Posts Tagged ‘cohousing’

Lumen_caseLa mia giornata oggi inizia in auto, come quella di tanti altri, che la macchina, a differenza di me, la devono usare tutti i giorni. Ci metto mezz’ora a fare gli ultimi cinquecento metri che mi separano dall’entrata del casello di Modena Nord.
Mentre ascolto tra l’insofferente e l’avvilito Virgin Radio e nella quasi immobilità dell’avanzare alterno freneticamente i piedi sui pedali di frizione, acceleratore e freno, come se fossi una suonatrice d’organo impazzita, penso all’attualità del “paradosso di Illich”: già all’inizio degli anni Settanta Illich sosteneva come le auto, inventate per velocizzare gli spostamenti e migliorare il confort del viaggio, si fossero rivoltate contro gli uomini, i quali avevano finito per trovarsi intrappolati ogni giorno dentro quelle scatole di latta. La macchina aveva preso il sopravvento sull’uomo, creando più distanze di quante riuscisse a eliminarne e le persone, invece di risparmiare tempo, si erano trovate chiuse in un’automobile a perderne tantissimo. Dico questo perchè mi piacciono i fuori programma, anche quando scrivo. E fare una digressione è come scegliere una strada che non sai bene dove porta quando sai benissimo che di fronte a te ce ne sarebbe anche un’altra molto più diretta e facile.

Però pensandoci bene questa storia delle macchine qualcosa a che fare con quello che voglio raccontarare ce l’ha: Illich era un sostenitore di quella che lui chiamava la “società conviviale”, una società dove gli strumenti moderni prodotti dall’era industriale sono sottratti agli specialisti che li tengono sotto controllo e restituiti alla collettività, in modo che ciascuno possa utilizzarli per realizzare i propri progetti. L’intuizione di Illich è molto simile alla critica al concetto di monopolio radicale che Turner, il più eloquente e autorevole difensore dell’abitare autogestito, ha applicato all’abitare. Turner scrive negli stessi anni di Illich che il monopolio radicale è un meccanismo di tipo sociale che ha reso la gente incapace di fare da sé, sottraendo uno dei bisogni fondamentali della vita (la casa) alla definizione di chi lo vive (gli abitanti).

Ma la sto ancora prendendo troppo alla lontana. Mi rimetto quindi in macchina e dopo un’oretta di autostrada mi ritrovo immersa in un paesaggio strettamente padano, dove l’orizzontalità e la piattezza dominano su tutto, in una campagna in cui la vista può correre veloce dietro un orizzonte che non smetti mai di vedere ma non riesci mai a raggiungere.
La pioggia di ieri ha lavato anche la nebbia e i colori sono saturi quasi come nelle fotografie di Franco Fontana. Parcheggio davanti al muro di mattoncini antichi cementati in bianco che delimita quella che un tempo deve essere stata una fiorente corte colonica, in cui probabilmente abitavano i braccianti che coltivavano il mais nei campi intorno. Dal cancello si vede una grande aia, ghiaino bianco per terra e in mezzo un bel prato delimitato da due file di alberi adesso spogli. Intorno le case, una porta accanto all’altra, intonaco rosa antico, persiane e porte verdi, tutte basse uguali: pianoterra e primo piano, all’interno una scala che porta alle camere da letto, dietro il giardino, separato dalla sala da una grande vetrata.

In queste case vivono le quattordici famiglie, la maggior parte con bambini, che animano l’ecovillaggio Lumen, una “sperimentazione pratica di un modello di vita collettivo rivolto al benessere e all’eco-sostenibilità”, come si legge sul loro sito internet o “un prato con dei bambini che giocano e le loro case tutte intorno”, come mi ha spiegato Anita che ha nove anni e abita qui da sempre.
Per il mio lavoro di ricerca Lumen è un’esperienza molto interessante da diversi punti di vista: innanzitutto ha una storia consolidata, che viene ripercorsa nel libro scritto in occasione del ventunesimo compleanno dell’ecovilaggio; seconda cosa è un caso di successo, a differenza di tante altre esperienze di comunità intenzionali che si sono sgonfiate dopo la prima fase di entusiasmo, il cui andamento in statistica verrebbe ben rappresentato dalla classica curva di Gauss a forma di campana, dove, dopo un periodo di crescita sostenuta, si raggiunge il punto massimo, dopo il quale comincia il declino.
Un ulteriore motivo di interesse è che Lumen si regge su un originale modello di economia interna autosostenibile: negli anni l’ecovillaggio ha sviluppato una serie di attività aperte all’esterno (dalla scuola di naturopatia, alla Wellness Academy ai corsi di cucina naturale), che hanno costruito posti di lavoro per gli abitanti e che assicurano entrate sufficienti a pagare altri abitanti impegnati a offrire servizi specifici per la comunità, come la mensa interna, l’asilo e l’homeschooling per i bambini delle elementari. In questo modo praticamente tutti gli abitanti di Lumen ricevono uno stipendio per il loro lavoro – che sia rivolto agli esterni o per i residenti – che, sommato al lavoro volontario che ciascuno svolge (nella manutenzione del verde, nella pulizia delgi spazi comuni, nella raccolta della legna con cui viene alimentato il riscaldamento), consente un equilibrio economico sostenibile.
Per fare un esempio concreto, Giacomo, un ragazzo sardo che è il responsabile della cucina comune, ogni mese riceve da Lumen 800 euro per il suo lavoro di preparazione dei pasti e di gestione degli ordini della dispensa. Questi soldi in parte sono ottenuti dalle entrate dei corsi di cucina naturale che sempre Giacomo tiene all’esterno e che confluiscono nel bilancio di Lumen. Come mi ha raccontato lui stesso, questi 800 euro non servono per sostenere spese tipiche di chi abita in appartamenti tradizionali, visto che vivere a Lumen offre un pacchetto di servizi che coprono i costi del cibo, delle utenze, le spese condominiali e quelle per i servizi di cura dei bambini.
Da una stima realizzata qualche mese fa dagli abitanti per quantificare i benefici economici di vivere in ecovillaggio, da un confronto con l’indagine Istat sui consumi, si scopre che ogni famiglia arriva a risparmiare ogni mese circa mille euro, grazie a servizi quali acquisti condivisi, utenze comuni, servizio mensa, scambio di vestiti, condivisione di auto.
A questo modello economico particolare corrisponde una struttura organizzativa piuttosto complessa, articolata in diverse forme giuridiche e orchestrata in modo da riuscire a gestire la vita comunitaria: Lumen infatti è un’associazione che si occupa prevalentemente delle attività formative rivolte all’esterno, ma anche una cooperativa di produzione e lavoro che gestisce progetti editoriali, la vendita di prodotti naturali e le attività svolte in diversi centri benessere, oltre a essere da qualche anno una cooperativa a proprietà indivisa che amministra gli alloggi e un network di persone che organizzano le attività educative rivolte ai bambini, dall’educazione parentale al servizio di asilo modello tagesmutter.

