Posts Tagged ‘ex Telecom’

FullSizeRender (1)Durante le mie peregrinazioni in giro per l’Italia per cercare di capire cos’è l’abitare condiviso e che forme assume, mi è capitato di entrare nello Spazio del Mutuo Soccorso, un progetto che nasce come occupazione abitativa di alcune vecchie palazzine abbandonate, di proprietà di un grande gruppo immobiliare nel quartiere San Siro a Milano, e che a distanza di qualche anno è diventato a mio modo di vedere un interessante modello di “condominio produttivo”, nel quale non solo ci abitano un centinaio di persone che prima non avevano casa, ma dove, attraverso l’autorecupero, sono stati attrezzati anche spazi per servizi e attività collettive aperti al quartiere, come ad esempio il gruppo di acquisto solidale popolare (GASP), la palestra popolare autogestita, un negozio basato su scambio e riuso, la ciclofficina, uno spazio tutto dedicato ai bambini e pure l’università popolare.

Come ho scritto dopo aver conosciuto la gente dello Spazio del Mutuo Soccorso, un’esperienza del genere si basa sulla convinzione che sia arrivato il momento di smetterla di cercare soluzioni individuali a problemi collettivi, e che invece sia necessario costruire meccanismi di solidarietà reciproca, che incentivino la collaborazione e oltre a soddisfare un bisogno costruiscano un nuovo modo di relazionarsi agli altri, che va in direzione di una vita più condivisa, regolata da principi di co-responsabilità, autogestione e mutuo aiuto.

Ho raccolto anche le voci degli abitanti dell’Hotel Patria Occupato (e prima o poi scriverò qualcosa anche su questo), dove vivevano una trentina di studenti universitari che a Palermo non trovavano alloggi a prezzi calmierati e che hanno quindi deciso di occupare insieme un vecchio albergo di lusso del centro storico che dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e tantissimi anni di abbandono era stato acquistato dalla Regione e destinato a studentato, senza che però i lavori di ristrutturazione venissero mai portati a termine.Attraverso un modello ben studiato di autogestione e autotassandosi per allestire gli spazi, gli occupanti sono riusciti ad aprire lo studentato, attrezzando anche diversi spazi comuni aperti all’esterno come sale studio e altri spazi per laboratori, seminari e attività ricreative.
L’obiettivo di questi ragazzi era ridare funzione e valore ad un edificio storico che era diventato per la città il simbolo del degrado e dell’abbandono, rispondendo ad un bisogno reale degli studenti e contemporaneamente facendo pressione sui soggetti competenti per risolvere il problema. E infatti quando l’Università e la Regione hanno riattivato le pratiche per l’apertura dello studentato, sei mesi fa, dopo due anni e mezzo di occupazione, gli studenti occupanti hanno riconsegnato le chiavi all’Ente regionale per il diritto allo studio, disoccupando volontariamente lo stabile. Che però per i “corsi e ricorsi” che troppo spesso caratterizzano l’amministrazione pubblica è oggi di nuovo bloccato, rischiando di ricadere nel vortice del degrado da cui i ragazzi occupanti, insieme a tanti abitanti del quartiere della Kalsa che collaboravano con loro, lo avevano tolto.

Sono stata poi a Roma, a vedere alcuni dei progetti di autorecupero, tutti nati da esperienze di occupazione, “ufficializzate” grazie ad una legge semplice e sulla carta potentissima, che dovrebbe essere “copiata” in tutta Italia e che prevede che l’Amministrazione comunale, per far fronte all’emergenza abitativa, individui immobili pubblici abbandonati adatti ad interventi di recupero, e che poi tramite bando selezioni cooperative di cittadini che si occuperanno di ristrutturare gli interni di questi immobili, trasformandoli in abitazioni e dotandoli di spazi comuni attraverso i quali sviluppare forme di condivisione, tanto tra residenti che con il quartiere.

Ho avuto anche la fortuna di vedere la “potenza” dell’occupazione abitativa dell’ex Telecom a Bologna nello sviluppare una comunità auto organizzata, pratiche di condivisione tra i residenti, relazioni di prossimità e forme di aiuto reciproco con il quartiere. Ma di questo preferisco non parlare, perché la “ferita” di quello sgombero irresponsabile, che ha spezzato molti dei legami fragili e preziosi che erano nati all’interno dell’ex Telecom è ancora aperta. E perché alcune cose le ho già scritte qui e qui, e adesso voglio raccontare un’altra storia.

