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6eea14220066edf49ce5d482721c2a37G. è a casa con febbre, tosse, raffreddore e sprazzi di mal di pancia. Si cura prevalentemente con dosi massicce di iPad, in situazioni normali contingentato a casa Pitton, ma sfoderato senza remore nelle emergenze.
Oltre ai sintomi dell’influenza ha pure un dentino che gli dondola. Il secondo, se non contiamo i due incisivi di sopra che ha perso due anni fa sbattendo la faccia contro il cancello dell’asilo e che non sono ancora ricresciuti, lasciandogli un sorriso asimmetrico, fatti di tanti pieni e un inusuale vuoto per un bambino della sua età.
Il dentino traballante è da togliere, sia perché balla davvero tanto, sia perché quello sotto è già spuntato e rischia di crescere storto per colpa di quello vecchio che non vuole cedergli il posto.
Sembra però che nessuno riesca nell’impresa, alimentando di giorno in giorno una leggenda degna di quella della spada nella roccia.
Aspiranti Artù si improvvisano ieri pomeriggio D. e M., fratelli più grandi del malaticcio G., rispettivamente infermiere scelto e dottore specializzato in dentologia.
M. si conquista il titolo di dottore senza fatica, avendo dato prova in passato di estremo coraggio e risolutezza nello sradicarsi da solo i suoi denti da latte, dopo essersi isolato in una camera separata per raggiungere la concentrazione necessaria. D. è comunque soddisfatto del ruolo subalterno ma indispensabile di assistente alla poltrona (nel caso specifico più che di poltrona sarebbe più corretto parlare di divano, visto che è lì che giace G., in attesa dell’operazione), visto che il suo trascorso in materia di denti è più prosaicamente costellato di episodi di terrore acuto, attacchi di paura distillata e pomeriggi a bocca aperta ad aspettare la caduta spontanea, con conseguente sovra produzione di saliva e anchilosamento della mascella, tutti fattori che hanno pesantemente influenzato la scelta del piccolo G. di richiedere a gran voce il temerario M. come suo dottore personale.
Detto questo, vale la pena aprire e chiudere una parentesi per sottolineare l’accuratezza mai vista prima nelle operazioni di lavaggio delle mani dei due dentologi in erba: sapone solido, sapone liquido, olio di oliva, detersivo per i piatti, risciacqui con il colluttorio, spugne, spugnette e spazzolini di ogni foggia sono stati impiegati per rendere le mani idonee all’intervento, durante una bath session a ritmo di musica di almeno quindici minuti.
Al momento di entrare in azione però tutta la tranquillità esibita da G. fino a quel momento svanisce di colpo e i suoi dentini, per uno strano incantesimo, si chiudono in una morsa impenetrabile.
Segue un’ora abbondante di contrattazione estenuante, fatta di svariati tentativi di persuasione – dall’offrire al paziente una serie di bicchieri d’acqua con cui ammorbidire la stretta (ma che come effetto collaterale mandano G. in bagno a fare pipì tre volte) all’uso del ghiaccio per anestetizzargli la bocca, dallo spennellamento di miele sul palato per fargli arretrare la lingua al classico rimedio del filo attaccato alla porta, dall’idea di giocare a basket tramando di colpirlo sul labbro con una pallonata a quella ancora più violenta di tirargli direttamente un cazzotto ben assestato – che però non riescono a bucare la fiducia del più piccolo dei tre, che si sottrae di volta in volta agli attacchi dei fratelli adducendo iperboliche scuse (basta, smettetela che io ho così tanta febbre che non mi si apre la bocca), improvvisi bisogni fisiologici (Alt, time, ho la cacca!), divieti perentori (voi non mi staccate niente, nè oggi nè mai!) o soluzioni condizionali (va bene se lo facciamo domani, di mattina?)
Questa schermaglia porta allo sfinimento le parti: da un lato G., a cui quella situazione ha messo addosso sempre più ansia, dall’altro i suoi fratelli che alternano richieste gentili (Non avere paura piccolino mio) a vere e proprie implorazioni (Dai, ti prego, fallo per i tuoi fratelli), fino ad arrivare a minacce esplicite (Scegli tu: o ti stacco il dente o ti stacco la testa).