All’ingresso mi accoglie Federico, 38 anni di Crema, che si è trasferito nell’ecovillaggio insieme a sua moglie Valentina e alla loro figlia Matilde ormai quattro anni fa. Dopo aver transitato in alcuni appartamenti condivisi, ha contribuito a ristrutturare una porzione di casa della corte dove adesso vive, per scelta, insieme alla famiglia di Floriana e Alessandro. La condivisione abitativa non è la regola, ma sicuramente si sposa bene con le motivazioni di carattere relazionale e comunitario che spesso accompagnano la scelta di vivere in ecovillaggio.
Nell’attesa di trasferirci nella homeschooling dove Federico insegna arte, beviamo un té seduti al bancone della sua cucina, autoprodotto con assi recuperate dai ponteggi dei cantieri edili; alle mie spalle c’è una lavagna nera con scritto il menù settimanale della colazione: frutta, latte di soia, pancake, succo Hurom, mix di cereali, pane con creme di verdura, marmellata, té, crema di riso, crepes. Colazione a parte, la cucina non è tanto usata, visto che i pranzi e le cene vengono consumati insieme nella mensa comune dall’altra parte dell’aia, tutti i giorni escluso il lunedì, quando ognuno mangia nel proprio alloggio, prendendo però dalla dispensa collettiva gli ingredienti: frutta e verdura soprattutto, ma anche farina, pasta e altri cereali, vista la predilezione degli abitanti per un’alimentazione naturale di tipo vegan. Dalle grandi finestre della sala entra una luce calda, che si infila fin dentro la mia tazza e si riflette sulle pareti chiare della stanza. Il té così illuminato mi sembra più buono del solito.
Oltre a insegnare arte ai bambini della homeschooling, Federico segue le questioni amministrative di Lumen, gestisce alcuni progetti speciali, tra cui quello in corso di realizzazione di una casa famiglia in cui accogliere ragazzi in affido e ha mantenuto anche alcuni impegni esterni, tra cui quello di vice sindaco del paese vicino.
Mentre parliamo entra Floriana, che si occupa dell’asilo, e poco dopo dalle scale sbuca Alessandro, vestito con un kimono bianco simile a quelli da judo, che alterna l’attività di grafico a quella di maestro di yoga. Più tardi conoscerò anche loro figlio Lucas, che frequenta l’homeschooling e condivide la camera da letto con Matilde, la figlia di Federico e Valentina.
Tra una tazza di té e l’altra, Federico mi racconta come si vive a Lumen, la procedura piuttosto articolata per entrarvi (“perché nella conoscenza serve gradualità, sia da parte di chi vuole entrare che da parte di chi accoglie”), il modello gestionale, basato sulla partecipazione e sulla valorizzazione delle abilità e dell’esperienza di ciascuno, e l’investimento comune sulla condivisione: oltre a mangiare insieme quotidianamente, sia a pranzo che a cena, la condivisione si esplica e nel modello economico, visto che quasi tutti lavorano all’interno di Lumen in stretta collaborazione l’uno con l’altro. Inoltre sono previsti dei momenti settimanali di incontro per discutere questioni pratiche, che nell’ultimo anno in via sperimentale sono stati organizzati separatamente tra uomini e donne, e ogni tre mesi una giornata comune durante la quale i trenta adulti dell’ecovillaggio fanno il punto della situazione e affinano la loro visione comune del vivere insieme. Al “fare gruppo” sono dedicati anche momenti di svago collettivi, come brevi vacanze in estate e inverno in cui ritrovarsi fuori dal contesto abituale ed esplorare dinamiche diverse da quelle quotidiane.
Di tutti i discorsi che sento mi colpiscono in particolare le riflessioni di Federico sul modello familiare, molto diverso da quello a cui tutti oggi siamo abituati. In sintesi mi sembra di capire che i cambimenti maggiori siano tre: il primo riguarda il tema della conciliazione di vita e lavoro, in quanto a Lumen si lavora dove si vive, e questo fa sì che si sia sempre vicino alla famiglia; il secondo è legato alla presenza di tante persone che abitano vicine a cui appoggiarsi per esigenze pratiche, ma anche per un supporto emotivo, cosa sempre più rara tra vicini di casa; il terzo infine ha a che fare con il concetto di “comunità educante” che nasce dal vivere con le “porte aperte”, in un ambiente basato sulla condivisone anche ideale di stili di vita. A Lumen in qualche modo si realizza l’auspicio del padre del cohousing, che ha progettato Skråplanet con in testa l’idea che “ogni bambino dovesse avere cento genitori”. E dal vivo la cosa è impressionate.

Sicuramente il “modello Lumen” è affascinante, per una mamma come me, che ogni giorno prova a destreggiarsi tra lavoro (poco retribuito), lavatrici, quotidiano dilemma su cosa preparare da mangiare e accudimento dei tre piccoli Mongi boys.
D’altra parte, mentre la cucina comune e il servizio mensa mi sembrano un benefit intergalattico, capace di abbattere drasticamente il livello di stress di una qualsiasi mamma italiana, sull’educazione parentale non sono così convinta, nonostante le mie frequentazioni più o meno solide con gruppi montessori, pedagogia staineriana e scuole libertarie: mi sembra che la scuola pubblica sia uno dei pochi baluardi di uguaglianza non ancora crollati, e che ogni bambino dovrebbe poter frequentare prima di tutto per conoscere la diversità e poi eventualmente scegliere più consapevolmente l’omeopatia, lo yoga o un’alimentazione vegetariana.
Parentesi in difesa della scuola pubblica a parte, partecipare a una lezione con i bambini dell’homeschooling è stata un’esperienza molto bella, dalla quale ho anche imparato come si realizza un fumetto. E durante la quale ho preso accordi per una partita di calcio, che abbiamo giocato adulti e bambini insieme dopo pranzo nel prato in mezzo alla corte.
A Lumen, dove hanno smantellato i monopoli radicali e le persone si sono riappropriate del valore d’uso delle cose, sottraendo alla logica dello scambio di mercato la casa, la scuola, il cibo e la salute, una partita di calcio però rimane sempre una partita di calcio. Quindi, visto che la mia squadra ha perso di un goal, a Lumen prometto che tornerò presto, magari con i Mongi boys, che con i piedi, a forza di partitelle al parco, stanno diventando bravini..

colonna sonora: Before we knew the cross, Ecovillage 

PS: Ringrazio di cuore Federico, Giacomo, e i due Marco per il tempo che mi hanno dedicato. A Giovanni, Jacopo e Mahel, che ho conosciuto a scuola e reincontrato da avversari sul campo da calcio, ne approfitto per chiedere per iscritto la rivincita. Infine, per tutti quelli che sono arrivati fin qui, spero che il mio racconto abbia fatto capire loro qualcosa in più di quello che sapevano di cosa significa vivere in ecovillaggio. E mi auguro che che abbia anche stimolato domande e riflessioni sul modo di vivere e di abitare di ciascuno di noi.

