Posts Tagged ‘Cervia’

firenze_maglia_mutuInfilo la valigia nel bagagliaio, i bimbi ci buttano dentro i monopattini, ci sta anche il passeggino e una borsa piena di fogli e colori.
Io: “Ricordati di soffiargli il naso.” Lui: “Ok”. Salgono in macchina.
Io: “Hai preso i pigiami?” Lui: “Sì”. “E gli spazzolini?”, “Sì, ho preso anche quelli”.
Io: “Buon viaggio allora”. Loro: “Ciao mamma, ciao Silvia” La macchina parte, baci nell’aria, mani che salutano, la musica che esce decisa dal finestrino semiaperto.
Io: “Aspetta un attimo.. Ricordati che Davide deve fare i compiti”. Lui frena, mette in folle: “Va bene”, poi riparte. Io, all’inseguimento: “Ah, mi raccomando fagli fare la pipì prima di andare a letto”. Lui frena di nuovo: “Sta’ tranquilla, ce la possiamo fare!” Io: “Sì, sì, scusa..” La macchina riparte, sento la musica sparire lontano mentre io, sguardo fisso sui fanali posteriori che diventano sempre più piccoli, continuo a urlare “Hai preso la bottiglia d’acqua? E i fazzoletti di carta? Non andate a letto troppo tardi, fagli mangiare un po’ di frutta, se c’è freddo mettigli la felpa, salutate Albert e la Laura, fai delle foto..”.

I miei uomini – i tre nanerottoli e il sales&marketing director più affascinante che esista – sono partiti, direzione Firenze, a trovare i vecchi amici dell’Erasmus, lui artista hacker lei cuore d’artista, per un fine settimana senza mamma, “a fare i matti”, come dice Albert, “visto che la Silvia non c’è”. Sono le dieci e mezzo, ho sei ore di tempo prima che mi passino a prendere, direzione Cervia, per partecipare al triathlon a coppie che Davide non non si capacita proprio che io voglia fare (stamattina prima di salire in macchina mi fa: “Se ti prendono in giro, non ti preoccupare, sali sulla bici, vai in stazione, prendi il treno e torna a casa” e io rispondo: “Ma perché dovrebbero prendermi in giro?” e lui serafico “Perché arrivi ultima, no?”). L’anno scorso a Cervia ci siamo andati tutti insieme noi Pitton e a me è toccato gareggiare tra i pianti disperati dei miei tre nanerottoli, offesi fino al midollo per lo strappo affettivo della loro mamma, che per un’ora buona li abbandonava preferendogli la competizione sportiva. Così quest’anno i Pitton hanno deciso di separarsi, gli uomini a ovest, le donne a est. Ricongiungimento previsto dopo circa trenta ore.

“E adesso? Mancano sei ore prima che Gaia mi passi a prendere.. Che faccio?” Torno in casa alquanto stranita, accendo un po’ di musica perché il silenzio mi infastidisce, sparecchio la colazione, preparo la borsa da portarmi al mare, controllo di aver preso il costume, gli occhialini, le scarpe da corsa, esco a comprarmi una canottiera per l’occasione, torno a casa, faccio i letti, vado in solaio a stendere, leggo un articolo di Internazionale, mi metto al computer che devo finire di scrivere un paper per la prossima settimana ma non mi viene niente, ho la testa leggera, mi sudano le mani, vado in bagno tre volte, mi metto a guardare le fotografie dell’estate, riapro la borsa per accertarmi che il costume ci sia, chiamo mio fratello, gli chiedo come si fa a nuotare in mare, controllo se Luca mi ha mandato un messaggio, faccio stretching per le caviglie, vado in garage a gonfiare la bici da corsa che è ferma dal triathlon di Cervia dell’anno scorso, cambio le pile al contachilometri ma continua a non funzionare, mi metto una felpa perché in casa sento freddo, annaffio la salvia e il timo, cambio musica che ITunes si è incantato su Branduardi che mi sta martellando la testa, faccio partire la lavastoviglie, bevo acqua gassata, ricontrollo di aver preso il costume e infilo nella borsa anche una matita nera per occhi, decido di guardare le previsioni del tempo, poi cambio subito idea, per scaramanzia, Luca mi chiama, sono arrivati a Firenze. È passata un’ora e mezzo da quando sono partiti. Ne mancano 28 e mezzo. Mangio un piatto di fagioli all’uccelletto, guardo il cellulare tra un boccone e l’altro, caso mai Luca abbia richiamato e io non abbia sentito, continuo a provare a scrivere il paper ma non riesco a togliermi dalla testa l’immagine dei miei nanerottoli, seduti e cinturati nel sedile dietro della Subaru che mi salutano allegri, Michele con un coltellino svizzero al collo che sventola fiero mentre mi fa ciao con la mano, Davide con i capelli che si sta facendo crescere raccolti in un mini-codino e le carte da gioco in tasca e Giovi, con un cerotto in testa, che ieri ha avuto anche lui il battesimo dei “punti al pronto soccorso”.

