Posts Tagged ‘compleanno’

IMG-20160315-WA0007Al parco ho conosciuto una ragazza che mi ha detto che il giorno dopo avrebbe compiuto quarant’anni.

Forse avrei dovuto dire signora, che a quarant’anni non è che uno è ancora un ragazzo, ma quella signora ha circa la mia età e a me quando mi chiamano signora mi fa un effetto strano, per niente bello, così io i miei coetanei li chiamo tutti ragazzi, maschi e femmine, sperando che loro facciano lo stesso con me, quando mi incontrano.

Comunque questa ragazza l’ho incontrata che stava riempendo una borraccia di plastica trasparente viola alla fontana. Se fossi andata a prendere un caffè, non l’avrei incontrata di certo perché mi ha detto che al bar non ci va più. C’è stato però un periodo della sua vita, quando aveva circa ventisette anni, che invece al bar ci andava eccome, prendeva sempre un cannolo alla crema e un caffè d’orzo in tazza grande. Poi è successo che capitava spesso che entrasse al bar e che i cannoli alla crema fossero finiti, così le toccava prendere solo il caffè d’orzo perché non si attentava a uscire dal bar senza prendere niente dopo che si era accorta che nella vetrina delle paste i cannoli alla crema non c’erano più. Il problema è che il caffè d’orzo del bar ha un gusto amarissimo, piacevolissimo se miscelato con la crema del cannolo, ma improponibile se bevuto da solo. In ogni caso lei non aveva mai pensato di ordinare qualcosa di diverso dal caffè d’orzo quando nel bar non c’erano cannoli alla crema e nemmeno di ripiegare su un orzo piccolo, che si poteva buttare giù in un sorso solo, accorciando la sofferenza. Aveva invece deciso di non andare più al bar per non trovarsi in quelle spiacevoli situazioni, che quando le capitavano le rovinavano oltre il palato anche l’umore, almeno per una mezza mattina.

Da quella storia sul caffè d’orzo, i cannoli alla crema e la frequentazione dei bar avrei dovuto capire che c’era qualcosa di anomalo nel modo di ragionare di quella ragazza. Tanti anni prima, nel bel mezzo di una accesa discussione tardo adolescenziale, quella ragazza aveva spiegato l’incompatibilità comunicativa che ogni tanto scattava nel suo gruppo di amiche con la metafora dell’albero: tronco comune ma tanti rami diversi, alcuni dei quali crescono senza mai incrociarsi con gli altri. Lei capitava quasi sempre si trovasse su uno di quei rami indipendenti, tanto robusti quanto difficili da raggiungere. Dopo aver razionalizzato la cosa non è che le dinamiche del gruppo fossero cambiate, ma le sue amiche avevano uno strumento in più per gestire la relazione e la ragazza aveva acquistato consapevolezza del fatto che quello che a lei sembrava perfettamente normale, era ai più incomprensibile.

Non sto parlando di cose non così diffuse ma comunque plausibili come divertirsi a correre nel bosco, andare a prendere i bambini a scuola in monopattino, pranzare in cima all’half pipe della pista degli skateboard o avere sempre in borsa un coltellino Opinel a punta tonda con cui tagliare fettine sottilissime di mela.

E neanche di cose un po’ più strane, come tenere i finestrini della macchina aperti anche in autostrada, per paura che si blocchino le chiusure elettroniche e si resti intrappolati dentro, oppure temere l’attacco di uno squalo nuotando in piscina, essere terrorizzati dalla profondità del mare nonostante un brevetto da bagnina o ancora tentare la “scalata” dell’Empire State Building a piedi piuttosto che salire in ascensore.