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CasaNeturalTra qualche ora sarò a parlare di abitare collaborativo e economia della condivisone nello spazio Ovestlab, in via Nicolò Biondo 86 a Modena. Visto che non sono prettamente quello che si potrebbe definire un “gran oratore”, ho pensato di scrivere, per punti, quello che mi piacerebbe riuscire a dire, così, se per caso non si capisse tanto del mio discorso, uno potrebbe sempre andarsi a leggere le note scritte, che per me son cose importanti.

1.Innanzitutto stasera vorrei parlare di abitare collaborativo, chiarendo cos’è e nel frattempo fare vedere diverse esperienze concrete di progetti realizzati. In sostanza su questo punto dirò:

– non parlate(mi) di cohousing,
. perché è un termine troppo rigido per racchiudere tutte le varie esperienze di abitare collaborativo, condiviso, collettivo che stanno nascendo;
. e perché dietro al termine cohousing ci sono tanti pregiudizi, per nulla utili se si vuole diffondere questo modello. Pregiudizi che possono essere ricondotti a due ideologie, implicite nel pensiero di chi si riempie la bocca di cohousing: da un lato l’idea che il cohousing non sia nient’altro che una rivisitazione in chiave moderna delle comunità hippy anni Sessanta, dall’altro invece che vi si nasconda la forma della gated community, la cittadella fortificata dove le persone – generalmente ricche e radical chic – si rinchiudono per costruire la loro comunità chiusa, sorvegliata e protetta da qualsiasi indesiderata incursione esterna;

– filosofeggiamenti a parte, val la pena ricordare che il cohousing in sostanza non è niente di più che un gruppo di case con degli ampi spazi comuni a disposizione di chi ci abita;

– un’altra caratteristica del cohousing è il protagonismo riservato agli abitanti, sia nella progettazione delle case che nella autogestione degli spazi comuni e delle attività collettive.
Gli abitanti protagonisti richiamano alla mente la critica al “monopolio radicale dell’abitare”, formulata alla fine degli anni Settanta da John Turner, filosofo anarchico inglese che, di fronte al fallimento delle politiche per la casa, è diventato il più eloquente e autorevole difensore dell’abitare autogestito. A differenza del monopolio comune che si accaparra il mercato, il monopolio radicale rende la gente incapace di fare da sé, paralizza la produzione di valori d’uso non commercializzabili, come l’abitare, appropriandosi di quelle caratteristiche generali che fino a quel momento avevano permesso alla gente di cavarsela da sola, obbligano le persone a sostituire i valori d’uso con delle merci. Sulla base della sua idea di monopolio radicale, Turner propone il concetto di housing as a verb, ad indicare come l’abitare debba essere inteso come un processo, derivante dalla relazione tra persone, e non come un prodotto. Da queste riflessioni nasce la seconda legge sull’edilizia abitativa di Turner, secondo la quale “l’abitazione non è ciò che essa è ma ciò che essa fa nella vita delle persone”: in altre parole, ciò che la gente esige non si misura solo in termini di efficienza energetica, disposizione delle finestre, spessore dei muri, ma soprattutto tramite il grado di accessibilità a parenti e amici, alla comodità ai servizi, alla facilità di raggiungere il posto di lavoro, agli spazi di socialità, tutti fattori molto più umani che tecnologici, fondamentali per raggiungere un buon livello di abitabilità;

– per tutti questi motivi l’autogestione e l’autoselezione degli abitanti sono caratteristiche indispensabili per creare contesti di abitare collaborativo,

– che in ogni caso si sostanzia in un diverso diritto ad abitare, “un autre type d’habit, basé sur la participation, la convivialité ed la solidarieté” come si legge sul sito della cooperativa CoDHA di Ginevra, la quale, insieme all’associazione Mill’O ha realizzato, dove meno te lo aspetti, un progetto di abitare collaborativo del quale ci racconta Cristina Bianchetti nel libro Territori della condivisione.

2.Poi vorrei riflettere sul perché ultimamente di abitare collaborativo se ne parla così tanto, e quindi raccontare come:

– la crescita di esperienze di abitare collaborativo è sicuramente legata al boom della condivisione, che si sviluppa, forse più che per ragioni economiche, per combattere l’alienazione dell’uomo moderno, l’”angoscia dell’individualizzazione” di cui ci parlava Bauman, contro la quale le persone cercano di costruire legami sociali e relazioni di prossimità;

– sicuramente il cohousing è visto come un possibile nuovo sistema di protezione con cui fronteggiare le principali trasformazioni sociali in atto: invecchiamento, immigrazione, sfaldamento della famiglia nucleare, precarietà del lavoro, in un contesto di crisi economica e di arretramento del welfare state;

– ma è anche una reazione ai mutamenti sociali causati dal boom industriale degli anni Cinquanta e Sessanta, che ha portato ad una migrazione massiccia verso la città a cui si è risposto con un’edificazione di massa per nulla attenta al benessere della persona, che ha finito per produrre, tra le altre cose, una rissa condominiale ogni 5 minuti, secondo i dati riportati nel libro di Antonio Galdo “L’egoismo è finito”;

– le nuove forme di stare insieme rispondono a logiche pratiche, all’esigenza dettata dalla crisi di fare in tanti perché da soli certe cose non ce le si potrebbe permettere, di mettersi insieme per rispondere a esigenze quotidiane che non trovano risposta nel welfare pubblico, e che le risposte le cercano fuori dal mercato e dalle istituzioni;

– i valori comuni di questo stare insieme sono la solidarietà, la socievolezza e la partecipazione, ma anche l’ecologismo, il consumo responsabile e il riciclo, in una riflessione più generale su “quanto è abbastanza” e sull’“opportunità di fare con poco”, in un mondo in cui le risorse materiali si stanno progressivamente esaurendo.

3.Terzo punto sarà inserire l’abitare collaborativo nel paradigma dell’economia della condivisione, la famosa sharing economy, che tiene insieme cose molto diverse (mobilità, ospitalità, casa, lavoro, ricerca fondi, scambio di idee, ..), tutte caratterizzate dalla disponibilità a mettere in comune beni e servizi in una logica collaborativa .

La tecnologia è il sistema abilitante della condivisione: il web infatti ha permesso di connettere in modo rapido e efficiente persone con altre persone, persone con informazioni, persone con cose e ha trasformato una pratica antica come quella dello scambio in un’industria.

