Posts Tagged ‘Bembo’

Marese

IMG_20140708_113624In macchina in direzione del mare, io al volante, i Mongi boys dietro, la radio rotta, ho ascoltato la seguente conversazione: Giovi affacciato al finestrino dice: “Là in fondo c’è Marese”. “Da quella parte della rotonda?” lo incalza Dadi. “Sci sci” risponde Giovi muovendo la testa su e giù. “Quella ciminiera là è a Marese?” chiede Michi per circoscrivere i confini. La risposta di Giovi è ancora affermativa. Attraversiamo una campagna piatta, disseminata di ciminiere e cartelloni pubblicitari.

Sarà colpa della tangenziale tentacolare attorcigliata intorno a Ravenna o del fatto che non riesco a far partire il navigatore, ma dopo qualche tentativo a vuoto arriviamo a Punta Marina senza passare da Marese, che rimane “là in fondo”, nascosto dietro i cartelloni pubblicitari, all’ombra della ciminiera.

Marese sta a Giovi come Bembo sta a Michi, è una loro esclusiva, qualcosa che conoscono solo loro, e di cui solo loro sono titolati a parlare: nel caso di Michi si tratta del suo amico invisibile, Giovi invece si è inventato una città dove “una volta ci è andato con i suoi amici con l’astronave e ci ha messo cinque ore”.

Se Michi telefona a Bembo, dopo Dadi gli chiede serio come stava sua sorella Dindi e cosa stava facendo Bembo e quando ci veniva a trovare; e se è un po’ che Michi non lo nomina (avvenimento abbastanza eccezionale) tutti in famiglia ci preoccupiamo di quello che potrebbe essere successo a Bembo e chiediamo a Michi spiegazioni, visto che lui è l’unico che ha un rapporto diretto con Bembo. Questo fatto di Bembo ha costruito intorno a Michi un potere particolare, riconosciuto da tutti, che inverte i ruoli tradizionali di una famiglia, in cui le risposte le hanno i genitori o al massimo il fratello maggiore e agli altri tocca solo fare le domande. Nel caso di Bembo invece è Michi ad avere l’esclusiva, lui racconta di Bembo, gli altri, grandi e piccoli che siano, stanno ad ascoltare senza mai dubitare, mettere in discussione, contraddire.

Forse attirato da quel potere magico che trasfigura Michi mentre parla di Bembo, che lo fa salire su una cattedra immaginaria a dispensare Verità, allo stesso modo anche Giovi si è creato il suo regno, un posto magico dove è stato solo lui e del quale solo lui sa. Si chiama Marese la città di Giovi, una città che sta sempre “là in fondo”, dietro a una casa, dopo la rotonda, oltre la montagna, a seconda di dove siamo ma sempre “un po’ più in là”. Marese è un posto molto pericoloso perché ci sono i cavalieri, è una città fatta di case di carta e piena di alberi altissimi che sono di vetro e se li tocchi ti pungi. Quando parla di Marese Giovi si atteggia a esperto, quando qualcuno gli chiede di Marese gli si illuminano gli occhi, Marese è la pappa reale potenziata di Giovi, basta nominarlo che gli si gonfia il petto, gli si tendono le gambe, gli si allunga il collo e lo potresti tranquillamente scambiare per un bimbo che va già allalemantali [NdT: la scuola primaria, comunemente denominata scuola elementare, rappresenta in Italia il primo livello della catena dell’istruzione obbligatoria: la sua durata è di cinque anni, inizia all’età di sei anni, segue la scuola dell’infanzia e precede la scuola media].