Mi riferisco piuttosto a un fatto che mi ha raccontato davanti alla fontana, con la sua voce inconfondibilmente emiliana e lo sguardo un po’ asimmetrico. Mi diceva che aveva bisogno di un paio di pantaloni un po’ eleganti, per un’occasione di lavoro, e quindi era uscita per andare a comprarli. Si era tenuta un po’ di tempo per fare una passeggiata in centro e guardare le vetrine, visto che normalmente ci sfreccia davanti in bicicletta senza riuscire a mettere a fuoco niente, a parte la fiammata di colori che le attraversa il campo visivo lateralmente e si dissolve alle sue spalle mentre le gambe continuano a far girare i pedali.
Quell’incedere lento, a piedi, fermandosi spesso, le aveva fatto venire un po’ di formicolio intorno alle anche, una specie di prurito, sintomo forse di un’anomala intolleranza alla lentezza. Non è infatti che il suo abituale passo veloce o la sua pedalata fulminea derivassero da una reale necessità di essere a un determinato orario a un determinato appuntamento, piuttosto erano un suo modo di essere, dato dal gusto per la velocità auto-prodotta, che insieme al sudore liberava le tossine emotive bloccate sotto pelle. In ogni caso di pantaloni belli o quantomeno interessanti dal suo punto di vita, alcuni ne aveva trovati. Uno in particolare, nero opaco e con le tasche larghe, le sembrava quello più adatto a lei. Stava per entrare nel negozio quando dietro la porta aveva individuato la commessa, immobile come una sentinella su due tacchi sottili che la facevano sembrare ancora più magra. Il profilo marmoreo di quella figura proiettava un’ombra sinistra davanti ai piedi della ragazza, che incautamente si era presentata all’ingresso con indosso un paio di jeans bucati sul ginocchio e delle Tiger con la suola completamente consumata. Il suo senso di inadeguatezza era acuito dal fatto che una predisposizione genetica e i suoi trascorsi da calciatrice le avevano lasciato in eredità due “cosce a prosciutto” difficilmente addomesticabili dentro i pantaloni stretti che vanno per la maggiore adesso. Con la mano sulla maniglia, le si era fermata la saliva a metà dell’esofago, tanto quella situazione gliel’aveva resa densa. E le era tornato in mente quello che le succedeva al bar, quando i cannoli alla crema erano finiti e le toccava bersi l’amarissimo caffé d’orzo. Così aveva lasciato scivolare via la mano dalla maniglia e voltato le spalle ai pantaloni sotto scorta, tornando verso casa a passi svelti, con i suoi vecchi jeans bucati sul ginocchio. Da allora non era più entrata in un negozio accessoriato di commessi premurosi, per la stessa ragione che l’aveva indotta a stare alla larga dai bar.

A volte basterebbe scendere un po’ dal ramo su cui si è finiti, cercare un appiglio diverso e provare a salire da un’altra parte, magari optare per la combinazione “spremuta e panino al prosciutto” se i cannoli alla crema sono finiti, ma arrampicarsi sugli alberi non è una cosa che si impara dalla sera alla mattina. Se ci pensiamo bene, succede anche a proverbiali arrampicatori quali sono i gatti, di aver bisogno dei pompieri per scendere, quando si avventurano troppo in alto su rami isolati.

Detto questo, non so neanche come si chiama quella ragazza che è cresciuta su un ramo molto laterale, ma se in borsa ha un Opinel a punta tonda e la borraccia di plastica trasparente viola allora non ci sono dubbi, è lei. Chi la incontrasse le faccia i miei auguri di buon compleanno.

colonna sonora: Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale, Calibro 35 

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scarpeÈ quasi Natale e tutti (tranne una mia collega, che quando ho iniziato a lavorare pensavo “ecco, un giorno vorrei essere come lei” e a cui voglio bene nonostante il tranne) vogliono fare tutto prima che sia Natale. Altro che profezia Maya, il Natale incombe sulle nostre vite molto più minaccioso di qualsiasi asteroide spaziale, come se, “se non lo fai prima di Natale non lo potrai fare mai più”. E così, mentre ci riempiamo di tutte le cene, di tutte le feste, di tutti gli appuntamenti, di tutte le scadenze che non possiamo proprio rimandare, sul tavolone della sala di casa Pitton si accumulano montagne di vestiti stirati (non da me) che non trovo il tempo nemmeno di mettere negli armadi. E stasera, per riuscire ad appoggiare il computer, mi sono dovuta fare strada tra torri traballanti di mutande “petit homme”, pile di pantaloncini della tuta, felpe e magliette e mucchi indivisibili di calze di ogni dimensione.

Beh, mentre il Natale avanza ecco il mio personale calendario dell’Avvento:

1 dicembre: gita a Genova, deviazione al Gaslini, l’ospedale pediatrico più famoso d’Italia, per misteriosa allergia soprannominata dai fratelli “mani elefantiache”, che ha colpito Vangio alla fermata dell’autobus.

2 dicembre: gita a Genova, al ritorno dal Gaslini, un’amica cade in una buca del marciapiede e si assassina la caviglia. Dormendo noi all’ostello in cima alla Salita di Nostra Signora del Monte, potete provare a immaginare la nostra salita con un’azzoppata in spalla..

3 dicembre: ho bucato la bici tre volte in una settimana, e due volte pioveva a dirotto.

4 dicembre: Davide ha compiuto sei anni e ha invitato tutti i suoi compagni di classe a pranzo (vedi fotografia).

5 dicembre: pago i 200 euri di multa che mi hanno fatto due carabinieri con il gelato in mano (il capo ha detto a quell’altro: “mi tieni il cono Luigi che sennò non riesco a scrivere il verbale?”) per essere entrata in contromano in una corsia di un parcheggio e per aver risposto al cellulare dopo aver parcheggiato (“ma la macchina era ancora accesa, signora”).