È il trionfo dell’era dell’accesso, in cui usare una cosa è molto più comodo che possederla. E qui, parlando di cohousing, non si può non fare l’esempio del trapano.

Anche riferendosi alla sharing economy si può comunque parlare di consumismo, come tra l’altro risulta evidente guardando la copertina che ha dedicato l’Economist al fenomeno della condivisione. È un’altra forma di consumismo, un consumismo collettivo, che per funzionare ha bisogno di una massa critica di partecipanti e che risponde a logiche di un’economia alternativa, alimentata da un “cuore sociale”: in questo modello contano meno i guadagni quantificabili e di più di vantaggi di tipo sociale, relativi alla reputazione, a uno stile di vita sostenibile, ai legami collettivi.

4.Airbnb e Couchsurfing, due servizi che offrono ospitalità in condivisione, mettendo in contatto chi cerca un alloggio con chi ha un extra spazio da affittare, possono essere considerati i due possibili modelli di sviluppo dell’economia della condivisione. In comune i due sistemi hanno il fatto di mettere in contatto diretto produttori e consumatori tramite una piattaforma online, di affidare il controllo della qualità direttamente alle persone coinvolte attraverso un sistema di recensioni basato su meccanismi di reputazione e di offrire un’esperienza che va oltre l’alloggio. D’altra parte la differenza principale è che Airbnb, considerato il modello più riuscito di sharing economy, con 11 milioni di utilizzatori e 600 mila alloggi in 192 paesi, è un servizio a pagamento, mentre couchsurfing è un sistema di ospitalità gratuita, autogestita dai membri della community.

A questi due modelli imprenditoriali corrispondono due diverse idee di città smart. Le spiega meglio di chiunque altro Alberto Cottica nel suo blog. Io le riassumo qui perché penso che scegliere “da che parte stare” e esplicitarlo sia un impegno a cui chi ci amministra non può sottrarsi, perché da questo dipende il futuro della nostra città.

C’è un modello di città smart associato alle grandi imprese, che si fonda sull’idea di usare sensori collegati tra loro per aumentare le informazioni che le città producono, e usare questi dati per riprogettare e migliorare i luoghi in cui viviamo. Al centro di questa visione ci sono tecnologie e interdipendenza, e una vocazione centralista in cui ai cittadini resta il ruolo di consumatori. Il simbolo è la Copenaghen Wheel dell’MIT, un congegno elettronico che trasforma una normale bicicletta in una bicicletta elettrica e che è sempre connesso con l’I-phone, per offrire a chi pedala una serie di informazioni aggiuntive, ad esempio su indicazioni stradali, traffico ed inquinamento.

L’altro modello di città smart è legato alla cultura hacker e all’innovazione sociale. L’idea qui è riprogettare le città per renderle più comode, semplici e sostenibili anche economicamente e le soluzioni possono essere molto diverse: in alcuni casi basate su tecnologie moderne, in altri assolutamente lowtech, come quando si parla di incentivare la mobilità dolce o l’agricoltura urbana. Al centro di questa visione alternativa ci stanno le relazioni sociali, la costruzione di comunità, la consapevolezza che l’ambiente è fragile e le risorse naturali limitate. Il simbolo in questo caso è la ciclofficina e la modalità organizzativa su cui si fonda questo modello è basata su una decentralizzazione spinta, in cui trionfano i gruppi di acquisto solidale, gli orti urbani, i fablab, i coworking e tutte le esperienze di abitare collaborativo.

Soprattutto se si abbraccia la visione community-oriented di città, penso che l’abitare possa essere il motore per sviluppare forme di economia della condivisione, molto potenti in relazione allo sviluppo di capitale sociale, al miglioramento della qualità della vita e della sostenibilità urbana. Il problema è che autogestire le pulizie delle scale, la custodia dei bambini, fare la spesa collettivamente, organizzare una biblioteca degli attrezzi o scambiarsi i vestiti sono tutte pratiche che riducono il Pil o, come direbbe qualcuno che conosco, che “non fanno girare l’economia”. Mentre rifletto su cosa voglia dire crescere e come si dovrebbe misurare il Pil, è però facile dimostrare che il particolare clima sociale che si viene a creare in contesti di abitare collaborativo, ed in particolare l’attitudine degli abitanti a condividere spazi e funzioni comuni, rende possibile avviare con maggiore facilità rispetto a contesti tradizionali, sistemi di mobilità in sharing, esperienze di acquisti collettivi, modelli di scambio di beni e servizi, fino ad arrivare a esperienze più avanzate di autogestione di spazi e servizi normalmente considerati beni pubblici collettivi. E che quindi investire sull’abitare collaborativo è una scommessa che vale la pena di fare.

6.Sicuramente non è semplice fare politiche per qualcosa, come l’abitare collaborativo, che non ha confini definiti, ma è sicuramente impossibile avviare sperimentazioni in un sistema che non ne ha mai sentito parlare. Bisogna pensare azioni per diffondere la conoscenza di cosa vuol dire veramente abitare in modo collaborativo e di quali sono i benefici che la condivisione può portare, favorire l’autogestione e le forme di innovazione sociale che si sviluppano dal basso, così come promuovere soluzioni di abitare collettivo affordable, in luoghi chiave e in contesti facili. Per trasformare le esperienze lontane in prototipi ripetibili localmente.

Nota: grazie agli abitanti di Brodolini22, Casa Netural (anche per l’immagine), I tessitori, Cenni di cambiamento, Ecosol, Hotel Patria Occupato, Casa Bru, le 4corti, ex Telecom, Scarsellini, Numero Zero, Itaca, Borgo Vione, Mutonia e a tutti gli altri di cui parlerò stasera per avermi fatto entrare nelle loro case collaborative.

colonna sonora: Like a Rolling Stone, Bob Dylan 

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livingCasaAcmosIl villaggio media, costruito per i giornalisti venuti da tutto il mondo per le Olimpiadi invernali del 2006, sorge su una storica zona industriale nella prima periferia di Torino, dove nel passato produttivo della città c’erano gli stabilimenti della Michelin, della Ingest e della Vitali.
Finiti i giochi olimpici invernali i giornalisti sono tornati ognuno a casa propria e i loro alloggi sono stati trasformati in case popolari.
Si tratta di un’infilata di palazzoni – i più alti sono torri di 21 piani – atterrati sulle macerie delle fabbriche, circondati da rotonde e centri commerciali, dove nel 2007 sono arrivate più di 500 famiglie, molte con bambini, ma anche diverse coppie di anziani.
Spina 3 è un quartiere che prima delle Olimpiadi non esisteva e che oggi fa fatica a costruirsi una sua identità, nonostante il campanile-ciminiera e il cristo pixelato sulla pala d’altare della chiesa firmata Botta gli abbiano dato una certa eco mediatica. Così come lo skyline del parco Dora, inconfondibile per i pilastri delle antiche ferriere della Fiat che si allungano verso il cielo come grandi alberi ossuti di un mondo androide, anch’esso entrato tra le mete turistiche dell’altra Torino. La maggior parte dei visitatori comunque continua a venire in queste zone solo per fare acquisti e approfittare delle offerte imperdibili con cui si danno battaglia i vari supermercati.

