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PicsArt_1372977195693Mentre sono sdraiata sul futon senza più tatami, con Giovi addormentato sulla pancia e la gamba di Dadi arrotolata alla mia tibia, Michi sfregando il suo nasino sudato contro il mio nasone altrettanto sudato, sottovoce mi sussurra all’orecchio “Mamma, io voglio stare SEMPRE con te”.

Immobile a pancia in alto, mi guardo intorno muovendo solo gli occhi, per non rischiare di svegliare il piccolo che mi russa sulla pancia e il grande che fa altrettanto intorno alla tibia: i tatami sono impilati contro il muro, le ante dell’armadio sono spalancato e dentro è tutto vuoto, sul pavimento è rimasto un salvadanaio, qualche pentolino di plastica, una coppia di cavallini di legno, tre pennarelli, degli stracci impolverati e un bicchiere con dentro delle vecchie monete usate per giocare ai pirati.

E mentre il pensiero vola dieci metri più in là, nella sala sfigurata da scatoloni di tutte le misure, mentre penso che in cucina non è rimasto neanche un bicchiere, neanche una forchetta, neanche il sale, rispondo a Michi, anch’io con voce bassa e morbida:

“Davvero vuoi stare sempre con la mamma? Anche mentre impilo i tegami in una sporta di dimensioni super maxi, e mentre scotchio scatoloni di libri che non ricordavo assolutamente di avere?
Anche mentre smonto un armadio dell’Ikea che non riuscirò mai a rimontare e mentre carico la macchina di vestiti di tutte le taglie da 0 ai 37 anni che non so dove mettere?
Anche mentre non mi capacito di avere in casa 14 pacchi di spaghetti ancora da cominciare e mentre mi chiedo a chi potrebbe interessare un impianto stereo della Bose mai usato, il mio vecchio Solex fermo da quindici anni e una valangata di coppette assorbilatte di cui avevo perso le tracce e di cui non ho più bisogno?
Anche mentre telefono a Hera per attivare le utenze nella nuova casa, all’Anagrafe per cambiare la residenza, a Infostrada per trasferire la linea telefonica?
Anche mentre scrivo a Internazionale per comunicare il nuovo indirizzo a cui spedire il giornale e al notaio per consegnare la certificazione energetica e la documentazione relativa alla conformità edilizia dell’appartamento che abbiamo appena venduto?
Anche mentre mi guardo intorno e mi faccio prendere dalla sconforto vedendo la casa ancora relativamente piena e il termine per liberarla sempre più vicino?
E anche mentre conto i gradini, tutte le volte che scendo le scale carica di scatoloni e mentre le risalgo, pensando ai prossimi scatoloni che dovrò portare?”

Interrompo il “mantra del trasloco” con il sorriso sulle labbra, appena mi accorgo che Michi dorme come un tasso, anche se l’elenco dello cose da fare per liberare la casa e attrezzarne un’altra potrebbe alimentare il mantra per pagine e pagine.

PS: Oggi è l’ultima sera che dormiamo nella nostra bella casina al quarto piano senza ascensore dell’Harlem Building in Party Street; domattina io e i bimbi partiamo per Villa L. e al ritorno, papà Luchi e il maiuscolo Kalid avranno finito di traslocare nella nostra temporanea nuova dimora quello che resta ancora sparso sul pavimento.
Come mi ha detto il buon vecchio Remo ieri pomeriggio, affacciato alla finestra del primo piano, con la voce spezzata dall’emozione, “La vita non si può fermare, ma mi mancherà sentire i tuoi bimbi urlanti mentre salgono le scale dell’Harlem Building”. E anche a me mancherà l’Harlem Building, con l’odore di spezie che esce dagli appartamenti, l’intonaco scrostato, i filippini e i moldavi, i vecchietti modenesi e le coppie miste, la fila di passeggini nell’atrio, i calci al pallone in cortile, gli ululati di Pippo, cane depresso della Modena bene che abita nella villa di fianco, ma soprattutto mi mancheranno Immanuel e Oliver, i fratellini ghanesi del nostro pianerottolo, anche loro in partenza, a cui auguro con tutto il cuore buona strada e che mi auguro di rincontrare, prima o poi. Ma questa è un’altra storia.