Sono persa. Mi addormento con i fagioli sullo stomaco. Quando mi sveglio la separazione si è ridotta a 25 ore, considerando che otto spero di dormirle e poi un altro paio sarò in trance agonistica è quasi fatta. Mi consolo, mi stiro, mi guardo allo specchio e mi vien da ridere. Sono pronta a partire anch’io.

colonna sonora: Supermassive Black Hole, Muse

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Villa L.

È una casetta bianca, a due piani.
Nel giardinetto un bel pergolato di uva rampicante, a luglio ancora acerba, a settembre appena matura.
Le biciclette lì le puoi lasciare aperte, che tanto nessuno le tocca.
Ci sono una decina di camere, ogni anno ne rammodernano qualcuna, a rotazione. Quest anno siamo capitati in una di quelle rinnovate, con il parquet bianco, i doppi vetri, le porte lucide, un letto matrimoniale, uno a castello e uno con le sponde.
A piano terra ci vivono “i vecchi signori” di Villa L., 98 anni lui, qualcuno di meno lei. Hanno festeggiato lo scorso inverno i 70 anni di matrimonio, Giuseppe, una vita passata nelle saline, e Maria, che ancora tira la sfoglia e che delle sue abilità in cucina ha fatto un mestiere.
Per andare in sala da pranzo attraversi tutto il corridoio, passi la loro camera da letto, la loro cucina, il bagno e il salotto che, quando Villa L. è aperta, si trasforma nella sala Tv per gli ospiti, dove i bambini si ipnotizzano dopo pranzo mentre i grandi devono il caffè.
Siamo in Riviera, a un’ora e mezzo di auto da casa, in un posto che sembra essersi fermato alla fine degli anni Cinquanta, quando probabilmente è nato.
Io che mi son sempre detta “in Riviera, d’estate, con i bimbi, Io non ci andrò mai”, a Villa L. ci sono capitata l’anno scorso e ci son tornata entusiasta anche quest anno. Perché Villa L. fa sembrare bello anche il mare di Cervia, la spiaggia ustionante, la distesa interminabile di ombrelloni e la folla di bagnanti del weekend.
A Villa L. sembra di essere a casa, e effettivamente si è a casa di qualcuno, ospiti a pensione della famiglia B. Qui i bambini scorazzano liberi e indipendenti, tutte le porte sono aperte, ci sono rubinetti (e non miscelatori), chiavi (e non tessere magnetiche), Giuseppe sul dondolo in giardino che saluta chi arriva (e non il portiere alla reception), il mangiare è superbo, alle 12,30 si pranza, alle 19,30 si cena, al venerdì c’è il pesce, una sera la minestrina, un’altra piada e salumi, la domenica lasagne e dolce, il giovedì a pranzo fritto misto.
A Villa L. ci sono bambini piccoli, mamme e papà, nonni e nipoti, nonni e basta. Ci sono bolognesi, ferraresi, faentini, una coppia di Milano e una famiglia di Torino, clienti storici e fedelissimi. C’eravamo anche noi Pittom, rumorosi e ingombranti, come solo tre nanerottoli con le molle sotto i piedi e una mamma un po’ selvatica riescono a essere. Adesso siamo a casa, più biondi e più neri di prima. Ma ci torneremo, alla faccia di chi “in Riviera, d’estate, con i bimbi, Io non ci andrò mai”.

 colonna sonora: Seven Seas, Echo and the Bunnymen

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