In una delle torri di corso Mortara, tra le 90 famiglie che qui ci vivono, ci sono anche i due appartamenti di Filo Continuo, la coabitazione solidale che Acmos ha avviato nel 2008, mettendo cinque ragazzi a vivere insieme, dando loro l’opportunità di guadagnarsi un’autonomia abitativa a prezzo scontato – 100 euro al mese per le spese della casa più 80 di cassa comune per internet e cibo, nel caso di Filo Continuo – in cambio di dieci ore a settimana di lavoro volontario di accompagnamento sociale con gli altri abitanti. Per spingere sul concetto di “abitare insieme” in un palazzo fatto di ventuno piani di tradizionalissimi appartamenti modello “one house, one family”, i ragazzi di Acmos hanno pensato di rivoluzionare la distribuzione degli spazi, suddividendo gli ambienti tra i due appartamenti, separati da tre piani di scale, come se in realtà l’appartamento fosse uno solo: e così hanno deciso di avere una sola cucina al terzo piano, mentre il salotto con internet e la lavanderia sono al sesto. Una scelta non proprio ordinaria, che costringe a una migrazione quotidiana i coabitanti, che devono scendere tre piani in pigiama per fare colazione e salirne altri tre per andare a fare la lavatrice o collegarsi a internet, sotto gli occhi stupiti degli altri inquilini.

D’altra parte la condivisione non è una scelta facile (seppure nella maggior parte dei casi consapevole e voluta) e per funzionare in termini di attivazione di meccanismi di socialità e mutuo aiuto, ha bisogno di un “design degli spazi” pensato per facilitare gli incontri e stimolare i rapporti personali. Essere obbligati a uscire di casa per farsi da mangiare è sicuramente un sistema efficace (anche se con poche prospettive di diffusione), ma esistono anche scelte progettuali più soft per stimolare gli incontri, come ad esempio prevedere scaffali di book-crossing lungo le scale comuni, come fanno nella coabitazione Sorgente, o attrezzare gli spazi davanti agli ascensori con divanetti, macchina del caffè e wifi libero, come ho visto nell’ostello sociale Zumbini6, o ancora liberare gli appartamenti dalle lavatrici e spostarle tutte in un locale comune (altra scelta tutt’altro che facile, considerando che la lavanderia comune è uno dei temi più dibattuti anche tra i gruppi di cohouser più affiatati).

Oltre ad un “design social”, la letteratura internazionale individua nella presenza di abbondanti spazi comuni un’altra caratteristica delle esperienze di cohousing, come ben riassume Francesco Chiodelli in un suo recente contributo.
Da questo punto di vista la torre dove vivono Clara, Domenico e gli altri coabitanti di Filo Continuo non è neanche male: ci sono due grandi sale comuni al piano terra, nelle quali una serie di associazioni organizzano il doposcuola, corsi di teatro, di musica e altre attività per i bambini, ma che sono usate anche dai residenti per cene e altri momenti di festa promossi dai cinque ragazzi di Acmos. E poi le sette torri sono collegate da un grande giardino interno sul retro, dove i bambini si ritrovano spesso a giocare, mentre i genitori possono chiacchierare tra loro e conoscersi.
Nei vicini palazzi di via Orvieto, dove vive un altro gruppo di coabitanti, di spazi comuni, sia al chiuso che all’aperto, non ce n’è neanche uno, nonostante gli edifici siano stati costruiti recentemente, negli stessi anni delle torri di corso Mortara. E la cosa sicuramente non facilita la conoscenza dei vicini e la costruzione di momenti di condivisione.

Un’altra caratteristica del cohousing è il protagonismo degli abitanti, sia nella progettazione che nella autogestione degli spazi comuni e delle attività collettive. Su questo le coabitazioni solidali hanno poco in comune con l’idea tradizionale di cohousing: promosse dal pubblico per tentare di migliorare contesti abitativi di edilizia popolare difficili, già esistenti e frutto di assegnazioni basate su punteggi e criteri di accesso quantitativi, qui non c’è spazio per la partecipazione attiva dei residenti nelle scelte progettuali. In questo contesto dai confini un po’ blindati, la presenza dei coabitanti però consente di riuscire ad ottenere dal gestore delle case popolari più spazi di manovra per piccoli lavori di manutenzione – ad esempio ridipingere l’atrio – o per organizzare attività comuni – come le pulizie del giardino o l’allestimento di un orto collettivo nelle aiuole incolte – o ancora per gestire gli spazi comuni, semplificando iter burocratici, accorciando i tempi e instillando alcuni meccanismi di autogestione in palazzi dove la gestione ordinaria spesso manca e dove far lavorare gli abitanti insieme è una forma molto efficace di accompagnamento sociale.

Chiodelli comunque riscontra una distanza tra letteratura e realtà, visto che non sempre queste tre caratteristiche ideali sono presenti nelle esperienze di cohousing realizzate; in particolare l’aspetto del coinvolgimento diretto dei futuri abitanti è raro, soprattutto in un paese come l’Italia, dove quello dell’abitare è un settore generalmente promosso da operatori privati, sia per tradizione imprenditoriale che ancora di più per il sistema di regole fissate dal pubblico. In altre realtà, ad esempio in Inghilterra, dove c’è una tradizione forte di pratiche di autocostruzione, da questo punto di vista è più facile avviare progetti promossi dal basso, sviluppati direttamente dai futuri abitanti. In Italia questo non accade neanche nell’autocostruzione, visto che anche questi progetti, quando riescono a partire, si trovano sempre a dover rispettare i tanti paletti tecnici previsti negli strumenti urbanistici, che normalmente fissano le dimensioni delle costruzioni, spesso anche la forma che queste devono avere e che assai raramente consentono di realizzare spazi diversi da quelli strettamente residenziali, i famosi spazi comuni indispensabili per creare modelli di abitare collaborativo.