Nota: poco prima di tornare a casa e lasciare i Mongi boys al mare con i nonni ho chiesto a Dadi se prendeva appunti su quello che raccontava Giovi a proposito Marese. Nell’immagine un estratto di questi appunti.

colonna sonora: Romagna mia, Nobraino

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polonio_benvenuto_all_languagesCon la primavera è risbocciato anche Bembo, dopo il letargo invernale in cui sembrava essersi dissolto. Bembo, età variabile e altezza leggendaria, è l’amico invisibile di Michi, comparso un paio di anni fa nella vita della famiglia Pitton e da allora ciclicamente presente. Tra l’altro abita pure vicino a casa nostra, in una grande casa gialla e quando ci passiamo davanti Michi in automatico tira fuori dalla tasca dei pantaloni il suo telefonino immaginario (ne ha anche uno vero, di pietra, design minimal e batteria illimitata, che però per ragioni di peso non si porta sempre appresso) e si immerge in una conversazione ad alta voce fatta di domande e risposte a domande immaginate in sequenza logica, come se avesse sotto il copione di un film d’autore mentre invece sta improvvisando un dialogo da cineasti francesi che ti tengono incollato allo schermo senza che nel film succeda niente, solo con le parole.

Michi è un ammaliatore con la parola, ti coinvolge, è teatrale, empatico, divertente. Quando racconta una storia la faccia gli si fa più allungata, le labbra si stringono, la lingua gli sbatte diversamente sui denti e la “esse” gli esce ipnotica, mentre nei suoi occhi appaiono le scene del racconto e le mani teatrali sembrano davvero dargli forma.

Il parco Amendola era pieno di margherite quando Michi ha ricominciato a parlare di Bembo, con naturalezza, come succedeva prima: una volta all’uscita dall’asilo mi ha detto che una sua compagna gli aveva fatto lo sgambetto e Bembo lo aveva preso tra le braccia senza farlo cadere, un’altra volta mi ha chiesto il cellulare perché il suo era scarico e doveva chiamare Bembo per invitarlo a cena, un’altra volta ancora mi si è avvicinato trascinando i piedi, con le spalle strette, gli occhi bassi e la voce triste per dirmi che Bembo era all’ospedale che aveva preso un’infezione e stava molto male.

L’altra sera, ha preso un libro dallo scaffale rosso, si è seduto a letto tra i suoi fratelli, mi ha detto di accomodarmi di fronte che avrebbe letto lui una storia prima di dormire. Dopo essersi schiarito la voce ha iniziato con il tono fiabesco del “c’era una volta” con cui iniziano tutte le favole che si rispettino, una sequenza di frasi incomprensibili, utilizzando sapientemente le pause tipiche della punteggiatura, comunicando con il tono della voce i momenti più drammatici del racconto e sfogliando ritmicamente le pagine, una ad una, fino alla fine, quando ha chiuso il libro. Dopo una pausa di silenzio lunga come i titoli di coda, Dadi ha detto “Io non ho capito tanto bene, la rileggi?”. E Michi ha risposto “È della Polonia questo libro, il “polonio” me l’ha insegnato Bembo, perché sua sorella Dindi abita là”. Il “polonio” è una lingua strascicante, un misto tra l’inglese e il turco, che suona tipo “uordazzis trovaltrobug mapilotti vis rivedrostorgedew nouist labostori cavalot inch batus valtromis” e che ha una fonetica difficilissima, per la quale, mi sono convinta, sia necessario quel particolare movimento della lingua contro i denti che fa uscire la “esse” ipnotica e la ”u”sottile come una “i”. L’ho dovuto pure portare in biblioteca a cercare un libro in Polonio e lo ha pure voluto leggere ad alta voce alla bibliotecaria che effettivamente mi è sembrata se non del tutto ipnotizzata sicuro evidentemente rincoglionita dalla originale performance.

Stasera, dopo dieci giorni ininterrotti di letture in “polonio”, Michi mi ha detto che aveva stracciato e buttato via tutti i libri della Polonia e al mio piglio interrogativo ha risposto, citando il nostro amico anti-poeta, che “buttare è libertà”.

colonna sonora: Voices, Alice in Chains

 

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Zoo domestico

grizzlyman7,00 am

Stamattina ho trovato una cimice addormentata sul collo della bottiglia d’acqua sulla tavola di cucina. Non appena ha sentito che mi avvicinavo è volata via, lasciando sul collo della bottiglia l’odore inconfondibile di cimice spaventata che non sono ancora riuscita a togliermi dal naso, dopo che oggi lo avrò infilato una decina di volte in un bicchiere per bere.