Ad accusare di più il colpo della “determinazione anti-dentista” di G. è però in particolare il tutto d’un pezzo dottore dentologo M., che a un certo punto, quando ormai è chiara l’impossibilità di riemergere da quella contrattazione paludosa, scoppia in un pianto inconsolabile, ululando alla luna e bagnandosi copiosamente di lacrime le guance. “Però io voglio staccare un dentino ogni tanto”, sono le parole con cui condisce la sua espressione disperata, mentre tira su col naso e singhiozza a fiumi.
Entra in casa in quel frangente il Mongi daddy, di ritorno dal lavoro. Trova M. in lacrime, G. con le orecchie basse, triste per il pianto del fratello e preoccupato per il suo dente, e D. un po’ defilato che cerca di trattenere sorrisini tra l’incredulo e il divertito.
Prendendosi paternamente M. sulle ginocchia, lancia allora una proposta per superare l’impasse: “G., ti prometto che vado a prendervi il gelato se fai provare al dottore M. a toccarti il dentino”.
La parola “gelato” fa cessare i pianti come per magia e G. acconsente docile a farsi mettere le mani in bocca. Così, mentre io mescolo le zucchine e il Mongi daddy si toglie le scarpe, con rapida mossa e colpo da maestro, M. risolve in un baleno la questione ed esclama, trionfante e lapidario “Staccato, staccato, staccato!!!!”, sventolando nella mano sinistra il minuscolo dentino con la radice ancora sanguinante.
D. si affretta a portare soccorso al paziente un po’ stralunato, gli avvicina alle labbra un bicchiere d’acqua, gli porge un fazzolettino con cui tamponare la ferita e gli accarezza premurosamente la testa.
G. con il fazzoletto in bocca e il bicchiere in mano assiste all’accaduto ancora non del tutto consapevole, mentre D. e M. gli saltano intorno esultanti, gridando a turno “dentino, gelato, dentino, gelato”.
D., nella parte dell’allievo interessato, chiede lumi sull’operazione al maestro dentologo, che candidamente risponde “è stato facile, ho infilato le unghie sotto il dente e ho spezzato i nervetti con le mani”, e poi aggiunge, rivolto a G. “hai visto che non fa male con me?”. G., chiamato in causa, con la voce impastata dal fazzoletto azzarda un timido “un po’ malino si..”, a cui l’altro ribatte con un “dai Giovi, è solo una specie di tic, non è proprio un male, non devi neanche dire ahi!”.
Mentre i Mongi boys si scambiano profusamente baci (smack, smack) e abbracci (pat, pat), ringraziamenti (grazie Michi, vieni qui che ti do un’abbracciatona) e cortesie (prego Giovi, non c’è di che, mi fa sempre piacere staccare i denti a me), D. nella sua veste di fratello grande richiama saggiamente gli altri due all’evidenza dei fatti, ricordando al Mongi daddy la promessa del gelato.
Io nel frattempo assisto alla scena cercando di rimanere estranea, mi appunto sulla lavagna della cucina gli scambi di battute più evocativi e mi limito a riportare il tono della voce dei miei ragazzi a un livello accettabile, quando la concitazione della trattativa la spinge troppo in alto.
E con il senno di poi sarebbe stato meglio se avessi continuato a rimanere estranea. Mi spiego meglio: comprare il gelato risultava un problema, considerato che il Mongi daddy aveva il portafoglio vuoto e che la Mongi mummy (che poi sarei io) si era accorta in quel momento di aver dimenticato il suo in biblioteca qualche ora prima. Così i bimbi si sono lanciati a recuperare da salvadenai e cassettine segrete il necessario. Racimolato il gruzzolo, M. ha fatto per allungarlo al Mongi daddy che senza volere gli ha urtato con un gomito la manina aperta, facendo volare gli spiccioli in giro per la sala, tra un allegro ticchettare metallico. È seguita la fase del recupero, che ha visto tutta la Mongi family impegnata e chinata nello svolgimento delle operazioni.
Senonché, mentre mi rialzo compiaciuta con in mano una monetina da 1 euro e nell’altra una da 50 cent, sbatto con slancio contro lo spigolo della ribaltina della libreria rimasta inavvertitamente aperta e mi ritrovo gambe in aria e ghiaccio in testa, distesa sul vecchio tappeto afgano della sala. “Il gelato è rimandato a domani per cause di forza maggiore” recitano i titoli di coda di un fine giornata vissuto pericolosamente a casa Pitton.

colonna sonora: Dentist! (Little Shop of Horrors), Steve Martin

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