Analizzando le esperienze concrete di cohousing, Chiodelli individua altre due caratteristiche che concorrono a definire il cohousing: la prima, legata al protagonismo degli abitanti, è riassumibile nel concetto di “vicinato elettivo”, ossia nel processo di autoselezione degli abitanti che caratterizza tutte le esperienze “pure” di cohousing, dove gli abitanti, quando non si conoscono già, si scelgono a vicenda, in un processo di conoscenza reciproca fondamentale per costruire il gruppo che dovrà abitare insieme.
Acmos, sotto questo punto di vista, fa un lavoro piuttosto strutturato di selezione dei futuri coabitanti, che approdano alla coabitazione dopo diversi passaggi: dalla partecipazione ai Gruppi di Educazione alla Cittadinanza, al lavoro nelle scuole, alla frequentazione di Casa Acmos. Inoltre i vari responsabili – che per scelta progettuale vivono dentro la coabitazione – incontrano anche singolarmente gli aspiranti coabitanti, per testare la loro predisposizione a un’abitare che acquista significato fuori dalle mura domestiche, in relazione alla capacità di stabilire relazioni di vicinato. Non è propriamente “vicinato elettivo”, ma qualcosa di non troppo diverso, a mio parere. Che tra l’altro, per come è concepito, protegge queste esperienze anche dal rischio che corrono i cohousing di trasformarsi in comunità chiuse.

Il lavoro preparatorio di Acmos è molto importante anche per il quinto aspetto che caratterizza i cohousing, ossia il retroterra comune di valori dei cohouser, che ha una sua centralità nella scelta di vivere in un cohousing. Si tratta di valori legati alla solidarietà, al mutuo aiuto, alla condivisione, ma anche alla convivialità e alla socievolezza, rafforzati da un pensiero economico che promuove idee di riciclo e riuso, rispetto dell’ambiente e della natura, mobilità lenta, acquisti collettivi e consumo critico. Un pensiero che vive nell’economia di mercato, ma che critica diversi aspetti del sistema capitalistico e che li combatte in prima persona, promuovendo stili di vita alternativi. Casa Acmos, ad esempio, che è la prima esperienza di coabitazione di Acmos, nasce proprio per consentire ai giovani di sperimentare una propria autonomia abitativa, sviluppando uno stile di vita sobrio, inclusivo e sostenibile, in un progetto di “disintossicazione dal consumismo” che ha tantissimi punti di contatto con la filosofia del cohousing.

Tutto questo sbrodolamento per dire che il cohousing è un modello difficile da definire, dai confini mobili e declinato sempre in maniera diversa, di cui in Italia esistono solo pochissime vere esperienze, osteggiato dalla destra per ideologia e dalla sinistra per presunzione, ma che nel suo limbo definitorio si concretizza in una miriade di iniziative abitative, piccole e poco raccontate, che in ogni caso con la condivisione e con l’abitare insieme hanno molto a che fare. Penso ad esempio alle coabitazioni solidali, che hanno il grosso vantaggio di essere un modello testato (che ripara dalla paura di sbagliare che blocca le nostre amministrazioni) e facilmente ripetibile (oltre che anche economicamente autosufficiente). Basta volerlo ripetere.

colonna sonora: Infinite possibilità, La Crus 

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IMG_20150510_115649Pedalo tra capannoni industriali, mi perdo negli svincoli ramificati, tra un Decathlon e un Unieuro, passo di fianco alle roulotte dei giostrai, ai lati della strada l’erba è alta, dalle facce gli unici che si vedono in giro sono stranieri che camminano con le borse della spesa anche se è domenica mattina.

Nella mappa di Milano che mi ha regalato mio fratello, Cinisello Balsamo non c’è e il parco Nord è tagliato a metà, così mi ci perdo dentro. Fa strano pedalare in mezzo a una specie di bosco, tra la gente che corre e le famiglie che preparano i picnic quando fino a qualche centinaio di metri prima dovevi fare attenzione a non ritrovarti con la bicicletta catapultato in una qualche tangenziale, mimetizzata tra i palazzoni e i benzinai.

Una signora indiana, con turbante fiorato, mi dà indicazioni per raggiungere il passaggio pedonale che scavalca l’autostrada, di là la presenza umana si fa ancora più rarefatta, sparisce il commercio, dominano le fabbriche, non si capisce se deserte perché è domenica o perché le industrie non ci sono più. Sono nella periferia est di Cinisello, dove la destinazione d’uso residenziale non sembra contemplata. Le uniche forme abitative che riconosco sono liquide e precarie: prima il campo degli zingari e a fianco il Brodolini, una struttura di housing sociale temporaneo che è anche il motivo per cui mi sono spinta fin qui.

Parcheggio la bicicletta e mi avvicino con poche aspettative a quella specie di prefabbricato che si intravede dalla cancellata esterna. Cerco Armando, uno dei ragazzi che vive lì, negli appartamenti destinati alle famiglie consapevoli. Il progetto sulla carta è interessante: in un edificio del Comune, tra anni fa La Cordata, la cooperativa sociale che gestisce il progetto, ha avviato un’esperienza di abitare temporaneo che mette insieme giovani precari, coppie in cerca di una prima autonomia abitativa, mamme sole con bambini, padri separati che non sanno dove andare, qualche profugo in attesa di asilo politico e altra gente di passaggio, dagli insegnanti del Sud che hanno avuto qui il loro incarico annuale a operai che lavorano nei tanti cantieri edili della zona.

La struttura dall’interno sembra una rivisitazione moderna di un convento cinquecentesco, organizzata in due specie di chiostri collegati tra loro e circondati da un portico su cui si affacciano gli appartamenti delle famiglie consapevoli, le camere degli ospiti e gli spazi comuni, dove avviene la vita sociale. Le corti sono ricoperte di prato e vari alberelli, il verde si allunga sotto il portico dove trovano spazio vasi di fiori e esperimenti arborei, sul retro c’è l’orto collettivo, in parte gestito dagli abitanti di Brodolini, in parte dal gruppo dei gastronauti di Cinisello.

Seguo Armando, orecchino e magietta a righe, che mi accompagna a vedere la cucina comune dove una sera a settimana c’è anche il cineforum, la lavanderia e le camere che si susseguono sotto il portico. Davanti all’ingresso, tra una pianta di rose e un germoglio di acacia, c’è chi ha messo una vecchia poltrona, chi un tavolino e chi anche solo una sedia; tutto intorno si respira un’atmosfera di quotidianità allargata, che esce dalle mura di casa e si estende sotto il portico, nel prato, fino all’orto, una quotidianità fatta di cene insieme, grigliate in giardino, lavori nell’orto, chiacchiere sulle sedie davanti alla porta di casa, proprio come facevano i nostri nonni che dopo cena tiravano fuori la sedia di cucina per ritrovarsi con i vicini.