6 dicembre: casa Pitton è addobbata con un “dovunque sparso” di adesivi natalizi, insieme a tre alberi di Natale tridimensionali (uno di cartone e polistirolo, uno di feltro, uno di plastica) e a una decina abbondante a due dimensioni, tutti autoprodotti, con pennarelli, colori a cera, tempere e comunissime biro in un qualche pomeriggio di lavoro “matto e disperatissimo”.

7 dicembre: si sono fulminate contemporaneamente le due abat-jour della nostra camera da letto e lo spazzolino da denti elettrico (nonostante fosse tedesco!)

8 dicembre: da tre lavatrici diverse sono usciti tre maglioni diversi, tristemente infeltriti allo stesso irrimediabile modo.

9 dicembre: Luca mi ha virtualmente tradito per un tutorial su internet su come fare gli origami (e adesso in ogni stanza, dove meno te lo aspetti, puoi imbatterti in un coniglio, una ranocchia, una portaerei, una giraffa, una mongolfiera o in un qualche altra forma di carta sapientemente ripiegata).

10 dicembre; Michi va a scuola orgoglioso e soddisfatto con lo smalto arancione fluo in tutte le dita.

11 dicembre: Vangio ha bevuto il detersivo per lavare i piatti, e così abbiamo conosciuto anche il Centro antiveleni di Milano..

12 dicembre: ho affumicato la casa in maniera semi permanente per imperizia colposa nell’uso dell’incenso indiano..

13 dicembre: Luca mi ha fatto un discorso strano sugli origami: o si sta convertendo al buddismo o devo iniziare a preoccuparmi sul serio per il mio rapporto di coppia.

14 dicembre: mi sono ricordata adesso che oggi era il compleanno di una vera amica. Auguri in extremis, my darling!

E mancano ancora undici giorni a Natale..

colonna sonora: Oh Happy Day!, Choeur Gospel Célébration de Québec

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Dolce dormire

E’ l’una e mezzo. Luca dorme sul divano. Si era seduto con un libro in mano ma direi che non abbia fatto in tempo neanche ad aprirlo. Abbiamo passato una notte memorabile, con vomiti e cacche molli a raffica, da mezzanotte alle sei di mattina. E’ la maledizione di Sestola. Anche se avessimo dormito di piú la notte la scena non sarebbe stata tanto diversa. Luca riesce ad addormentarsi dappertutto, senza preavviso, lo senti russare che non ci puoi credere, era sveglio un attimo prima.. Si addormentava sempre da Eike&Linde, un café brune vicino allo zoo di Amsterdam dove abbiamo passato molte serate insieme a Paul (il maestro di canto lappone che ospitava Luca in casa sua), Oliver (un nostro giovane amico olandese con un’anfora piena di foglie di mariuana in salotto che ci ha prestato il suo divano per piú di un mese) e a Sputnik (il cagnolino di Paul che viaggiava nel cestino della bicicletta del suo padrone), i sei mesi che abbiamo abitato a Amsterdam, la città dove ci siamo incontrati e innamorati ancor prima di conoscerci, quattordici anni fa. Lo guardo che dorme tutte le volte che apro l’agenda, in una foto che uso come segnalibro, dove ha ancora l’orecchino e si é addormentato in spiaggia. Si addormenta regolarmente quando vengono a cena i nostri amici, la testa gli cade nel piatto allo scoccare della mezzanotte, anche se le chiacchiere sono intense e piacevolissime e lui le aspetta per settimane. L’ho dovuto svegliare per dirgli che avevo fatto il test di gravidanza e che sarebbe diventato papà per la terza volta (in quell’occasione é successo un miracolo e per un po’ non é piú riuscito a dormire). Dormiva mentre tutti ridevano a crepapelle al Teatro del Sale, a Firenze, quasi due anni fa, l’ultima volta che ci siamo fatti un fine settimana senza bimbi. Si addormenta sempre prima dei bimbi quando tocca a lui metterli a letto. E allora Michi mi chiama perché papà Luchi russa e lui non si riesce ad addormentare. Non si é svegliato neanche l’ultimo dell’anno quando intorno a casa nostra sembrava ci fosse un bombardamento in corso, con i fuochi d’artificio che illuminavano a giorno la strada. Si é fermato tre ore a dormire all’autogrill di Campogalliano, colto da una crisi di sonno, dopo neanche un quarto d’ora che eravamo partiti, con le biciclette nel bagagliaio, in direzione Saint Jean Pié de Port, da dove si parte per il cammino di Santiago. Mi è capitato di doverlo svegliare anche dentro la vasca da bagno, non scherzo! Dorme ancora anche adesso. Quando si sveglia troverá torta e candeline ad aspettarlo. Oggi è il suo compleanno.

colonna sonora: Me casaria, Jovanotti

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