Posts Tagged ‘ciliegie’

Scriveva Majakovskij in una poesia che ho letto la prima volta vent’anni fa in Boccalone, il romanzo di Enrico Palandri in stile Jack Frusciante anni Settanta, qualcosa del tipo che ci sono momenti speciali in cui senti dietro la schiena, tra le scapole, un prurito strano, e forte, come se da un momento all’altro, dovesse spuntarti un paio d’ali.
Beh, l’altra sera, dopo l’aperitivo sull’erba (alta) che abbiamo fatto insieme, noi, grandi e piccoli, di Irughegia, a ora aperitivo invece che merenda, con un menù più estivo – insalata di farro e frutta mista (ciliegie e albicocche al posto di arance e mandarini), vista la stagione, ma con i fondamentali inalterati: sempre sull’erba, sempre con il treno vicino, sempre i bambini a farla da padroni, sempre coperte e plaid stesi intorno al tavolino, sempre con quel clima difficile da descrivere ma piacevolissimo da vivere, come l’altra volta,
beh, l’altra sera, mi sono sentita così, un po’ come Majakovskij in quella poesia, però il prurito lo avevo ai piedi, per l’accanimento delle zanzare, ma la sensazione di avere le ali era la stessa e per la prima volta in tanti mesi ho pensato davvero “Si può fare!”.
Si parte allora, tutti in carrozza!

PS: non ricordandomi a chi ho prestato Boccalone, ieri pomeriggio, dopo aver riscontrato che anche Google ha dei limiti, sono passata in libreria a sbirciare esattamente cosa diceva Majakovskij a proposito di prurito, scapole e ali.
E ho pensato: “bravo ‘sto Vladimir! Se conoscessi un russo gli chiederei di leggermela in lingua originale, per volare davvero..”
La sua poesia è questa:

“Se dal cielo l’arcobaleno penzola
o è azzurrissimo senza neanche una toppa,
possibile che non vi prudano tutte e due le scapole?
Possibile che non desideriate che da sotto le bluse,
dove prima c’era la gobba,
liberatevi dall’impiccio delle camicie,
si spieghi finalmente
un paio d’ali?”

colonna sonora: Si può fare, Angelo Branduardi

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 Oggi sono a casa con Laura perché entrambe siamo state dal medico stamattina, quindi niente asilo per lei e niente ufficio per me. Nel primo pomeriggio l’ho portata un po’ fuori a giocare al parco, facendo uno sforzo perché sono ancora un po’ ammalata. Poco lontano dal condominio dove abitiamo tre bambini africani la vedono sfrecciare sulla sua bici rosa e le chiedono di fermarsi a giocare, ma lei no, se ne va spedita per la ciclabile. Al ritorno i bambini sono ancora lì e le fanno la stessa domanda e Laura reagisce allo stesso modo. Io rispondo loro che dobbiamo andare a casa perché io non sto tanto bene. I bambini allora ci seguono fino a casa e ci chiedono se possono venire a giocare in casa.
Va bene” – rispondo io – “ma dovete avvertire la vostra mamma.”
La nostra mamma non c’è, ci viene a prendere più tardi.” – rispondono i due più piccoli, Samuele di 4 anni e Manuela di 6 -”Ci ha lasciati con lei”. Lei è Rita, 7 anni, sguardo luminoso e sorriso caldo come hanno spesso i bambini africani. Mi mostra le chiavi che sua mamma le ha lasciato per potere entrare e uscire di casa mentre lei non c’è.
Saliamo in casa tutti e cinque, facciamo merenda con fragole e mela autonomamente; senza il mio intervento si mettono a giocare insieme. Senza che Laura li avesse mai conosciuti prima.
Dopo un po’ hanno voglia di scendere in cortile, Laura timorosa di essere esclusa dai giochi perché in cortile non sarà più la padrona di casa e loro sono un trio affiatato, vuole che l’accompagni. Ma una volta in cortile i giochi continuano senza il mio intervento e la mia presenza è superflua, se non per rassicurare Laura”.

Questa storia me l’ha mandata qualche ora fa la mia amica Cosetta, dicendo che secondo lei poteva stare bene nel mio blog e che se volevo la potevo pubblicare.
Detto fatto. Mi sembra una bella storia, e mi sembra particolarmente adatta al “the day after the wolrd café”. Ieri infatti c’è stato questo pomeriggio di partecipazione-confronto creativo nel quale, tra una ciliegia e una nocciolina americana, tra un bicchiere di pepsi e una fetta di torta, 47 persone si sono scambiate conoscenze, hanno messo in comune idee, fatto proposte, ascoltato gli altri, scritto e disegnato tovaglie, cambiato tavolo (quattro in tutto, uno ogni 25 minuti), messo in discussione il proprio punto di vista, offerto soluzioni, “viaggiato” da un argomento all’altro, dato consigli su come impostare i 150 metri quadrati di spazio per bambini aperto alla città che vogliamo realizzare in mezzo alle case di Irughegia, il nostro simil cohousing per famiglie con bambini piccoli che giorno dopo giorno prende sempre più forma e diventa sempre meno un sogno.
Io seduta ieri non ci sono stata mai: il mio compito era fare l’arbitro, tenere il tempo, dare le regole, girare tra i tavoli e riempire di ciliegie i piattini vuoti, Della presentazione finale, quando abbiamo appeso alla parete le sei tovaglie piene di scritte e colori (bellissima e duratura prova del potere dell’intelligenza collettiva!), raccontando a tutti le cose più interessanti che erano uscite da quella discussione “circolare”, mi sono rimaste in mente alcune parole chiave intorno alle quali costruire un progetto: libertà, autonomia, apertura, autogestione, relax; alcuni diritti di chi frequenterà questo posto: diritto al rischio, diritto a non fare niente, diritto a stare a guardare, diritto a stare insieme, diritto a provare, diritto a gestirsi il tempo; e alcune caratteristiche che dovrà avere lo spazio: naturale, destrutturato, vuoto, creativo, evolutivo, versatile, dove si trova ciò che non c’è a casa, di aggregazione, con le ruote, nuovo, conviviale, diverso, speciale. Sono solo appunti, piccoli flash da organizzare in un report più completo e strutturato, da condividere con tutti i partecipanti, per provare a comporre le tante suggestioni stimolanti ma anche contraddittorie che sono emerse ieri. Perché per crescere Irughegia ha bisogno di pensieri nuovi e gente diversa, ma anche di un’identità comune.

PS: “Questo è il grado di apertura e autonomia che immagino ci sarà tra i bambini di Irughegia” mi scrive Cosetta a conclusione della “storia del giovedì a casa per caso”. Bisognerà non dimenticarselo!.

colonna sonora: Myth, Beach House 

Nota: l’immagine è di Francesco Boni, fotografo ufficiale del world café.

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