Una laurea in architettura e una famiglia in Venezuela, Armando vive a Brodolini da tre anni, e tra un anno ancora dovrà lasciare il suo appartamento, che condivide con Fulvio, arrivato con il progetto dedicato ai padri separati. Oltre a loro, negli appartamenti per le famiglie consapevoli ci sono Matteo e Sara, usciti da casa dei genitori per costruirsi una vita insieme, Alessandro e il suo coinquilino Simone che ha perso il lavoro un mese dopo essere arrivato qui, Franca, Mel e il loro piccolo Malko, che a Brodolini c’è nato. Tranne Armando, amico di amici, gli altri ragazzi si conoscevano già, cresciuti tutti a Cinisello e impagnati chi in politica chi in una delle tante associazioni del territorio. La Cordata li ha scelti per sperimentare una nuova formula di housing, con la quale provare a rispondere al bisogno abitativo in particolare dei giovani che non riescono a pagare un affitto di mercato, ma che, oltre a offrire un alloggio, vuole costruire relazioni tra gli abitanti, con gli ospiti temporanei, con quelli in disagio sociale e con chi abita fuori.

Il risultato palpabile è un’opera di contaminazione degli abitanti, che parte dalle porte di casa sempre aperte, che cresce con i pranzi e le cene insieme, che invade il quartiere, lo coinvolge nell’orto e lo stimola al confronto e all’apertura. E a proposito di apertura, questa domenica la Cordata ha organizzato un open day, per far conoscere la loro esperienza e cercare nuove persone che prendano il posto dei giovani/famiglie consapevoli che dovranno lasciare Brodolini il prossimo anno. Per sciogliere il clima è stato organizzato un pranzo collettivo in giardino, ognuno ha cucinato qualcosa, molti ingredienti vengono direttamente dall’orto, e ci si è ritrovati come al solito intorno a un tavolo: c’erano le famiglie consapevoli, alcuni ospiti temporanei, altre persone che sono passate dal Brodolini ma che adesso non ci abitano più, molti ragazzi di Cinisello, i gastronauti. Sotto un sole andalusiano, tra un cucchiaio di couscous e un sorso di vino gli abitanti hanno raccontato le loro storie, mentre i bambini giocavano sul prato e le mandibole lavoravano alacremente.

Prima di ripartire, Simone mi invita a prendere il caffè in casa sua, dall’altra parte del chiostro, un bel appartamento con una stampa di Bansky appesa sulla parete dietro il divano. Il tipo di arredamento mi ricorda un loft newyorkese, ma mi basta entrare nella cucina di Armando per ritrovare un’atmosfera più latina. Quando i ragazzi sono entrati gli appartamenti li hanno trovati mezzi sfasciati, così ognuno se l’è risistemato secondo il proprio gusto e adesso il risultato è davvero notevole.
Mi guardo intorno e penso che questo sarebbe un posto adatto anche per girare una serie tv, torno verso la mia bicicletta, penso che questa di Brodolini è un’esperienza davvero interessante, capace di sostenersi economicamente e di sviluppare comunità. Peculiarità e limite allo stesso tempo è la temporaneità dell’esperienza abitativa, che da un lato assicura ricambio e offre nuove opportunità, dall’altro però disperde le relazioni costruite nei tre anni di permanenza e rende difficile costruire un senso di appartenenza al luogo, cosa di cui questa parte di città persa tra i capannoni ha sicuramente bisogno.

colonna sonora: Innamorati a Milano, Ornella Vanoni 

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foto_sharing_economy_economistGiovedì pomeriggio sarò a Bologna alla fiera Smart City Exhibition dove sono stata invitata a presentare un contributo sul tema del cohousing e dello sharing, in un incontro dove si parlerà di energia, nuovi makers e abitare collettivo.

Se il tema vi interessa qui trovate il paper che ho scritto per dimostrare che l’abitare collettivo può diventare un potente fluidificante della condivisione e il luogo per eccellenza di sperimentazione di nuove forme di sharing economy. 

Qui le slide che presenterò a Smart City Exhibition.

 

Nota: L’immagine è tratta da un articolo dell’Economist del 9 marzo 2013.

colonna sonora: To Build A Home, Cinematic Orchestra

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mueggelhof_cohousing_donne_2Ero in traghetto, di ritorno dalle vacanze, quando ho ricevuto una telefonata di un’amica dell’UDI – Unione Donne in Italia – che mi invitava a partecipare ad un incontro/confronto tra donne, per presentare “idee innovative per cambiare il modo di produrre, di consumare, di vivere”. A me chiedevano un contributo sulla mia esperienza legata al cohousing.

Detto che mentre ragionavo su cosa raccontare mi sono assai rattristata per come stavano andando le cose a Modena in materia di cohousing, ho pensato, per l’incontro dell’UDI, di concentrarmi sul rapporto particolare che esiste tra donne e cohousing, riflettendo su quali ricadute possono avere sulla vita quotidiana e sulle opportunità lavorative delle donne quei servizi collaterali all’abitare che caratterizzano i progetti di abitare community-oriented.

 Di seguito gli appunti dei miei cinque minuti di intervento:

  • Quali sono le principali differenze tra uomini e donne rispetto all’uso degli spazi della città? Vienna sono oltre vent’anni che studia come progettare una città per le donne, partendo dall’analisi dei comportamenti, delle abitudini e delle necessità delle donne rispetto alla città. Da questi studi emerge che le donne hanno soprattutto bisogno di una città in cui sia facile, veloce e sicuro muoversi, perché, rispetto agli uomini, che di norma si muovono la mattina per andare al lavoro e la sera per rientrare a casa, le donne durante il giorno compiono molti più spostamenti (per andare a lavorare, accompagnare i bambini a scuola, andare a fare la spesa, passare dal dottore a ritirare una ricetta, portare i bambini in palestra, ecc).

  • Le case per le donne: Vienna è stata anche la prima città che ha promosso interventi abitativi progettati da donne per donne, con l’obiettivo di costruire case che rendessero la vita più facile alle donne, tenuto conto che le donne stanno in casa molto più degli uomini, per occuparsi dei bambini e degli anziani.

  • Una casa per le donne vuol dire una casa progettata insieme ai servizi di welfare spaziale che la circondano: aree verdi sotto casa, dove i bambini possono giocare senza che le mamme si debbano spostare per portarli al parco, asilo comodo, farmacia e medico raggiungibili a piedi, vicinanza alla fermata dell’autobus e buona dotazione di piste ciclabili.

  • Modena è stata eletta la migliore città d’Italia per le mamme che lavorano, sulla base di una classifica redatta dal Corriere della Sera nel 2010. Il primato di Modena dipende sostanzialmente da tre cose:

    • Modena è una città piccola, in cui è facile e veloce spostarsi, anche in bicicletta;

    • Modena ha una rete di asili nido capillare e di alta qualità, frequentata dal 40% dei bambini; questo contribuisce a far sì che Modena sia al secondo posto in Italia per donne che lavorano e sia sedici punti percentuali sopra la media nazionale delle madri che tornano al lavoro dopo il secondo figlio;

    • i nonni sono molto disponibili ad occuparsi dei nipoti, anche se sono sempre di più quelli che lavorano ancora a causa dello spostamento in avanti dell’età pensionabile e quelli che abitano lontano, visto l’elevato tasso di immigrazione.