La retorica di chi giustifica gli sgomberi con il dovere istituzionale di “ripristinare la legalità” rivela dal mio punto di vista un atteggiamento irresponsabile di coloro che avrebbero invece a disposizione molti strumenti istituzionali, più o meno conosciuti, per coltivare i germogli di innovazione che nascono nelle occupazioni e che devono essere protetti e nutriti se si vuole alimentare una “primavera abitativa” con cui provare a rispondere ai crescenti segnali di emergenza sociale.
Il filosofo Roberto Mancini, in una lezione che ha fatto recentemente proprio a Modena, ha parlato di “truffa ideologica mediatica” riferendosi al comportamento di coloro che si appellano al rigore per giustificare interventi iniqui o assecondare poteri forti, facendo passare come superfluo e insostenibile il tentativo – più complesso sì, ma anche più lungimirante e produttivo – di avviare politiche di trasformazione (e non di riforma, sempre riprendendo le parole di Mancini) della società, che propongano un nuovo modello di convivenza basato sulla solidarietà.

Esempi di risposte istituzionali a chi in tutto il mondo rivendica spazi dismessi e terreni abbandonati per realizzare progetti sostenibili di abitare collaborativo ce ne sono diversi, come sottolineano anche Christian Iaione e Sheila Foster nel loro lavoro The City as a Commons: molto conosciuto è il caso del quartiere di Dudley street a Boston , dove i cittadini sono riusciti a farsi assegnare in proprietà collettiva sei ettari di terreni abbandonati pubblici e altrettanti privati sui quali costruire un “villaggio urbano” fatto di case con affitti calmierati, negozi di autoproduzioni, aree verdi e spazi in cui favorire la socializzazione e la costruzione di reti di collaborazione e solidarietà tra gli abitanti; ma i due studiosi raccontano anche molte altre esperienze di trasformazione di spazi dismessi in beni pubblici collettivi, come i community garden, le fattorie urbane, tanti micro progetti di abitare collaborativo, di autogestione di spazi culturali e di organizzazione di servizi collettivi.
In tutte le esperienze riuscite, i soggetti pubblici hanno la funzione di abilitare la gestione dei beni comuni da parte dei cittadini, facilitando la transizione verso modelli di proprietà condivisa che passano dal riconoscimento della “funzione sociale” della proprietà. Questi esperimenti si concretizzano in contesti in cui il Pubblico è consapevole del valore e dell’utilità sociale in termini di capitale relazionale, integrazione, opportunità lavorative, risparmi e stimoli culturali che la cogestione di risorse condivise da parte di gruppi di cittadini può creare per la propria comunità, rispetto a un controllo esclusivo, pubblico o privato, di quelle risorse.
Quando emerge un interesse collettivo a gestire insieme ad altri cittadini risorse condivise è stupido interpretarlo come rivendicazione antagonista, ma bisogna invece valorizzarlo per quello che è, cogliendo le forme di attivismo illuminato che lo animano e che hanno bisogno di un modello di governance policentrico in cui inserirsi.

Anche nel “quadrato” compreso tra via Sant’Eufemia, Carteria e Bonacorsa si sarebbe potuto provare a mettere la proprietà (inutilizzata) a disposizione della comunità, inserendola in un circuito di “produzione sociale”.
E invece ieri l’ex caserma di Sant’Eufemia, la palazzina di via Bonacorsa, la palestra popolare e l’ex deposito carcerario di via Carteria in cui ogni lunedì c’era il mercatino delle autoproduzioni e gli altri giorni veniva usato come ludoteca, palcoscenico per spettacoli di teatro e concerti sono stati sgomberati.
La colpa è grave perché in quel “quadrato” si erano iniziate a muovere parecchie cose, non si partiva da zero, c’erano dei possibili interlocutori: non ascoltare o non saper ascoltare i segnali che arrivano dal territorio (ce ne sarebbe da dire su come quell’area è stata “gestita”!, ma me lo tengo per un’altra volta) è molto preoccupante, se si vogliono innescare processi di rigenerazione urbana che vadano oltre la dimensione edilizia.
In ogni caso la mossa di ieri evidenzia come non si è voluto (o non si è stati capaci) di cogliere l’opportunità di valorizzare “un quadrato ad alto potenziale”.