colonna sonora: Divenire, Ludovico Einaudi

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 Oggi sono a casa con Laura perché entrambe siamo state dal medico stamattina, quindi niente asilo per lei e niente ufficio per me. Nel primo pomeriggio l’ho portata un po’ fuori a giocare al parco, facendo uno sforzo perché sono ancora un po’ ammalata. Poco lontano dal condominio dove abitiamo tre bambini africani la vedono sfrecciare sulla sua bici rosa e le chiedono di fermarsi a giocare, ma lei no, se ne va spedita per la ciclabile. Al ritorno i bambini sono ancora lì e le fanno la stessa domanda e Laura reagisce allo stesso modo. Io rispondo loro che dobbiamo andare a casa perché io non sto tanto bene. I bambini allora ci seguono fino a casa e ci chiedono se possono venire a giocare in casa.
Va bene” – rispondo io – “ma dovete avvertire la vostra mamma.”
La nostra mamma non c’è, ci viene a prendere più tardi.” – rispondono i due più piccoli, Samuele di 4 anni e Manuela di 6 -”Ci ha lasciati con lei”. Lei è Rita, 7 anni, sguardo luminoso e sorriso caldo come hanno spesso i bambini africani. Mi mostra le chiavi che sua mamma le ha lasciato per potere entrare e uscire di casa mentre lei non c’è.
Saliamo in casa tutti e cinque, facciamo merenda con fragole e mela autonomamente; senza il mio intervento si mettono a giocare insieme. Senza che Laura li avesse mai conosciuti prima.
Dopo un po’ hanno voglia di scendere in cortile, Laura timorosa di essere esclusa dai giochi perché in cortile non sarà più la padrona di casa e loro sono un trio affiatato, vuole che l’accompagni. Ma una volta in cortile i giochi continuano senza il mio intervento e la mia presenza è superflua, se non per rassicurare Laura”.

Questa storia me l’ha mandata qualche ora fa la mia amica Cosetta, dicendo che secondo lei poteva stare bene nel mio blog e che se volevo la potevo pubblicare.
Detto fatto. Mi sembra una bella storia, e mi sembra particolarmente adatta al “the day after the wolrd café”. Ieri infatti c’è stato questo pomeriggio di partecipazione-confronto creativo nel quale, tra una ciliegia e una nocciolina americana, tra un bicchiere di pepsi e una fetta di torta, 47 persone si sono scambiate conoscenze, hanno messo in comune idee, fatto proposte, ascoltato gli altri, scritto e disegnato tovaglie, cambiato tavolo (quattro in tutto, uno ogni 25 minuti), messo in discussione il proprio punto di vista, offerto soluzioni, “viaggiato” da un argomento all’altro, dato consigli su come impostare i 150 metri quadrati di spazio per bambini aperto alla città che vogliamo realizzare in mezzo alle case di Irughegia, il nostro simil cohousing per famiglie con bambini piccoli che giorno dopo giorno prende sempre più forma e diventa sempre meno un sogno.
Io seduta ieri non ci sono stata mai: il mio compito era fare l’arbitro, tenere il tempo, dare le regole, girare tra i tavoli e riempire di ciliegie i piattini vuoti, Della presentazione finale, quando abbiamo appeso alla parete le sei tovaglie piene di scritte e colori (bellissima e duratura prova del potere dell’intelligenza collettiva!), raccontando a tutti le cose più interessanti che erano uscite da quella discussione “circolare”, mi sono rimaste in mente alcune parole chiave intorno alle quali costruire un progetto: libertà, autonomia, apertura, autogestione, relax; alcuni diritti di chi frequenterà questo posto: diritto al rischio, diritto a non fare niente, diritto a stare a guardare, diritto a stare insieme, diritto a provare, diritto a gestirsi il tempo; e alcune caratteristiche che dovrà avere lo spazio: naturale, destrutturato, vuoto, creativo, evolutivo, versatile, dove si trova ciò che non c’è a casa, di aggregazione, con le ruote, nuovo, conviviale, diverso, speciale. Sono solo appunti, piccoli flash da organizzare in un report più completo e strutturato, da condividere con tutti i partecipanti, per provare a comporre le tante suggestioni stimolanti ma anche contraddittorie che sono emerse ieri. Perché per crescere Irughegia ha bisogno di pensieri nuovi e gente diversa, ma anche di un’identità comune.