11,30 am

Un qualche animaletto di fisico microscopico e anima bastarda si è infilato di soppiatto nella gola di Giovi e, come constatato dal dottore che lo ha visitato, gli ha fatto venire le tonsille elefantiache, curate adesso con cucchiaiate di Amoxicillina. Per limitare i danni, in una sorta di teatro dell’assurdo, somministro al piccino altri animaletti in gocce (volgarmente chiamati fermenti lattici), con i quali preservare la sua flora intestinale, anch’essa formata da altre simpatiche bestiole di etnia batterica.

5 pm

Squilla il telefono, la mamma che mi ha chiamato ha una brutta notizia da darmi: Davide non ha voluto fare i compiti (vabé) e (rullo di tamburi) ha i pidocchi (noooooo). I pidocchi sono un flagello divino, che obbliga tutta la famiglia a massacrarsi vicendevolmente il cuoio capelluto con fittissimi aculei di ferro e a cospargersi la testa con sostanze gelatinose e puzzolenti. Ma per sconfiggere questi esserini saltanti non bastano le punizioni corporali: non si può infatti prescindere dal lavaggio e stiraggio (“perché il vapore del ferro da stiro li elimina perfettamente”, mi istruisce una serafica farmacista ignara del fatto che la mia “collaboratrice domestica” è in ferie per un mese) di tutto quello che è possibile infilare in una lavatrice (lenzuola, cuscini, piumoni, copridivani, giacche, vestiti, cappelli). E per quello che in lavatrice non ci va ci sono due opzioni, continua la gentile farmacista: sigillarlo in un sacco nero (davvero il nero fa la differenza, mi chiedo, mentre seguo attentamente il labiale della farmacista e cerco di memorizzare ognuna delle sue parole salvifiche) e aspettare che i pidocchi muoiano soffocati oppure infilarlo in congelatore (e immediatamente visualizzo me medesima, coi capelli impiastricciati di gel antiparassitario, impegnata nel tentativo senza speranza di chiudere in freezer la coperta del letto dei bimbi).

8 pm

Michi capisce che la situazione è cupa e allora tira fuori il suo nuovo smartphone di ceramica bianca (composto da un pezzo speciale marchiato Mutina preso oggi dalla sala mostra dove siamo andati a scegliere il pavimento per il terrazzo su cui papà-Luchi, tra un trattamento anti pidocchi e l’altro, con pennarello indelebile ha disegnato pulsanti, schermo touch screen e simbolino della mela morsicata) e chiama Bembo. Lo sento in camera sua che discute animatamente, poi ci raggiunge in cucina e lapidario dice: “Ha detto che bisogna bruciare tutto”. “Cosa, chi??” faccio io allarmata e stravolta. “Per uccidere i pidocchi ci vuole il fuoco- spiega – me lo ha detto Bembo che quando li ha avuti sua mamma gli ha bruciato tutti i capelli con l’accendino”. Poi, come se avesse detto “che si mangia stasera?”, rimette lo smartphone in tasca e torna in camera sua.

