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13296063_815801541888846_1933471420_nAssocio quella voce sentita al telefono qualche giorno prima a una montatura arancione appoggiata ad un viso imbrunito dal sole del crinale, che vedo sfuocata da dietro il vetro di una vecchia jeep rossa macchiata di fango. Dopo le curve strette tutto quel cielo intorno mi disorienta, respiro l’azzurro che mi sovrasta a pieni polmoni. Il profilo dei monti che circondano a semicerchio la valle sembra disegnato, il Cimone da quella visuale è maiuscolo nella sua aridità d’alta quota. Lo sguardo scorre leggero verso l’infinito. La primavera è inoltrata e il paesaggio è saturo di mazzi di tonalità di verde, la linea grigiastra delle montagne sembra eyeliner, nessuna sbavatura nella secchiata di azzurro intenso che mi schiaccia la testa e mi libera i pensieri.
L’odore della terra del bosco mi solletica le narici, mi sale alle orecchie il sapore di bagnato che viene dall’erba, più lontano sento il torrente scorrere, l’acqua fluidifica l’inquadratura. Il rifugio sta lì in mezzo, come se ci sia sempre stato, cresciuto insieme ai faggi e ai narcisi, cullato dal rumore dell’acqua.

Evaporano davanti a una pirofila fumante di pasta alla Norma i ricordi di queste terre di Giovanni, che di questa valle in cui è venuto a prendere moglie conosce i sentieri, i fiori e le poesie, e che a essere a pranzo un giorno in mezzo alla settimana in un ristorante vuoto dove il tempo sembra essersi fermato ad un passato indefinito con un manipolo di personaggi troppo giovani per avere un motivo per essere lì, gli brillano gli occhi di quella passione un po’ folle che lo fa alzare nonostante la schiena dolorante; si sovrappongono le storie dell’infanzia romagnola di un pilota dell’Alitalia in pensione, che è partito da Fusignano con la sua Nella e dopo aver solcato i cieli di mezzo mondo vent’anni fa ha comprato l’albergo sulla curva del paese; e oggi, da lì dentro, lancia maledizioni a tutti, sotto un paio di folti baffi, mentre ci sparecchia controvoglia il tavolo. Tra un bicchiere di vino rosso e una forchettata di broccoli selvatici escono intrecci inaspettati delle vite dei compagni di quella tavolata improvvisata; mi passano davanti agli occhi immagini che non ho vissuto: la vecchia stazione ferroviaria di Pracchia, la statua di Baracca a Lugo, le scorribande al passo del Colombaccio, una tipografia artigianale con i caratteri mobili macchiati d’inchiostro ancora sparsi in giro. Il sole entra di sbieco dalla porta d’ingresso, sbatte sulla polvere appoggiata alle bottiglie di amaro del bar e la spara sopra le nostre teste in una nuvola di granelli lucenti.

Siamo a Fellicarolo, un giovedì qualsiasi di fine maggio. Quattro chilometri più avanti, dove la strada finisce e la valle si allarga, ci sono i Taburri, con l’odore di terra del bosco. Quell’odore speziato qualcuno ce l’ha nei geni, ad altri gli è entrato dentro a forza di camminarci sopra, a me mi è rimasto impigliato nelle narici per sbaglio e non c’è stato starnuto capace di farlo uscire. Così ho cambiato strategia, ho provato a inspirare forte, per farlo salire del tutto, e mi è entrato nel cervello, si è radicato tra le mie sinapsi laterali e ha inquinato il mio liquido cerebrale che ora scorre al ritmo del torrente.

Il rifugio dei Taburri è chiuso, la prossima settimana scade il bando per scegliere chi lo gestirà per i prossimi sei anni e i primi di luglio dovrebbe finalmente essere di nuovo aperto. Le mie sinapsi macchiate della terra del bosco si stanno scaldando. E mi sembra che anche quelle di tante altre belle persone stiano facendo un gran movimento. Stiamo a vedere da che parte tira il vento.

colonna sonora: The Mountain Song, Garcia, Crosby, Slick & Kantner

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