Adesso che l’umore è sotto le scarpe, l’unica cosa sensata che mi viene in mente, per non disperdere tutto, è di proporre una candidatura collettiva del complesso demaniale dell’ex caserma e degli attigui spazi del vecchio carcere che erano stati occupati, autorecuperati e trasformati in spazi collettivi aperti alla collettività, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, nell’ambito dell’iniziativa con la quale il Governo ha stanziato 150milioni di euro per ristrutturare o reinventare luoghi pubblici segnalati dai cittadini, nell’ottica di restituirli alla collettività.

colonna sonora: Unità di produzione, CSI

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exTelecom_prima_dopoIeri sera, mentre raccontavo l’abitare collaborativo, ho parlato anche di quello che ho visto all’ex Telecom di Bologna, un’occupazione dove vivono più di duecento persone, di cui oltre cento minori. Non entro nel merito, visto che del caso specifico ne avevo già raccontato in un post di qualche mese fa. L’occupazione compierebbe un anno tra un mese e mezzo, lo stesso giorno in cui mio figlio D. ne compierà nove. Stamattina presto le forze dell’ordine – duecento mi dicono tra polizia, vigili del fuoco e carabinieri in tenuta anti sommossa – si sono presentate in via Fioravanti per sgomberare tutto.

Ci tengo a sottolineare “tutto”, perché oltre alle famiglie – che hanno occupato perché una casa dove andare non ce l’avevano, dopo aver fatto un percorso forte di parecchie settimane di formazione e accompagnamento sociale insieme al collettivo Social Log che ha organizzato l’occupazione – gli agenti con lo sgombero stanno distruggendo anche un esperimento innovativo di integrazione sociale e di costruzione di comunità, perché all’ex Telecom, come ho detto ieri sera, ho respirato un’aria di condivisione e solidarietà che in pochi degli altri miei viaggi sull’abitare insieme mi è capitato di trovare. Le famiglie dell’ex Telecom stavano riuscendo a costruire una comunità autorganizzata, dove ci si aiuta a vicenda – a sistemarsi l’alloggio così come a guardarsi i bambini -, dove le decisioni si prendono insieme, durante l’assemblea settimanale, dove la condivisione supera le differenze culturali e contamina l’esterno, come quando le famiglie e le scuole del quartiere si sono mobilitate per allestire la ludoteca, che è stata arredata in maniera collaborativa.

Sgomberare vuol dire tagliare i legami che in questi mesi gli abitanti dell’ex Telecom avevano costruito tra loro, ma anche le relazioni di prossimità che sono nate con il quartiere e che hanno avvicinato due mondi che normalmente non si guardano nemmeno: chi una casa ce l’ha che spesso preferisce non vedere chi invece una casa non ce l’ha.

Chi non ha casa oggi in Italia non ha diritto all’acqua, al medico, alla scuola, fondamentalmente non esiste. L’occupazione dell’ex Telecom, tra l’altro proprio di fronte alla nuova sede del Comune di Bologna, ha fatto vedere quello che nessuno vuole vedere, ha ridato un’esistenza a 87 famiglie e ha dimostrato che vivere insieme, anche in condizioni estreme, apre possibilità di collaborazione imprevedibili. In questi mesi dentro questi uffici abbandonati trasformati in abitazioni, si è organizzato il doposcuola per i bambini, pomeriggi in ludoteca, spettacoli di teatro, il corso di cucina, un matrimonio, cene collettive nel cortile, la palestra di pugilato, tornei di bigliardino e battaglie di gavettoni. Qui dentro si è sviluppato un capitale sociale che una città dovrebbe fare di tutto per non disperdere.

Le occupazioni abitative sicuramente servono a far parlare di emergenza abitativa, ma bisogna trovare il modo di capitalizzare il tessuto di relazioni sociali, integrazione e innovazione diffusa che si costruisce in questi contesi. A Roma ci hanno provato un po’ di tempo fa, legittimando l’autorecupero, sviluppatosi a partire da esperienze di occupazioni abitative, che nel 2008, grazie all’impegno dei movimenti di lotta per la casa, è diventato legge. In pratica funziona che l’amministrazione comunale, per far fronte all’emergenza abitativa, individua immobili dismessi adatti ad interventi di recupero, solitamente vecchie scuole o altri edifici pubblici in cui sono già presenti occupazioni abitative; tramite bando seleziona cooperative di cittadini che si occuperano di ristrutturare gli interni di questi immobili (mentre i lavori strutturali esterni spettano al Pubblico), trasformandoli in abitazioni. Il progetto degli spazi viene definito collettivamente, da tutti i soci che diventeranno i futuri abitanti dell’autorecupero ed è sempre prevista la realizzazione di almeno uno spazio comune, considerato fondamentale per sviluppare forme di condivisione, tanto all’interno dello spazio abitato quanto verso l’esterno.