11 pm

La casa è nuda: mucchi di vestiti, asciugamani e altre tessuterie varie giacciono inermi sul pavimento di ogni stanza mentre la lavatrice al piano di sopra rischia di ingolfarsi per l’uso ininterrotto che ne sto facendo. Mi guardo intorno sconfortata mentre sento prurito dappertutto e vorrei che stanotte ci facesse visita il papà di Ponyo con il suo diserbante a spruzzo, per svegliarmi domattina e poter dire “allora è stato solo un brutto sogno”.

colonna sonora: Nel mio giardino, Cristina Donà

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michi_compleanno5Alla sua festa di compleanno ha voluto solo femmine (tranne il suo amico L. super esperto di dinosauri, topi e serpenti di ogni specie). E visto che era Carnevale ha spento le candeline circondato da principesse, con gonne larghissime, difficilissime da gestire nel momento della pipì. Il pomeriggio lo hanno passato a pattinare intorno al tavolino dell’ingresso del nostro temporary-nano-flat, a mangiare pop-corn sui futon giapponesi nella cameretta dei Mongi brothers, a litigarsi bacchette magiche plasticose e un esclusivo mantello in velluto viola.

Lui, con lo sguardo fiero del cinquenne navigato e il piglio cavalleresco di un Artù in miniatura, lo vedevi perfettamente a suo agio nella parte del “beato tra le donne” che si era furbescamente costruito. Da animale da palcoscenico qual è, il mio cubetto biondo si è scatenato in un’esibizione live in piedi su una sedia per i suoi piccoli invitati, improvvisando una danza tribale, con il corpo completamente abbandonato all’inseguimento di pensieri vorticosi, il mantello di Superman svolazzante, gli occhi chiusi e la voce da duro. Michele in versione rocker è uno spettacolo, e l’amplificatore non poteva essere regalo più azzeccato, per uno che da quando ha imparato a parlare dice che da grande vuol fare il ballerino di hip hop e che si muove come un piccolo Billy Elliot.

Era già a letto da un po’, con l’armonica regalata dalle principesse stretta in una mano, che lo sento che mi chiama: “Mamma, mamma, vieni, presto!” “Cosa c’è Michi, non dormi ancora?” “ È appena venuto Bembo a farmi gli auguri e mi ha portato una palla di luce che non si spegne mai. L’ho messa qui, sotto il cuscino. La vedi? Così quando Dadi ha paura del buio io la prendo fuori e lui non ha più paura. Gli ho chiesto se voleva fermarsi a dormire ma non poteva perché sua sorella Dindi senza di lui non si addormenta e doveva tornare subito nella loro casa gialla. Mi ha detto di ringraziarti per la pizza con i wurstel che era molto buona. E ha detto che torna quando la casa è più in ordine, che oggi c’erano nugoli di stelle filanti ingarbugliate e pop corn spiaccicati dappertutto.” Bembo, ah Bembo, leggendario amico invisibile di Michi, che un giorno è in astronave a catturare le stelle e l’altro all’ospedale, steso da un’infezione al ginocchio. Bembo, conoscitore del bene e del male, capace di allungarsi e diventare alto fino al cielo e di aprire con le mani le scatolette di fagioli. Bembo, che sparisce nell’etere per settimane ma non si dimenticherebbe mai il quinto compleanno del suo amico speciale. Bembo, grazie che sei tornato, per Michi la tua palla di luce è stata il regalo più bello.

colonna sonora: Be my icon, Duran Duran

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Luca Bolori

Magrino, moretto, con gli occhi grandi alla Miyazaki e con indosso una tuta blu petrolio un po’ troppo grande per lui. Me lo immagino così il nuovo amico di Michi, il suo compagno preferito, che ha conosciuto due mesi fa, quando ha iniziato la scuola materna. Si chiama Luca Bolori (forse c’è un altro Luca nella classe, penso tra me e me, visto che Michi lo cita sempre con nome e cognome), non gli piacciono le zucchine mentre adora le uova, dorme nella brandina vicino a Michi, corre velocissimo e ha una bicicletta da corsa.

Per me, che quello che succede all’asilo è una specie di mistero, Luca Bolori è una certezza, un punto fermo. Tra piccoli flash, in cui Michi mi parla di aquiloni, di fogli dipinti immergendo le mani nel colore, di bimbi che vogliono stare sempre in braccio alla tata e di campanellini attaccati al polso, spunta costante e rassicurante Luca Bolori: di lui Michi mi dice quando è malato o quando hanno giocato insieme ai pirati in giardino; mi racconta di una volta che Luca Bolori ha mangiato quattro uova una dopo l’altra e di un’altra che ha sputato per terra tutte le zucchine; mi  fa vedere i disegni che ha fatto e qual è il suo sacco con i vestiti di ricambio.

