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persianaNon riesco ancora a spiegarmi come mai, a una certa eta, quando uno dice che ha freddo, invece ha caldo. Succede dai due anni e qualche mese ai tre anni, poi, col compimento del trentaseiesimo mese, come puoi iniziare a maneggiare le sorpresine dell’ovetto Kinder senza pericolo di mangiartele e soffocarti, così il cervello si raddrizza e sistema il freddo nella casellina del freddo e il caldo in quella opposta.

Giovi mi chiama nel cuore della notte, mi alzo di scatto con gli occhi ancora chiusi, faccio per scavalcare il mio husband profondamente addormentato al mio fianco in direzione dell’uscita e inciampo nelle sue tibie tonificate dal CrossFit, urto la spalla contro la porta rimasta socchiusa e con uno scatto felino sono da lui, che nel buio strisciato di luce che si infila tra le fessure delle persiane e si riflette sul soffitto, mi dice: “Mamma, ho feddo”. Lo guardo con i piedini nudi fuori dal futon, a bordo pavimento, visto che il letto non è più alto di quindici centimetri. Mi chiedo che ci sta a dire un materasso giapponese di fianco ad un armadio Ikea in una casa emiliana di un secolo e mezzo fa; ma vista l’ora propendo per non soffermarmi a filosofeggiare su globalizzazione&melting pot, così come sulla correlazione tra il mancato ricorso al feng shui e i movimenti notturni del bambino, che mentre dorme abbandona il cuscino per appoggiare la testa alla coscia di suo fratello, girandosi di un centinaio di gradi rispetto alla sua posizione originaria, con i piedini fuori dal futon. Lo prendo in braccio e lo riporto nel verso occidentalmente giusto, con la testa sul cuscino e i piedi di conseguenza. E poi, ricordandomi del motivo della sua chiamata, mi inginocchio e gli sistemo sopra il piumino fiorato che usavo anch’io da bimba, stando attenta di coprirlo per bene che a me di notte mi si congelano sempre le braccia. Mi sto rialzando per tornare in camera mia che parte una specie di calcio volante acrobatico accompagnato da un suono morbido e netto, e spezzata dalla luce a fessure, vedo una gambotta cicciotta alzarsi per aria e ricacciare nell’angolo del letto da cui lo avevo recuperato il soffice piumino. “Ma non avevi freddo?” gli faccio lievemente spazientita. “Sì, tanto feddo, mamma”.

Tutto regolare. Il freddo non è altro che il caldo, così come il bianco (Voglio scappe bianche) è il nero, e la mattina, sempre in ritardo, ti perdi in una tavolozza di colori mescolati a casaccio e non capisci più che scarpe vuole quel nanerottolo con la maglietta rosa del Palermo anche a dicembre. O ancora, sporco sta per pulito, alto per basso e piccolo per grande. Tutto regolare, basta farci l’abitudine.

Merita la versione iperbolica del freddo e del caldo, quando una volta, davanti ad un piatto di tortellini hand made cotti nel brodo vegetale biologico, Giovi urla piangendo “Ahh!! Che ghiaccio!”. E io, che ormai ho capito il giochetto: “Vuoi dire che bruciano?” E Giovi: “Sì mamma, il ghiaccio bucia, coi tottellini”.

Ecco, io non ho ancora capito, dopo tre figli, come funziona questo fatto che per circa nove mesi i bambini sotto i tre anni che iniziano a padroneggiare la lingua usano aggettivi opposti al contrario di quello che per tutti gli altri significano e lo fanno convinti e non sbagliano mai. Se qualcuno me lo spiega sono felice. Nel frattempo un po’ confusa.

colonna sonora: Confusa e felice, Carmen Consoli

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Domani è un giorno importante per me e il maiuscolo Mr. Z. Ci giochiamo tutto. O la va o la spacca.

Sono un po’ a terra stasera, il caldo mi scioglie, l’inerzia mi frustra, i dubbi mi demotivano, le non risposte mi fiaccano, le zanzare mi stuzzicano e l’entusiasmo si sgonfia, come le ruote di una bicicletta lasciata troppo al sole.

Sono mesi che la mia testa e le mie energie sono in gran parte occupate da questo progettone di “simil cohousing con i bambini al centro”, sono mesi che cerco di immaginare una soluzione abitativa nuova, che provo a costruirci intorno un gruppo di famiglie pioniere, che mi faccio in quattro per concordare questo e quello con l’uno e con l’altro.
Sono mesi che tutto sembra andare per il verso giusto e poi, quando è il momento di quagliare, succede sempre qualcosa che grippa il motore, mi obbliga a una brusca frenata, mi fa tornare al punto di partenza.

Sarà il caldo che l’ha fatta evaporare, ma ho quasi finito la benzina, mi è rimasta giusto quella per dare il massimo nella mezz’ora che ci è concessa domani per provare a farci amico il mostro finale e chiudere la partita. Almeno una.

Sarà che il quotidiano è pesante, che i bimbi mi prosciugano, che l’afa mi schiaccia, ma stasera vedo nero. E forse non mi sarei dovuta mettere a scrivere, forse sarei dovuta andare a correre, sudare sulle piste ciclabili, accelerare nei parchi deserti, attraversare i parcheggi illuminati, fermarmi tra i palazzi tutti uguali che uno dopo l’altro scandiscono il paesaggio dei miei allenamenti, e convincermi che quella è la Soluzione, e che una casa me la devo cercare lì, senza tanti svolazzi pindarici.

Ma la notte mi fa paura, e allora mi sono messa a scrivere. Facevo meglio a uscire a correre, che il nero della notte non sarebbe stato così nero come quello che mi frulla in testa. Speriamo sia solo un temporaneo black-out. E che domani non sia l’ennesimo incontro di pugilato (che di pugni ne ho presi abbastanza e le forze sul ring non sono equiparabili), ma che per una volta si giochi nella stessa squadra, perché noi vogliamo giocare insieme, non contro. Cavolacci!

colonna sonora: Black-out, Francesco Guccini

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