PS: “Questo è il grado di apertura e autonomia che immagino ci sarà tra i bambini di Irughegia” mi scrive Cosetta a conclusione della “storia del giovedì a casa per caso”. Bisognerà non dimenticarselo!.

colonna sonora: Myth, Beach House 

Nota: l’immagine è di Francesco Boni, fotografo ufficiale del world café.

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Da oggi, oltre a tante idee e entusiasmo, abbiamo anche un nome, una faccia e un’anima.
Il gruppo di famiglie nato intorno a questa idea di “cohousing con tanti bambini” ha scelto Irughegia (e non posso che essere felice, onorata e anche un po’ commossa per questa scelta), come nome del progetto abitativo con cui vuole promuovere un nuovo modello di abitare, fare welfare e offrire servizi aperti anche agli altri bambini della città. (altro…)

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Ieri pomeriggio c’è stato il primo incontro ufficiale del gruppo di famiglie interessate al nostro progetto di cohousing. Ci hanno ospitati gli amici di Itaca, nella loro living room comune.
Noi abbiamo portato lavagna a fogli mobili, post-it, pennarelli, fogli e penne, un po’ di patatine, qualche dolcetto, acqua e bibite.
Ci siamo seduti intorno a due tavoloni vicini, per poterci guardare tutti in faccia. Eravamo in tanti, molti non si conoscevano tra loro; io mi sentivo un po’ come in un’agenzia matrimoniale, anche se non ci sono mai stata. A me è sembrato che subito ci fosse un po’ di timidezza diffusa – ognuno entrando cercava subito con gli occhi qualcuno che conoscesse – ma anche tanta curiosità per un incontro un po’ anomalo: in tanti hanno detto che questa idea diversa di abitare ce l’avevano da tempo, che tante parole tra amici erano state fatte per provare a dar vita a un progetto residenziale comune, ma arrivare a incontrarsi sul serio, in tanti, con un’idea di progetto, con l’interesse del Comune, con l’intenzione di provarci davvero, è un’altra cosa. (altro…)

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Qualche giorno fa sono stata con la mia amica Cosetta a visitare le Coriandoline, un gruppo di case progettate insieme ai bambini delle scuole dell’infanzia di Correggio e costruite a partire dalle esigenze abitative di quei bambini.
Il risultato è sorprendente, da lasciare a bocca aperta: muri colorati arricchiti da decorazioni uniche, forme particolari, diverse, messe insieme con gusto e grande senso estetico, spazi tradizionali rivisitati in chiave magica, particolari preziosi, un’altissima personalizzazione delle soluzioni, un senso di pace, tantissimo verde, nessun cancello, nessuno steccato.
“I bambini, in questo intervento – ci spiega l’architetto Pantaleoni che ha seguito dall’inizio alla fine il progetto – sono stati usati come parametro generale di qualità, una qualità indipendente dall’età”.
E infatti nelle venti abitazioni delle Coriandoline vivono felici e a proprio agio anche tante persone senza bambini o con bambini già grandi. (altro…)

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 La vita è già abbastanza complicata così, con tre figli piccoli, tutti maschi per giunta,
che ti chiamano di notte, uno perché ha sete, l’altro perché ha la pipì, il piccolissimo perché è tittadipendente,
che si svegliano prestissimo, carichi come delle molle, e ti buttano giù dal letto a suon di pupazzate, inferte però rigorosamente con oggetto transazionale ad elevata carica affettiva,
che vanno in asili diversi, sparsi per la città, e che dopo che li hai sistemati tutti sono le otto e mezzo di mattina e tu sei già così stanca che torneresti a letto,
che quando li vai a prendere dopo la merenda hanno sempre una fame da lupi, che uno vuole il “ciuccio orso”, l’altro che “non mi prendi mai in braccio”, il piccolo vampiro che “sempre la titta c’ha in mente”, (altro…)

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