira, Renato Zero

Read Full Post »

Qualche giorno fa ho letto questo articolo di Francesco Chiodelli sulle forme di coabitazione. Cohousing vuol dire tante cose, ogni esperienza di questo tipo fa storia a sè, ogni progetto sembra essere confezionato “su misura” per chi ci andrà a vivere. Ma Chiodelli individua quattro elementi tipici che accomunano le esperienze di cohousing, sui quali può essere utile che anche noi ragioniamo.

Le caratteristiche spaziali sono il primo elemento che accomuna i progetti di cohousing: si tratta di interventi di piccole dimensioni (tipicamente tra 15 e 40 abitazioni), realizzati in ambito urbano, talvolta con predilizione per le periferie (dove c’è più disponibilità di spazio, migliore qualità ambientale e costi più bassi),caratterizzati da una particolare attenzione per i temi di sostenibilità ambientale, composti da abitazioni mediamente più piccole di un 5-15% rispetto alla media. La tipica figura spaziale che ne risulta è un piccolo insediamento introverso di case monofamiliari, raggruppate intorno a spazi comuni posti al centro dell’agglomerato, collegate da percorsi pedonali. (altro…)

Read Full Post »