La proprietà rimane in capo all’ente promotore, mentre gil abitanti pagano una sorta di affitto, secondo i parametri dell’edilizia agevolata, intorno ai 250 euro al mese, almeno cinque volte più basso rispetto ad un affitto di mercato paragonabile. La cooperativa usa questi soldi per pagare il mutuo ventennale con cui si finanzia la ristrutturazione. Estinto il mutuo, le strade sono due: gli abitanti dell’autorecupero contrattano il nuovo canone di affitto con il soggetto proprietario, con la garanzia che non potrà essere più alto della rata di mutuo, oppure c’è anche la possibilità che il Comune o chi per lui ceda la proprietà dell’immobile agli autorecuperanti.

Oggi a Roma vivono in autorecupero circa 250 persone, e due interventi sono ancora in corso. In uno di questi, in una ex scuola in zona Eur in cui verranno ricavati 18 appartamenti più tre spazi comuni per i residenti, due sale polivalenti accessibili a tutti e una palestra, andrà abitare Dario, ingegnere di reti in una grossa società di telecomunicazioni, da sempre dentro i movimenti di lotta per la casa. Adesso vive con la sua compagna e la loro bambina in un contenitore di autorecupero, ossia una soluzione abitativa transitoria, sempre in un ex edificio scolastico occupato da diciannove anni, intanto che finiscono i lavori di ristrutturazione di quella che diventerà la sua casa definitiva. Con lui vivono altre dodici famiglie, tutte in attesa dell’autorecupero, con le quali nel tempo si sono consolidati rapporti molto stretti, in un ambiente di convivialità e forte solidarietà. Oltre ad avere la connessione internet comune, per la quale spendono ciascuno 3 euro al mese, hanno costituito un gruppo di acquisto solidale e risistemato il giardino, che è diventato un punto di riferimento per tutto il quartiere. Organizzano anche pranzi collettivi e laboratori aperti a tutti, si sono autocostruiti un forno dove anche chi non abita lì può andare a cuocere il pane, proprio per stimolare le occasioni di incontro e di collaborazione.

Per gestire le varie attività sono organizzati in comitati di gestione, all’interno dei quali le persone si scambiano periodicamente: c’è chi si occupa delle pulizie degli spazi comuni, chi cura il giardino, chi gestisce la cassa comune per i piccoli lavori di manutezione. E poi c’è la spontaneità e l’informalità dell’abitare insieme, ognuno nella sua casa ma dentro lo stesso edificio, una situazione di prossimità che crea un sentire comune, un capitale relazionale di cui la vita collaborativa di queste famiglie è una dimostrazione lampante.

Anche in Emilia, a mio parere, si dovrebbero avviare strategie urbane di riqualificazione, che puntino sul recupero fisico di immobili degradati insieme all’attivazione di dinamiche collaborative volte alla creazione di un tessuto sociale coeso, partendo proprio dalle situazioni di emergenza abitativa.

Le famiglie dell’ex Telecom sotto questo punto di vista mi sembrano un’occasione da prendere al volo.

Nota: l’immagine è di Social Log e fa vedere il prima e il dopo l’occupazione, nel cortile dell’ex Telecom