  • C’è una specifica sensibilità “di genere” al tema dell’abitare comunitario in relazione al lavoro di cura svolto soprattutto dalle donne

  • Inoltre la crisi ha portato ad un ritorno di interesse per le esperienze di cohousing, viste come un possibile correttivo ai tagli del welfare (bambini e anziani) e una soluzione pratica per spendere meno (acquisti comunitari, condivisione di attitudini collaborative rispetto al lavoro di cura, mobilità in sharing, coworking, ecc)

  • Per diventare un’alternativa reale all’abitare tradizionale, il cohousing deve riuscire a coniugare le iniziative promosse dal basso (spesso da donne) con istituzioni attente ai cambiamenti e inclini alla sperimentazione (mosche bianche in un panorama politico fatto nella stragrande maggioranza dei casi da uomini). A Modena la distanza tra questi due mondi è ancora enorme.

colonna sonora: America, Gianna Nannini 

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Irughegia_collina_foto_Sul sito del Comune di Modena, stamattina, sono comparsi questi due comunicati stampa. Buona lettura!
Cohousing/1 – A Modena si sperimenterà un progetto di cohousing
Approvate le linee guida per un bando di gara volto a individuare i soggetti concessionari, con priorità a gruppi di cittadini. Due appartamenti per l’affitto agevolato.

A Modena si sperimenterà un nuovo modo di abitare, caratterizzato dalla condivisione tra nuclei familiari di spazi e servizi comuni tanto da farli diventare una vera e propria comunità residenziale contraddistinta da costanti momenti di socializzazione e collaborazione reciproca.

Lo ha deciso il Consiglio comunale approvando con il voto favorevole del Pd e l’astensione di Sel, Etica e legalità, Udc, Pdl, Modenasaluteambiente.it, Fratelli d’Italia, Lega nord, Modena futura e Mpa, nella seduta di oggi, lunedì 13 maggio, la delibera sulle linee guida per la redazione del bando di gara volto a individuare i soggetti concessionari del diritto di superficie, per 99 anni rinnovabili, di un’area di circa 3.000 metri quadrati con capacità edificatoria fino a 26 alloggi in via Pergolesi nella zona adiacente a via Divisione Acqui. Il documento è stato emendato in corso di seduta su proposta del capogruppo del Pd Paolo Trande. Sullo stesso tema Stefano Rimini (Pd) ha inoltre presentato un ordine del giorno firmato anche da Elisa Sala ed Enrico Artioli.

Nel progetto dovrà essere prevista la realizzazione, in regime di edilizia convenzionata, di un edificio abitativo con elementi di cohousing. Saranno preferite le proposte progettuali che prevedono la destinazione della maggior quota di superficie a parti comuni e verranno privilegiati, a parità di punteggio, i progetti presentati da gruppi organizzati di cittadini che andranno ad abitare negli stessi alloggi, rispetto ai progetti provenienti da imprese. Priorità sarà inoltre assegnata alle proposte che prevedono la messa a disposizione degli spazi comuni anche a soggetti che non fanno parte della comunità residenziale, soprattutto se a favore di bambini. Nell’edificio, che dovrà avere un minimo di 15 alloggi, almeno due dovranno essere messi a disposizione dell’Agenzia casa per essere affittati a canone non superiore al 2,5 per cento del prezzo massimo di cessione a cittadini indicati dal Comune o presenti nelle graduatorie.

Presentando la delibera l’assessore ha inoltre precisato che la zona individuata presenta “una maggiore facilità attuativa rispetto a quella di via Marco Polo, l’altra area presa in considerazione per questo progetto, dove però la capacità edificatoria è maggiore. I circa 50 alloggi che verranno realizzati in questo lotto saranno quindi destinati all’affitto”.

Con l’emendamento, approvato con il voto il voto favorevole del Pd e l’astensione di tutti gli altri gruppi consiliari ad eccezione di Mpa che ha votato contro, “sono stati inseriti aspetti tecnici che permettono di rendere la delibera più flessibile”, ha affermato Trande. “E’ importante il coinvolgimento dei cittadini, quindi con l’indicazione delle metrature degli alloggi chiediamo che nella definizione del bando si faccia in modo che i costi per chi ha interesse a questa iniziativa non siano eccessivi e scarsamente sostenibili”.

 

Cohousing/2 – Il Consiglio chiede più sperimentazioni
Approvata la mozione del Pd con il voto favorevole anche di Lega nord, Udc ed Etica e legalità. Astensione di Fratelli d’Italia, Pdl, Modena futura, Sel, Msa e Mpa.

Il Consiglio comunale di Modena ha chiesto alla Giunta di aumentare la sperimentazione di nuove forme abitative, come il cohousing, nei prossimi interventi urbanistici, incentivando la creazione di piccole cooperative tra persone che andranno ad abitare negli alloggi e introducendo elementi di mix sociale, cioè prevedendo categorie diverse di residenti, tra cui persone in situazione di disagio.

Lo ha fatto approvando con il voto favorevole di Pd, Lega nord, Udc ed Etica e legalità, e con l’astensione di Fratelli d’Italia, Pdl, Modena futura, Sel, Modenasaluteambiente.it e Mpa la mozione presentata in corso di seduta dai consiglieri del Pd Stefano Rimini, Elisa Sala ed Enrico Artioli durante il dibattito sulla delibera relativa alla sperimentazione del cohousing nell’area di via Pergolesi.

“Il Comune – ha affermato Rimini illustrando la mozione – sta facendo un percorso alla ricerca di un modello abitativo più sostenibile rispetto a quello attuale dal punto di vista sociale, economico e ambientale. Il cohousing rappresenta una nuova forma dell’abitare, con una progettazione partecipata dai cittadini, e può essere un modello per i futuri interventi urbanistici della città”.

La mozione chiede di sperimentare veri e propri percorsi di innovazione sociale in cui i residenti si sostengano in base a logiche di prossimità, assicurando anche servizi altrimenti onerosi per le famiglie e per l’Amministrazione, come il portierato sociale e le forme di reciproco sostegno tra gruppi di persone con bisogni e disponibilità complementari (genitori con figli, adulti con anziani da accudire, giovani donne immigrate). Nei progetti è richiesta la presenza di spazi comuni dove stimolare tali dinamiche e la scelta abitativa è intesa anche come espressione di una particolare sensibilità ambientale orientata alla costruzione di case a impatto zero, all’utilizzo di energie rinnovabili, all’isolamento termico e alla bioedilizia.

La mozione chiede infine alla Giunta di accompagnare il primo progetto di cohousing con una campagna di informazione alla città e un’iniziativa culturale pubblica di valorizzazione dell’intervento e di sensibilizzazione sui temi delle nuove forme dell’abitare.

 

colonna sonora: Si gira, Renato Zero

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