Visto che la scuola materna è iniziata da poco, molti compagni di Michi non li conosco ancora, e faccio fatica ad abbinare un nome ad una faccia. Stessa cosa succede anche per Luca Bolori. Così l’altro giorno, quando sono andata a prendere Michi alle quattro, ho chiesto alla tata Lisalanna (reinterpretazione michelesca di Annalisa) se tra i bimbi seduti ai tavolini a fare merenda c’era per caso Luca Bolori, “che lo vorrei conoscere, che Michi ne parla sempre”.

“Luca? Bolori? Sai che non c’è nessun Luca in questa classe.. Sei sicura che Michi non abbia detto un altro nome?”

Sono sicura sì, Luca Bolori esiste, esiste eccome, esiste come Bembo, lo storico amico immaginario di Michi. Anzi, è pure un grande amico di Bembo, scoprirò poi, quando mi deciderò a fare qualche domanda indagatoria. Domande da cui imparo che, come Bembo, anche Luca Bolori è alto fin’il cielo; che anche lui va in giro quasi esclusivamente di notte, da solo, al buio, senza la mamma e il papà; che a casa Bolori i bimbi possono stare in piedi sul tavolo, mangiare ciambelline alla crema a letto e saltare dalla credenza al divano, senza che nessuno abbia niente da ridire.

“Mamma, stasera viene a mangiare da noi anche Luca Bolori” mi fa qualche sera fa Michi, piuttosto convinto. “Va bene – rispondo io pensando di cavarmela con poco – apparecchiamo anche per lui e speriamo che il pesto gli piaccia”. Mezz’ora dopo è pronto, chiamo i bimbi a tavola. Michi non vuole venire, rimane in camera sua, un po’ imbronciato. Lo vado a chiamare, “Cosa c’è che non va?” gli chiedo. “Mamma, Luca Bolori non è ancora arrivato, quando c’è un ospite bisogna aspettarlo”. Cala il gelo, deglutisco come nei fumetti, impalata e atterrita. “E adesso?”, pochi secondi di panico poi mi viene un’illuminazione risolutrice: “Mi ha telefonato la sua mamma, Luca Bolori ha un po’ di febbre, non può venire ogg..”. Non faccio in tempo a finire la frase che Michi è già in piedi, diretto verso la cucina. “Va bene, allora andiamo a mangiare noi! Quando non ha più la febbre però posso chiamarlo a dormire, Luca Bolori?”

 