colonna sonora: (You Gotta) Fight For Your Right (To Party), Beastie Boys

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IMG_20150722_071704A Bologna fa un caldo africano. Guido con i finestrini completamente abbassati. Ho l’aria condizionata rotta e sulla maglietta la striscia di sudore della cintura di sicurezza.
Arrivo al cancello alle due, il sole si riflette sulle pareti a specchio della nuova sede del Comune, sbatte contro lo specchietto retrovisore e mi arriva dritto negli occhi.
Le sbarre di acciaio verticali del portone si aprono, sale anche la sbarra di sicurezza, un cinquantenne cinese in canottiera e sandali di plastica si alza dalla sedia su cui era seduto e si avvicina allo sportello. “Devo salire da Maria – dico con il cellulare in mano– le ho appena telefonato”. Scuote la testa. Si avvicina un altro cinese, qualche anno più giovane e molto più magro, con un paio di pantaloni color cachi che sembrano quelli che si usano nel deserto, dice qualcosa al compagno in cinese. “Non si può entrare” mi fa con il tipico timbro di voce orientale. “Ho un appuntamento, sono un’amica di Maria, le ho telefonato” insisto, sempre con il cellulare in mano. “Dille di scendere a prenderti, noi non possiamo farti passare” continua. Spengo il motore, chiamo Maria e rimango in macchina ad aspettare che arrivi. Dopo pochi minuti me la vedo davanti, mi fa cenno con la mano di entrare mentre il fumo della sigaretta si disperde nell’aria umida. I cinesi si rimettono a sedere, non mi dicono più niente. Parcheggio in fondo al cortile, uno spiazzo gigante di porfido con qualche aiuola verde su cui si affaccia l’edificio a ferro di cavallo che ospitava il call center della Telecom.
Quando sono stata a Borgo Vione, conosciuta per essere la prima gated community d’Italia, nascosta dietro spessi muri di cinta, protetta da cancelli invalicabili e difesa da un sistema avveniristico di sorveglianza ero riuscita a entrare indisturbata, senza che nessuno mi chiedesse niente (chissà cosa direbbero se lo sapessero i residenti, che a vivere a Borgo Vione ci sono venuti proprio per la garanzia di sicurezza e protezione venduta insieme alle case!). All’ex Telecom invece non sono riuscita a eludere il “posto di blocco” in nessun modo, “merito delle guardie cinesi, se non avessero gli occhi a mandorla diresti che sono tedesche, a giudicare dal loro livello di intransigenza”, mi spiega Luca che è stato uno dei promotori dell’occupazione e adesso qui vive.

Da quando ha chiuso, una decina di anni fa, lo hanno riaperto una volta sola per pochi giorni qualche anno fa, forse quelli del fondo immobiliare tedesco che ha comprato l’edificio, per una convention, e poi a dicembre lo hanno occupato i ragazzi del collettivo Social Log insieme a ottantasette famiglie con più di cento bambini, due terzi dei quali stranieri.
È un’occupazione meticcia quella dell’ex Telecom, partita a inizio dicembre per rispondere a situazioni estreme di emergenza abitativa – ancora oggi più diffuse tra le famiglie straniere, alle quali spesso manca la rete familiare o amicale a cui possono attaccarsi gli italiani in momenti di difficoltà – e che si sta trasformando anche in un esperimento riuscito di integrazione sociale e costruzione di comunità, capace di uscire dai cancelli dell’edificio e di attivare meccanismi di solidarietà di quartiere, come è avvenuto ad esempio per l’allestimento della ludoteca per i bambini, che ha impegnato le famiglie della zona nella raccolta di giocattoli e libri usati, o come accade circa una volta alla settimana quando fa tappa in via Fioravanti 27 un camion del mercato ortofrutticolo di Bologna, che scarica la frutta e la verdura in esubero, dando un aiuto concreto a chi può permettersi a fatica di fare la spesa al supermercato.
Nonostante l’occupazione sia stata organizzata nei dettagli dal collettivo Social Log, che si batte per il diritto alla casa e gestisce in città anche uno sportello antisfratto, all’interno non c’è una struttura gerarchica, ma le decisioni vengono prese in maniera collegiale in assemblea, convocata due volte a settimana nell’ex auditorium del complesso direzionale, ancora allestito come se il cda di Telecom fosse stato ieri. Partecipare all’assemblea è tra le regole che devono essere rispettate da tutti gli occupanti, così come non applicare nessun tipo di discriminazione. Una prova dura per le famiglie patriarcali più tradizionaliste che devono adeguarsi a un modello di convivenza dove diritti e doveri sono ripartiti in maniera uguale tra uomini e donne, sia che si tratti di votare in assemblea che di impegnarsi nei turni di pulizie o in quelli di guardia.
Per evitare visite spiacevoli, in primis da parte delle forze dell’ordine, l’entrata è infatti sempre presidiata da due occupanti che si turnano ogni tre ore, giorno e notte, e controllano gli accessi. Contro gli sgomberi è stato messo a punto anche un piano ad hoc, in base al quale ognuno sa cosa deve fare in caso di emergenza: al suono di un allarme c’è chi si barrica in casa, chi sale sul tetto, chi tira fuori gli striscioni. In ogni caso, seppure chi vive qui è consapevole di essere in una situazione precaria, ma il fatto che il Comune non sia in grado di trovare una sistemazione anche temporanea per le tante famiglie con bambini allontana un po’ il timore di essere cacciati, anche perché il proprietario dello stabile per ora non ha avanzato richieste in tal senso. Anzi, potrebbe pure essere che il fondo immobiliare stia pagando anche le utenze, che gli occupanti non hanno potuto intestarsi per quanto è previsto dal piano casa di Lupi, dove si dice che chi occupa non può avere la residenza, un provvedimento che toglie a persone già in grave difficoltà anche diritti fondamentali quali il diritto alla salute, allo studio, ma anche la possibilità di accedere a una casa popolare o di ricevere una pensione, così come di richiedere gli allacciamenti ad acqua, luce e gas.
Se da un lato il Governo sembra affrontare l’emergenza abitativa confinando le persone che occupano in un limbo sociale da cui è impossibile uscire, Social Log cerca al contrario di restituire loro una vita più o meno normale: innanzitutto trovando una soluzione al problema della casa – molto belli e accoglienti gli spazi abitativi ricavati nei vecchi uffici Telecom, grazie al lavoro di autorecupero realizzato dagli occupanti, in prima linea idraulici, elettricisti e manovali ricchi di competenze ma senza più lavoro che hanno spostato le pareti mobili, riorganizzato gli spazi, ricavato le docce nei bagni (uno per famiglia, esterno all’appartamento) – ma anche ricostruendo un tessuto sociale fatto di relazioni di vicinato, mutuo aiuto, condivisione e rapporti umani: e quindi il doposcuola due volte alla settimana, organizzato da una maestra precaria che vive nell’occupazione, la ludoteca per i bambini, il corso di cucina meticcia, l’allestimento collettivo dei locali dove c’era la mensa per festeggiare un matrimonio tra due occupanti, il cinema all’aperto su un grandissimo lenzuolo appeso fuori dalle finestre del secondo piano, le grigliate in terrazzo, le cene in cortile, la palestra di pugilato al piano interrato, le assemblee periodiche, le marce collettive per il diritto alla casa.