colonna sonora: Aggiungi un posto a tavola, Johnny Dorelli 

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Nelle ultime settimane negli asili di Modena si è parlato di famiglia.
Alla scuola materna i bambini di cinque anni hanno descritto la loro famiglia, per presentarla ai loro nuovi compagni, che li aspettano il prossimo anno alle elementari. Davide ha scelto una delle poche foto dove ci siamo tutti e cinque e l’ha descritta così: “siamo a Sestola in montagna, abbiamo una casa che prima l’abbiamo noleggiata e poi l’abbiamo comprata. Siamo in cinque. Giovanni è il più piccolo, ha un anno, papà è il più grande e ha 36 anni, la mamma è media ma quasi alta come il papà, si chiama Silvia e il 17 marzo compie 36 anni. Michele è mio fratello e ha due anni e a volte mi fa lo sgambetto e io sono il fratello maggiore. La mamma è il capo del Comune di Modena, papà fa quello che prende i soldi dell’autostrada e lo fa a Cesena. Quando è proprio festa o c’è un’emergenza tipo quando vomito o mi sanguina il naso, dormiamo tutti insieme nel lettone con mamma e papà”.
Al nido, ai bambini, la famiglia l’hanno fatta disegnare. Nel disegno di Michele ci sono delle specie di cerchi (che sono le persone) con intorno tante lineette (che sono i capelli). Ci sono il cerchietto di Dadi, di Vangio e di Michi, della mamma e del papà. E poi c’è Bembo. Bembo è l’amico di Michele, con un gran testone e pochi capelli, si direbbe dal disegno. Bembo è una presenza costante da quasi un anno nella vita della nostra famiglia, una presenza che non parla ma di cui si parla, e molto. Bembo è un bambino di età variabile tra i due e gli otto anni, a seconda dei giorni, che sa andare molto fotte in bicicletta, abita in una casa gialla là fonno quella strada, vedi mamma? Ma quando ci passiamo davanti, alla sua casa, Bembo non si affaccia mai per salutare. Perché dorme. Bembo domme sempe sempe.
Quando trovo il bagno allagato è tatto Bembo, quando Michi è senza giacca in mezzo alla neve ho pettata a Bembo, quando chiedo “chi l’ha detto che si mangiano con le mani gli spaghetti?” m’ha detto Bembo. Nel letto Michi, la sera, lascia sempre un posto per Bembo, quando fa il bagno vuole mettersi gli occhialini perché Bembo lo schizza, se la nonna gli regala una caramella, Michi gliene chiede subito un’altra, se no Bembo piange. Quando parla di Bembo, Michi smette di balbettare, si esprime sicuro, come un cantante davanti a un microfono, sa tutto di lui e è orgoglioso di essere l’unico depositario della conoscenza dell’universo-Bembo, l’unico in grado di rispondere a qualsiasi domanda sul suo amico. Spesso è Davide (un po’ a disagio per il fatto che il suo inseparabile fratellino abbia un amico così intimo che lui non ha mai nemmeno visto) che chiede storie su Bembo a Michi e stare a ascoltare le loro conversazioni è magnifico: Davide è molto attento, indaga nella vita di Bembo, scende nei particolari. E Michi lo soddisfa, con quello sguardo da golpe di chi ha un amico speciale nel taschino, un amico tutto suo e solo suo, che giorno dopo giorno impariamo a conoscere sempre meglio ma che non vedremo mai. Perché quando passiamo là fonno quella strada, dove c’è la casa gialla, Bembo dorme. Perché Bembo ha motto sonno e domme sempe sempe.
Non lo vedremo mai, ma Bembo è uno di famiglia a tutti gli effetti. Non mi ha nemmeno stupito più di tanto che Michi lo abbia disegnato insieme a noi cinque: quando la tata Cri mi ha chiesto chi fosse ho risposto candida: “è l’amico di Michele, da quest’estate sono inseparabili”. Mi sono dimenticata di precisare che si tratta di un amico immaginario, ma ormai anch’io faccio fatica a non pensarlo come un bambino vero.

 Nelle ultime settimane negli asili di Modena si è vista una mobilitazione straordinaria.
Genitori, bambini, insegnanti, cittadini, tutti compatti contro il piano di esternalizzazioni delle scuole dell’infanzia varato dal Comune.
A Modena, dove nel 1969 è stato aperto il primo asilo nido d’Italia, prima ancora della legge che li avrebbe istituiti, i nidi, in pochi giorni sono state raccolte 3800 firme per dire no alle esternalizzazioni.
Tra due giorni, sabato 17 marzo, piazza XX settembre farà fatica a contenere tutti i genitori, i bambini, gli insegnanti, gli asili nido, le scuole materne e tutti quelli che pensano che i servizi all’infanzia 0-6 siano una eccellenza di Modena e facciano parte delle radici identitarie della nostra comunità. Saranno tutti in piazza per dire ai nostri amministratori “giù le mani dagli asili”. Io io mio compleanno lo festeggerò lì!

colonna sonora: El pueblo unido jamas sera vencido, Banda Bassotti

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