Guai mai però a far passare come tutto facile e bello quello che invece è un contesto abitativo estremo e precario, attenzione a non offuscare dietro alla rete di mutuo aiuto che si è costruita qui dentro le situazioni di emergenza vera vissute da queste famiglie, che richiederebbero soluzioni pubbliche strutturali e non interventi eccezionali di occupazione abusiva. Non si può far finta di non sapere che all’ex Telecom vive ad esempio una coppia italo tunisina che dopo lo sfratto, prima di occupare, ha vissuto con i suoi tre figli piccoli per mesi in tenda nel giardinetto di un’amica, ma anche Mohamed che a Bologna faceva le mortadelle e che quando il suo padrone lo ha licenziato, è andato a abitare nel capanno dei maiali, dove è nato suo figlio, o ancora Luciano, bolognese doc che ha perso il lavoro con la crisi e si è trovato per strada con la famiglia.

Appena scendo dalla macchina dopo aver parcheggiato mi si avvicinano cinque o sei bambini con dei bicchieri in mano, mi chiedono come mi chiamo, che lavoro faccio, se ho dei figli e se voglio fare la battaglia d’acqua con loro. Uno mi racconta che dovrebbe andare in prima media e invece deve ripetere la quinta perché l’anno scorso i suoi genitori erano tornati a vivere in Tunisia e lì lo hanno bocciato perché lui il tunisino non lo parla e l’arabo non lo sa scrivere, visto che è nato e ha sempre abitato in Italia. Un altro mi chiede dove abito, gli dico a Modena, lui mi dice qui, e alza gli occhi indicandomi le tende colorate alle finestre. Mi invita a prendere il tè con la menta a casa sua, “però dopo il tramonto – mi dice – che prima facciamo il Ramadan”. Aveva gli occhi immensamente neri e una maglietta rossa a maniche corte, davanti questa scritta “AN ELEGAN STATE OF MIND”.

colonna sonora: Il battagliero, Tienno Pattacini
PS: Grazie a Glauco per il consiglio musicale.

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